Il Santo Rosario
back

Questione 100

I precetti morali dell'antica legge

Passiamo a considerare i singoli generi dei precetti dell'antica legge. Primo, i precetti morali; secondo, i cerimoniali; terzo, i giudiziali.
Sul primo genere tratteremo dodici argomenti: 1. Se tutti i precetti morali dell'antica legge siano di legge naturale; 2. Se i precetti morali dell'antica legge riguardino gli atti di tutte le virtù; 3. Se tutti codesti precetti morali si riducano ai dieci precetti del decalogo; 4. La divisione dei precetti del decalogo; 5. Il loro numero; 6. L'ordine di essi; 7. La loro redazione; 8. Se essi siano dispensabili; 9. Se sia di precetto il modo virtuoso di adempierli; 10. Se sia di precetto il modo di agire proprio della carità; 11. La divisione degli altri precetti morali; 12. Se i precetti morali dell'antica legge possano giustificare.

ARTICOLO 1

Se tutti i precetti morali appartengano alla legge naturale

SEMBRA che non tutti i precetti morali appartengano alla legge naturale. Infatti:
1. Sta scritto: "Diede loro inoltre una disciplina, e li fece eredi della legge di vita". Ora, la disciplina è il contrario della legge naturale: poiché la legge naturale non s'impara, ma si ha per istinto di natura. Dunque non tutti i precetti morali sono di legge naturale.
2. La legge divina è più perfetta di quella umana. Ma la legge umana aggiunge alla legge naturale delle determinazioni riguardanti i buoni costumi: e ciò è evidente dal fatto che la legge naturale è identica presso tutti, mentre codeste determinazioni sono varie. Perciò a maggior ragione doveva aggiungere qualche precetto alla legge naturale la legge divina, in cose riguardanti i buoni costumi.
3. Induce ai buoni costumi non solo la ragione naturale, ma anche la fede: infatti S. Paolo parla della "fede che opera per mezzo della carità". Ora, la fede non rientra nella legge naturale: poiché le cose di fede superano la ragione. Dunque non tutti i precetti morali della legge divina appartengono alla legge naturale.

IN CONTRARIO: S. Paolo afferma, che "i gentili i quali non hanno la legge, fanno per natura le cose della legge": e ciò va inteso delle cose riguardanti i buoni costumi. Perciò tutti i precetti morali sono di legge naturale.

RISPONDO: I precetti morali, distinti da quelli cerimoniali e giudiziali, hanno per oggetto cose che direttamente riguardano i buoni costumi. Ora, siccome i costumi umani son giudicati in rapporto alla ragione, che ne è propriamente il principio, sono da considerarsi buoni quei costumi che concordano con la ragione, e cattivi quelli che ne discordano. Ma come ogni giudizio della ragione speculativa deriva dalla conoscenza naturale dei primi principi, così ogni giudizio della ragione pratica deriva, come abbiamo visto, da alcuni principi noti anch'essi per natura. Da questi però si procede in vari modi nel formulare i vari giudizi. Infatti nelle azioni umane ci sono delle cose talmente chiare, che si possono approvare o disapprovare, con una breve riflessione, in base ai suddetti principi universali. Ce ne sono invece altre che richiedono molta riflessione sulle diverse circostanze, la cui diligente considerazione non è di tutti, ma solo dei sapienti: come non è di tutti lo studio delle conclusioni particolari delle scienze, ma soltanto dei filosofi. Ci sono poi delle cose per giudicare le quali l'uomo ha bisogno di essere aiutato dalla rivelazione divina: come avviene nelle cose di fede.
Perciò è evidente che tutti i precetti morali, sia pure in maniera diversa, appartengono alla legge naturale; poiché codesti precetti hanno per oggetto i buoni costumi, e questi son tali perché concordano con la retta ragione, derivando in qualche modo dalla ragione naturale qualsiasi giudizio della ragione umana. Infatti ci sono alcune cose che la ragione naturale di qualsiasi uomo giudica subito e direttamente come da farsi o da non farsi; tali, p. es., sono i precetti: "Onora il padre e la madre", "Non ammazzare", "Non rubare". E codesti precetti appartengono in senso assoluto alla legge naturale. - Ci sono invece altri precetti per i quali i sapienti giudicano necessaria un'indagine più sottile. E questi, pur essendo di legge naturale, esigono un'istruzione da parte di persone sagge; tale è, p. es., il precetto: "Innanzi a un capo canuto, alzati in piedi. Onora la persona del vecchio". - Ci sono invece altri precetti per giudicare i quali la ragione umana ha bisogno dell'insegnamento di Dio, che c'istruisca nelle cose divine, come questi, p. es.: "Non ti farai scultura né immagine alcuna"; "Non nominare il nome di Dio invano".
Sono così risolte anche le difficoltà.

ARTICOLO 2

Se i precetti morali della legge riguardino atti di tutte le virtù

SEMBRA che i precetti morali della legge non riguardino atti di tutte le virtù. Infatti:
1. L'osservanza dei precetti dell'antica legge è denominata giustificazione; secondo l'espressione del Salmo: "Custodirò le tue giustificazioni". Ma una giustificazione non è che l'attuazione della giustizia. Quindi i precetti morali riguardano solo atti di giustizia.
2. Quanto ricade sotto il precetto si presenta come cosa dovuta. Ora, l'idea di cosa dovuta non riguarda le altre virtù, ma la sola giustizia, che ha come atto proprio rendere a ciascuno quanto a lui si deve. Dunque i precetti morali della legge non riguardano gli atti delle altre virtù, ma solo quelli di giustizia.
3. Tutte le leggi, a detta di S. Isidoro, sono istituite per il bene comune. Ma tra tutte le virtù la sola giustizia, come dice il Filosofo, riguarda il bene comune. Perciò i precetti morali riguardano i soli atti di giustizia.

IN CONTRARIO: S. Ambrogio insegna, che "il peccato è una trasgressione della legge divina, e una disobbedienza ai comandamenti celesti". Ora, il peccato può opporsi a qualsiasi atto di virtù. Perciò la legge divina ha il compito di ordinare gli atti di tutte le virtù.

RISPONDO: Essendo i precetti della legge ordinati al bene comune, come sopra abbiamo spiegato, è necessario che essi vengano distinti secondo i diversi tipi di società. Infatti il Filosofo insegna che le leggi da stabilire in uno stato governato da un re, sono diverse da quelle adatte per un regime popolare, o per una oligarchia. Ora, la struttura della società, cui è ordinata la legge umana, è diversa da quella cui è ordinata la legge divina. Infatti la legge umana è ordinata alla società civile, cioè alla società degli uomini tra loro. Gli uomini, poi, si ordinano tra loro mediante atti esterni, con i quali comunicano. E codesta comunicazione ha l'aspetto di giustizia che è propriamente la virtù direttiva della società umana. Perciò i precetti della legge umana si limitano agli atti di giustizia; e se comandano atti di altre virtù, lo fanno solo in quanto codesti atti prendono aspetti di giustizia, come il Filosofo dimostra.
Invece la società cui ordina la legge divina, è la società degli uomini con Dio, o nella vita presente, o in quella futura. Ecco perché la legge divina presenta dei precetti su tutto ciò che contribuisce a ben predisporre l'uomo a comunicare con Dio. Ora, l'uomo si unisce a Dio con la ragione, ossia con la mente, in cui c'è un'immagine di Dio. Perciò la legge divina presenta dei precetti su quanto serve a rendere bene ordinata la ragione umana. E questo avviene mediante gli atti di tutte le virtù: perché le virtù intellettuali ordinano bene gli atti della ragione in se stessi; mentre le virtù morali ordinano bene gli atti della ragione in rapporto alle passioni interne e alle azioni esterne. Quindi è evidente che la legge divina propone giustamente dei precetti che riguardano gli atti di tutte le virtù. Alcuni atti però, indispensabili per salvare l'ordine della virtù, che è l'ordine della ragione, cadono sotto l'obbligo del precetto; altri invece, che contribuiscono a rendere perfetta la virtù, cadono sotto l'ammonimento del consiglio.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Anche l'osservanza dei comandamenti della legge riguardanti gli atti delle altre virtù si presenta come una "giustificazione", essendo sempre giusto che l'uomo ubbidisca a Dio. Oppure perché è giusto che tutte le cose umane siano sottoposte alla ragione.
2. La giustizia propriamente detta considera il debito di un uomo in rapporto a un altro uomo: ma in tutte le altre virtù si considera il debito delle potenze inferiori in rapporto alla ragione. E in base a codesto debito, il Filosofo parla di una giustizia metaforica.
3. È evidente la risposta in base a quanto abbiamo detto sulla distinzione delle società.

ARTICOLO 3

Se tutti i precetti morali dell'antica legge si riducano ai dieci precetti del decalogo

SEMBRA che non tutti i precetti morali dell'antica legge si riducano ai dieci precetti del decalogo. Infatti:
1. I precetti primi e principali della legge sono i seguenti: "Amerai il Signore Dio tuo", e "Amerai il prossimo tuo". Ora, essi non si trovano nel decalogo. Dunque non tutti i precetti morali son contenuti nel decalogo.
2. I precetti morali non si riducono a quelli cerimoniali, ma piuttosto è vero il contrario. Ora, tra i precetti del decalogo uno è cerimoniale, cioè: "Ricordati di santificare il giorno del sabato". Perciò i precetti morali non si riducono ai precetti del decalogo.
3. I precetti morali riguardano atti di tutte le virtù. Ma nel decalogo troviamo soltanto dei precetti riguardanti atti di giustizia; il che è evidente, se si esaminano uno per uno. Dunque i precetti del decalogo non contengono tutti i precetti morali.

IN CONTRARIO: La Glossa nel commentare la frase evangelica: "Beati voi, quando vi oltraggeranno ecc.", nota che "Mosè, dopo aver presentato i dieci comandamenti, passa poi a spiegarli nelle loro parti". Dunque tutti i precetti della legge non sono che parti dei precetti del decalogo.

RISPONDO: I precetti del decalogo differiscono dagli altri precetti per il fatto che furono dati al popolo direttamente da Dio; gli altri invece furono dati per mezzo di Mosè. Perciò al decalogo appartengono quei precetti, di cui l'uomo riceve la conoscenza direttamente da Dio. E tali sono quelle norme che si possono subito apprendere con una breve riflessione dai primi principi universali: oppure quelle che subito si conoscono dopo l'infusione della fede. Ecco perché tra i precetti del decalogo sono omesse due categorie di precetti: i precetti primari e comuni, che non hanno bisogno di altre promulgazioni, essendo scritti nella ragione naturale, quasi come cose per sé note: p. es., che non si deve far del male a nessuno; e quelli che vengono riscontrati conformi alla ragione da un'indagine accurata dei sapienti. Infatti questi ultimi passano da Dio al popolo mediante l'insegnamento dei sapienti. Tuttavia, sia gli uni che gli altri sono contenuti nei precetti del decalogo, sia pure in maniera diversa. Poiché le norme primarie e comuni vi sono contenute come son contenuti i principi nelle conclusioni prossime; mentre le norme conosciute attraverso i sapienti vi sono contenute come le conclusioni nei principi.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Quei due precetti sono da considerarsi precetti primari e universali della legge naturale, che stanno alla ragione umana come principi per sé noti, per natura o per fede. Ecco perché tutti i precetti del decalogo stanno ad essi come le conclusioni ai principi.
2. Il precetto dell'osservanza del sabato in parte è di ordine morale, cioè in quanto si comanda all'uomo di attendere per un certo tempo alle cose di Dio, secondo l'espressione del Salmo: "Attendete, e riconoscete che io sono Dio". E in tal senso è computato tra i precetti del decalogo. Non già per la determinazione del tempo: poiché in questo senso è un precetto cerimoniale.
3. Nelle altre virtù la ragione di debito è più recondita che nella giustizia. Ecco perché i precetti riguardanti gli atti delle altre virtù non sono così noti al popolo, come i precetti riguardanti gli atti di giustizia. E per questo gli atti di giustizia ricadono in maniera speciale sotto i precetti del decalogo, che sono i primi elementi della legge.

ARTICOLO 4

Se i precetti del decalogo siano ben divisi

SEMBRA che i precetti del decalogo non siano ben divisi. Infatti:
1. La virtù di latria è distinta dalla fede. Ora, i precetti hanno per oggetto gli atti delle virtù. D'altra parte il precetto iniziale, "Non avrai altro Dio fuori di me", riguarda la fede; mentre l'aggiunta, "Non ti farai scultura, ecc.", riguarda la latria. Perciò son due precetti e non uno soltanto, come afferma S. Agostino.
2. La legge distingue i precetti affermativi dai negativi; esempio: "Onora il padre e la madre", e "Non ammazzare". Ora, l'espressione, "Io sono il Signore Dio tuo", è affermativa; mentre quella che segue, "Non avrai altro Dio fuori di me", è negativa. Si tratta, dunque, di due precetti; e non di uno solo, come vuole S. Agostino.
3. L'Apostolo scrive: "Non avrei conosciuto la concupiscenza, se la legge non avesse detto, "Non desiderare"". Ciò sembra chiarire che il precetto "Non desiderare" è unico. E quindi non deve sdoppiarsi.

IN CONTRARIO: Basta l'autorità di S. Agostino, il quale distingue tre precetti in rapporto a Dio, e sette in rapporto al prossimo.

RISPONDO: I precetti del decalogo sono diversamente enumerati dai vari autori. Infatti Esichio, commentando quel passo del Levitico: "Dieci donne potranno cuocere il pane in un solo forno", afferma che il precetto della santificazione del sabato non rientra nel decalogo, poiché non era da osservare letteralmente in tutti i tempi. Tuttavia egli ricava quattro precetti riguardanti i doveri verso Dio: primo, "Io sono il Signore Dio tuo"; secondo, "Non avrai dei stranieri al mio cospetto" (e questo sdoppiamento lo ammette anche S. Girolamo nel commentare quell'espressione di Osea: "per le tue duplicate iniquità"); terzo precetto, "Non ti farai scultura alcuna"; quarto, "Non nominare il nome di Dio invano". Quelli invece riguardanti il prossimo sarebbero sei: primo, "Onora il padre e la madre"; secondo, "Non ammazzare"; terzo, "Non fornicare"; quarto, "Non rubare"; quinto, "Non dire falsa testimonianza"; sesto, "Non desiderare".
Notiamo però per prima cosa che, se il precetto della santificazione del sabato in nessun modo appartenesse al decalogo, sarebbe del tutto inspiegabile la sua inserzione in esso. In secondo luogo, sembrano rientrare nella stessa idea, e cadere sotto il medesimo precetto, le due espressioni: "Io sono il Signore Dio tuo", e "Non avrai dei stranieri"; poiché sta scritto nel Vangelo: "Nessuno può servire a due padroni". Infatti Origene, pur ammettendo quattro precetti in ordine a Dio, considera queste due espressioni come un unico precetto; e mette come secondo, "Non ti farai scultura alcuna"; come terzo, "Non nominare il nome di Dio invano"; come quarto, "Ricordati di santificare il giorno del sabato". Per gli altri sei concorda con Esichio.
Siccome però farsi delle sculture, o delle immagini, era proibito solo perché non si adorassero come divinità (infatti fu Dio stesso a comandare che nel tabernacolo si costruissero dei Serafini, come si dice nell'Esodo); con più ragione S. Agostino fa un unico precetto di queste due frasi: "Non avrai dei stranieri", e "Non ti farai sculture". Inoltre S. Agostino distingue due precetti a proposito della concupiscenza, uno per le cose altrui, e l'altro per la donna d'altri; perché quest'ultimo desiderio appartiene alla concupiscenza della carne; mentre il desiderio di possedere le altre cose appartiene alla concupiscenza degli occhi. E così stabilisce tre precetti in ordine a Dio, e sette in ordine al prossimo. E questa divisione è migliore.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. La latria non è che una professione di fede; perciò non è necessario dare dei precetti distinti per l'una e per l'altra. Tuttavia era più necessario esprimere quelli riguardanti il culto di latria, poiché il precetto relativo alla fede è presupposto al decalogo, come il precetto dell'amore. Infatti come i primi precetti universali della legge naturale sono per sé noti a chi ha la ragione, e non richiedono promulgazione alcuna; così credere in Dio è un dato primario e per sé noto per colui che ha la fede: per dirla con l'Apostolo, "chi si avvicina a Dio deve credere che egli esiste". Perciò non c'è bisogno di altra promulgazione, che dell'infusione della fede.
2. I precetti affermativi sono distinti da quelli negativi, quando l'uno non è incluso nell'altro; nel precetto, p. es., che prescrive di onorare i genitori, non è incluso quello che proibisce di uccidere un uomo; e viceversa. Ma quando si ha tale inclusione, non si danno precetti distinti: oltre al precetto, p. es., di "non rubare", non c'è quello di conservare la roba altrui, o di restituirla. Per lo stesso motivo non sono distinti i precetti di credere in Dio e di non credere negli altri dei.
3. Tutte le concupiscenze concordano in un aspetto generico: ecco perché l'Apostolo parla al singolare del relativo precetto. Siccome però i moventi specifici del desiderio sono diversi, S. Agostino distingue due precetti in questo "Non desiderare": infatti le concupiscenze si distinguono specificamente tra loro secondo gli atti e gli oggetti, come nota il Filosofo.

ARTICOLO 5

Se i precetti del decalogo siano ben enumerati

SEMBRA che i precetti del decalogo non siano ben enumerati. Infatti:
1. Il peccato, come dice S. Ambrogio, è "una trasgressione della legge divina, e una disobbedienza ai comandamenti celesti". Ora, i peccati si distinguono in peccati contro Dio, contro il prossimo e contro se stessi. Perciò non è adeguata l'enumerazione del decalogo, poiché nei suoi precetti mancano i doveri che l'uomo ha verso se stesso, limitandosi ai doveri verso Dio e verso il prossimo.
2. Al culto di Dio appartiene, sia la santificazione del sabato, come il rispetto delle altre solennità e l'immolazione dei sacrifici. Ora, tra i precetti del decalogo ce n'è uno relativo alla santificazione del sabato. Dunque dovevano esserci anche quelli relativi alle altre solennità e al rito dei sacrifici.
3. Si pecca contro Dio non solo con lo spergiuro, ma anche con la bestemmia e col pervertire la verità divina. Ora, c'è un precetto che proibisce lo spergiuro: "Non nominare il nome di Dio invano". Dunque ci volevano altri precetti nel decalogo che proibissero la bestemmia e le false dottrine.
4. L'uomo prova un amore naturale, sia verso i genitori, che verso i figli. Inoltre il comandamento della carità si estende a tutti i nostri prossimi. Ora, i precetti del decalogo sono ordinati alla carità, secondo l'affermazione paolina: "Fine del precetto è la carità". Perciò, come c'è un precetto relativo ai genitori, bisognava stabilirne altri relativi ai figli e al resto del prossimo.
5. In qualsiasi genere di colpa si può peccare, sia col pensiero che con le opere. Ma certi peccati, cioè il furto e l'adulterio, vengono proibiti, sia come opere - "Non rubare", "Non commettere adulterio"; sia come peccati di pensiero - "Non desiderare la roba d'altri", e "Non desiderare la donna d'altri". Dunque si doveva fare lo stesso per il peccato di omicidio e di falsa testimonianza.
6. Si può peccare, sia per un disordine dell'irascibile, come per un disordine del concupiscibile. Ora, ci sono dei precetti per proibire la concupiscenza disordinata, là dove si dice: "Non desiderare". Perciò nel decalogo dovevano porsi dei precetti, per proibire i disordini dell'irascibile. Dunque i dieci precetti del decalogo non sono ben enumerati.

IN CONTRARIO: Si legge nel Deuteronomio: "Egli vi fece noto il suo patto che vi comandò d'osservare; e i dieci comandamenti che scrisse su due tavole di pietra".

RISPONDO: Abbiamo già notato, che mentre i precetti della legge umana ordinano a una società umana, i precetti della legge divina ordinano l'uomo a una specie di società o di collettività tra gli uomini sotto il governo di Dio. Ora, perché uno si comporti bene in una società, si richiedono due cose: primo, un contegno corretto verso chi governa; secondo, un contegno corretto verso gli altri associati e compartecipi di codesta società. Perciò è necessario che nella legge divina prima di tutto siano dati dei precetti che ordinano l'uomo a Dio; e in secondo luogo dei precetti che ordinano l'uomo alle altre persone con le quali convive sotto il governo di Dio.
Ora, verso chi governa la società l'uomo ha tre doveri: primo, fedeltà; secondo, rispetto; terzo, servizio. La fedeltà verso un padrone consiste nel negare ad altri l'onore della sovranità. Ecco, quindi, giustificato il primo precetto: "Non avrai altro Dio". - Il rispetto verso chi comanda esige che non si commetta niente di ingiurioso verso di lui. Di qui il secondo precetto: "Non nominare il nome del Signore Dio tuo invano". - Il servizio è dovuto a chi comanda in compenso dei benefici che i sudditi da lui ricevono. A questo corrisponde il terzo precetto della santificazione del sabato, in ricordo della creazione del mondo.
Verso il prossimo, invece, l'uomo ha dei doveri generali e speciali. Speciali verso quelli cui è debitore, e che è tenuto a soddisfare; abbiamo così il precetto di onorare i genitori. - In generale poi ha il dovere di non danneggiare nessuno, né con le opere, né con le parole, né col pensiero. Ora, si può danneggiare il prossimo con le opere, nella persona sua propria, attentando cioè alla sua incolumità personale. E questo è proibito là dove si dice: "Non ammazzare". - E si può danneggiare nella persona ad esso legata nella propagazione della prole. E questo è proibito là dove si dice: "Non commettere adulterio". - Si può anche danneggiare nelle cose possedute, che sono ordinate all'uno o all'altro scopo. Ed ecco allora il precetto: "Non rubare". - Viene poi proibito di danneggiare con le parole là dove si dice: "Non dire contro il tuo prossimo falsa testimonianza". - E il danno arrecabile col pensiero è proibito da quelle parole: "Non desiderare".
Del resto su tale schema si possono distinguere anche i precetti riguardanti Dio. Infatti il primo di essi si riferisce alle opere: "Non ti farai sculture". Il secondo alle parole: "Non nominare il nome di Dio invano". Il terzo ai pensieri: poiché nella santificazione del sabato, in quanto precetto morale, viene comandato il riposo dell'anima in Dio. - Oppure si potrebbe dire, con S. Agostino, che con il primo precetto onoriamo l'unità del principio primo; col secondo la verità divina; col terzo la sua bontà, dalla quale siamo santificati, e in cui riposiamo come nel nostro fine.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Alla difficoltà si possono dare due risposte. Va ricordato, prima di tutto, che i precetti del decalogo si riallacciano ai precetti dell'amore. Ora, bisognava dare all'uomo il precetto dell'amore di Dio e del prossimo, poiché la legge naturale in questo si era oscurata col peccato: mentre era ancora efficiente rispetto all'amore verso se stessi. - Oppure si può dire che l'amore verso se stessi è incluso nell'amore di Dio e del prossimo: infatti l'uomo si ama veramente, quando ordina se stesso a Dio. Ecco perché nei precetti del decalogo si trovano i soli precetti riguardanti Dio e il prossimo.
Si può anche rispondere che i precetti del decalogo si limitano a quelli che il popolo ricevette immediatamente da Dio; leggiamo infatti nella Scrittura: "Ed il Signore, come aveva scritto prima, così scrisse su quelle tavole i dieci comandamenti che egli aveva banditi". Perciò i precetti del decalogo devono esser tali da persuadere subito la mente del popolo. Ora, il precetto si presenta come cosa dovuta. E che l'uomo abbia dei doveri verso Dio, o verso il prossimo, è facile a capirsi, specialmente per chi ha la fede. Invece non è ugualmente perspicuo il fatto che uno ha dei doveri verso se stesso: poiché a prima vista sembra che ciascuno sia del tutto libero rispetto alle cose personali. Ecco perché i precetti che proibiscono i disordini dell'uomo verso se stesso arrivano al popolo mediante l'istruzione di persone sagge. E quindi non appartengono al decalogo.
2. Tutte le solennità dell'antica legge furono istituite per richiamare alla mente qualche beneficio divino, o passato da ricordare, o futuro da prefigurare. E per lo stesso motivo erano offerti tutti i sacrifici. Ora, tra tutti i benefici divini da commemorare, il primo e principale era quello della creazione, che viene ricordato con la santificazione del sabato, per cui è posto come ragione di questo precetto: "Perché in sei giorni il Signore ha fatto il cielo e la terra, ecc.". Invece tra tutti i benefici futuri, che poterono essere prefigurati, quello principale e finale è il riposo dell'anima in Dio, o nel tempo presente con la grazia, o nel futuro con la gloria: e questo veniva prefigurato con l'osservanza del sabato; poiché si legge in Isaia: "Se tratterrai il piede dal violare il sabato, dallo sbrigare affari nel giorno a me sacro, se chiamerai il sabato delizia e venerando il giorno sacro al Signore, ecc.". Questi infatti sono i benefici che più sono presenti nella mente degli uomini, e in modo speciale in quella dei fedeli. Invece le altre solennità venivano celebrate per alcuni benefici particolari che si sono verificati in un dato tempo: tale era la celebrazione della Pasqua che ricordava il beneficio della liberazione dall'Egitto, e significava la futura passione di Cristo, ormai storicamente passata, che doveva portarci al riposo del sabato spirituale. Ecco perché, trascurando tutte le altre solennità e tutti i sacrifici, tra i precetti del decalogo viene ricordato soltanto il sabato.
3. Come l'Apostolo fa osservare, "gli uomini giurano per uno più grande di loro, e il giuramento come garanzia è fine a ogni disputa". E proprio perché il giuramento è comune a tutti, si proibisce ogni disordine in esso, con un precetto speciale del decalogo. Invece il peccato di eresia riguarda soltanto poche persone: e quindi non era necessario ricordarlo tra questi precetti. Però, secondo una certa interpretazione, con le parole: "Non nominare il nome di Dio invano", verrebbe proibita ogni falsa dottrina; infatti la Glossa interlineare così spiega: "Non dire che Cristo è una creatura".
4. La ragione naturale detta immediatamente all'uomo di non fare ingiuria a nessuno: ecco perché i precetti che proibiscono di nuocere si estendono a tutti. Invece la ragione naturale non detta allo stesso modo di fare qualche cosa per un altro, se a costui non si deve qualche cosa. Ora, il debito dei figli verso il padre è talmente ovvio da non potersi negare per nessun pretesto: poiché il padre è il principio della generazione e dell'essere, e inoltre dell'educazione e dell'ammaestramento. Perciò nel decalogo non è imposto di prestare aiuto e rispetto altro che ai genitori. Invece i genitori non possono essere debitori verso i figli per i benefici ricevuti, ma è piuttosto vero il contrario. - Inoltre si noti che un figlio è qualche cosa del padre; ché, a detta di Aristotele, "i padri amano i figli come qualche cosa di se stessi". Perciò sono stati esclusi i precetti relativi all'amore verso i figli, per gli stessi motivi per cui lo furono quelli dell'amore verso se stessi.
5. Il piacere dell'adulterio e l'utilità delle ricchezze sono cose appetibili per se stesse, in quanto sono beni dilettevoli o utili. Ecco perché si doveva proibire in tal caso non soltanto l'atto, ma anche il desiderio. Invece l'omicidio e la menzogna sono per se stessi repellenti, poiché la natura stessa porta ad amare il prossimo e la verità: perciò codesti delitti non sono desiderati che in vista di altre cose. Quindi in questo caso non era necessario proibire i peccati di pensiero, ma bastava proibire quelli di opere.
6. Come fu spiegato in precedenza, tutte le passioni dell'irascibile derivano da quelle del concupiscibile. Ecco perché nei precetti del decalogo, che sono come i primi elementi della legge, non bisognava ricordare le passioni dell'irascibile, ma solo quelle del concupiscibile.

ARTICOLO 6

Se i precetti del decalogo siano ben ordinati

SEMBRA che i dieci precetti del decalogo non siano ben ordinati. Infatti:
1. L'amore verso il prossimo sembra precedere l'amore verso Dio, poiché conosciamo meglio il prossimo che Dio; secondo le parole di S. Giovanni: "Chi non ama il proprio fratello che vede, come può amare Dio che non vede?". Invece i primi tre precetti riguardano l'amore di Dio, e gli altri sette l'amore del prossimo. Dunque i precetti del decalogo non sono ben ordinati.
2. I precetti affermativi comandano gli atti di virtù, quelli negativi invece proibiscono gli atti peccaminosi. Ora, secondo Boezio bisogna prima estirpare i vizi che piantare le virtù. Quindi tra i precetti riguardanti il prossimo si dovevano mettere prima i precetti negativi, e poi quelli affermativi.
3. I precetti della legge hanno per oggetto gli atti umani. Ma l'atto interno precede sia la parola che l'atto esterno. Perciò non era giusto mettere i precetti relativi al desiderio all'ultimo posto.

IN CONTRARIO: L'Apostolo afferma: "Le cose che sono da Dio, sono ordinate". Ma i precetti del decalogo son dati, come abbiamo visto, immediatamente da Dio. Dunque sono ben ordinati.

RISPONDO: Abbiamo già notato che i precetti del decalogo si limitano a quelle norme che la mente umana accetta subito senza insegnamento. Ora, è evidente che la prontezza della ragione ad accettare una norma è proporzionale alla ripugnanza per il suo contrario. Ma è anche evidente che la cosa più contraria alla ragione è il comportamento disordinato dell'uomo verso il proprio fine, poiché l'ordine di ragione parte dal fine. Ora, fine della vita e della società umana è Dio. Perciò i precetti del decalogo prima di tutto dovevano ordinare l'uomo a Dio: poiché il contrario è il più grave dei mali. Per portare un esempio: in un esercito che ha la sua coordinazione finale nel proprio capitano, il primo dovere è la sottomissione del soldato al suo comandante, e la colpa più grave è il suo contrario; il secondo dovere è l'intesa con gli altri commilitoni.
Tra le cose, poi, che ci ordinano a Dio si presenta per prima la fedeltà, che esclude ogni rapporto con i suoi nemici. La seconda, è il rispetto. La terza è la prestazione del proprio servizio. Ma è un delitto più grave, in un esercito, se un soldato pecca d'infedeltà patteggiando col nemico, che se talora manca di rispetto verso il capitano; e questo fatto a sua volta è più grave della negligenza nel prestargli qualche servizio.
E finalmente tra i precetti riguardanti il prossimo è chiaro che ripugna maggiormente alla ragione, ed è un peccato più grave, trasgredire l'ordine dovuto verso quelle persone cui si deve di più. Ecco perché tra i precetti relativi al prossimo sta al primo posto il precetto che riguarda i genitori. E anche tra gli altri precetti si nota lo stesso ordine secondo la gravità dei peccati (corrispondenti). Infatti è più grave e più ripugnante alla ragione peccare con le opere che con le parole, e più con le parole che col pensiero. E tra i peccati di opere è più grave l'omicidio, il quale toglie la vita di un uomo già esistente, che l'adulterio, col quale si toglie la certezza della prole futura; e l'adulterio è più grave del furto riguardante i beni esterni.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Sebbene attraverso i sensi il prossimo sia più conoscibile di Dio, tuttavia l'amore di Dio, come vedremo, è il motivo dell'amore del prossimo. Perciò i precetti riguardanti i doveri verso Dio erano da mettersi al primo posto.
2. Come Dio è per tutte le cose il principio universale dell'essere, così il padre è principio dell'essere per un figlio. Ecco perché è giusto mettere il precetto riguardante i genitori subito dopo quelli riguardanti Dio.
La ragione invocata vale quando le norme affermative e negative riguardano lo stesso genere di opere. Sebbene anche in questo non sia del tutto valida. È vero, infatti, che in ordine esecutivo prima si deve estirpare il vizio, e poi piantare la virtù, secondo le parole della Scrittura: "Allontanati dal male e fa' il bene", "Cessate dal malfare, imparate a far il bene"; tuttavia in ordine di intenzione la virtù è prima del peccato, poiché "con la riga diritta si giudica quella storta", a detta del Filosofo. E S. Paolo afferma, che è "mediante la legge che si ha conoscenza del peccato". E per tale motivo i precetti affermativi dovevano precedere.
Ma il motivo ordinatore non è questo, bensì quello sopra indicato. Poiché tra i precetti che riguardano Dio, cioè tra quelli della prima tavola, quello affermativo è l'ultimo, essendo meno grave la sua trasgressione.
3. Il peccato di pensiero è certamente il primo in ordine di esecuzione; ma la sua proibizione per la ragione umana non è immediata.

ARTICOLO 7

Se i precetti del decalogo siano ben redatti

SEMBRA che i precetti del decalogo non siano redatti bene. Infatti:
1. I precetti affermativi ordinano agli atti di virtù, mentre quelli negativi ritraggono dagli atti peccaminosi. Ma virtù e peccati si contrappongono in qualsiasi materia. Dunque in qualsiasi materia che è oggetto del decalogo dovevano esserci un precetto affermativo e uno negativo. Quindi non è giusto formulare dei precetti come affermativi e altri come negativi.
2. S. Isidoro afferma che "qualsiasi legge è stabilita razionalmente". Ora, tutti i precetti del decalogo appartengono alla legge divina. Dunque in tutti doveva essere indicata la ragione e non soltanto nel primo e nel terzo.
3. Con l'osservanza dei precetti si meritano dei premi da Dio. E le divine promesse riguardano appunto i premi dei precetti. Perciò si doveva indicare una promessa ad ogni precetto, e non soltanto nel primo e nel quarto.
4. L'antica legge è detta "legge del timore", perché induce all'osservanza dei precetti con la minaccia del castigo. Ma i precetti del decalogo appartengono tutti alla legge antica. Quindi si doveva aggiungere in tutti la minaccia di un castigo, e non soltanto nel primo e nel secondo.
5. Si devono conservare nella memoria tutti i precetti del Signore; si legge infatti nei Proverbi: "Scrivili sulle tavole del tuo cuore". Perciò non è giusto che si accenni alla memoria soltanto nel terzo comandamento. E quindi i precetti del decalogo non sono ben redatti.

IN CONTRARIO: Sta scritto: "Dio dispose tutto in numero, peso e misura". Quindi a maggior ragione dovette seguire un giusto criterio nel formulare la sua legge.

RISPONDO: Nei precetti della legge divina è racchiusa la massima sapienza; si legge infatti nel Deuteronomio: "È questa la vostra sapienza ed intelligenza al cospetto dei popoli". Ora, è proprio del sapiente disporre tutto nel modo e nell'ordine dovuto. Perciò deve ritenersi evidente che i precetti della legge sono redatti nel debito modo.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. L'affermazione di una cosa implica sempre la negazione del contrario: ma non sempre la negazione di uno dei contrari comporta l'affermazione dell'altro. È logico dire, p. es.: "Se una cosa è bianca, non è nera"; ma non è logico dire: "Una cosa non è nera, dunque è bianca"; poiché la negazione è più estesa dell'affermazione. Ecco perché, secondo il dettato primigenio, i precetti negativi, i quali proibiscono di fare un torto, si estendono a un maggior numero di persone, che quei precetti i quali impongono il dovere di prestare onore o servizio a qualcuno. Ora, tra le cose che detta immediatamente la ragione naturale c'è l'idea che uno è tenuto a prestare dei servigi e degli onori a coloro da cui è stato beneficato, se non li ha ricompensati. E quelli che nessuno potrà mai ricompensare adeguatamente per i benefici ricevuti sono due, cioè Dio e il proprio padre, come nota Aristotele. Ecco perché sono due soltanto i precetti affermativi: quello che comanda di onorare i genitori, e quello riguardante la santificazione del sabato in ricordo di un beneficio divino.
2. I precetti esclusivamente morali implicano una ragione evidente: e quindi non era necessario aggiungere in essi delle ragioni. Ma in alcuni precetti si aggiungono determinazioni cerimoniali, o legali: nel primo, p. es., si aggiunge, "Non ti farai scultura alcuna"; e nel terzo si determina il giorno del sabato. Perciò in questi casi era necessario dare una ragione.
3. Per lo più gli uomini cercano un'utilità nei loro atti. Ecco perché era necessario aggiungere la promessa di un premio in quei precetti dai quali pareva non dovesse seguire nessuna utilità, o che parevano impedire dei vantaggi. Essendo i genitori, p. es., già in declino, da essi non si attendono vantaggi. Perciò al precetto che impone di onorarli si aggiunge una promessa. Si fa lo stesso per il precetto che proibisce l'idolatria; perché ciò pareva impedire l'apparente vantaggio che gli uomini credono di conseguire patteggiando col demonio.
4. Come nota Aristotele, i castighi sono necessari specialmente contro chi è incline al male. Perciò la minaccia dei castighi è aggiunta a quei soli precetti in cui si riscontrava una (particolare) inclinazione. Ebbene, gli uomini erano inclini all'idolatria, per l'universale consuetudine delle nazioni. Così pure erano inclini allo spergiuro, data la frequenza dei giuramenti. Ecco perché soltanto nei due primi precetti si aggiunge una minaccia.
5. Il precetto relativo al sabato fu posto a commemorare un beneficio passato. Ecco perché in esso si accenna espressamente alla memoria. - Oppure si potrebbe rispondere che al precetto del sabato è annessa una determinazione che esula dalla legge naturale; e quindi codesto precetto aveva bisogno di una speciale ammonizione.

ARTICOLO 8

Se i precetti del decalogo siano dispensabili

SEMBRA che i precetti del decalogo siano dispensabili. Infatti:
1. I precetti del decalogo sono di diritto naturale. Ma ciò che è giusto per natura, in certi casi può non esser tale, ed è mutabile, a detta del Filosofo, come la natura umana. Ora, le deficienze della legge nei casi particolari sono motivo di dispensa, come sopra abbiamo detto. Dunque i precetti del decalogo si possono dispensare.
2. Come l'uomo sta alla legge umana, così Dio sta alla legge divina. Ora, un uomo può dispensare nei precetti di una legge umana. Quindi Dio può dispensare nei precetti del decalogo che sono di istituzione divina. Ma i prelati fanno qui in terra le veci di Dio; scrive infatti l'Apostolo: "Poiché se io ho usato misericordia, l'ho usata per voi in persona di Cristo". Perciò anche i prelati possono dispensare i precetti del decalogo.
3. Tra i precetti del decalogo c'è la proibizione dell'omicidio. Ma sembra che gli uomini possano dispensare questo precetto: cioè quando secondo le leggi umane si uccidono lecitamente i malfattori, o i nemici. Dunque i precetti del decalogo sono dispensabili.
4. L'osservanza del sabato si trova tra i precetti del decalogo. Ora, a tale precetto fu applicata la dispensa, poiché si legge: "In quel giorno fecero questo proposito: "Venga chiunque ad assalirci in giorno di sabato, noi combatteremo con lui"". Perciò i precetti del decalogo sono dispensabili.

IN CONTRARIO: Alcuni vengono rimproverati dal profeta Isaia, perché "hanno manomesso il diritto, infranto il patto eterno": e ciò va inteso principalmente dei precetti del decalogo. Dunque i precetti del decalogo non ammettono dispensa.

RISPONDO: Come abbiamo visto nelle questioni precedenti, la dispensa di una legge è doverosa, quando capita un caso particolare, in cui l'osservanza letterale verrebbe a contrastare con l'intenzione del legislatore. Ora, l'intenzione di qualsiasi legislatore è ordinata in primo luogo e principalmente al bene comune; e in secondo luogo al buon ordine della giustizia e dell'onestà, in cui va conservato o perseguito il bene comune. Perciò se si danno dei precetti i quali implicano la conservazione stessa del bene comune, oppure l'ordine stesso della giustizia e dell'onestà, codesti precetti contengono l'intenzione stessa del legislatore: e quindi sono indispensabili. Se in una società, p. es., si stabilisse questa legge, che nessuno ha la facoltà di distruggere lo stato, di consegnare la città al nemico, o di fare del male e delle ingiustizie, codeste norme sarebbero indispensabili. Se invece a sostegno di codeste norme si emanassero altri precetti, che determinassero delle speciali modalità, questi sarebbero dispensabili; poiché la loro omissione in certi casi non comprometterebbe le norme primarie che contengono l'intenzione del legislatore. Se in una città, p. es., si stabilisse, per salvare lo stato, che a turno in ogni quartiere gli uomini stessero di sentinella per custodire la città assediata; si potrebbe dispensare codesto precetto con qualcuno per un maggiore vantaggio.
Ma i precetti del decalogo racchiudono l'intenzione stessa del legislatore, cioè di Dio. Infatti i precetti della prima tavola, che ordinano a Dio, contengono l'ordine stesso al bene comune e finale, che è Dio stesso; e i precetti della seconda tavola contengono l'ordine della giustizia da osservarsi tra gli uomini, così da non far torto a nessuno, e da rendere a ciascuno ciò che gli è dovuto; ché in tal senso sono da intendersi i precetti del decalogo. Ecco perché codesti precetti sono assolutamente indispensabili.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Il Filosofo non parla di quella giustizia naturale che contiene l'ordine essenziale della giustizia; infatti non potrà mai venir meno il principio che "la giustizia va osservata". Ma parla di modi determinati di osservare la giustizia, e questi in certi casi non reggono.
2. Come dice l'Apostolo: "Dio rimane fedele, perché non può rinnegare se stesso". Ora, Dio rinnegherebbe se stesso, se togliesse l'ordine della sua giustizia: essendo egli la stessa giustizia. Perciò Dio non può dispensare un uomo dal rispettare il debito ordine verso Dio stesso, oppure dalla sottomissione all'ordine della sua giustizia, anche rispetto ai doveri reciproci degli uomini tra loro.
3. L'uccisione dell'uomo è proibita nel decalogo in quanto è ingiusta: e in tal senso codesto precetto contiene l'ordine essenziale della giustizia. Perciò la legge umana non può mai concedere, che sia lecito uccidere un uomo senza un motivo giusto. Uccidere però i malfattori o i nemici della patria non è un'ingiustizia. Quindi non è contro il decalogo: e neppure s'identifica con l'omicidio, che il decalogo proibisce, come spiega S. Agostino. - Allo stesso modo, quando a uno si toglie ciò che gli apparteneva, se è giusto che lo perda, non abbiamo né il furto né la rapina, che il decalogo proibisce.
Perciò quando i figli d'Israele per comando di Dio tolsero le spoglie degli egiziani, non ci fu un furto: poiché per un giudizio di Dio questi se lo meritavano. - Così pure, quando Abramo acconsentì ad uccidere suo figlio, non acconsentì a un omicidio: poiché era giusto ucciderlo per un comando di Dio, padrone della vita e della morte. È lui infatti che infligge la pena di morte a tutti gli uomini, giusti o iniqui, per il peccato originale: e se l'uomo, autorizzato da Dio, si fa esecutore di codesta sentenza non è un omicida, come non lo è Dio stesso. - E quando Osea, usò di una sposa fornicatrice, o di una donna adultera, non fu né adultero né fornicatore: poiché usò di una donna che era sua per comando di Dio, istitutore del matrimonio.
Perciò i precetti del decalogo sono immutabili rispetto all'ordine della giustizia che racchiudono. Ma rispetto alla determinata applicazione ai singoli atti, e cioè rispetto a determinare se questo è o non è un omicidio, un furto, o un adulterio, ci possono essere delle mutazioni: in certi casi si richiede l'autorità stessa di Dio, e cioè in quelle cose che Dio stesso ha istituito, p. es., nel matrimonio, e in altre cose del genere; in altri casi basta l'autorità umana, cioè in quelle cose che sono affidate alla giurisdizione degli uomini. Infatti in questi casi gli uomini fanno le veci di Dio: non già in tutti i casi.
4. Il proposito ricordato fu un'interpretazione del precetto più che una dispensa. Infatti non si deve pensare che violi il sabato chi compie un'opera necessaria a salvare la vita umana; come il Signore insegna nel Vangelo.

ARTICOLO 9

Se ricada sotto il precetto il modo virtuoso di adempierlo

SEMBRA che ricada sotto il precetto il modo virtuoso di adempierlo. Infatti:
1. Si ha il modo virtuoso d'agire quando uno compie con giustizia le cose giuste, con fortezza quelle forti, e così via. Ora, nel Deuteronomio si legge: "Compirai con giustizia quanto è giusto". Dunque ricade sotto il precetto il modo virtuoso di adempierlo.
2. La cosa che più ricade sotto il precetto è quella che costituisce l'intenzione del legislatore. Ora, a detta di Aristotele, l'intenzione principale del legislatore è di rendere gli uomini virtuosi. D'altra parte a chi è virtuoso spetta di agire virtuosamente. Perciò la maniera virtuosa di agire è di precetto.
3. La maniera virtuosa dell'atto propriamente consiste nel compierlo volontariamente e con gioia. Ora, questo ricade sotto il precetto della legge divina; poiché si legge nei Salmi: "Servite il Signore con letizia", e in S. Paolo: "Non con rincrescimento, né per forza, poiché il Signore ama chi dona con gioia". E la Glossa aggiunge: "Tutto ciò che fai di bene, compilo con gioia, e allora lo compirai bene: se invece lo fai con tristezza, esso viene fatto da te ma non sei tu che lo fai". Quindi ricade sotto il precetto il modo virtuoso di adempierlo.

IN CONTRARIO: Aristotele dimostra, che nessuno può agire come agisce una persona virtuosa, senza avere l'abito della virtù. D'altra parte chi trasgredisce un precetto merita un castigo. Perciò ne seguirebbe che chi non ha l'abito della virtù, meriterebbe un castigo nel fare qualsiasi cosa. Ma questo è contro l'intenzione della legge, la quale tende a portare l'uomo alla virtù, abituandolo alle opere buone. Dunque non ricade sotto il precetto il modo virtuoso di adempierlo.

RISPONDO: Il precetto della legge ha forza coattiva, come abbiamo visto. Perciò ricade direttamente sotto il precetto della, legge ciò cui la legge costringe. E la costrizione della legge si attua col timore della pena, come nota Aristotele: infatti ricade propriamente sotto il precetto, quanto la legge colpisce con una pena. Ma nello stabilire la pena, la legge divina e quella umana non si trovano nelle stesse condizioni. Infatti una legge non può infliggere una pena che per le cose di cui il legislatore ha modo di giudicare: poiché la legge punisce dietro un giudizio. Ora, l'uomo, latore della legge umana, è in grado di giudicare solo gli atti esterni: poiché, come dice la Scrittura, "gli uomini vedono le apparenze". Dio invece, latore della legge divina, giudica dei moti interiori della volontà; secondo l'espressione dei Salmi: "Dio scruta i cuori e i reni".
In base a questo si deve concludere che la maniera virtuosa (dell'agire umano) sotto un certo aspetto interessa sia la legge umana che quella divina; sotto un altro aspetto interessa la legge divina, ma non quella umana; e sotto un terzo aspetto non interessa, né quella umana, né quella divina. Infatti la maniera virtuosa di un atto implica, secondo Aristotele, tre elementi. Primo, che uno lo compia "scientemente". E questo interessa, sia la legge divina, che quella umana. Chi infatti agisce per ignoranza, compie un'azione umana solo per accidens. Perciò sia la legge umana che quella divina tengono conto dell'ignoranza nel punire e nello scusare un atto.
Il secondo elemento dell'atto virtuoso è che uno lo compia "volontariamente", ossia "deliberatamente per un dato scopo"; il che implica due dei moti interiori di cui abbiamo già parlato, cioè la volizione e l'intenzione. Ebbene, la legge umana non è in grado di giudicare di essi, ma soltanto la legge divina. Infatti la legge umana non punisce chi vuole uccidere e non uccide; invece lo punisce la legge divina: "Chi si adira col suo fratello sarà reo di giudizio".
Il terzo elemento è che uno "agisca e si comporti con fermezza". E questa fermezza è propria dell'abito, in quanto uno agisce per l'abito che in lui è radicato. E sotto questo aspetto la maniera virtuosa dell'atto non ricade sotto il precetto, né della legge divina, né della legge umana: infatti non è punito né dalla legge divina né da quella umana, come trasgressore del precetto, chi, senza avere l'abito della pietà, rende ai genitori l'onore dovuto.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Il modo di compiere gli atti di giustizia che ricade sotto il precetto è il compimento di una cosa secondo l'ordine del diritto: non già il suo compimento in forza dell'abito della giustizia.
2. L'intenzione del legislatore ha di mira due cose. La prima a cui tende di arrivare mediante i precetti della legge, ed è la virtù. La seconda invece è l'oggetto su cui intende dare il precetto: e questo è il mezzo per condurre o predisporre alla virtù, ossia è un atto di virtù. Infatti il fine del precetto non s'identifica con la materia su cui il precetto vien dato: e del resto anche nelle altre cose non s'identifica mai il fine e il mezzo ad esso ordinato.
3. Ricade sotto il precetto della legge divina compiere senza tristezza l'atto virtuoso: poiché chi lo compie con tristezza, non lo compie volentieri. Invece compierlo con gioia, ossia con letizia ed ilarità, in qualche modo ricade sotto il precetto, cioè in quanto la gioia, che ha la sua causa nell'amore, deriva dall'amore di Dio e del prossimo, amore che è di precetto; ma in qualche modo non vi ricade: cioè non ricade sotto il precetto la gioia che accompagna l'abito; ché a detta del Filosofo, "il piacere è il segno dell'abito già generato". Infatti un atto può essere gradito e piacevole, o per il fine, o perché concorda con l'abito.

ARTICOLO 10

Se ricada sotto un precetto il modo di adempierlo come atto di carità

SEMBRA che ricada sotto un precetto il modo di adempierlo come atto di carità. Infatti:
1. Sta scritto: "Se vuoi entrare nella vita, osserva i comandamenti"; il che dimostra che l'osservanza dei comandamenti basta a introdurre nella vita. Però le opere buone non bastano a introdurre nella vita, se non emanano dalla carità; poiché S. Paolo afferma: "Se anche distribuissi a favore dei poveri tutto quello che ho e dessi il mio corpo per essere bruciato, ma non avessi la carità, niente mi giova". Dunque agire come detta la carità ricade sotto il precetto.
2. È proprio della carità compiere ogni cosa per Dio. Ma questo è di precetto, poiché l'Apostolo scrive: "Fate tutto per la gloria di Dio". Dunque ricade sotto il precetto l'adempierlo come atto di carità.
3. Se non ricadesse sotto il precetto l'adempierlo come atto di carità, uno potrebbe adempiere i precetti della legge senza avere la carità. Ma ciò che si può fare senza la carità, si può fare senza la grazia, che è sempre connessa con la carità. Quindi uno potrebbe adempiere i precetti della legge, senza la grazia. Ora questo, come S. Agostino dimostra, è uno degli errori di Pelagio. Perciò ricade sotto un precetto il suo adempimento come atto di carità.

IN CONTRARIO: Chi non osserva un precetto pecca mortalmente. Quindi, se ricadesse sotto un precetto il modo di adempierlo come atto di carità, ne seguirebbe che nel fare qualsiasi cosa, chi non è mosso dalla carità, commetterebbe peccato mortale. Ora, chi non ha la carità, non è mosso dalla carità nell'operare. E quindi ne seguirebbe che quanti sono privi della carità, peccano mortalmente in tutto quel che fanno, anche se si tratta di opere buone. Il che è inammissibile.

RISPONDO: Su questo argomento ci furono due opinioni contrarie. Alcuni infatti hanno affermato che ricade assolutamente sotto il precetto il modo di osservarlo come atto di carità. Il che non sarebbe impossibile a chi non ha la carità: poiché costui può predisporsi all'infusione della carità da parte di Dio. E neppure peccherebbe mortalmente, nel compiere il bene senza la carità: perché il precetto che comanda di agire mossi dalla carità è un precetto affermativo, e quindi non obbliga sempre, ma solo quando uno possiede la carità. - Altri invece hanno negato del tutto che ricada sotto un precetto il modo di osservarlo come atto di carità.
Gli uni e gli altri hanno detto qualche cosa di vero. Infatti un atto di carità si può considerare sotto due aspetti. Primo, come atto a sé stante: e in tal senso ricade sotto il precetto della legge che direttamente lo riguarda: "Amerai il Signore Dio tuo", "Amerai il prossimo tuo". E stando a questo hanno ragione i primi. Infatti non è impossibile osservare il precetto della carità: poiché l'uomo può sempre disporsi ad averla, e quando la possiede può adoperarla.
Secondo, un atto di carità si può considerare come modo, o formalità degli atti di altre virtù, essendo tutti codesti atti ordinati alla carità, che è "fine del precetto", come si esprime S. Paolo. Più sopra infatti abbiamo spiegato che l'intenzione del fine costituisce una formalità dell'atto ordinato al fine. E in tal senso è vero quanto hanno insegnato i secondi, e cioè che la formalità propria della carità non ricade sotto il precetto: e ciò significa, che nel precetto, "Onora il padre", non è incluso l'obbligo di onorarlo mossi dalla carità, ma solo quello di onorare il padre. Quindi chi onora il padre, senza avere la carità, non trasgredisce questo precetto: sebbene trasgredisca il precetto della carità, e meriti perciò un castigo.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Il Signore non disse: "Se vuoi entrare nella vita, osserva un comandamento"; ma, "tutti i comandamenti". E tra questi c'è anche quello dell'amore di Dio e del prossimo.
2. Ricade sotto il comandamento della carità che si ami Dio con tutto il cuore, e questo impone di riferire tutte le cose a Dio. Perciò uno non può adempiere il precetto della carità, se non riferisce tutto a Dio. Cosicché chi onora i genitori è tenuto a farlo mosso dalla carità, non soltanto in forza del precetto: "Onora il padre e la madre", ma anche in forza di quest'altro comandamento: "Ama il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore". Trattandosi però di due precetti affermativi, che non obbligano a continuazione, possono obbligare in tempi distinti. E così può capitare che uno osservi il precetto di onorare i genitori, senza trasgredire per questo il precetto di compiere tutto come atto di carità.
3. L'uomo non può osservare tutti i precetti della legge, senza osservare il precetto della carità, il che è impossibile senza la grazia. Ecco perché è impossibile quanto diceva Pelagio, cioè che l'uomo può osservare la legge senza la grazia.

ARTICOLO 11

Se sia giusto distinguere altri precetti morali della legge oltre il decalogo

SEMBRA che non sia conveniente distinguere altri precetti morali della legge oltre il decalogo. Infatti:
1. Il Signore insegna, che "nei due precetti della carità è racchiusa tutta la legge e i profeti". Ora, questi due precetti vengono spiegati dai dieci precetti del decalogo. Dunque non è necessario che vi siano altri precetti morali.
2. I precetti morali, come abbiamo visto, sono distinti da quelli giudiziali e cerimoniali. Ma le determinazioni dei precetti morali più universali appartengono ai precetti giudiziali e cerimoniali; e d'altra parte i precetti universali sono inclusi nel decalogo, o sono presupposti da esso. Dunque non era necessario dare altri precetti morali oltre il decalogo.
3. I precetti morali riguardano, come abbiamo detto, atti di tutte le virtù. Perciò, se è vero che nella legge si danno, oltre il decalogo, precetti morali riguardanti le virtù di latria, liberalità, misericordia e castità, non dovevano mancare precetti riguardanti le altre virtù, cioè la fortezza, la sobrietà, ecc. Invece questi mancano. Dunque non sono ben descritti nella legge gli altri precetti morali fuori del decalogo.

IN CONTRARIO: Nei Salmi si afferma: "La legge del Signore è senza macchia, converte le anime". Ora, l'uomo si conserva senza la macchia del peccato, e la sua anima si converte a Dio anche mediante le altre norme morali aggiunte al decalogo. Dunque spetta alla legge prescrivere anche altri precetti morali.

RISPONDO: Come abbiamo notato sopra, i precetti giudiziali e cerimoniali hanno forza solo dalla loro istituzione; prima infatti le cose potevano farsi in una maniera o nell'altra. Invece i precetti morali hanno vigore dal dettame stesso della ragione naturale, anche se non vengono mai sanciti dalla legge. Ed essi sono di tre categorie. Alcuni sono evidentissimi, e quindi non hanno bisogno di essere enunciati: tali sono, p. es., i precetti dell'amore di Dio e del prossimo, di cui sopra abbiamo detto che sono come il fine dei precetti; perciò nei loro riguardi nessuno può sbagliarsi nel giudicare. Altri invece, sono più determinati, ma hanno una ragione che qualsiasi persona, anche del volgo, può scorger subito con facilità. Essi tuttavia hanno bisogno di essere enunciati, perché in alcuni casi può capitare un pervertimento dell'umano giudizio: e questi sono i precetti del decalogo. Finalmente ce ne sono altri la cui ragione non è perspicua per tutti, ma solo per i sapienti; e questi sono i precetti morali aggiunti al decalogo, e che Dio comunicò al popolo per mezzo di Mosè e di Aronne.
Ma questi precetti morali aggiunti si riallacciano ai precetti del decalogo come altrettanti corollari, poiché le nozioni evidenti sono altrettanti principi per la conoscenza di quanto non è evidente. Infatti nel primo precetto del decalogo si proibisce il culto degli altri dei: e ad esso si aggiungono altri precetti che proibiscono quanto era ordinato al culto degli idoli: "Non si trovi in te chi pretenda purificare il figlio suo, o la figlia, facendoli passare per il fuoco; non ci sia chi faccia sortilegi o incantesimi; né chi consulti i maghi e gli indovini, o cerchi di sapere dai morti la verità". - Il secondo precetto proibisce lo spergiuro. Ma vi si aggiunge la proibizione della bestemmia; e la proibizione di false dottrine. - Al terzo precetto sono aggiunte tutte le norme cerimoniali. - Al quarto, relativo ai doveri verso i genitori, si aggiunge il precetto di rispettare i vecchi: "Innanzi a un capo canuto, alzati in piedi; onora la persona del vecchio"; e in genere tutti i precetti che raccomandano, sia il rispetto verso i superiori, che la beneficenza verso gli uguali, o gli inferiori. - Al quinto precetto, che proibisce l'omicidio, si aggiunge la proibizione dell'odio e di qualsiasi violenza contro il prossimo: "Non ti mettere contro il sangue del prossimo tuo"; così pure la proibizione dell'odio fraterno: "Non odierai in cuor tuo il tuo fratello". - Al sesto precetto, che proibisce l'adulterio, sono aggiunti quelli che proibiscono il meretricio: "Non vi sarà meretrice tra le figlie di Israele, né fornicatori tra i figli d'Israele", e i vizi contro natura: "Non usare con un uomo come fosse una donna; non far peccato con nessuna bestia". - Al settimo precetto, che proibisce il furto, si aggiunge la proibizione dell'usura: "Non presterai a interesse a un tuo fratello"; la proibizione della frode: "Non terrai nel tuo sacchetto pesi diversi"; e in generale tutti i precetti che proibiscono la calunnia e la rapina. - All'ottavo precetto, che proibisce la falsa testimonianza, si aggiunge la proibizione del falso giudizio: "In giudizio non ti lascerai trascinare dal parere dei più, a detrimento della verità"; la proibizione della menzogna: "Fuggi la menzogna"; e della maldicenza: "Non essere denigratore e mormoratore in mezzo al popolo". - Agli altri due precetti non si fanno delle aggiunte, poiché essi proibiscono in generale tutti i cattivi desideri.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. I dieci comandamenti sono ordinati all'amore di Dio e del prossimo secondo una ragione evidente di debito; mentre gli altri precetti lo sono secondo una ragione più nascosta.
2. I precetti cerimoniali e giudiziali determinano i precetti del decalogo in forza della loro istituzione: non già in forza dell'istinto di natura, come i precetti morali complementari.
3. I precetti della legge sono ordinati, come abbiamo detto, al bene comune. E poiché le virtù sociali riguardano direttamente il bene comune, e così pure la castità, in quanto l'atto della generazione è ordinato al bene comune della specie; codeste virtù sono oggetto, sia dei precetti del decalogo, che di quelli complementari. Però non manca per gli atti di fortezza un precetto, che i sacerdoti a nome dei capitani dovevano ripetere, esortando alla battaglia, affrontata per il bene comune: "Non abbiate paura, non indietreggiate". Così anche la proibizione degli atti di gola è affidata all'ammonizione paterna, perché in contrasto col bene domestico; ecco perché la legge mette in bocca ai genitori questi lamenti: "Ricusa di dar retta ai nostri avvertimenti, e si dà ai bagordi, ai piaceri e ai conviti".

ARTICOLO 12

Se i precetti morali dell'antica legge potessero giustificare

SEMBRA che i precetti morali dell'antica legge potessero giustificare. Infatti:
1. L'Apostolo scrive: "Non quelli che ascoltano la legge sono giusti davanti a Dio, ma quelli che la praticano saranno giustificati". Ora, chi pratica la legge è precisamente chi ne adempie i precetti. Dunque i precetti della legge adempiuti possono giustificare.
2. Sta scritto: "Custodite le mie leggi e i miei comandamenti; chi li osserverà vivrà in essi". Ma la vita spirituale dell'uomo si attua mediante la giustizia. Perciò i precetti, se adempiuti, danno la giustificazione.
3. La legge divina è più efficace di quella umana. Eppure la legge umana giustifica: infatti nell'adempimento dei precetti della legge si ha un tipo particolare di giustizia. A maggior ragione, quindi, giustificano i precetti della legge (divina).

IN CONTRARIO: L'Apostolo insegna: "La lettera uccide". E ciò va inteso, secondo S. Agostino, anche per i precetti morali. Dunque i precetti morali non danno la giustificazione.

RISPONDO: Come l'aggettivo sano, in senso proprio e primario, si applica all'animale che ha la sanità, e secondariamente alle cose che ne sono un segno, o che la conservano; così il termine giustificazione in senso proprio e primario si dice dell'attuazione della giustizia; mentre in senso derivato e improprio si applica alle figurazioni della giustizia, e alle predisposizioni verso di essa. Ora, che i precetti della legge giustificavano in questi ultimi due sensi, è cosa evidente: poiché essi disponevano gli uomini alla grazia giustificante del Cristo, che inoltre simboleggiavano; infatti, a detta di S. Agostino, "la vita stessa di quel popolo era profetica, e figurativa del Cristo".
Ma se parliamo della giustificazione propriamente detta, si deve notare che la giustizia può essere in stato di abito, o in atto: e quindi la giustificazione può essere di due tipi: abituale e attuale. La prima rende l'uomo giusto, con l'acquisto dell'abito della giustizia. La seconda lo rende giusto mediante il compimento di opere di giustizia: e in tal senso la giustificazione non è altro che l'esecuzione di ciò che è giusto. Ora, la giustizia, come le altre virtù, può essere acquisita e infusa, secondo le spiegazioni date. Quella acquisita è causata dalle opere: mentre quella infusa è causata da Dio stesso mediante la grazia. E questa è la vera giustizia, di cui ora parliamo, e in base ad essa uno è giusto presso Dio, come accenna quel testo di S. Paolo: "Se Abramo è stato giustificato, ha ragione di vantarsene, ma non presso Dio". Ebbene questa giustizia non poteva essere causata dai precetti morali, che riguardano atti umani. E quindi i precetti morali non potevano giustificare causando la giustizia.
Se invece col termine giustificazione intendiamo l'esecuzione di cose giuste, allora tutti i precetti della legge giustificavano; però in grado diverso. Infatti i precetti cerimoniali, per essere indirizzati in blocco al culto di Dio, contenevano di suo un elemento di giustizia; mentre non ne contenevano di suo in particolare, che per la sola determinazione della legge divina. Perciò di codesti precetti si dice che giustificavano solo per la devozione e l'obbedienza di chi li compiva. - Invece i precetti morali e giudiziali contenevano di suo quanto era giusto, sia presi in blocco, che in particolare. I precetti morali però contenevano quanto è giusto oggettivamente secondo la giustizia generale, che, a detta di Aristotele, è "qualsiasi virtù". Mentre i precetti giudiziali riguardavano la giustizia speciale, relativa ai contratti che legano gli uomini tra loro.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. In quel testo l'Apostolo per giustificazione intende l'attuazione di ciò che è giusto.
2. Si dice che chi osservava i comandamenti della legge sarebbe vissuto in essi, nel senso che non incorreva la pena di morte, che la legge infliggeva ai trasgressori. E in tal senso cita codesto passo S. Paolo.
3. I precetti della legge umana giustificano mediante una giustizia acquisita: ma qui non si parla di essa, bensì della giustizia che è presso Dio.