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Questione
102
Le cause dei precetti cerimoniali
Passiamo a considerare le cause dei precetti cerimoniali.
Su questo tema tratteremo sei argomenti: 1. Se i precetti cerimoniali
abbiano una causa; 2. Se abbiano una causa del loro senso letterale,
o solo di quello figurale; 3. Le cause dei sacrifici; 4. Le cause
dei sacramenti; 5. Le cause delle cose sacre; 6. Le cause delle osservanze.
ARTICOLO
1
Se i precetti cerimoniali abbiano una causa
SEMBRA che i precetti cerimoniali non abbiano una causa. Infatti:
1. Spiegando quel testo paolino,
"annullando la legge delle prescrizioni",
la Glossa commenta: "cioè annullando la legge antica, rispetto alle
osservanze materiali, con i decreti, vale a dire con i precetti evangelici,
fondati sulla ragione". Ora, se le osservanze dell'antica legge fossero
state fondate sulla ragione, inutilmente sarebbero state annullate dai
decreti della nuova legge. Dunque le osservanze cerimoniali dell'antica
legge non avevano nessuna giustificazione razionale.
2. L'antica legge
seguì la legge di natura. Ma in quest'ultima
c'erano dei precetti che non avevano altra ragione che quella di
provare l'obbedienza dell'uomo, come S. Agostino afferma a proposito
della proibizione relativa all'albero della vita. Perciò nell'antica legge non dovevano mancare dei precetti, per provare l'obbedienza
dell'uomo, i quali non avevano in sé nessuna giustificazione.
3. Le azioni umane si dicono morali in quanto derivano dalla ragione.
Quindi se i precetti cerimoniali avessero una ragione, non si
distinguerebbero da quelli morali. Dunque i precetti cerimoniali non hanno
una causa: ché la ragione di un precetto si desume dalla sua causa.
IN CONTRARIO: Sta scritto:
"Il precetto del Signore è nitido, dà
luce agli occhi". Ma i precetti cerimoniali sono da Dio. E quindi
nitidi. Il che non sarebbe, se non avessero una causa ragionevole.
Dunque i precetti cerimoniali hanno una causa ragionevole.
RISPONDO: Come nota il Filosofo,
"ordinare è proprio del sapiente";
perciò quanto procede dalla sapienza divina è ordinato,
secondo l'affermazione dell'Apostolo. Ora, perché una cosa sia ordinata
si richiedono due condizioni. Primo, che sia ordinata al debito fine,
fine che è principio universale nell'ordine dell'agire:
poiché quanto si fa casualmente, senza tendere a un fine, oppure
per gioco, è un'azione disordinata. Secondo, è necessario che i
mezzi siano proporzionati al fine. E da ciò deriva che la giustificazione
dei mezzi si desume dal fine: la ragione, p. es., della struttura
di una sega, diremo con Aristotele, si desume dal segare,
che è il fine di essa. Ora, è evidente che i precetti cerimoniali,
come tutti gli altri precetti della legge, furono emanati dalla sapienza
divina; si legge infatti nella Scrittura: "Questa è la vostra sapienza
ed intelligenza al cospetto dei popoli". Perciò si deve concludere
che i precetti cerimoniali sono ordinati a un fine, in base al quale
si possono determinare le cause che li giustificano.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Le osservanze dell'antica legge,
come quella, p. es., di non tessere un vestito con lana e lino,
possono considerarsi prive di ragione, per il fatto che non hanno una
giustificazione in se medesime. Tuttavia potevano avere una ragione
in ordine ad altro: cioè, perché prefiguravano o escludevano
qualche altra cosa. Invece i precetti della nuova legge, che
riguardano principalmente la fede e l'amore di Dio, sono ragionevoli
per la natura stessa degli atti rispettivi.
2. La proibizione relativa all'albero della scienza del bene e del
male non dipendeva dal fatto che codesta pianta era cattiva per natura;
ma dal fatto che la proibizione era ordinata a uno scopo, oppure
perché raffigurava qualche cosa. Ed è precisamente in questo senso
che anche i precetti cerimoniali dell'antica legge hanno una ragione.
3. I precetti morali, come, p. es.:
"Non uccidere", "Non rubare",
hanno una giustificazione intrinseca. Invece i precetti cerimoniali
hanno delle cause giustificanti in ordine ad altre cose,
secondo le spiegazioni date.
ARTICOLO
2
Se i precetti cerimoniali abbiano una causa anche per il loro senso
letterale, o solo per quello figurale
SEMBRA che i precetti cerimoniali non abbiano una causa del loro
senso letterale, ma solo del senso figurale. Infatti:
1. La circoncisione e l'immolazione dell'agnello pasquale erano
tra i precetti cerimoniali più importanti. Eppure queste due cose
non avevano una causa, se non nell'ordine figurale: poiché erano
state date come segni. Nella Scrittura infatti si legge: "Circonciderete
la vostra carne, in segno dell'alleanza tra me e voi". E a
proposito della Pasqua: "Sarà per te un segno sulla tua mano e un ricordo
tra i tuoi occhi". Perciò a maggior ragione avranno
avuto una causa esclusivamente d'ordine figurale le altre cerimonie.
2. Effetto e causa si corrispondono. Ora, tutte le norme cerimoniali
sono figurabili, come sopra abbiamo dimostrato. Dunque esse non hanno
che cause d'ordine figurale.
3. Ciò che è indifferente ad essere determinato in una maniera
o in un'altra mostra di non avere una causa secondo il significato
letterale. Ora, nei precetti cerimoniali ci sono non poche cose di
codesto genere, p. es., la determinazione del numero delle vittime
da offrire, e altre simili circostanze particolari. Dunque i precetti
dell'antica legge non hanno una ragione nel loro significato letterale.
IN CONTRARIO: I precetti cerimoniali prefigurano Cristo, come i
fatti storici dell'antico Testamento; ché, a detta di S. Paolo, "tutto
capitava loro in figura". Ora, nei fatti dell'Antico Testamento,
oltre al senso mistico o figurale, c'è anche il senso letterale.
Perciò i precetti cerimoniali, oltre ad avere cause nell'ordine figurale,
ne hanno pure nell'ordine letterale.
RISPONDO: Come sopra abbiamo spiegato, la ragione che giustifica i mezzi
va desunta dal fine. Ora, il fine dei precetti cerimoniali è duplice:
essi infatti erano ordinati all'antico culto di Dio,
e ad essere figura del Cristo; come le parole dei profeti, le quali
riguardavano il presente, in maniera da prefigurare anche il futuro,
secondo l'affermazione di S. Girolamo. Perciò le ragioni dei
precetti cerimoniali si possono desumere da due fonti distinte.
Primo, dalle esigenze del culto divino, praticato negli antichi tempi.
E queste ragioni riguardano il senso letterale: sia che si tratti
di evitare il culto idolatrico, o di ricordare un beneficio divino; sia
che si cerchi d'inculcare la grandezza della divinità, o di mostrare
le disposizioni dell'anima che allora si richiedevano negli adoratori
di Dio. - Secondo, le ragioni si possono desumere dall'ordine
di codesti precetti a prefigurare il Cristo. In tal senso abbiamo di
essi ragioni di ordine figurale o mistico; sia che si desumano da
Cristo e dalla Chiesa, dando luogo all'allegoria; sia che si riferiscano
ai costumi del popolo cristiano, concretandosi in ragioni
morali; sia che riguardino lo stato della gloria futura, in cui Cristo ci introduce, dando luogo all'anagogia.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Come il vero senso di una locuzione
metaforica della Scrittura è letterale, poiché le parole son
proferite per dare codesto significato; così quel significato delle
cerimonie della legge che consiste, o nel ricordo dei benefici di Dio
per cui furono istituite, o in cose consimili attinenti all'antico patto,
non trascendono le cause d'ordine letterale, o storico. Perciò
rientrano in codesto ordine di cause, sia il fatto che la Pasqua
stava a ricordare la liberazione dall'Egitto, sia che la circoncisione
era il segno del patto stabilito da Dio con Abramo.
2. Codesta ragione sarebbe valida, se i precetti cerimoniali fossero
dati solo per prefigurare il futuro, escludendo il culto attuale di Dio.
3. A proposito delle leggi umane sopra abbiamo detto che in genere
esse hanno delle ragioni intrinseche, mentre nelle determinazioni
particolari dipendono dall'arbitrio del legislatore. Ebbene, allo stesso
modo molte determinazioni delle antiche cerimonie non hanno cause d'ordine
letterale, ma solo figurale; in genere però hanno anche quelle.
ARTICOLO
3
Se si possa trovare una ragione plausibile delle cerimonie
riguardanti i sacrifici
SEMBRA che non si possa trovare una ragione plausibile delle
cerimonie riguardanti i sacrifici. Infatti:
1. Le cose che venivano offerte nei sacrifici erano quelle necessarie
al sostentamento della vita umana, ossia certe qualità di animali
e di pani. Ora, Dio non ha bisogno di tale sostentamento, secondo
l'espressione dei Salmi: "Mangio io forse carne di tori e
bevo sangue di montoni?". Dunque non era conveniente che venissero
offerti a Dio codesti sacrifici.
2. Venivano offerti in sacrificio a Dio soltanto tre generi di animali
quadrupedi, e cioè bovini, ovini, e capre; uccelli, d'ordinario
tortore e colombe; e per la guarigione della lebbra venivano offerti
dei passeri. Ora, ci sono molti animali più nobili di questi. E poiché
a Dio va offerto quanto c'è di meglio, sembra che non si dovessero
offrire in sacrificio a Dio soltanto codesti animali.
3. L'uomo ha ricevuto da Dio il dominio sui pesci, come sui volatili e sulle
bestie. Dunque non c'era motivo di escludere i pesci dal divin sacrificio.
4. Tortore e colombe sono indifferenti in certe prescrizioni di sacrifici.
Quindi doveva essere indifferente anche scegliere tra piccioncini e tortorelle.
5. Dio è l'autore della vita, non solo degli uomini, ma anche degli animali,
come ricorda la Genesi. Ma la morte è il contrario
della vita. Perciò non si dovevano offrire a Dio animali morti, ma vivi.
Specialmente se pensiamo all'ammonimento dell'Apostolo, "a offrire
i nostri corpi come ostia vivente, santa, gradevole a Dio".
6. Se a Dio gli animali non venivano offerti che uccisi, sembra
che dovesse essere indifferente la maniera della loro uccisione.
Dunque è inutile che si determini la maniera dell'immolazione
specialmente a proposito degli uccelli.
7. Ogni difetto dell'animale è un passo verso la corruzione e la
morte. Quindi se a Dio si dovevano offrire animali uccisi, non
c'era bisogno di proibire l'offerta di un animale imperfetto, cioè
zoppo, cieco, o in altro modo difettoso.
8. Chi offre a Dio dei sacrifici deve parteciparne, secondo l'espressione
dell'Apostolo: "Non è egli vero che quelli che mangiano le vittime sono
partecipi dell'altare?". Perciò non era giusta la norma di sottrarre agli
offerenti certe parti delle vittime, cioè il sangue e il grasso,
il petto e la spalla destra.
9. Gli olocausti erano offerti a onore di Dio, come lo erano le
ostie pacifiche e quelle per il peccato. Ora, nessun animale di sesso
femminile veniva offerto a Dio in olocausto: e tuttavia si facevano
olocausti, sia di quadrupedi che di uccelli. Dunque l'offerta di animali
femmine quali ostie pacifiche e per il peccato era irragionevole;
come era irragionevole l'esclusione dei volatili dalle ostie pacifiche.
10. Tutte le vittime pacifiche appartengono a un unico genere.
Perciò non si doveva prescrivere, come fa il Levitico, questa differenza:
che di alcune non si potevano mangiare le carni il giorno dopo,
e di altre si potevano.
11. Tutti i peccati concordano nel fatto che allontanano da Dio.
Dunque per tutti i peccati doveva esserci un unico genere di sacrifici,
per ottenere la riconciliazione con Dio.
12. Gli animali offerti in sacrificio erano offerti tutti allo stesso
modo, cioè uccisi. Perciò non era giusto che invece i prodotti della
terra venissero offerti in diverse maniere: ora, infatti, si offrivano
le spighe, ora la farina, ora il pane cotto, secondo i casi, nel
forno, in padella, o sulla graticola.
13. È dovere riconoscere che tutte le cose di cui usiamo vengono
da Dio. Perciò non era conveniente limitarsi a offrire a Dio, oltre
gli animali, soltanto il pane, il vino, l'olio, l'incenso e il sale.
14. I sacrifici materiali devono esprimere il sacrificio interiore
del cuore, col quale l'uomo offre a Dio il suo spirito. Ora, il sacrificio
interiore sa più della dolcezza del miele, che del pizzicore
del sale; infatti nella Scrittura si legge: "Il mio spirito è più
dolce del miele". Dunque non era ragionevole proibire nei sacrifici
il miele, o il lievito, il quale rende il pane più saporito; mentre
si comandava di usare il sale che ha sapore pungente, e l'incenso
che è amaro. Quindi le prescrizioni riguardanti le cerimonie dei
sacrifici non avevano una causa ragionevole.
IN CONTRARIO: Nel Levitico si legge:
"Tutta l'offerta verrà bruciata
dal sacerdote sull'altare in olocausto d'odore gratissimo al Signore".
Però, è anche vero, come dice la Sapienza, che "Dio non ama se non chi
coabita con la sapienza": dal che risulta che quanto è accetto a Dio è
fatto con sapienza. Perciò le accennate cerimonie dei sacrifici erano condite
di sapienza, avendo esse le loro cause ragionevoli.
RISPONDO: Abbiamo già spiegato sopra che le cerimonie dell'antica legge
avevano due tipi di causalità: uno secondo il loro significato letterale,
cioè in quanto erano ordinate al culto di Dio; l'altro era di ordine figurale,
o mistico, in quanto queste cerimonie erano ordinate a prefigurare il Cristo.
E dall'una e dall'altra parte è possibile stabilire la causa delle cerimonie
riguardanti i sacrifici. Infatti, considerando quei sacrifici come ordinati
al culto di Dio, duplice può esserne la causa. Primo, osservando che essi
erano fatti per rappresentare l'ordine, ovvero l'unione dell'anima con Dio,
che si voleva sollecitare in chi offriva il sacrificio. Ora, il retto
ordine dell'anima verso Dio implica il riconoscimento da parte dell'uomo,
che quanto egli possiede viene da lui come da primo principio,
e che egli deve ordinare a Dio come a suo ultimo fine tutte le cose.
E ciò veniva rappresentato nelle offerte e nei sacrifici, per il fatto
che l'uomo offriva in onore di Dio le cose proprie, riconoscendo d'averle
ricevute da lui, secondo le parole di Davide: "Tutto viene da te e dopo
averlo ricevuto dalla tua mano, te l'abbiamo ridato". Ecco perché nell'offrire i sacrifici
l'uomo protestava che Dio è il primo principio e l'ultimo fine della creazione,
al quale si dovevano riferire tutte le cose.
E poiché il retto ordine dell'anima verso la divinità esige che non si
riconosca altra causa prima dell'universo all'infuori di Dio, e che non
si ponga in altre cose il proprio fine, si comandava nella legge di non
offrire sacrifici altro che a Dio: "Chi sacrificherà agli dei,
e non al solo Signore, sia ucciso". Perciò si possono
spiegare le cerimonie suddette in altra maniera, cioè col fatto
che erano dei mezzi per distogliere dai sacrifici degli idoli. Infatti
i precetti relativi ai sacrifici non furono dati agli ebrei che dopo
la loro caduta nell'idolatria, con l'adorazione del vitello d'oro:
come per dire che codesti sacrifici furono istituiti perché il popolo,
già portato a simili immolazioni, preferisse farle a Dio piuttosto
che agli idoli. Si legge perciò in Geremia: "Io non parlai ai vostri padri,
né diedi loro ordini, quando li feci uscire dal paese d'Egitto,
riguardo all'olocausto e al sacrificio".
Ma fra tutti i doni che Dio ha fatto al genere umano dopo il
peccato, il principale è quello di aver dato il Figlio suo, secondo
le parole evangeliche: "Dio ha tanto amato il mondo da dare
il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia,
ma abbia la vita eterna". Ecco perché il sacrificio più
grande è quello nel quale Cristo "offrì se stesso a Dio in sacrificio di soave odore", come si esprime S. Paolo. E per questo tutti gli altri
sacrifici dell'antica legge venivano offerti per raffigurare quest'unico
e principale sacrificio, che ne era il coronamento o perfezione.
L'Apostolo infatti afferma che il sacerdote dell'antica legge "offriva
più volte gli stessi sacrifici, i quali non possono mai eliminare il peccato.
Cristo invece offrì un unico sacrificio per sempre".
E poiché dalla cosa raffigurata si desume il valore rappresentativo di una figura,
le ragioni dei sacrifici figurali dell'antica legge vanno desunte
dal vero sacrificio di Cristo.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Dio voleva che gli si offrissero codesti
sacrifici non per le offerte medesime, quasi avesse bisogno di
codeste cose: infatti in Isaia si legge: "Olocausti di montoni, grasso
di giovenchi, sangue di tori e di agnelli e di capri
io non ne voglio". Ma voleva codeste offerte per i motivi già detti,
e cioè: sia per distogliere dall'idolatria; sia per indicare l'ordine
dovuto dell'anima umana verso Dio; sia anche per rappresentare
il mistero della redenzione compiuta da Cristo.
2. Rispetto a tutti e tre i motivi indicati, si trova una ragione
per spiegare come mai venivano offerti a Dio in sacrificio questi
e non altri animali. Primo, per stornare dall'idolatria. Poiché
dagli idolatri tutti gli animali erano offerti ai loro dei, o da essi
erano usati per fare dei malefici: inoltre presso gli egiziani, con
i quali gli ebrei avevano vissuto, era cosa abominevole uccidere
gli animali ricordati, che quindi non erano offerti in sacrificio agli dei;
perciò si dice nell'Esodo: "Faremo al Signore Dio nostro un sacrificio
che è abominevole per gli egiziani". Questi infatti adoravano le pecore,
e veneravano i capretti, perché i demoni apparivano sotto le loro sembianze;
e si servivano dei buoi per l'agricoltura, che consideravano cosa sacra.
Secondo, le offerte suddette erano indicate per ricordare l'ordine
dell'anima a Dio. E questo per due motivi. Primo, perché codesti
animali sono quelli che più servono al sostentamento della vita
umana: e inoltre sono quelli più mondi, avendo il nutrimento
più pulito. Invece gli altri animali, o sono selvatici, e quindi
d'ordinario non sono fatti per l'uso dell'uomo; oppure, se domestici,
hanno un nutrimento immondo, come il porco e la gallina. A Dio
invece non si può offrire che quanto è puro. In particolare poi si
offrivano quei volatili, perché erano in abbondanza nella terra
promessa. - Secondo, perché l'immolazione di codesti animali stava
a indicare la purezza dell'anima. Poiché, secondo la Glossa, "noi
offriamo un vitello quando vinciamo la superbia della carne; un
agnello quando freniamo i moti irrazionali; un capretto quando
superiamo la lascivia; una tortora quando custodiamo la carità
e pani azzimi quando banchettiamo nella sincerità degli azzimi".
È poi evidente che nella colomba è indicata la carità e la
semplicità dell'anima.
Terzo, l'offerta dei suddetti animali era adatta per figurare il Cristo.
Poiché la medesima Glossa afferma, che "Cristo veniva offerto nel vitello,
per indicare la virtù della croce; nell'agnello, per l'innocenza;
nel capro, per il principato; nel capretto, per la somiglianza della carne
di peccato. Nella tortora e nella colomba veniva indicata l'unione
delle due nature": oppure nella tortora era rappresentata la castità,
e nella colomba la carità. "Nel fiore di farina veniva prefigurato
il lavacro dei credenti mediante l'acqua del battesimo".
3. I pesci, vivendo nell'acqua, sono più estranei all'uomo di
tutti gli altri animali, che vivono come lui nell'aria. Inoltre i pesci
muoiono subito appena estratti dall'acqua: quindi non si potevano offrire
nel tempio come gli altri animali.
4. Nelle tortore i piccoli valgono meno degli animali adulti; mentre
nelle colombe è il contrario. Ecco perché, come scrive Mosè
Maimonide, vien comandato di offrire tortore e piccioncini: poiché
a Dio vanno attribuite le cose migliori.
5. Gli animali offerti in sacrificio venivano uccisi, perché in tale
condizione essi servono all'uomo avendoli dati Dio all'umanità come cibo.
Ed ecco perché venivano bruciati: perché il fuoco li prepara ad essere
usati dall'uomo.
Inoltre l'uccisione degli animali stava ad indicare la
distruzione dei peccati. Essendo cioè gli uomini degni di morte per i loro
peccati, quegli animali venivano uccisi come in loro sostituzione, per
esprimere l'espiazione dei peccati.
E finalmente codesta uccisione di animali
prefigurava la morte di Cristo.
6. Il modo di uccidere gli animali immolati era determinato
dalla legge, per evitare quei modi con cui gli idolatri immolavano
agli idoli le loro vittime. - Oppure, come nota Mosè Maimonide, "la legge
ha scelto un tipo di uccisione che facesse meno soffrire
gli animali". E questo per escludere ogni crudeltà nei sacrificanti,
e lo scempio degli animali uccisi.
7. Gli animali difettosi sono deprezzati anche presso gli uomini;
perciò era proibito di offrirli in sacrificio a Dio. E per lo stesso
motivo era proibito di "offrire nella casa del Signore la mercede
del meretricio, o il prezzo di un cane". Così non dovevano offrirsi
gli animali prima del settimo giorno: poiché codesti esseri erano
quasi abortivi, ancora non pienamente costituiti, data la loro gracilità.
8. Vi erano tre generi di
sacrifici. Il primo, interamente bruciato,
si chiamava olocausto, che suona tutto incendiato. Codesto sacrificio
veniva offerto a Dio come speciale omaggio alla sua maestà,
e come atto di amore per la sua bontà: e corrispondeva
allo stato dei perfetti, che abbraccia la pratica dei consigli (evangelici).
Esso perciò veniva bruciato, affinché tutta la vittima sotto
forma di vapore salisse in alto, in modo da esprimere che tutto
l'uomo, e quanto egli possiede, è soggetto al dominio di Dio e
dev'essere offerto a lui.
Vien poi il sacrificio per il peccato, che era offerto a Dio per
la necessaria remissione del peccato: e corrispondeva allo stato
dei penitenti che cercano la remissione dei peccati. Esso veniva
diviso in due parti, di cui una veniva bruciata, mentre l'altra era
lasciata al sacerdote; per indicare che l'espiazione dei peccati è
compiuta da Dio mediante il ministero dei sacerdoti. Si eccettuava
però il sacrificio offerto per i peccati di tutto il popolo, o del
sacerdote in particolare: allora infatti si bruciava tutto. Poiché non
doveva esser lasciato in uso dei sacerdoti quanto era offerto per
i loro peccati, perché non rimanesse in loro scoria di peccato.
Altrimenti sarebbe venuta a mancare la soddisfazione per il peccato:
ché l'uso dell'offerta da parte degli offerenti sarebbe stato
la negazione del sacrificio stesso.
Vi era poi un terzo tipo di sacrificio chiamato ostia pacifica,
che veniva offerto a Dio per ringraziamento, oppure per la salvezza
e la prosperità degli offerenti, cioè per un dovere connesso
a un beneficio ricevuto, o da ricevere: e tale sacrificio rispondeva
allo stato dei proficenti, (cioè di coloro che progrediscono)
nell'osservanza dei comandamenti. E questa offerta era divisa in tre
parti: la prima veniva bruciata a onore di Dio, la seconda serviva
ai sacerdoti, e la terza veniva mangiata dagli offerenti; e ciò per
indicare che la salvezza dell'uomo procede da Dio, sotto la direzione
dei suoi ministri, e con la cooperazione di coloro che si salvano.
Generalmente si osservava questa prassi: il sangue e il grasso
non si cedevano né ai sacerdoti, né agli offerenti; ma il sangue veniva
sparso sugli orli dell'altare a onore di Dio; il grasso invece
veniva bruciato sul fuoco. La prima ragione di questo fatto era
di escludere l'idolatria. Infatti gli idolatri bevevano il sangue
delle vittime e ne mangiavano il grasso, secondo l'espressione del
Deuteronomio: "delle cui vittime mangiavano il grasso, e bevevano
il vino delle libazioni". - La seconda ragione parte dall'intento
di moralizzare la vita umana. Infatti veniva proibito di cibarsi del sangue,
perché tutti sentissero orrore di spargere il sangue umano: "Non mangerete
la carne con il suo sangue. Del sangue vostro, ossia
della vostra vita, io domanderò conto".
Era proibito invece di mangiare il grasso per evitare la dissolutezza;
infatti in Ezechiele si legge: "Voi uccidevate la pecora grassa". - La
terza ragione è desunta dal rispetto verso Dio. Perché il sangue è la cosa
più necessaria alla vita, tanto che si dice l'anima essere nel sangue;
il grasso poi mostra l'abbondanza del nutrimento. Perciò, per confessare
che da Dio viene la nostra vita e l'abbondanza di ogni bene,
si spargeva il sangue e si bruciava il grasso in onore di Dio. - La quarta
ragione sta nel fatto che ciò prefigurava lo spargimento del sangue di Cristo,
e l'abbondanza della sua carità, che lo spinse a offrirsi a Dio per noi.
Nelle ostie pacifiche veniva ceduto al sacerdote il petto e la
spalla destra, per evitare quel tipo di divinazione che si chiama
spatulamanzia: poiché si divinava osservando la spalla delle vittime,
o l'osso (lo sterno) del petto. Ecco perché queste parti venivano
tolte agli offerenti. - Ciò stava anche a significare che al sacerdote
era necessaria la sapienza del cuore per istruire il popolo,
indicata dal petto che ne è la custodia; e la fortezza per sostenerne le
debolezze, indicata dalla
spalla destra.
9. L'olocausto era il sacrificio più perfetto, perciò non si offriva
in olocausto altro che il maschio: ché la femmina è un animale imperfetto.
Invece l'offerta delle tortore e delle colombe era permessa
per la povertà degli offerenti, che non potevano offrire animali superiori.
E poiché le ostie pacifiche erano offerte spontaneamente,
non vi erano ammessi codesti volatili; ma solo si offrivano
come ostie per il peccato, che erano prescritte in date circostanze.
Inoltre codesti uccelli per l'altezza del loro volo si addicono alla
perfezione dell'olocausto; e si addicono al sacrificio per il peccato,
perché il loro canto è un gemito.
10. Tra tutti i sacrifici il principale era l'olocausto: poiché veniva
bruciato interamente a onore di Dio, e nessuna parte veniva
mangiata. Al secondo posto, per santità, c'era il sacrificio per il
peccato: esso veniva mangiato solo nell'atrio dai sacerdoti, e soltanto
nel giorno dell'immolazione. Al terzo posto c'erano le ostie
pacifiche di ringraziamento: che venivano mangiate il giorno stesso,
ma dovunque in Gerusalemme. Al quarto posto troviamo le
ostie pacifiche connesse con un voto: e le loro carni potevano mangiarsi
anche il giorno dopo. La ragione di quest'ordine è il fatto
che l'uomo si trova obbligato a Dio prima di tutto per la di lui maestà;
secondo, per l'offesa commessa; terzo, per i benefici ricevuti;
quarto, per quelli sperati.
11. Come abbiamo spiegato in precedenza, i peccati diventano
più gravi secondo lo stato di chi pecca. Ecco perché la vittima
prescritta per il peccato del sacerdote e del principe è diversa da
quella imposta a una persona privata. "Si deve però notare",
scrive Mosè Maimonide, "che quanto più grave era il peccato,
tanto più vile era la specie dell'animale da offrire per esso. Perciò
la capra, che è l'animale più vile, era offerta per il peccato d'idolatria,
che è quello più grave; invece per l'ignoranza del sacerdote era
offerto un vitello; per la negligenza del principe un capretto".
12. La legge nel prescrivere i sacrifici volle provvedere alla povertà
degli offerenti: in modo che chi non arrivava a possedere un quadrupede,
offrisse almeno un volatile; e chi non arrivava a questo, offrisse il pane;
e se uno non aveva il pane, offrisse almeno farina o spighe.
La causa di ciò nell'ordine figurale sta nel fatto che il pane significa
Cristo, che è "il pane vivo", come dice il Vangelo.
E questi era come sotto forma di spiga nello stato di legge naturale, e
nella fede dei Patriarchi; era come fior di farina nella dottrina
della legge e dei profeti; era come pane formato dopo l'incarnazione:
cotto al fuoco, cioè formato dallo Spirito Santo nel forno
dell'utero verginale; cotto nella casseruola per le fatiche sostenute
nel mondo; e sulla croce quasi arrostito su una graticola.
13. I prodotti della terra di cui l'uomo si serve, o sono cibi:
e di essi viene offerto il pane. O sono bevande: e di esse si fa
l'offerta del vino. O son condimenti: e di questi si offre l'olio e il
sale. O son medicine: e tra queste si offre l'incenso, che è aromatico
e corroborante.
Inoltre il pane figura la carne di Cristo,
il vino ne figura il sangue, dal quale siamo stati redenti; l'olio rappresenta
la grazia di Cristo; il sale la scienza; l'incenso la devozione.
14. Nei divini sacrifici non si offriva il miele, sia perché in uso
nei sacrifici idolatrici, sia per evitare ogni dolcezza e voluttà carnale
in coloro che intendono sacrificare a Dio. - Invece non si offriva
il fermento, per escludere la corruzione. E forse era anche
esso in uso nei sacrifici degli idoli.
Il sale veniva offerto, perché impedisce la corruzione e la putredine:
infatti i sacrifici fatti a Dio devono essere incorrotti. E anche perché
il sale significa la discrezione della sapienza, nonché la mortificazione
della carne.
Invece l'incenso veniva offerto per indicare la devozione interiore
necessaria negli offerenti; e anche per indicare l'odore della
buona fama: infatti l'incenso è viscoso e odoroso. E poiché il sacrificio
della gelosia non nasceva dalla devozione, ma dal sospetto,
in esso non si offriva l'incenso.
ARTICOLO
4
Se sia possibile determinare una ragione plausibile delle
cerimonie relative alle cose sacre
SEMBRA che non sia possibile determinare una ragione soddisfacente
delle cerimonie dell'antica legge relative alle cose sacre. Infatti:
1. S. Paolo ha affermato:
"Il Dio che ha fatto il mondo e tutto
ciò che contiene, che è Signore del cielo e della terra, non abita in templi
costruiti dalle mani dell'uomo". Perciò è priva di
senso per il culto di
Dio l'istituzione del tabernacolo e del tempio fatta dalla legge antica.
2. Lo stato dell'antica legge fu mutato solo dal Cristo. Ma il
tabernacolo designava lo stato dell'antica legge. Dunque non doveva
essere mutato, con la costruzione di un tempio.
3. La legge divina ha il compito precipuo di disporre gli uomini
al culto di Dio. Ora, all'accrescimento del culto di Dio giova la
molteplicità degli altari e dei templi: com'è evidente nella nuova
legge. Dunque anche nell'antica legge non doveva esserci un solo
tempio e un solo tabernacolo, bensì molti.
4. Il tabernacolo, o il tempio, era ordinato al culto di Dio. Ma
in Dio si deve onorare l'unità e la semplicità. Quindi non era giusto
che il tabernacolo, o il tempio, fosse sezionato mediante alcuni veli.
5. La virtù del primo motore, che è Dio, si rivela prima di tutto
a oriente, ché da codesta parte comincia il primo moto. Ora, il
tabernacolo fu istituito per il culto di Dio. Perciò doveva essere
disposto piuttosto verso oriente che verso occidente.
6. Dio aveva comandato, che
"non si facesse scultura né immagine alcuna".
Dunque non era giusto che nel tempio fossero scolpite immagini di cherubini.
Così sembrano fuori posto l'arca, il propiziatorio, il candelabro,
la mensa e il duplice altare.
7. Il Signore aveva comandato:
"Mi farete un altare di pietra".
E ancora: "Non salirai per gradini al mio altare". Perciò
è irragionevole il comando successivo di costruire altari di legno
coperti di oro, o di rame, e di tale altezza da non potervi salire
senza scalini. Nell'Esodo infatti si legge: "Farai poi l'altare in
legno di setim, di cinque cubiti di lunghezza, altrettanti di larghezza,
e tre di altezza; ... e lo coprirai di bronzo". E in seguito: "Farai un altare di legno di setim per bruciare l'incenso, e lo coprirai
d'oro purissimo".
8. Nelle opere di Dio non ci deve essere niente di superfluo:
poiché il superfluo è escluso anche dalle opere della natura. Ora, per
una sola tenda, o casa, basta un'unica copertura. Dunque non
c'era ragione di sovrapporre parecchie coperture per il tabernacolo,
cioè cortine, sai di pelo, rosse pelli di capretti, e pelli violacee.
9. La consacrazione esterna sta a significare la santità interiore,
che risiede nell'anima. Perciò non c'era motivo di consacrare il
tabernacolo e i suoi arredi, trattandosi di cose inanimate.
10. Nei Salmi si legge:
"Benedirò il Signore in ogni tempo, sulla mia bocca
sempre la sua lode". Ora, le feste furono istituite
per lodare Dio. Dunque non era ragionevole che venissero
istituiti per le feste determinati giorni. E quindi le cerimonie relative
erano prive di ragioni plausibili.
IN CONTRARIO: L'Apostolo insegna, che
"coloro che offrono i doni secondo la legge, attendono a un servizio che è
una copia e un'ombra
delle cose celesti, secondo quanto fu detto da Dio a Mosè, quando stava per
costruire la Tenda: Guarda, disse, di fare ogni cosa secondo
il modello che ti è stato mostrato sul monte". Ora, ciò che rappresenta
l'immagine delle cose celesti è assai ragionevole. Dunque le cerimonie relative
alle cose sacre hanno una causa ragionevole.
RISPONDO: Il culto esterno è sempre ordinato principalmente a
disporre gli uomini al rispetto verso Dio. Ora, l'affetto umano è
portato a rispettare ben poco le cose ordinarie; mentre si ferma
con ammirazione dinanzi a quelle che si distinguono per una certa
eccellenza. Di qui è nato l'uso dei re e dei principi, che i sudditi
devono rispettare, di coprirsi di vesti preziose, e di abitare case
più ampie e più belle. Ecco perché era necessario ordinare al culto
di Dio speciali giorni, una speciale dimora, e speciali arredi e
ministri, per indurre gli uomini a un maggior rispetto verso Dio.
Inoltre, come abbiamo detto, lo stato dell'antica legge era destinato
a prefigurare il mistero di Cristo. Ora, ciò che deve raffigurare
un oggetto dev'essere qualche cosa di determinato, così
da esserne una somiglianza. Anche per questo era necessario che
si rispettassero speciali norme nelle cose riguardanti il culto di Dio.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Il culto di Dio riguarda due cose:
Dio e gli uomini che l'adorano. Dio, che è oggetto del culto, non
può essere racchiuso da nessun luogo: quindi per lui non era
necessario costruire il tabernacolo, o il tempio. Ma gli uomini
che l'adorano sono esseri corporei: e per essi bisognava costruire
uno speciale tabernacolo, o tempio, per due motivi. Primo, perché
radunandosi in codesto luogo col pensiero che esso è deputato
al culto di Dio, vi sarebbero accorsi con maggior rispetto.
Secondo, affinché mediante la disposizione di codesto tempio,
o tabernacolo, venissero indicati dei particolari relativi all'eccellenza
della divinità, o dell'umanità di Cristo.
Al primo motivo accenna Salomone là dove dice:
"Ecco, i cieli e i cieli
dei cieli non ti possono contenere, quanto meno questa casa
che ho costruito!". E aggiunge: "Siano i tuoi occhi rivolti
a questa casa, della quale hai detto: "Lì sarà il mio nome",
affinché tu esaudisca la preghiera del tuo servo e del tuo popolo d'Israele".
Dal che si dimostra che il santuario non fu edificato per
contenere Dio fisicamente in un'abitazione, ma perché "là abitasse il suo
nome",
cioè affinché là si manifestasse la conoscenza di Dio,
mediante le cose che vi si facevano o si dicevano; e perché mediante
il rispetto del luogo, le preghiere divenissero più degne d'essere esaudite,
per la devozione degli oranti.
2. Prima di Cristo non ci fu mutazione nello stato dell'antica
legge rispetto al compimento della legge, che avvenne solo col
Cristo: tuttavia ci fu un mutamento rispetto alla condizione del
popolo soggetto alla legge. Questo infatti prima si trovava nel deserto,
senza fissa dimora; e quindi ci furono diverse guerre con i
popoli vicini; finalmente al tempo di Davide e di Salomone, codesto
popolo ebbe uno stato sommamente pacifico. E allora fu edificato
il tempio per la prima volta, nel luogo designato da Abramo
per il sacrificio, dietro indicazione divina. Infatti nella Genesi si
legge, che Dio comandò ad Abramo di "offrire suo figlio in olocausto
su quel monte che io ti mostrerò". E il testo aggiunge che "chiamò
quel luogo col nome di il Signore vede", come per dire
che secondo le previsioni di Dio quel luogo era scelto per il culto di Dio.
Ecco perché nel Deuteronomio si dice: "Vi recherete al luogo che il Signore
Dio vostro sceglierà, e offrirete gli olocausti e le vittime vostre".
Ma codesto luogo non doveva essere designato per
l'edificazione
del tempio prima del tempo sopra indicato, per i tre motivi ricordati
da Mosè Maimonide. Primo, perché i gentili non se ne impossessassero.
Secondo, perché non lo distruggessero. Terzo, affinché non nascessero
liti e contese tra le varie tribù, volendolo ciascuna per sé nella divisione
del territorio. Perciò il tempio fu edificato solo dopo che esse ebbero un re,
capace di reprimere codeste contese. Prima invece al culto di Dio
era deputato un tabernacolo portatile, come per indicare che non c'era luogo
determinato per il culto. E questa è la ragione letterale (o storica) del
passaggio dal tabernacolo al tempio.
Invece la ragione figurale (o mistica) può essere il fatto che queste
due cose designano due stati. Il tabernacolo, con la sua mutabilità,
potrebbe significare lo stato così mutevole della vita presente.
E il tempio, con la sua fissità, potrebbe significare lo stato
della vita futura, che è del tutto invariabile. Si dice infatti che
nella costruzione del tempio non si sentivano i rumori di martelli e di accette,
per indicare che nello stato futuro sarà allontanato ogni tumulto
e ogni turbamento. - Oppure il tabernacolo potrebbe significare
lo stato dell'antica legge; e il tempio di Salomone lo stato della legge nuova.
Infatti alla costruzione del tabernacolo lavorarono soltanto gli Ebrei;
mentre alla costruzione del tempio cooperarono anche i gentili, cioè gli
abitanti di Tiro e di Sidone.
3. Il motivo che spiega l'unità del tempio, o del tabernacolo, può
essere sia di ordine storico che di ordine mistico. Il motivo storico,
o letterale, è quello di preservare dall'idolatria. Poiché i gentili
per i diversi dei costruivano templi diversi: perciò per fissare
nella mente degli uomini la fede nell'unità di Dio, questi volle
che gli venissero offerti dei sacrifici in un luogo soltanto. - E anche
per dimostrare che il culto esterno non gli era accetto per se stesso.
Ecco perché era proibito di offrire sacrifici qua e là e da per tutto.
Invece il culto della nuova legge, il cui sacrificio contiene la grazia
spirituale, è accetto a Dio per se stesso. E quindi nella legge nuova è
ammessa la pluralità degli altari e dei templi.
Ma rispetto agli elementi del culto spirituale di Dio, consistente
nella dottrina della legge e dei profeti, anche nell'antica legge
molti erano i luoghi designati, dove racogliersi per la lode di
Dio, e che erano chiamati sinagoghe: analoghi alle nostre chiese,
in cui si raccoglie il popolo cristiano per lodare Dio. Ed ecco perché
la nostra chiesa è succeduta al tempio e alla sinagoga: poiché
il sacrificio stesso della chiesa è spirituale; e quindi per noi
il luogo del sacrificio non è distinto da quello dell'insegnamento.
Il motivo, poi, di ordine figurale può essere il fatto che codesta
unicità designa l'unità della chiesa, sia militante che trionfante.
4. Come l'unicità del tabernacolo rappresentava l'unità di Dio,
così le varie sezioni di esso rappresentavano la distinzione delle
cose a lui soggette, e dalle quali ci eleviamo all'adorazione di Dio.
Ora, il tabernacolo era diviso in due parti: la prima, posta a occidente,
era chiamata il Santo dei Santi; l'altra, posta a oriente
era chiamata il Santo. Dinanzi al tabernacolo, poi, vi era un atrio.
Ebbene, questa divisione aveva due motivi. Il primo si riferisce al
culto di Dio, cui il tempio era ordinato. E in tal senso nelle sezioni
del tabernacolo sono indicate le varie parti dell'universo.
Infatti la parte denominata Santo dei Santi rappresentava il mondo
superiore delle sostanze spirituali; invece il Santo indicava il
mondo corporeo. - Ecco perché il Santo era diviso dal Santo dei
Santi con un velo di quattro colori: del bisso, che designa la
terra, poiché il bisso, cioè il lino, nasce dalla terra; della porpora,
che indica l'acqua, poiché veniva estratta da certe conchiglie marine;
del giacinto, che indica l'aria, poiché ha un colore ceruleo;
e del cocco tinto due volte, che sta a indicare il fuoco.
E questo perché la materia dei quattro elementi ci è di ostacolo per
la manifestazione delle sostanze incorporee. - Ecco perché nel tabernacolo
più recondito, cioè nel Santo dei Santi, entrava una
sola volta all'anno il solo sommo sacerdote: per indicare che l'ultima
perfezione dell'uomo consiste nell'essere ammesso in codesto mondo.
Invece nel tabernacolo antistante, cioè nel Santo, i sacerdoti
entravano ogni giorno, ma non vi entrava il popolo, che era ammesso
solo nell'atrio; poiché il popolo è capace di percepire solo
le cose materiali; mentre i soli sapienti sono capaci di raggiungere
con la riflessione le ultime ragioni delle cose.
Stando poi al secondo motivo, o ragione, che è d'ordine figurale,
il tabernacolo antistante, ossia il Santo, indica lo stato dell'antica
legge, come insegna l'Apostolo; poiché in codesto tabernacolo "entravano
in qualunque momento i sacerdoti, per compiere il loro servizio
relativo ai sacrifici". Invece il tabernacolo più recondito,
cioè il Santo dei Santi, indicava o la gloria celeste, oppure lo stato
spirituale della nuova legge, che è un preludio della gloria futura.
In tale stato ci ha introdotto il Cristo; e ciò veniva prefigurato
dal fatto che una volta all'anno il solo sommo sacerdote entrava nel
Santo dei Santi. - Il velo poi stava a indicare che negli antichi sacrifici
erano sottintesi i sacrifici spirituali (della nuova legge).
Codesto velo era di quattro colori:
bianco, per indicare la purezza dei corpi; porpora, per raffigurare
le tribolazioni che i Santi avrebbero sofferto per Dio; scarlatto,
tinto due volte, per significare la duplice carità di Dio e del prossimo;
celeste, per indicare la contemplazione delle cose celesti. - Però
nello stato dell'antica legge diversa era la condizione del
popolo e dei sacerdoti. Infatti il popolo guardava ai sacrifici offerti
nell'atrio. I sacerdoti invece consideravano le ragioni di codesti sacrifici,
avendo una fede più esplicita dei misteri di Cristo.
Ecco perché essi entravano nel tabernacolo antistante. E questo
era separato dall'atrio mediante un velo: poiché alcune cose riguardanti
il Cristo erano velate al popolo, ma note ai sacerdoti.
Tuttavia, come osserva S. Paolo, esse non erano loro svelate pienamente
come avvenne poi nel nuovo testamento.
5. Nella legge fu introdotta l'adorazione verso l'occidente, per preservare
dall'idolatria: infatti tutti i gentili, per venerazione
verso il sole, adoravano volti ad oriente; in Ezechiele, p. es., si
legge che alcuni "erano voltati con la schiena al tempio del Signore,
e con la faccia verso l'oriente, e adoravano il sole".
Per evitare questo il tabernacolo aveva il Santo dei Santi all'occaso,
perché adorassero verso l'occidente.
La ragione figurale può esser questa, che tutto l'ordinamento del primo
tabernacolo era preordinato a raffigurare la morte di Cristo,
indicata dall'occaso; secondo l'espressione del Salmo: "Colui che s'avanza
sopra l'occaso, il suo nome è il Signore".
6. Di quanto era contenuto nel tabernacolo si possono dare ragioni letterali
e figurali. Le ragioni letterali (o storiche) si riferiscono al culto di Dio.
E poiché il tabernacolo più recondito, cioè il Santo dei Santi, stava a indicare
il mondo superiore delle sostanze spirituali, in esso si conservavano tre cose.
E cioè l'arca dell'alleanza, in cui c'era il vaso d'oro con la manna, la verga
di Aronne che era fiorita, e le tavole in cui erano scritti i dieci
comandamenti della legge. E codesta arca era posta tra due cherubini,
che si guardavano reciprocamente. Sull'arca poi c'era una tavola chiamata
propiziatorio, che poggiava sulle ali dei cherubini, come fosse portata da essi:
quasi immaginando che codesta tavola fosse il trono di Dio.
Perciò era chiamata propiziatorio; come se, sollecitato dalle preghiere
del sommo sacerdote, di là Dio si mostrasse propizio al popolo.
E veniva portata dai cherubini, per mostrare la sudditanza degli
angeli a Dio: mentre l'arca dell'alleanza
era come lo sgabello di colui che sedeva sul propiziatorio.
Ora, queste tre cose indicano le tre realtà che si riscontrano nel
mondo superiore. E cioè Dio, che è sopra tutti gli esseri, e trascende
qualsiasi creatura. Perciò di lui non si dava nessuna immagine,
per ricordare la sua invisibilità. Si era invece collocata
una figura del suo trono: poiché la creatura, che è sottoposta a
Dio come il trono a chi vi si siede, è sempre circoscritta. In codesto
mondo superiore ci sono poi le sostanze spirituali, ossia gli
angeli. Questi venivano indicati dai due cherubini, i quali si guardavano
reciprocamente, per indicare la loro mutua concordia, secondo
quel detto della Scrittura: "Egli produce la concordia nelle altezze".
E non fu posto un cherubino solo, per indicare la molteplicità
degli spiriti celesti, e per escludere il loro culto da parte
di coloro ai quali era stato comandato di adorare un unico Dio.
Inoltre in codesto mondo di esseri intellettuali si trovano come
racchiuse le ragioni di quanto si compie nel nostro mondo, come
le ragioni degli effetti sono racchiuse nelle loro cause, e quelle
dei manufatti si trovano nell'artigiano. E ciò viene indicato dall'arca,
nella quale erano raffigurate le tre cose principali del vivere umano,
mediante le tre cose ivi contenute: la sapienza, rappresentata
dalle tavole dell'alleanza; il potere, rappresentato dalla
verga di Aronne; la vita, rappresentata dalla manna, che della
vita era stata il sostentamento. Oppure si può dire che da queste
tre cose venivano espressi tre degli attributi divini: la sapienza
dalle tavole; la potenza dalla verga; la bontà dalla manna, sia per
la sua dolcezza, sia perché concessa al popolo dalla divina misericordia;
ed ecco perché veniva conservata in ricordo della misericordia
divina. - E queste tre cose furono indicate anche nella visione di Isaia.
Egli vide il Signore che sedeva sopra un trono eccelso ed elevato;
i serafini che lo attorniavano; e l'edificio era ripieno della gloria di Dio.
Infatti un serafino gridava: "tutta la terra è piena della sua gloria".
Ecco quindi che le immagini dei seraflni non furono prescritte perché
si adorassero, il che era proibito dal primo precetto della legge:
ma per indicare il loro ministero, come abbiamo accennato.
Anche nel tabernacolo esterno, che simboleggiava il mondo presente,
vi erano tre cose: l'altare degli incensi, che era dirimpetto all'arca;
la mensa della proposizione, su cui si deponevano dodici pani,
e che era collocata verso settentrione; e il candelabro dalla parte
di mezzogiorno. E queste tre cose sembrano corrispondere alle tre
racchiuse nell'arca, rappresentando le stesse verità,
però in modo piu evidente: poiché le ragioni delle cose hanno
bisogno di una dimostrazione più chiara di come si trovano nella
mente di Dio e degli angeli, perché possano conoscerle gli uomini saggi,
indicati nei sacerdoti che avevano accesso al tabernacolo.
Perciò nel candelabro veniva indicata, come in un segno sensibile,
la sapienza, che invece era espressa nelle tavole con parole
intelligibili. - L'altare degli incensi indicava l'ufficio dei sacerdoti,
che hanno il compito di condurre il popolo a Dio: e questo era indicato
anche dalla verga. Infatti in codesto altare erano bruciati gli incensi
dall'odore gradevole, che indicava la santità del
popolo accetto a Dio: poiché come dice l'Apocalisse, il profumo
degli aromi significa "le giustificazioni dei santi". Ed era giusto
che nell'arca la dignità sacerdotale fosse indicata dalla verga,
mentre nel tabernacolo esterno era indicata dall'altare dell'incenso:
perché il sacerdote è il mediatore tra Dio e il popolo, governando
il popolo col potere di Dio, raffigurato dalla verga; e offre
il frutto del suo regime, cioè la santità del popolo, come sull'altare
dell'incenso. - La mensa poi, come la manna, sta a indicare
il nutrimento di vita. Ma il nutrimento della mensa è più ordinario
e grossolano, mentre l'altro è più dolce e raffinato. - Era giusto,
inoltre, che il candelabro fosse verso il meridione, e la mensa
verso il nord; perché il meridione è la parte destra del mondo,
mentre il settentrione ne è la sinistra, come insegna Aristotele;
ora la sapienza, con gli altri doni spirituali, appartiene alla destra;
e il nutrimento materiale alla sinistra, secondo l'espressione
della Scrittura: "Nella sua sinistra ricchezze e gloria". - Invece
il potere sacerdotale sta in mezzo, tra le cose temporali e la sapienza
spirituale: perché esso dispensa e la sapienza spirituale e le cose temporali.
Tuttavia di tutte codeste cose si può dare una spiegazione ancora più (storica o)
letterale. Infatti nell'arca erano conservate le tavole della legge,
per evitarne la dimenticanza; per questo nell'Esodo si legge: "Ti darò
due tavole di pietra, la legge e i comandamenti che ho scritto, perché tu li insegni ai figli d'Israele". - La verga di Aronne
stava là per togliere ogni disputa nel popolo sul sacerdozio di Aronne;
così infatti si dice nei Numeri: "Riponi la verga di Aronne
nel tabernacolo della testimonianza, affinché vi sia conservata come segno ai ribelli figli d'Israele". - La manna era conservata
nell'arca in ricordo dei benefici di Dio verso i figli d'Israele nel deserto;
poiché nell'Esodo si legge: "Riempine un omer, e si serbi nelle future
generazioni, perché vedano con qual pane io vi ho nutriti nel deserto". - Il candelabro, poi, era stato ordinato al decoro del tabernacolo:
infatti la buona illuminazione contribuisce alla magnificenza di un edificio.
Come Giuseppe Flavio riferisce, il candelabro aveva sette braccia,
per indicare i sette pianeti che illuminano tutto il mondo.
Ed ecco perché il candelabro era posto verso mezzogiorno; perché da
quella parte si svolge per noi il corso dei pianeti. - Invece l'altare
degli incensi fu escogitato, perché nel tabernacolo ci fosse sempre
un fumo profumato: sia per il rispetto verso il tabernacolo;
sia per togliere il puzzo connesso con l'effusione del sangue e con
l'uccisione di animali. Infatti le cose puzzolenti sono disprezzate
come vili: mentre si apprezzano di più quelle che profumano. - La mensa poi
sta a indicare che i sacerdoti, addetti al tempio, devono avere dal tempio
il loro vitto: infatti, come ricorda il Vangelo, soltanto ai sacerdoti
era permesso di mangiare i dodici pani che sopra vi si ponevano in memoria
delle dodici tribù. Ma la mensa non era posta nel mezzo di fronte
al propiziatorio, per evitare un rito idolatrico: infatti i pagani nei
sacrifici offerti alla luna mettevano la mensa davanti all'idolo di essa;
cosicché si legge in Geremia: "Le donne impastano la farina
per fare focacce alla regina del cielo".
Ma l'altare degli olocausti, in cui si offrivano sacrifici a Dio di
quanto il popolo possedeva, si trovava nell'atrio fuori del tabernacolo.
Perciò nell'atrio era ammesso il popolo che offriva a Dio
codeste cose, servendosi delle mani dei sacerdoti. Invece all'altare
interno, in cui si offriva a Dio la devozione e la santità stessa del
popolo, non potevano accedere che i sacerdoti, cui spettava il
compito di offrire il popolo a Dio. Ma l'altare suddetto era stato
predisposto fuori del tabernacolo, per eliminare il culto idolatrico:
infatti i pagani erigevano gli altari dentro i templi per immolare agli idoli.
La ragione figurale (o mistica) di tutte codeste cose va assegnata,
considerando i rapporti del tabernacolo col Cristo. Si tenga
presente, però, che per esprimere l'imperfezione delle antiche figure,
nel tempio furono stabilite figure molteplici per indicare il Cristo.
Viene infatti indicato dal propiziatorio; essendo egli, come
dice S. Giovanni, "propiziazione per i nostri peccati". - Ed è giusto
che codesto propiziatorio sia portato dai Cherubini; poiché di
lui sta scritto: "Lo adorino tutti gli angeli di Dio". - Inoltre
egli viene indicato dall'arca: perché come l'arca era stata costruita
con legno di setim, così il corpo di Cristo fu costruito di
membra purissime. - Ed era dorata: perché Cristo fu pieno di sapienza
e di carità, rappresentate dall'oro. E dentro l'arca c'era un vaso d'oro,
cioè un'anima santa, il quale conteneva la manna, cioè "tutta la pienezza
della divinità". E nell'arca c'era la verga, ossia il potere sacerdotale:
perché Cristo fu "fatto sacerdote in eterno". Vi erano ancora le parole
dell'alleanza, per indicare che Cristo era il vero legislatore. - Inoltre
il Cristo era raffigurato dal candelabro, poiché egli disse: "Io sono la luce
del mondo"; e le sette lucerne indicavano i sette doni dello Spirito Santo.
E viene raffigurato dalla mensa, essendo egli il cibo spirituale, secondo
l'espressione evangelica: "Io sono il pane vivo"; e i dodici pani
raffigurano i dodici Apostoli, o la loro dottrina. Oppure il candelabro
e la mensa possono indicare la dottrina e la fede della Chiesa,
che insieme illumina e ristora spiritualmente. - Inoltre il Cristo viene
indicato dai due altari degli olocausti e degli incensi.
Poiché noi dobbiamo servirci della sua mediazione per offrire a Dio tutte le azioni virtuose: sia quelle in cui affliggiamo la nostra carne,
e che offriamo in qualche modo sull'altare degli olocausti;
sia quelle che con una perfezione spirituale più grande,
i perfetti offrono a Dio in Cristo con i loro desideri, come sull'altare
degli incensi, secondo le parole di S. Paolo: "Per lui dunque
offriamo continuamente a Dio un sacrificio di lode".
7. Il Signore comandò la costruzione degli altari, per offrire doni
e sacrifici in onore di Dio e per il sostentamento dei ministri del
santuario. Ora, per la costruzione dell'altare il Signore diede due
comandi. Il primo all'inizio della legge, e in esso comandò che si
costruissero "un altare di terra, oppure di pietre non lavorate";
e quindi di non costruire un altare alto, al quale bisognerebbe "salire
con dei gradini". E questo per condannare il culto idolatrico:
infatti i pagani costruivano altari ornati e sublimi, nei quali credevano
di trovare qualche cosa di santo e di divino. Per la stessa
ragione il Signore diede anche questo comando: "Non pianterai
boschetti né albero alcuno presso l'altare del Signore Dio tuo";
invece gli idolatri usavano sacrificare sotto gli alberi, per l'amenità
e per l'ombra. - Codesti precetti ebbero anche una ragione
figurale (o mistica). In Cristo infatti, che è il nostro altare, dobbiamo
ammettere una carne reale, rispetto all'umanità, il che
equivale a costruire un altare di terra; e rispetto alla sua divinità
dobbiamo ammettere in lui l'uguaglianza col Padre, che equivale
a non salire per gradini all'altare. E neppure dobbiamo tollerare
accanto a Cristo la dottrina dei pagani che provoca alla lussuria.
Una volta però costruito il tabernacolo in onore di Dio, non
c'era più motivo di temere codeste occasioni di idolatria. Perciò
il Signore comandò di costruire di bronzo l'altare degli olocausti,
e alto da potersi scorgere da tutto il popolo; e di usare l'oro nel costruire
l'altare dell'incenso, visibile ai soli sacerdoti. D'altra parte la
preziosità del bronzo non era tanta, da provocare il popolo all'idolatria.
Siccome però nell'Esodo si dà la ragione di codesto precetto,
"Non salirai
per gradini al mio altare, perché non si scopra la tua nudità";
si deve notare che anche questo mirava a combattere
l'idolatria: infatti nei sacrifici di Priapo i pagani scoprivano le
loro vergogne. Ma in seguito ai sacerdoti venne imposto l'uso delle
mutande, per coprire le vergogne. E allora si poté stabilire senza
pericolo una tale altezza dell'altare, cosicché i sacerdoti nell'offrire
i sacrifici dovevano salire dei gradini di legno, non fissi ma portatili.
8. Il corpo del tabernacolo era costituito da un certo numero di
tavole erette su tutta la sua lunghezza, tavole che internamente
erano coperte da cortine dai vari colori: bianco, violaceo, porpora
e rosso vermiglio. Ma codeste cortine coprivano soltanto i lati
del tabernacolo; invece sul tetto c'era una prima copertura di
pelli violacee; e su di essa una seconda di pelli tinte di rosso; e
finalmente una terza copertura di sai di crine, e questi non coprivano
soltanto il tetto del tabernacolo, ma scendevano fino a terra,
e coprivano all'esterno le tavole del tabernacolo. Ora, la ragione
storica o letterale di codeste coperture era l'ornamento e la protezione
del tabernacolo, perché fosse venerato. Però in particolare,
secondo alcuni, le cortine avrebbero designato il cielo sidereo,
abbellito dalle varie costellazioni; i sai avrebbero raffigurato le
acque esistenti sopra il firmamento; le pelli tinte di rosso
il cielo empireo in cui si trovano gli angeli; e le pelli violacee il
cielo della SS. Trinità.
Ma la ragione figurale sta nel fatto che le tavole, le quali formavano
la struttura del tabernacolo, simboleggiavano i semplici
cristiani, che formano la Chiesa. Le tavole poi erano coperte di
cortine dai quattro colori; perché i fedeli sono ornati interiormente
di quattro virtù: infatti, come nota la Glossa, "nel colore del bisso
ritorto viene indicata la carne riluttante nella castità; nel violetto,
l'anima desiderosa delle cose celesti; nella porpora, la carne soggetta
alle tribolazioni; nel cocco vermiglio tinto due volte è raffigurata l'anima
che tra le sofferenze risplende per l'amore di Dio e del prossimo".
Invece le coperture del tetto indicano
i prelati e i maestri: nei quali deve risplendere la vita celeste,
indicata dalle pelli violacee; la prontezza al martirio, indicata
dalle pelli tinte di rosso; l'austerità della vita e la sopportazione
delle avversità, indicate, come dice la Glossa, dal saio di crine esposto
ai venti e alle piogge.
9. La consacrazione del tabernacolo e dei suoi arredi aveva come
ragione storica lo scopo di conferire ad essi maggiore riverenza,
mediante codesta consacrazione al culto di Dio. - E come ragione
figurale codesta consacrazione stava a indicare la consacrazione
spirituale del tabernacolo vivente, cioè dei fedeli, che costituiscono
la Chiesa di Cristo.
10. Nell'antica legge vi erano sette feste transitorie e una continua,
come si rileva dal libro dei Numeri. Infatti vi era come
una festa continua per il fatto che ogni giorno, mattina e sera, si
immolava un agnello. E codesta festa continua del "sacrificio permanente"
rappresentava la perpetuità della divina beatitudine.
La prima delle feste transitorie era quella che si ripeteva ogni
settimana. Era questa la solennità del Sabato, celebrata in ricordo
della creazione dell'universo, come sopra abbiamo spiegato. - La seconda
veniva ripetuta ogni mese, ed era la festa della Neomenia: essa veniva
celebrata per ricordare il governo divino del mondo. Infatti gli esseri
inferiori specialmente cambiano secondo il moto della luna:
ecco perché tale solennità veniva celebrata nella luna nuova; non già nel
plenilunio, per escludere il culto degli idolatri, i quali proprio allora
sacrificavano alla luna. - Ora, questi due benefici sono comuni a tutto
il genere umano: ecco perché tali solennità erano ripetute più spesso.
Invece le altre cinque feste venivano celebrate una volta l'anno:
e in esse venivano ricordati i benefici speciali accordati al popolo ebreo.
Infatti nel primo mese veniva celebrata la Pasqua, per ricordare
la liberazione dall'Egitto. - Dopo cinquanta giorni si celebrava la festa
di Pentecoste, per ricordare la promulgazione della legge. - Le altre tre
feste venivano celebrate nel settimo mese, che presso gli ebrei era quasi
tutto festivo, come il giorno settimo. Infatti nel primo giorno del settimo mese
c'era la festa delle Trombe, in ricordo della liberazione di Isacco, quando
Abramo trovò un montone impigliato per le corna, ricordate con i corni di
cui si servivano per suonare. - Ma la festa delle trombe era come
un invito a prepararsi alla festa successiva, che si celebrava il
decimo giorno. Questa era la festa dell'Espiazione, in memoria del
perdono accordato da Dio, alle preghiere di Mosè, per il peccato
commesso dal popolo con l'adorazione del vitello d'oro. - Seguiva
la festa della Scenopegia, cioè dei Tabernacoli, di sette giorni, per
ricordare la guida e la protezione divina attraverso il deserto,
dove gli ebrei abitarono nelle tende. Perciò in codesta solennità
essi dovevano portare "il frutto dell'albero più bello", cioè del cedro,
e "l'albero dalle folte fronde", e cioè il mirto, che sono odorosi;
dovevano portare "rami e palme", e "salici di torrente", che conservano
a lungo la loro freschezza, tutte cose che si trovano nella terra promessa,
per indicare che Dio attraverso la terra arida del deserto li aveva condotti
in una terra deliziosa. - Nel giorno ottavo veniva celebrata un'altra festa,
quella cioè dell'Assemblea e della Colletta, nella quale venivano raccolte tra
il popolo le offerte necessarie al culto divino. Ed esprimeva la concordia
del popolo e la pace ottenuta nella terra promessa.
La ragione figurale di tali feste sta in questo, che il sacrificio
perenne dell'agnello prefigurava la perpetuità del Cristo, che è l'Agnello
di Dio, secondo l'insegnamento di S. Paolo: "Gesù Cristo è lo stesso
ieri, oggi e sempre". - Il Sabato significa,
come dice l'Apostolo, il riposo spirituale procuratoci dal Cristo. - Le
Neomenie, cioè le lune nuove, indicano l'illuminazione della Chiesa
primitiva da parte di Cristo, sia con la predicazione che con
i miracoli. - La Pentecoste prefigurava la discesa dello Spirito Santo
sugli Apostoli. - La festa delle Trombe preannunziava la predicazione
degli Apostoli. - La festa dell'Espiazione prefigurava la purificazione
dai peccati del popolo cristiano. Quella dei Tabernacoli indica il
peregrinare di codesto popolo in questo mondo, in cui cammina progredendo
nelle virtù. E la festa dell'Assemblea e della Colletta prefigurava
l'accolta dei fedeli nel regno dei cieli: ecco perché si dice che codesta
solennità era "santissima". Queste ultime tre feste, poi, si susseguivano
senza interruzione: perché chi è purgato dai vizi deve progredire nella virtù,
fino a raggiungere la visione di Dio, come si esprimono i Salmi.
ARTICOLO
5
Se vi sia una ragione che spieghi i sacramenti dell'antica legge
SEMBRA che non vi possa essere una ragione che giustifichi i sacramenti
dell'antica legge. Infatti:
1. Quanto si compie per il culto di Dio non deve somigliare alle
pratiche degli idolatri; nel Deuteronomio infatti si legge: "Non farai
così col Signore Dio tuo; perché tutte le abominazioni che il Signore
detesta essi le fecero per i loro dei". Ora, gli idolatri usavano
nei loro riti ferirsi fino allo spargimento del sangue: infatti
nella Scrittura si legge che "essi si facevano come è loro costume
delle incisioni con coltelli e lancette, fino a grondare sangue".
Per questo il Signore aveva comandato: "Non vi farete incisioni e
non vi raderete tra gli occhi per un morto". Perciò la circoncisione
istituita dalla legge è ingiustificabile.
2. Le azioni riguardanti il culto di Dio devono essere oneste e
gravi secondo le parole del Salmo: "In mezzo a un popolo grave
io ti loderò". Ora, mangiare in fretta sa di leggerezza.
Dunque non è ragionevole il comando di mangiare in fretta l'agnello
pasquale. Del resto anche le altre prescrizioni riguardanti codesto
banchetto sembrano del tutto irragionevoli.
3. I sacramenti dell'antica legge erano figura dei sacramenti
della legge nuova. Ma come l'agnello pasquale prefigurava l'Eucarestia,
secondo le parole di S. Paolo: "Cristo, nostra Pasqua, è stato immolato".
Così dovevano esserci altri sacramenti per rappresentare gli altri sacramenti
della nuova legge, quali la Confermazione, l'Estrema Unzione e il Matrimonio.
4. È ragionevole una purificazione soltanto per delle immondezze.
Ma rispetto a Dio nessuna cosa materiale è da ritenersi immonda:
perché ogni corpo è creatura di Dio; e, come S. Paolo insegna, "ogni cosa
creata da Dio è buona, e nessuna è da rigettare se presa con azioni di grazie".
Perciò non era ragionevole purificarsi per il contatto di un morto,
o per altre simili contaminazioni corporali.
5. Sta scritto:
"Chi potrà essere purificato da ciò che è
immondo?".
Ora, la cenere ricavata dal bruciamento della vacca rossa
era immonda, poiché rendeva immondi: infatti era dichiarato che
il sacerdote il quale la immolava restava immondo fino al vespro,
così quello che la bruciava; e persino quello che ne raccoglieva la
cenere. Dunque non era ragionevole la prescrizione di purificare gli immondi
aspergendoli con codesta cenere.
6. I peccati non sono qualche cosa di materiale da potersi trasportare
da un luogo a un altro: così pure l'uomo non può essere mondato dai peccati
con qualche cosa d'immondo. Quindi non era ragionevole che per purificare
il popolo dai peccati il sacerdote confessasse sopra un capro i peccati
dei figli d'Israele, perché li portasse nel deserto: e che si servisse
di un altro capro per le purificazioni, bruciandolo fuori degli accampamenti,
restandone contaminato, sicché era necessario purificare con l'acqua il
corpo e le vesti.
7. Non c'è bisogno alcuno di mondare chi è già mondato. Perciò non era
ragionevole la prescrizione del Levitico di compiere una purificazione
dopo che un uomo o una cosa erano stati mondati dalla lebbra.
8. L'immondezza spirituale non può togliersi con l'acqua materiale,
o col radersi i peli. Perciò sembra irragionevole la prescrizione data
dal Signore di costruire una vasca di rame col suo basamento,
per lavare le mani e i piedi dei sacerdoti che entravano nel tabernacolo;
e l'altra prescrizione fatta ai leviti di pulirsi con l'acqua lustrale,
e di radere tutti i peli del loro corpo.
9. Chi è superiore non può essere santificato da una cosa inferiore.
Perciò è irragionevole l'uso dell'antica legge di consacrare i leviti
e i sacerdoti, maggiori e minori, con unzioni, sacrifici e offerte materiali.
10. Si legge nella Scrittura, che
"l'uomo guarda l'apparenza,
il Signore guarda il cuore". Ora, gli indumenti e le disposizioni
fisiche sono le apparenze di un uomo. Quindi non c'era motivo di prescrivere
speciali indumenti per i sacerdoti superiori e inferiori.
Così è priva di senso l'interdizione del sacerdozio
per dei difetti fisici, secondo le parole del Levitico: "Se nelle famiglie
della tua stirpe uno avrà qualche difetto, non offrirà i pani al suo Dio:
se è cieco, o zoppo, ecc.". Dunque i sacramenti dell'antica legge
erano privi di ragionevolezza.
IN CONTRARIO: Sta scritto nel Levitico:
"Io sono il Signore che
vi santifico". Ora, Dio nulla fa senza ragione: ché, come dicono
i Salmi, "tutto tu hai fatto con sapienza". Perciò nei sacramenti
dell'antica legge, ordinati alla santificazione umana, non vi era
nulla senza un motivo ragionevole.
RISPONDO: Come abbiamo spiegato sopra, propriamente si dicono
sacramenti quei riti che gli adoratori di Dio usavano come consacrazione,
abilitandoli così in qualche modo al culto di Dio. Ora,
il culto di Dio in maniera generica riguardava tutto il popolo;
mentre in modo speciale riguardava i sacerdoti e i leviti, ministri di
codesto culto. Perciò tra questi sacramenti dell'antica legge alcuni
si estendevano a tutto il popolo; e altri erano riservati ai ministri
del culto.
Ma sia con gli uni che con gli altri si perseguivano tre cose.
Primo, l'incardinazione nello stato di cultori di Dio. E tale incardinazione
in generale e per tutti veniva fatta con la circoncisione,
senza la quale nessuno era ammesso alle osservanze legali: invece
per i sacerdoti c'era una consacrazione speciale. - Secondo, si ricercava
l'uso di quanto si riferisce al culto divino. E per questo
il popolo aveva la consumazione del convito pasquale, dal quale
erano esclusi tutti gli incirconcisi: mentre i sacerdoti avevano l'oblazione
delle vittime, l'uso del pane della proposizione e di quanto era loro
riservato. - Terzo, si perseguiva l'eliminazione di quanto poteva distogliere
dal culto divino, cioè delle impurità. A tale scopo per il popolo erano
state istituite delle purificazioni da certe impurità esterne,
e alcune espiazioni per i peccati: mentre per i sacerdoti
e i leviti erano prescritte delle lavande di mani e di piedi,
nonché la rasatura dei peli.
E tutte queste cose avevano delle cause
ragionevoli, sia storico-letterali, in quanto erano ordinate al culto
divino di quel tempo, sia figurali o mistiche, in quanto erano ordinate
a prefigurare il Cristo, come vedremo nei singoli casi.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. La principale ragione storica della
circoncisione fu una professione di fede in un solo Dio. E poiché
Abramo fu il primo a separarsi dagli infedeli, uscendo dalla sua
casa e dalla sua parentela, per primo egli ricevette la circoncisione.
È questo il motivo indicato dall'Apostolo: "Egli ricevette
il segno della circoncisione come sigillo della giustizia della sua
fede nel tempo dell'incirconcisione"; si legge infatti che "ad Abramo
fu imputata la fede a giustizia", poiché "contro ogni speranza credette
nella speranza", egli cioè contro la speranza di ordine naturale,
essendo già vecchio, ed essendo vecchia e sterile la sua
moglie, credette alla speranza d'ordine soprannaturale, "di diventare
padre di molte genti". E affinché la professione e l'imitazione
della fede di Abramo si radicasse nel cuore degli ebrei, questi ricevettero
un segno indelebile nella loro carne, come dice la Scrittura: "Rimarrà
nella vostra carne questo segno del mio patto, come eterna alleanza".
E si faceva l'ottavo giorno, perché prima il bambino troppo tenero,
ne potrebbe ricevere un grave danno, ed è considerato come ancora
non consolidato: difatti anche gli animali non venivano offerti
prima dell'ottavo giorno. E non si tardava di più, affinché nessuno
rifiutasse la circoncisione per il dolore, e anche perché i genitori,
il cui amore verso i figli aumenta con la frequenza dei rapporti
e con la crescita, non li sottraessero poi a quel rito. - Il secondo
motivo potrebbe essere quello di frenare la concupiscenza del membro
virile. - Il terzo potrebbe essere quello di fare uno spregio ai riti
di Venere e di Priapo, nei quali si onorava questa parte del corpo. - Del
resto il Signore non aveva proibito che le incisioni delle pratiche
idolatriche: ma ad esse la circoncisione non somigliava affatto.
Invece la ragione figurale della circoncisione era quella di rappresentare
il rigetto della corruzione che sarebbe stato compiuto da Cristo,
e che avrà il suo compimento nell'ottava età (del mondo),
cioè al tempo della resurrezione finale.
E poiché in noi ogni corruzione di peccato o di pena deriva dal peccato
originale del nostro progenitore, codesta circoncisione si faceva sul membro
della generazione. Infatti l'Apostolo afferma: "In Cristo siete stati circoncisi,
con una circoncisione non fatta da mano d'uomo nella spogliazione del corpo di
carne, ma nella circoncisione del Signore nostro Gesù Cristo".
2. La ragione storica del convito pasquale fu quella di commemorare
la liberazione del popolo ebreo dall'Egitto. Perciò con la
celebrazione di codesto convito si confessava di appartenere a
quel popolo, che Dio si era prescelto in Egitto. Infatti quando essi
furono liberati dall'Egitto, fu loro comandato di tingere col sangue
dell'agnello i battenti superiori delle porte di casa, come per
affermare che si abbandonavano i riti degli egiziani, i quali adoravano
il montone. Perciò essi furono liberati, mediante l'aspersione del sangue
dell'agnello sulle porte delle case, dal pericolo dello sterminio
che incombeva sugli egiziani.
Ora, in quella loro uscita dall'Egitto, come si legge nell'Esodo,
ci furono due circostanze: la fretta di uscire, per l'incalzare degli
egiziani; e il pericolo, per chi non si affrettava, di restare isolato
dal popolo che trasmigrava, e di essere ucciso così dagli egiziani.
Ebbene tale fretta era designata in due modi. Primo, con ciò che mangiavano.
Infatti era stato loro comandato di mangiare pane azzimo, per esprimere
che "non potevano farlo fermentare, sotto la pressione degli egiziani";
di mangiare l'agnello arrostito al fuoco, che così veniva preparato
più rapidamente; e di non spezzare le ossa, perché nella fretta non c'è tempo
di farlo. Secondo, con la maniera di mangiare. Infatti nell'Esodo si
legge: "Vi cingerete i fianchi, avrete i calzari ai piedi e il bastone
in mano, e mangerete in fretta"; il che designa chiaramente degli uomini
pronti per viaggiare. Lo stesso si dica per l'altra prescrizione: "Lo
mangerete tutto in una casa; non porterete delle sue carni fuori": perché
appunto la fretta non dava tempo di mandarne in regalo. - Finalmente
le amarezze sofferte in Egitto erano indicate dalle lattughe di campo.
La ragione mistica poi, o figurale, è evidente. Perché nell'immolazione
dell'agnello pasquale era prefigurata l'immolazione di Cristo,
secondo l'insegnamento di S. Paolo: "Cristo, nostra Pasqua, è stato
immolato". E il sangue dell'agnello, che libera dallo
sterminio con la sua comparsa sulle porte delle case, sta a significare
la fede nella passione di Cristo nel cuore e sulla bocca dei fedeli,
la quale fede ci libera dal peccato e dalla morte, secondo le parole
di S. Pietro: "Siete stati riscattati col prezioso sangue dell'Agnello
immacolato". Quelle carni poi venivano mangiate, per indicare
la consumazione del corpo di Cristo nel Sacramento. Ed erano arrostite
al fuoco, per indicare la passione, oppure la carità di Cristo.
Erano poi mangiate col pane azzimo, per designare la
vita illibata dei fedeli ammessi a cibarsi del corpo di Cristo, secondo
l'esortazione dell'Apostolo: "Banchettiamo negli azzimi della purezza
e della verità". E si aggiungevano le lattughe di campo in segno
della penitenza dei peccati, necessaria a chi riceve il corpo di Cristo.
Le reni poi vanno cinte col cingolo della castità.
Mentre i calzari dei piedi sono gli esempi dei Santi Padri già morti.
Il bastone da tenere in mano indica la vigilanza pastorale.
E si prescrive di mangiare l'agnello pasquale in una sola casa,
cioè nella Chiesa Cattolica, e non nelle conventicole degli eretici.
3. Alcuni sacramenti della nuova legge ebbero nella legge antica
dei sacramenti figurali corrispondenti. Infatti alla circoncisione
corrisponde il Battesimo, che è il sacramento della fede; poiché
come si esprime S. Paolo: "Siete stati circoncisi nella circoncisione
del Signore nostro Gesù Cristo, sepolti con lui nel Battesimo".
Al convito dell'agnello pasquale corrisponde nella nuova legge il
sacramento dell'Eucarestia. E a tutte le purificazioni dell'antica
legge corrisponde nella legge nuova il sacramento della Penitenza.
Finalmente alla consacrazione dei pontefici e dei sacerdoti corrisponde
il sacramento dell'Ordine.
Ma al sacramento della Confermazione, che è il sacramento della pienezza
della grazia, non poteva corrispondere nessun sacramento nella legge antica:
poiché non era ancora giunto il tempo della pienezza,
per il fatto che "la legge non condusse nessuno alla perfezione". - Lo stesso
si dica per l'Estrema Unzione, che è una preparazione immediata ad entrare
nella gloria, le cui porte non erano ancora aperte nell'antica legge,
non essendone stato versato il prezzo. - Il Matrimonio poi esisteva nell'antica
legge solo in quanto compito di natura; non già in quanto è il sacramento
dell'unione di Cristo con la Chiesa, la quale non era stata ancora costituita.
Infatti nell'antica legge era ammesso il libello del ripudio,
che è contro la natura del sacramento.
4. Le purificazioni dell'antica legge erano ordinate a togliere gli
ostacoli del culto divino. Il quale culto è di due specie: spirituale,
consistente nella devozione dell'anima a Dio; e corporale, consistente
nei sacrifici, nelle oblazioni e in altre cose del genere. Ora,
gli uomini sono ostacolati nel culto spirituale dai peccati:
dall'idolatria, p. es., dall'omicidio, dagli adulteri e dall'incesto,
dai quali essi vengono contaminati. E da queste contaminazioni gli uomini
venivano purificati con dei sacrifici, che erano offerti o per tutto
il popolo, oppure per i peccati dei singoli. Non che codesti sacrifici
materiali avessero di suo la virtù di espiare i peccati: ma perché
prefiguravano l'espiazione futura del Cristo, di cui erano partecipi
anche gli antichi, professando la fede nel Redentore in codesti
sacramenti figurali.
Gli uomini erano poi ostacolati nel culto esterno
da certe contaminazioni corporali: principalmente da quelle che si
riscontravano in loro stessi, ma di conseguenza anche da quelle degli
animali, delle vesti, delle cose e dei vasi. La contaminazione
personale poteva derivare in parte dalla persona stessa, e in parte
dal contatto con esseri immondi. Per parte dell'uomo stesso veniva
considerato immondo tutto ciò che presenta già una corruzione,
e che ad essa è abbandonato. E poiché la morte è una corruzione,
il cadavere di un uomo era considerato immondo. Così pure erano
considerati immondi i lebbrosi, perché la lebbra deriva dalla corruzione
degli umori, i quali promanano anche al di fuori e infettano gli altri.
E così le donne soggette al flusso di sangue, o per malattia, o per natura,
sia al tempo delle mestruazioni, che nel tempo del concepimento.
Per lo stesso motivo erano considerati immondi gli uomini che soffrivano
perdite di sperma, o per malattia, o per una polluzione notturna,
oppure per il coito. Infatti ogni secrezione del genere presenta
una certa contaminazione di immondezza. - Si riscontrava, poi, un'altra
fonte di contaminazione, nel contatto con qualsiasi essere immondo.
Ora, in codeste contaminazioni possiamo trovare ragioni letterali
e figurali. Le prime si riducono al rispetto per le cose riguardanti
il culto divino. Sia perché gli uomini non osano toccare oggetti
preziosi quando sono sporchi. Sia anche perché l'avvicinarsi
di rado alle cose sacre, ne accresce la venerazione. Infatti essendo
difficile il caso che uno potesse evitare tutte codeste impurità,
capitava di rado che gli uomini potessero avere un contatto con
quanto riguardava il culto divino: e allora quando si avvicinavano,
lo facevano con maggiore rispetto e interiore umiltà di cuore. - In certi
casi però la ragione letterale era quella che gli uomini non temessero di praticare il culto divino, come se si trattasse
di fuggire lebbrosi o altri malati ripugnanti e contagiosi. - E in
altri casi si voleva togliere il pericolo dell'idolatria; poiché
i pagani nei loro riti talora usavano il sangue e lo sperma umano. - Però
tutte codeste contaminazioni corporali venivano eliminate, o con la sola
aspersione dell'acqua; oppure, quando erano più gravi, mediante un
sacrificio per espiare il peccato, dal quale esse provenivano.
Invece la ragione figurale di codeste impurità era quella di rappresentare
nelle contaminazioni esterne i diversi peccati. Infatti
l'immondezza di qualsiasi cadavere sta a indicare l'immondezza
del peccato che è la morte dell'anima. Invece l'immondezza della
lebbra sta a indicare l'immondezza delle dottrine ereticali: sia
perché la dottrina degli eretici è contagiosa come la lebbra; sia
anche perché non c'è una falsa dottrina la quale non abbia del
vero mescolato alla sua falsità, come sulla pelle del lebbroso la
carne integra appare vicina alle chiazze di quella maculata. L'impurità
di una emorroissa sta a designare l'impurità dell'idolatria,
per il sangue dei sacrifici. Mentre l'impurità dell'uomo che soffre
perdite di sperma, o seme, rappresenta l'impurità del parlare inutile:
poiché "il seme è la parola di Dio". L'immondezza del coito
e del parto ricorda l'immondezza del peccato originale. E quella
della donna mestruata rappresenta l'impurità dell'anima rammollita
dai piaceri. E in genere le contaminazioni dovute ai contatti
con le cose immonde rappresentano la contaminazione del consentire
ai peccati altrui, contro l'ammonizione dell'Apostolo: "Uscite
di mezzo ad essi, e separatevene, e non toccate cosa impura".
E questa contaminazione per contatto si estendeva persino
alle cose inanimate: tutto ciò, infatti, che toccava un essere immondo,
diventava immondo. In questo la legge mitigò la superstizione
dei gentili, per i quali la contaminazione non si estendeva
soltanto mediante il contatto, ma anche col conversare e col guardare:
come nota Mosè Maimonide, parlando della donna mestruata. - In senso
mistico ciò esprime quanto nella Scrittura si afferma: "Ugualmente
sono odiosi a Dio l'empio e la sua empietà".
Vi era poi una contaminazione diretta delle cose inanimate: e
così vi era l'immondezza della lebbra nelle case e nelle vesti.
Infatti, come dalla corruzione degli umori, che imputridisce e
corrode la carne, viene la lebbra nell'uomo, così dalla corruzione o
da un eccesso di umidità o di siccità avviene talora una corrosione
nelle pietre della casa, o anche nelle vesti. Ed ecco perché
codesto guasto è chiamato lebbra dalla legge, rendendo immonde
la casa e le vesti: perché qualsiasi corruzione implica una contaminazione,
come abbiamo spiegato; e per il fatto che i pagani
contro codesta corruzione, veneravano gli dei Penati. Perciò la
legge prescrisse che dove si fosse prodotto un guasto persistente
di questo genere, le case venissero distrutte e le vesti bruciate, per
togliere un'occasione di idolatria. - Vi era poi una contaminazione
dei vasi, di cui si dice: "Un vaso che non abbia coperchio, o altra
legatura di sopra, sarà immondo". La causa di codesta immondezza
sta nel fatto che facilmente poteva cadere in codesti vasi qualche cosa
d'immondo, che li avrebbe contaminati. E ciò era comandato anche
per evitare l'idolatria: infatti gli idolatri credevano che se topi,
o lucertole, oppure altri animali del genere, che essi immolavano agli idoli,
fossero caduti improvvisamente nell'acqua, erano accetti agli dei.
E anche adesso ci sono delle donnicciole le quali lasciano scoperti
i vasi in ossequio a divinità della notte, che esse chiamano Giane.
La ragione figurale di codeste contaminazioni sta nel fatto che
la lebbra della casa significava l'immondezza delle congreghe ereticali.
Invece la lebbra sulle vesti di lino indicava la perversione
dei costumi dovuta alla durezza dell'animo. Mentre la lebbra sulle
vesti di lana indicava la perversità degli adulatori. La lebbra
sull'ordito indica i vizi dell'anima, e quella sulla trama indica i
peccati carnali: infatti, come l'ordito è incluso nella trama, così
l'anima è nel corpo. I vasi poi privi di coperchio o di legatura,
stanno a indicare l'uomo cui manca la custodia del silenzio, e che
è sciolto da qualsiasi norma di disciplina.
5. Come abbiamo già notato, c'erano due specie d'immondezza
legale. La prima è connessa a una corruzìone dell'anima o del
corpo: e questa è l'immondezza più grave. La seconda derivava
dal solo contatto con le cose immonde: e questa immondezza era
minore, e veniva espiata con un rito più semplice. Infatti la prima
veniva espiata col sacrificio per il peccato, poiché qualsiasi
corruzione dal peccato deriva, e il peccato esprime: invece l'altra
veniva espiata con la sola aspersione dell'acqua, e cioè da
quell'acqua di espiazione di cui parla il libro dei Numeri.
Là infatti il Signore comandava che si prendesse una vacca rossa
in ricordo del peccato commesso con l'adorazione del vitello d'oro.
E si parla di una vacca invece che di un vitello, perché così il
Signore usa denominare la sinagoga; per esempio in Osea: "Israele
come una vacca ritrosa s'è sbandato". O forse perché gli ebrei
avevano adorato delle vacche, sull'esempio degli egiziani, secondo
l'accenno di Osea: "Adorarono le vacche di Betaven". - E a riprovazione
del peccato di idolatria, essa veniva immolata fuori degli accampamenti.
Del resto tutte le volte che si faceva un sacrificio per l'espiazione
dei peccati del popolo, si bruciava tutto fuori degli accampamenti. - E per
indicare che mediante questo sacrificio il popolo era purificato
da tutti i peccati, il sacerdote intingeva le dita nel sangue di essa,
e lo spruzzava verso la parte del santuario per sette volte:
poiché il numero sette indica la totalità. L'aspersione stessa del sangue
si riduce a una riprovazione dell'idolatria, secondo la quale il sangue
delle vittime non veniva sparso, ma raccolto, e intorno ad esso gli uomini
mangiavano in onore degli idoli. - Inoltre la vittima veniva bruciata
nel fuoco. O perché Dio comparve a Mosè in mezzo al fuoco, e nel fuoco fu
data la legge. Oppure perché si voleva ricordare che l'idolatria,
e quanto ad essa appartiene, doveva essere estirpata totalmente: come la
vacca che veniva bruciata, "dando alle fiamme anche la pelle, le carni,
il sangue e gli escrementi". - Al fuoco si aggiungevano legna di cedro,
l'issopo e il cocco tinto due volte, per indicare che, come la legna
di cedro non imputridisce facilmente, e il cocco tinto due volte non perde
il colore, e l'issopo conserva l'odore anche dopo l'essiccazione,
così questo sacrificio doveva servire a conservare sia il popolo che
la sua onestà e devozione. Perciò a proposito delle ceneri di questa vacca
si dice: "Affinché servano a preservare la moltitudine dei figli d'Israele".
Oppure si può dire, con Giuseppe Flavio, che così venivano indicati i quattro
elementi: infatti al fuoco si aggiungeva il cedro, che per la sua origine
terrestre significa la terra; l'issopo, che per il suo odore significa l'aria;
e il cocco, che per la derivazione marina del suo colore,
a somiglianza della porpora, significa l'acqua. E così si
esprimeva l'idea che questo sacrificio era offerto al Creatore dei
quattro elementi. - E poiché codesto sacrificio veniva offerto per il
peccato di idolatria, a riparazione di essa venivano reputati immondi
sia chi bruciava la vittima, sia chi ne raccoglieva le ceneri,
sia chi aspergeva l'acqua in cui erano state versate codeste
ceneri: per dimostrare che qualunque oggetto appartenga in qualsiasi
maniera all'idolatria è da rigettarsi come cosa immonda. Ma
da questa contaminazione si era purificati con la sola aspersione degli
indumenti, e non c'era bisogno di lavarsi con l'acqua per codesta
contaminazione: ché altrimenti vi sarebbe stato un processo
all'infinito. Infatti chi aspergeva l'acqua diveniva immondo:
quindi se avesse asperso se stesso, sarebbe restato immondo; e se
l'avesse asperso un altro, questo sarebbe divenuto immondo; così
pure chi avesse asperso costui, e così all'infinito.
La ragione figurale di questo sacrificio sta nel fatto che la vacca
rossa prefigurava il Cristo secondo l'infermità (della carne) che
ha assunto, e che è indicata dal sesso femminile. Il colore della
vacca designa il sangue della sua passione. La vacca poi era di
un'età perfetta: perché perfetta è ogni operazione di Cristo. E
non aveva macchie, e mai aveva portato il giogo: perché Cristo
non portò mai il giogo del peccato. Fu comandato di condurla a
Mosè: perché a Cristo si volle imputare la trasgressione della legge
mosaica nella violazione del sabato. Fu comandato anche di
consegnarla al sacerdote Eleazaro: perché Cristo fu consegnato
nelle mani dei sacerdoti per essere ucciso. E veniva immolata
fuori degli accampamenti: perché "Cristo soffrì fuori della porta".
Inoltre il sacerdote intingeva il dito nel sangue della vittima:
perché mediante la discrezione, rappresentata dal dito, bisogna
considerare ed imitare il mistero della passione di Cristo. E il
sangue veniva asperso contro il tabernacolo, che designava la sinagoga:
o come per indicare la condanna degli ebrei increduli; o
per indicare la purificazione dei credenti. E questo per sette volte:
o in vista dei sette doni dello Spirito Santo; oppure per i giorni
della settimana, che indicano tutto il tempo. Inoltre tutto ciò che
riguarda l'incarnazione di Cristo dev'essere bruciato col fuoco,
cioè dev'essere inteso spiritualmente: infatti la pelle e la carne
significano l'operare esterno del Cristo; il sangue ne indica l'intima
virtù che vivifica gli atti esterni; gli escrementi stanno a indicare
la stanchezza, la sete e tutte le altre manifestazioni della sua
infermità. Si aggiungono poi tre cose: il cedro, che indica l'altezza
della speranza, o della contemplazione; l'issopo, che indica l'umiltà,
o la fede; e il cocco tinto due volte, che indica la duplice carità;
è infatti con queste virtù che dobbiamo aderire a Cristo sofferente.
E questa cenere della combustione veniva raccolta da un uomo mondo:
poiché le reliquie della passione dovevano essere raccolte dai gentili,
che non erano colpevoli della morte di Cristo. All'acqua poi dell'espiazione
si aggiungevano le ceneri; perché il battesimo deriva la sua virtù di mondare
i peccati dalla passione di Cristo. Finalmente divenivano immondi sia il
sacerdote che immolava la vacca, sia quelli che la bruciavano, e ne raccoglievano
le ceneri, e aspergevano l'acqua (della purificazione); o perché
gli ebrei sono divenuti immondi per l'uccisione di Cristo, da cui
sono invece espiati i nostri peccati; e questo fino al vespro, cioè
sino alla fine del mondo, quando i resti di Israele si convertiranno.
Oppure perché quelli che trattano le cose sante mirando alla purificazione
degli altri, contraggono anch'essi certe immondezze, come nota S. Gregorio;
e questo fino al vespro, cioè fino alla fine della vita presente.
6. Come abbiamo detto sopra, la contaminazione derivante dalla
corruzione dell'anima o del corpo veniva espiata mediante i sacrifici
per il peccato. Ed erano offerti speciali sacrifici per i peccati dei singoli;
ma poiché alcuni trascuravano codesta espiazione, oppure la omettevano
per ignoranza, fu stabilito che una volta all'anno, il giorno dieci
del settimo mese, si facesse un sacrificio di espiazione per tutto il popolo.
E poiché, a detta dell'Apostolo, "la legge costituisce sacerdoti uomini
soggetti a debolezza", era necessario che il sacerdote offrisse
prima per se medesimo un vitello per il peccato, in ricordo del peccato
che Aronne commise facendo fondere il vitello d'oro; e un montone in olocausto,
per indicare che la giurisdizione sacerdotale, rappresentata dal montone
che è la guida del gregge, dev'essere ordinata all'onore di Dio. - Quindi
il sacerdote offriva due capri per il popolo. Il primo dei quali veniva
immolato, per espiarne i peccati. Infatti il capro è un animale fetido,
e con i suoi peli si costruiscono vesti pungenti: perciò indicava il fetore,
l'impurità e lo stimolo pungente del peccato. Ora, il sangue di questo capro
immolato veniva portato, con quello del vitello, nel Santo dei Santi, e veniva
asperso con esso tutto il santuario: per indicare che il tabernacolo veniva
mondato così da tutte le iniquità dei figli d'Israele. Invece il corpo
del capro e del vitello immolati per il peccato doveva essere bruciato,
per dimostrare la distruzione dei peccati. Ma non sull'altare: poiché
in esso si bruciavano interamente soltanto gli olocausti. Di qui il comando
di bruciarli fuori degli accampamenti, a detestazione del peccato:
infatti così si faceva per ogni sacrificio offerto per un grave delitto,
o per l'insieme dei peccati. - Invece l'altro capro veniva inviato nel deserto:
non per essere offerto ai demoni, che i pagani adoravano nei deserti, poiché
non era lecito offrire ad essi nessuna vittima; ma per esprimere l'effetto
del sacrificio compiuto. Ecco perché il sacerdote imponeva la mano sul capo di esso,
confessando i peccati dei figli d'Israele: come se quel capro dovesse portarli
nel deserto, dove sarebbe stato divorato dalle fiere, soffrendo in qualche modo
la pena per i peccati del popolo. E si diceva che portava i peccati del popolo,
o perché la sua partenza indicava la remissione di quei peccati; o perché sul
suo capo si legava una scritta in cui essi erano indicati.
La ragione figurale
di queste cerimonie si ricava dal fatto, che Cristo veniva prefigurato e dal vitello,
data la sua virtù; e dal montone, essendo egli la guida dei fedeli; e dal capro,
per "la carne simile a quella del peccato". Cristo inoltre è stato immolato per
i peccati e dei sacerdoti e del popolo: poiché la sua passione purifica
dal peccato sia i grandi che i piccoli. Il sangue poi del vitello
e del capro viene introdotto nel Santo dal pontefice; poiché il
sangue della passione di Cristo ci ha aperto la via al regno dei cieli.
E i loro corpi vengono bruciati fuori degli accampamenti; perché come dice
l'Apostolo, "Cristo soffrì fuori della porta". Il capro emissario
può indicare, o la divinità di Cristo, che si rifugiò nella solitudine
durante la passione della sua umanità, non già mutando di luogo,
ma restringendo la sua virtù: oppure sta a indicare la mala concupiscenza,
che dobbiamo allontanare da noi, mentre dobbiamo immolare al Signore
i moti virtuosi.
A proposito poi della contaminazione di coloro che bruciavano
questi sacrifici, valgono le medesime ragioni indicate sopra, per il
sacrificio della vacca rossa.
7. Il rito legale non purificava il lebbroso dalla lebbra, ma ne
dichiarava la purificazione. Infatti nel Levitico si danno al sacerdote
queste istruzioni: "Se troverà che la lebbra è sparita, ordinerà a colui
che dev'essere purificato...". Dunque la lebbra era già eliminata:
ma si parlava di purificazione, perché a giudizio del sacerdote
il lebbroso veniva restituito al consorzio umano e al culto divino.
Tuttavia avveniva talora che per un miracolo di Dio il rito legale
operasse la guarigione dalla lebbra, quando il sacerdote sbagliava
nel giudicare.
E questa purificazione del lebbroso avveniva in due tempi:
prima veniva giudicato mondo; e quindi veniva restituito al consorzio umano
e al culto divino, cioè dopo sette giorni. Nella prima di queste purificazioni
il lebbroso da mondare offriva per sé due passeri vivi, un ramo di cedro,
un nastro rosso, e dell'issopo; cosicché il nastro rosso legasse insieme
un passero con l'issopo e col ramo di cedro, in maniera tale che il ramo di
cedro formasse come il manico di un aspersorio. Invece l'issopo e il passero
formavano nell'aspersorio la parte da intingere nel sangue dell'altro
passero che veniva immolato sull'acqua viva. Ed offriva queste
quattro cose contro i quattro difetti della lebbra: contro la putredine
si offriva il cedro, che è un albero refrattario alla putrefazione;
contro il fetore si offriva l'issopo, che è un'erba odorifera;
contro l'insensibilità un passero vivo; e contro il colore sgradevole
si offriva un nastro rosso, che ha un colore vivace. Un passero
si lasciava volare vivo nei campi: perché il lebbroso veniva restituito
alla libertà di prima.
Nel giorno ottavo il lebbroso veniva riammesso al culto
divino, e nel consorzio umano. Prima però doveva disfarsi dei peli di
tutto il corpo, e delle vesti: poiché la lebbra corrode i peli e infetta
i vestiti. Dopo di che si offriva un sacrificio per le sue colpe:
poiché spesso la lebbra deriva da un peccato. Col sangue poi del
sacrificio si ungevano le estremità dell'orecchio, nonché i pollici
della mano destra e del piede di colui che veniva mondato: perché
in codeste parti la lebbra per prima si fa riconoscere e sentire.
E in questo rito si adoperavano tre liquidi: il sangue, contro
la corruzione del sangue; l'olio, per indicare la guarigione dalla
malattia; l'acqua viva, per pulire la sporcizia.
Invece la ragione figurale sta nel fatto che i due passeri indicavano
la divinità e l'umanità di Cristo. Uno dei quali, cioè l'umanità, venne
immolata in un vaso di argilla sull'acqua viva: perché le acque
del battesimo furono consacrate dalla passione di Cristo.
L'altro invece, cioè la divinità impassibile, rimaneva vivo: perché
la divinità non può morire. E volava via: poiché non era soggetta
alla passione. E questo passero vivo legato col ramo di cedro, con
un nastro rosso o vermiglio e con l'issopo, cioè con la fede, la speranza
e la carità, era immesso nell'acqua per aspergere, come abbiamo notato:
perché noi siamo battezzati nella fede dell'uomo Dio.
L'uomo poi lava le sue vesti, cioè le sue opere, e rade tutti i
suoi peli, cioè i pensieri, con l'acqua del battesimo o delle sue lacrime.
Si ungeva poi l'estremità dell'orecchio destro col sangue e con l'olio,
per custodire l'udito di chi è mondato dalle parole di corruzione:
e si ungevano i pollici della mano e del piede destro, per renderne
sante le azioni.
Le altre cerimonie poi che riguardavano questa
purificazione, o quella da altre immondezze, non hanno niente di speciale
che le distingua dagli altri sacrifici per i peccati o per i delitti.
8. 9. Come il popolo veniva iniziato al culto di Dio con la circoncisione,
così i ministri lo erano mediante una speciale purificazione
o consacrazione: ecco perché si comandava loro di separarsi dagli altri,
come deputati in modo speciale al ministero del culto divino.
E tutto ciò che si faceva su di loro nella loro consacrazione
o istituzione mirava a dimostrare che essi avevano una prerogativa
di purezza, di virtù e di dignità. Perciò nella loro istituzione
si facevano tre cose: primo, venivano purificati; secondo, venivano
rivestiti e consacrati; terzo, venivano applicati all'esercizio del ministero.
Tutti venivano purificati con l'abluzione dell'acqua e con dei sacrifici;
e in particolare i leviti dovevano radersi tutti i peli del corpo,
come sta scritto nel Levitico.
Invece la consacrazione dei pontefici
e dei sacerdoti si svolgeva così. Primo, appena lavati venivano rivestiti
dei particolari indumenti dovuti alla loro dignità. In particolare il pontefice
riceveva l'unzione dell'olio sul capo: per indicare che da lui emanava il
potere di consacrare gli altri, come l'olio che dal capo scende verso
le membra inferiori, secondo l'espressione dei Salmi: "Come olio profumato sul capo, che
scende sulla barba, sulla barba di Aronne".
I Leviti invece non avevano altra consacrazione che l'offerta di essi
fatta al Signore dai figli d'Israele per le mani del pontefice,
il quale pregava per loro. Dei sacerdoti minori venivano consacrate le mani
soltanto, che dovevano essere adoperate nei sacrifici. E col sangue della vittima
si ungeva loro il bordo dell'orecchio destro, e i pollici del piede e della mano
destra: perché fossero obbedienti alla legge di Dio nell'offerta dei sacrifici,
il che era indicato con l'unzione dell'orecchio; e fossero solleciti e
pronti nell'immolare i sacrifici, il che era indicato dall'unzione
del piede e della mano destra. Inoltre venivano aspersi essi stessi
e le loro vesti col sangue della vittima, in memoria del sangue
dell'agnello dal quale furono liberati in Egitto. Nella loro consacrazione
poi si facevano i seguenti sacrifici: un vitello per il peccato,
in ricordo della remissione del peccato di Aronne nella fabbricazione
del vitello d'oro; un montone in olocausto, in ricordo
del sacrificio di Abramo, di cui il pontefice doveva imitare l'obbedienza;
un altro montone di consacrazione, quasi ostia pacifica in
ricordo della liberazione dall'Egitto mediante il sangue dell'agnello;
un canestro di pani in ricordo della manna.
Rientrava invece nell'applicazione (all'esercizio) del loro ministero
il fatto che nelle loro mani veniva posto il grasso del montone,
una torta di pane, e la spalla destra: per mostrare che ricevevano
il potere di offrire al Signore codeste cose. Invece i leviti venivano
applicati al loro ministero mediante l'ingresso nel tabernacolo
dell'alleanza, come per curare gli arredi del santuario.
Invece la ragione
figurale di tali cerimonie sta in questo, che i
candidati al ministero spirituale di Cristo devono prima purificarsi
con l'acqua del battesimo e delle lacrime, nella fede della sua
passione, il che costituisce un sacrificio di espiazione e di purificazione.
Devono inoltre radere tutti i peli del corpo, cioè tutti i cattivi pensieri.
Devono rivestirsi delle virtù; ed essere consacrati con l'olio dello Spirito
Santo e con l'aspersione del sangue di Cristo. E così devono impegnarsi
nell'esercizio del loro spirituale ministero.
10. Come abbiamo già detto, l'intenzione della legge era quella
di educare al rispetto per il culto di Dio. E questo in due modi:
primo, eliminando da codesto culto tutto ciò che poteva esserci di
disprezzabile; secondo, convogliando in esso ciò che sembrava contribuire
al suo decoro. E se questo veniva osservato nel tabernacolo, nei suoi arredi
e negli animali da immolare, molto più doveva essere osservato rispetto
ai ministri. Perciò, per togliere ogni disprezzo per i ministri,
fu comandato che essi non avessero nessuna macchia o difetto fisico:
perché gli uomini difettosi d'ordinario sono disprezzati dagli altri.
Per questo fu stabilito anche che non venissero scelti per il ministero
qua e là, ma da una discendenza determinata, perché fossero considerati
più illustri e più nobili.
E affinché fossero tenuti in venerazione,
per essi furono stabilite speciali vesti, e una speciale consacrazione.
Questa la causa generica dell'apparato delle vesti. In particolare poi si deve
sapere che il pontefice aveva otto indumenti. Primo, una veste di lino. - Secondo,
una tunica del colore del giacinto; alla cui estremità erano attaccati
in giro dei campanelli, e delle melagrane colorate di giacinto, porpora e cocco
tinto due volte. - Terzo, aveva un sopraomerale, che copriva le spalle
e la parte anteriore fino al cingolo; esso era d'oro, e di panno violaceo
e porpureo, di cocco tinto due volte, e di bisso ritorto. E sulle spalle
portava due pietre di onice, su cui erano scolpiti i nomi dei figli
d'Israele. - Il quarto indumento era il razionale, tessuto con la stessa materia;
esso era quadrato e veniva posto sul petto, e legato al sopraomerale.
E in codesto razionale c'erano dodici pietre preziose, disposte in quattro
file, su cui erano scolpiti i nomi dei figli d'Israele: quasi per indicare
che il pontefice portava il peso di tutto il popolo, portandone i nomi sulle
spalle; e per dire che di continuo doveva pensare alla loro salvezza,
per il fatto che li portava sul petto, come li
avesse nel cuore. Su codesto razionale Dio comandò di mettere la "Dottrina e la
Verità": perché in esse erano scritte delle sentenze
appartenenti alla dottrina e alla verità. Gli ebrei invece hanno
fantasticato che sul razionale ci fosse una pietra che avrebbe mutato
di colore, secondo le varie cose che dovevano accadere ai figli di Israele;
e questo sarebbe stato la "Verità e la Dottrina". - Il quinto
indumento era la cintura, e cioè una fascia, composta dei quattro
colori ricordati. - Il sesto era la tiara, cioè la mitra, di bisso. - Il
settimo era una lamina d'oro, che pendeva sulla fronte, e in
cui era inciso il nome del Signore. - L'ottavo poi erano le mutande
di lino, per coprire la turpitudine della loro carne, quando i pontefici
si avvicinavano al santuario o all'altare. - Ma di questi otto
indumenti i sacerdoti inferiori ne avevano solo quattro: la tunica
di lino, le mutande, la cintura e la tiara.
Alcuni nell'assegnare
la ragione storico-letterale di codesti indumenti affermano che in essi
viene descritta la disposizione dell'universo, come se il pontefice
volesse così confessare di essere il ministro del creatore del mondo:
cosicché nella Sapienza si legge che "sulla veste di Aronne era descritto
tutto il mondo". Infatti le mutande di lino rappresentavano la terra,
dalla quale esso nasce. Il giro della cintura rappresentava l'oceano,
che circonda la terra. La tunica violacea col suo colore raffigurava l'aria:
mentre i tuoni erano rappresentati dai suoi campanelli, e i lampi dalle
sue melagrane. Il sopraomerale con la varietà dei suoi colori raffigurava
il cielo sidereo: mentre le pietre d'onice potevano essere i due emisferi,
oppure il sole e la luna. Le dodici gemme poste sul petto raffiguravano
i dodici segni dello zodiaco: e si dicevano poste nel razionale,
poiché negli esseri celesti si trovano le ragioni delle cose terrene,
secondo l'accenno della Scrittura: "Conosci tu forse l'ordine del cielo,
e riponi forse sulla terra la sua ragione?". La mitra poi, o tiara,
significava il cielo empireo. E la lamina d'oro, raffigurava Dio che
sovrasta su tutte le cose.
La ragione figurale poi è evidente.
Infatti le macchie o difetti fisici dai quali i sacerdoti dovevano essere
immuni, indicano i vizi e i peccati che essi non dovevano avere. Infatti
al sacerdote è proibito di essere cieco: cioè di essere ignorante. Non
dev'essere zoppo: ossia incostante, piegandosi in contrarie direzioni.
Non dev'essere col naso sproporzionatamente piccolo o grande, oppure
torto: cioè non deve mancare di discrezione, così da eccedere nel
più o nel meno, o da fare del male; infatti il naso, che distingue
gli odori, sta a indicare la discrezione. Non deve avere mani o
piedi fratturati: ossia non deve perdere la capacità di ben operare,
e di avanzare nella virtù. Viene inoltre scartato se ha la gobba,
sia davanti che dietro: perché la gobba indica l'amore superfluo
delle cose terrene. E se è cisposo, cioè se la sua mente è oscurata
dall'affetto carnale: infatti la cispa dipende da una secrezione di umori.
Inoltre viene scartato se ha l'albugine negli occhi: ossia se nel pensare
alla propria giustizia ha la presunzione di possedere il candore.
E viene scartato chi soffre di una scabbia persistente:
vale a dire chi soffre la ribellione della carne.
Chi inoltre ha la volatica, che infetta il corpo, deturpandolo, senza
dolore; e che rappresenta l'avarizia. Finalmente è scartato chi ha
l'ernia, e chi è grave: cioè chi porta l'aggravio delle turpitudini
nel cuore, sebbene non le compia esternamente.
Gli indu
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