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Questione
1
Il
fine ultimo dell'uomo
La prima cosa da considerare sull'argomento è il fine ultimo della
vita umana, la seconda saranno i mezzi che permettono all'uomo di
raggiungerlo: infatti dal fine dipende la natura di quanto al fine
è ordinato. E, una volta ammesso che la beatitudille è il fine della vita umana, prima di tutto bisogna trattare dell'ultimo fine in
generale, quindi della beatitudine.
Sul primo argomento si pongono otto quesiti: 1. Se appartenga
all'uomo agire per un fine; 2. Se questo sia proprietà della natura
ragionevole; 3. Se gli atti umani siano specificati dal fine; 4. Se
esista un fine ultimo della vita umana; 5. Se un uomo possa avere
più fini ultimi; 6. Se l'uomo ordini tutto al fine ultimo; 7. Se sia
identico il fine ultimo per tutti gli uomini; 8. Se questo fine sia
comune anche alle altre creature.
ARTICOLO
1
Se appartenga all'uomo agire per un fine
SEMBRA che all'uomo non appartenga agire per un fine.
Infatti:
1. La causa per sua natura dice priorità. Il fine, al contrario, dice
termine ultimo. Perciò il fine non ha ragione di causa. L'uomo
invece agisce per quanto è causa dell'azione, infatti la preposizione
per sta a indicare un rapporto causale. Dunque all'uomo non appartiene agire per un fine.
2. Ciò che costituisce il fine ultimo non è ordinato a un
fine.
Ma in certi casi le azioni stesse costituiscono l'ultimo fine, come
il Filosofo dimostra. Dunque l'uomo non sempre agisce per un
fine.
3. L'uomo agisce per un fine quando delibera. Ora, l'uomo spesso
agisce senza deliberazione alcuna, e talora perfino senza pensarci
affatto; come quando muove il piede o la mano, oppure si gratta la
barba, pensando ad altro. Dunque non sempre l'uomo agisce per
un fine.
IN CONTRARIO: Le cose appartenenti a un dato genere derivano
tutte dal principio di esso. Ma il fine è il principio dell'agire umano,
come il Filosofo dimostra. Dunque le azioni dell'uomo sono
compiute tutte per un fine.
RISPONDO: Tra le azioni che l'uomo compie, sono dette umane in
senso stretto soltanto quelle compiute dall'uomo in quanto uomo.
Ora, l'uomo si distingue dalle altre creature, non ragionevoli,
perché padrone dei propri atti. Perciò in senso stretto si dicono umane
le sole azioni di cui l'uomo ha la padronanza. D'altra parte l'uomo
è padrone dei suoi atti mediante la ragione e la volontà: difatti è
stato scritto che il libero arbitrio è "una facoltà della volontà e
della ragione". E quindi propriamente sono denominate umane le
azioni che derivano dalla deliberata volontà. Le altre azioni, che
all'uomo vanno attribuite, potranno chiamarsi azioni dell'uomo, ma
non azioni umane in senso proprio, non appartenendo esse all'uomo
in quanto uomo. Ora, tutti gli atti, che procedono da una data
facoltà, ne derivano secondo la ragione formale dell'oggetto di essa.
Ma oggetto della volontà è il fine e il bene. Dunque tutte le azioni
umane saranno necessariamente per un fine.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Il fine, pur essendo l'ultima cosa
in ordine di esecuzione, è tuttavia la prima nell'intenzione
dell'agente. Ed è così che possiede la ragione di causa.
2. Un'azione umana, per essere l'ultimo fine, è necessario che sia
volontaria: altrimenti non sarebbe azione umana, come si è detto.
E un'azione può essere volontaria in due modi: primo, perché
comandata dalla volontà, p. es., camminare o parlare; secondo,
perché emessa dalla volontà, come il volere stesso. Ora, è impossibile
che l'atto stesso emesso dalla volontà sia l'ultimo fine. Infatti il fine è oggetto della volontà, come il colore è oggetto della vista; e come
è impossibile che il primo oggetto visivo sia il vedere medesimo,
poiché ogni atto visivo è visione di un oggetto visibile; così è
assurdo che il primo oggetto appetibile, ossia il fine, sia il volere
medesimo. Rimane dunque che un'azione umana, per essere l'ultimo
fine, deve essere comandata dalla volontà. Ma in tal caso l'azione
dell'uomo, almeno per la volizione che la riguarda, è per un fine.
Dunque è vero che l'uomo, qualunque azione compia, agisce
sempre per un fine. Anche nel compiere l'azione che si identifica con
l'ultimo fine.
3. Le azioni indicate non sono propriamente azioni umane: poiché
non procedono da una deliberazione della ragione, la quale è
il vero principio degli atti umani. E quindi esse hanno un fine in
rapporto all'immaginativa, ma non un fine prestabilito dalla
ragione.
ARTICOLO
2
Se agire per un fine sia proprietà esclusiva
della natura ragionevole
SEMBRA che agire per un fine sia proprietà esclusiva della natura
ragionevole. Infatti:
1. L'uomo, il quale certamente agisce per un fine, non agisce mai
per un fine che non conosce. Ora, molti sono gli esseri che non
conoscono il fine: o perché privi affatto di cognizione, come le
creature insensibili, o perché non capiscono il rapporto di finalità, come
gli animali bruti. Dunque è proprietà esclusiva della natura
ragionevole agire per un fine.
2. Agire per un fine significa indirizzare verso il fine la propria
azione. Dunque non compete ad esseri privi di ragione.
3. Il fine, come il bene, è oggetto della volontà. Ma, al dire di
Aristotele, "la volontà ha sede nella ragione". Perciò agire per un
fine spetta soltanto alla natura ragionevole.
IN CONTRARIO: Aristotele insegna, che
"non l'intelletto soltanto,
ma anche la natura agisce per un fine".
RISPONDO:
È necessario che tutti gli agenti agiscano per un fine.
Infatti in una serie di cause ordinate tra loro, non si può eliminare
la prima, senza eliminare anche le altre. Ma la prima delle cause è
la causa finale. E lo dimostra il fatto che la materia non raggiunge
la forma, senza la mozione della causa agente: poiché nessuna cosa
può passare da se stessa dalla potenza all'atto. Ma la causa agente
non muove senza mirare al fine. Infatti, se l'agente non fosse
determinato a un dato effetto, non verrebbe mai a compiere una cosa
piuttosto che un'altra: e quindi, perché produca un dato effetto è
necessario che venga determinato a una cosa definita, la quale
acquista così la ragione di fine. Ora, questa determinazione, che
nell'essere ragionevole è dovuta all'appetito intellettivo, detto volontà,
negli altri esseri viene prodotta dall'inclinazione naturale, chiamata
appunto appetito naturale.
Tuttavia dobbiamo ricordare che un essere può tendere verso il
fine, con la propria operazione, o moto, in due maniere: primo,
movendo se stesso verso il fine, come fa l'uomo; secondo, facendosi
muovere da altri verso il fine, come la freccia che tende a un
fine determinato perché mossa dall'arciere, il quale ne indirizza
l'operazione verso il bersaglio. Gli esseri, dunque, dotati di ragione
muovono se stessi al raggiungimento del fine; perché sono padroni
dei propri atti mediante il libero arbitrio, che è "una facoltà della
volontà e della ragione". Gli esseri invece privi di ragione tendono
al fine in forza di un'inclinazione naturale, come sospinti da altri e non da se stessi: e questo perché non conoscono la finalità delle
cose, e quindi non possono ordinare nulla verso il fine, ma vengono
ordinati da altri al raggiungimento del fine. Abbiamo infatti già
spiegato che tutta la natura priva di ragione va considerata in
rapporto a Dio come uno strumento rispetto all'agente principale.
E quindi è proprio della natura ragionevole tendere al fine movendo
e guidando se stessa al raggiungimento di esso; mentre la
natura priva di ragione ha il compito di raggiungere il fine,
o conosciuto, nel caso degli animali bruti, o non conosciuto, nel caso
degli esseri assolutamente privi di cognizione, facendosi condurre
e guidare da altri.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Quando l'uomo agisce direttamente
per il fine, certamente conosce il fine; ma quando egli viene sospinto
e guidato da altri, come quando agisce sotto l'altrui comando, o si
sposta perché urtato da un altro, non è necessario che conosca il
fine. E così avviene per gli esseri irragionevoli.
2. Ordinare o indirizzare al fine spetta a chi può muovere se
stesso verso il fine. A chi invece è portato da altri al
raggiungimento del fine, spetta di essere ordinato al fine da altri. E questo
può capitare anche alla natura priva di ragione, però mediante un
essere dotato di ragione.
3. Oggetto della volontà è il fine, o il bene nella sua universalità.
Cosicché non può esserci volontà negli esseri privi di ragione e
d'intelligenza, non avendo essi la capacità di apprendere l'universale:
ma in essi esiste l'appetito naturale o quello sensitivo, determinati
a dei beni particolari. Ora, è evidente che le cause particolari sono
mosse da quelle universali: il reggitore di uno stato, p. es., che
mira al bene comune, muove col suo comando tutti gli uffici
particolari della città. È necessario quindi che tutti gli esseri privi di
ragione siano mossi al conseguimento dei fini particolari da una
volontà intelligente, che ha di mira il bene universale, e cioè dalla
volontà divina.
ARTICOLO
3
Se gli atti umani ricevano dal fine la loro specificazione
SEMBRA che gli atti umani non ricevano dal fine la loro specificazione. Infatti:
1. Il fine è una causa
estrinseca. Ma tutte le cose ricevono la loro
specie da un principio intrinseco. Dunque gli atti umani non la
ricevono dal fine.
2. Ciò che dà la specie deve avere una priorità. Il fine invece viene
dopo in ordine ontologico. Dunque l'atto umano non può ricevere
la specie dal fine.
3. La medesima cosa non può avere che una specie. Ora, può
capitare che il medesimo atto venga ordinato a diversi fini. Dunque
il fine non può determinare la specie degli atti umani.
IN CONTRARIO: S. Agostino scrive:
"Le nostre opere sono colpevoli
o lodevoli, secondo che è colpevole o lodevole il loro fine".
RISPONDO: Ogni cosa deriva la sua specie dall'atto e non dalla
potenza: difatti gli esseri composti di materia e forma raggiungono
la specie mediante le loro forme. Lo stesso vale per il moto in senso
stretto. Poiché l'azione e la passione, in cui il moto si distingue,
derivano la loro specie dall'atto: e cioè, l'azione dall'atto che è il
principio operativo, la passione dall'atto che è il termine del moto.
Difatti il riscaldamento all'attivo non è che il moto derivante dal
calore, e il riscaldamento al passivo non è che il moto verso il
calore: e la definizione non fa che esprimere la natura della specie.
Ora, gli atti umani considerati in tutte e due le maniere, o come
azioni, o come passioni, ricevono dal fine la loro specie. Realmente
gli atti umani si possono considerare in tutte e due le maniere:
poiché l'uomo muove se stesso e da se stesso è mosso. Abbiamo
spiegato che gli atti si dicono umani in quanto procedono da deliberata
volontà. Oggetto poi della volontà è il bene, e il fine. È perciò evidente
che il fine costituisce il principio degli atti umani in quanto
umani. Così pure ne costituisce il termine: infatti l'atto umano
ha il suo termine in quello che la volontà persegue come suo fine;
del resto anche nella generazione naturale la forma del generato
diviene identica alla forma del generante. E dal momento che, al
dire di S. Ambrogio, "umani sono propriamente i costumi",
particolarmente dal fine ricevono la loro specie le azioni morali:
infatti atti umani e atti morali sono la stessa cosa.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Il fine non è qualche cosa di
totalmente estrinseco all'atto: poiché ha con esso relazione di principio
e di termine; ed è proprio dell'atto come tale derivare da un
principio in quanto azione, e tendere a un termine come passione.
2. Abbiamo già spiegato che il fine appartiene alla volontà in
quanto è prima nell'intenzione. E proprio in tal modo esso specifica
le azioni umane o morali.
3. Un atto, numericamente identico in quanto promana in
concreto da un agente, è sempre ordinato a un unico fine prossimo, dal
quale riceve la specie: ma può essere ordinato a più fini remoti, dei
quali l'uno sia fine dell'altro. - È possibile invece che un atto, identico
nella sua specie fisica, sia ordinato a fini diversi nell'ordine
volitivo: l'uccisione di un uomo, p. es., che fisicamente è sempre di
una medesima specie, può essere ordinata sia all'esecuzione della
giustizia che all'appagamento dell'ira. E si avranno allora atti
specificamente diversi nell'ordine morale: poiché nel primo caso si
avrà un atto di virtù, e nel secondo un atto peccaminoso. Il moto,
infatti, non riceve la specie da un termine accidentale, ma solo da
un termine appropriato. Ora, i fini morali sono accidentali per le
cose fisiche; e al contrario la finalità di ordine fisico è accidentale
nell'ordine morale. Niente perciò impedisce che atti specificamente
identici nell'ordine fisico, siano diversi nell'ordine morale, e
viceversa.
ARTICOLO 4
Se esista un fine ultimo della vita umana
SEMBRA che non esista un fine ultimo della vita umana, ma piuttosto
una serie indefinita di fini. Infatti:
1. Il bene è per natura ordinato a diffondersi, come Dionigi dimostra.
Ma se quanto procede dal bene, è bene esso stesso, è necessario
che codesto bene diffonda altro bene: e così la promanazione
del bene è senza limiti. Ora, il bene ha ragione di fine. Quindi tra
i fini c'è un procedimento all'infinito.
2. Le entità dipendenti dalla ragione possono moltiplicarsi
all'infinito: difatti le quantità matematiche possono crescere senza limiti. E le specie dei numeri sono anch'esse infinite, poiché, posto
qualsiasi numero, la ragione può sempre escogitarne uno più
grande. Ma il desiderio del fine dipende dalla ragione. Perciò
anche nei fini si procede all'infinito.
3. Il bene, o fine, è oggetto della volontà. Ma la volontà può
riflettere su se stessa infinite volte: posso cioè volere qualche cosa,
e quindi volere di volerla, e così all'infinito. Dunque si ha un
processo all'infinito nei fini del volere, e si esclude l'esistenza di un
ultimo fine della volontà umana.
IN CONTRARIO: Il Filosofo insegna, che
"distruggono l'essenza del
bene, coloro che lo riducono a un processo indefinito". Ma il bene
è precisamente quello che ha ragione di fine. Dunque il processo
all'infinito è contro la ragione di fine. È perciò necessario
ammettere un ultimo fine.
RISPONDO: È da escludersi sotto tutti gli aspetti un vero processo
all'infinito tra i fini. Poiché in ogni serie di cose ordinate tra loro,
avviene necessariamente che tolta la prima vengano a cessare
anche le altre connesse con quella. Il Filosofo infatti dimostra che
è impossibile procedere all'infinito tra le cause del moto, poiché
se non esistesse un primo motore, gli altri non potrebbero muovere,
derivando essi il loro moto da quel primo motore. Ora, tra i fini
esistono due tipi di ordine, e cioè l'ordine di intenzione e l'ordine
di esecuzione: e in tutti e due deve esistere un primo. Quello che
è primo nell'ordine di intenzione costituisce come il principio
motore degli appetiti: perciò, eliminato il principio, l'appetito rimane
inerte. Principio invece in ordine di esecuzione è il primo passo
che uno compie nell'operare: cosicché, eliminando questo, nessuno
comincerebbe mai un'operazione. Principio in ordine di intenzione
è il fine ultimo; principio in ordine di esecuzione è il primo dei
mezzi necessari al raggiungimento del fine. Perciò da nessuna delle
due parti è possibile procedere all'infinito: poiché senza ultimo
fine non ci sarebbe appetizione alcuna, nessuna azione avrebbe un
termine, e l'intenzione dell'agente non sarebbe mai soddisfatta;
senza un primo nell'ordine esecutivo nessuno comincerebbe mai ad
operare, e il consiglio, o deliberazione, nella scelta dei mezzi
sarebbe interminabile.
Le cose invece, che non hanno un ordine essenziale tra loro, ma
solo un ordine per accidens, possono avere una (certa) infinità: difatti
le cause per accidens sono indeterminate. E in questo senso
può esserci un'infinità per accidens sia nei fini che nei mezzi
preordinati al fine.
SOLUZIONE
DELLE DIFFICOLTÀ: 1. È insita nella ragione di bene
l'emanazione di qualche cosa da esso, non già l'emanazione di esso da
un altro bene. Quindi, avendo il bene ragione di fine, ed essendo il
primo bene l'ultimo fine, la ragione invocata non dimostra che non
esiste un ultimo fine; ma che, stabilito un fine ultimo, si potrebbe
avere un processo all'infinito in ordine discendente, una infinità di
mezzi ordinati al fine. Si arriverebbe a questo, se si considerasse
la sola potenza del bene supremo, che è infinita. Ma siccome il bene
supremo si effonde seguendo l'intelligenza, la quale influisce sugli
effetti secondo forme determinate, il fluire dei vari beni dal bene
supremo, dal quale gli altri beni partecipano l'attitudine a
diffondersi, segue una maniera determinata. Perciò l'attitudine dei beni
ad effondersi non ha un processo all'infinito, ma, come dice la Sapienza,
Dio ha tutto disposto "in numero, peso e misura".
2. Trattandosi di cose ordinate tra loro in maniera necessaria
(per se), la ragione parte da principii per sé noti per giungere a un
termine definito. E il Filosofo prova che nelle dimostrazioni non
c'è un processo all'infinito, proprio perché in esse si ha di mira
un ordine di cose non connesse tra loro per accidens, ma per se.
Niente impedisce, invece, che si proceda all'infinito, trattandosi di
cose connesse tra loro per accidens. A una quantità, p. es., o a un
numero, presi come tali, può sempre capitare l'aggiunta di altra
quantità, o di altre unità. Perciò in questo campo la ragione non
trova ostacoli nel procedere all'infinito.
3. Il ripetersi degli atti della volontà che riflette su se stessa è
per accidens nell'ordine dei fini. E lo dimostra il fatto che, rispetto
a un medesimo fine, la volontà può riflettere indifferentemente una
o più volte.
ARTICOLO 5
Se un uomo possa avere più fini ultimi
SEMBRA possibile che la volontà di un solo uomo possa volere
simultaneamente più cose come ultimi fini. Infatti:
1. S. Agostino scrive che alcuni hanno riposto il fine ultimo
dell'uomo in queste quattro cose, "nel piacere, nella tranquillità, nei
beni di natura e nella virtù". Ora, è evidente che si tratta di più
cose. Dunque un medesimo uomo può stabilire più cose come fine
ultimo del suo volere.
2. Cose che tra loro non si oppongono, neppure si escludono. Ma
nella realtà ci sono molte cose che non si contrappongono. Dunque,
se una di esse costituisce l'ultimo fine della volontà, per questo non
si escludono le altre.
3. La volontà non perde la sua libertà per il fatto che ha posto il
suo ultimo fine in un dato oggetto. Ma prima di fissare in esso,
mettiamo nel piacere, il suo ultimo fine, poteva fissarlo in un oggetto
diverso, nelle ricchezze, p. es. Quindi, dopo aver stabilito il fine
ultimo della propria volontà nel piacere, un uomo rimane libero di
stabilirlo simultaneamente nelle ricchezze. Perciò è possibile che
la volontà di un uomo possa volere insieme oggetti diversi come
ultimi fini.
IN CONTRARIO: L'oggetto nel quale uno stabilisce il suo ultimo fine
domina totalmente l'affetto di un uomo: poiché da esso questi
prende la norma di tutta la sua vita. Infatti a proposito dei golosi
S. Paolo scrive: "Il loro Dio è il ventre"; vale a dire, nei piaceri
del ventre hanno riposto il loro ultimo fine. Ma "nessuno", come
dice il Vangelo, "può servire a due padroni", i quali cioè non siano
subordinati tra loro. Dunque è inconcepibile che uno stesso uomo
possa avere più ultimi fini non subordinati tra loro.
RISPONDO: È impossibile che la volontà di un uomo si trovi a
volere diversi oggetti come ultimi fini. E possiamo dimostrarlo con
tre argomenti. Primo, un uomo desidera quale ultimo fine, ciò che
vuole come bene perfetto e completivo di se medesimo, poiché ogni
cosa desidera la propria perfezione. S. Agostino scrive: "Chiamiamo
qui fine del bene, non ciò che si consuma fino a non essere,
ma ciò che si perfeziona per essere pienamente". È perciò necessario
che l'ultimo fine riempia talmente l'appetito dell'uomo, da
non lasciare niente di desiderabile all'infuori di esso. E questo non
potrebbe avvenire se si richiedesse qualche altra cosa per la sua
perfezione. Perciò non può verificarsi che la volontà voglia
contemporaneamente due oggetti come se l'uno e l'altro fossero per essa
il bene perfetto.
Secondo argomento: allo stesso modo che nozioni per natura evidenti
costituiscono il principio del processo raziocinativo, così oggetti
desiderati per natura devono costituire il principio nel processo
dell'appetito razionale, che è la volontà. Ma questo oggetto
deve essere unico: poiché la natura tende a un unico termine.
D'altra parte il fine ultimo ha funzione di principio nel processo
dell'appetito razionale. Dunque è necessario che sia unico l'oggetto
verso cui tende la volontà come a suo ultimo fine.
Terzo argomento: le azioni volontarie ricevono la loro specie dal
fine, come si è già dimostrato; quindi è necessario che dal fine
ultimo ricevano il loro genere: allo stesso modo che gli esseri
materiali vengono classificati in un genere secondo una ragione formale
comune. Ora, siccome tutti gli oggetti razionalmente appetibili
appartengono, come tali, a un unico genere, è necessario che unico sia
il fine ultimo. Specialmente se consideriamo che ciascun genere ha
un unico primo principio: e l'ultimo fine, come abbiamo detto, ha
ragione di primo principio.
D'altra parte, come il fine ultimo dell'uomo in generale sta a tutto
il genere umano, così il fine ultimo di un dato uomo sta a questo
uomo particolare. Perciò, come deve esserci per natura un unico
fine ultimo per tutti gli uomini, così è necessario che la volontà di
ciascun uomo sia determinata a un unico ultimo fine.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Tutte quelle cose venivano considerate,
da coloro che riponevano in essi il loro ultimo fine, come
un solo bene perfetto risultante dalla loro somma.
2. Benché si trovino
molte cose che non si oppongono tra di loro,
tuttavia si oppone alla nozione di bene perfetto l'esistenza di
elementi capaci di integrarlo al di fuori di esso.
3. La
volontà non può arrivare a tanto da ridurre gli opposti ad
esistere simultaneamente. Il che avverrebbe, e lo abbiamo dimostrato,
se essa potesse perseguire oggetti disparati come ultimi fini.
ARTICOLO 6
Se l'uomo voglia tutto ciò che vuole in ordine all'ultimo fine
SEMBRA che l'uomo non voglia in ordine all'ultimo fine tutto ciò
che vuole. Infatti:
1. Le azioni ordinate all'ultimo fine si dicono serie, cioè utili. Ma
i divertimenti sono distinti dalle azioni serie. Dunque l'uomo non
ordina all'ultimo fine le cose fatte per divertimento.
2. Le scienze speculative, insegna il Filosofo, sono cercate per se
stesse. E tuttavia non si può affermare che ciascuna di esse sia il
fine ultimo. Dunque l'uomo non tutto desidera in virtù dell'ultimo
fine.
3. Chi ordina un'azione verso un fine, pensa a quel fine. Ora, non
sempre l'uomo pensa all'ultimo fine in tutto quello che compie, o
desidera. Dunque l'uomo non ordina all'ultimo fine tutto quello
che compie o desidera.
IN CONTRARIO: S. Agostino scrive:
"Fine del nostro bene è quella
cosa in vista della quale amiamo le altre, mentre essa è amata per
se medesima".
RISPONDO: Necessariamente l'uomo desidera tutto ciò che vuole in
ordine al fine ultimo. E ciò appare evidente per due ragioni. Primo,
perché l'uomo tutto desidera sotto l'aspetto di bene. E questo bene,
se non è desiderato come bene perfetto, cioè come ultimo fine, sarà
necessariamente desiderato come tendente al bene perfetto: infatti
l'inizio di una cosa è sempre ordinato al suo completamento; e ciò
è evidente, sia nelle opere della natura, che in quelle dell'arte.
Perciò ogni inizio di perfezione (o di bene) è ordinato alla perfezione
completa, che si raggiunge con l'ultimo fine.
Secondo, il fine ultimo sta al moto dell'appetito, come il primo
motore sta agli altri (motori e ai loro) movimenti. Ora è evidente
che i motori subordinati non possono muovere, se non sono mossi
dal primo motore. Perciò anche gli appetibili secondari non
possono muovere l'appetito se non in vista del primo appetibile, che
è l'ultimo fine.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Il divertimento certo non è
ordinato a un fine estrinseco, è però ordinato al bene di chi si diverte,
in quanto è cosa piacevole e riposante, ma il bene dell'uomo
portato alla sua perfezione non è che il fine ultimo.
2. La stessa osservazione vale per la difficoltà impostata sulla
scienza speculativa. Questa viene desiderata come un bene dello
studioso, compreso nel bene totale e perfetto, che è l'ultimo fine.
3. Non è necessario che nell'agire o nel desiderare qualsiasi cosa
uno pensi sempre all'ultimo fine: l'infiusso della prima intenzione
rivolta all'ultimo fine rimane nel desiderio di qualsiasi cosa, anche
se attualmente non si pensa quel fine. Come non è necessario che il
viandante a ogni passo pensi al termine del viaggio.
ARTICOLO
7
Se sia unico il fine ultimo per tutti gli uomini
SEMBRA che non sia unico il fine ultimo per tutti gli uomini.
Infatti:
1. È
evidente che, se c'è un fine ultimo, questo è il bene
incommutabile. Ora, molti col peccato si allontanano da esso. Dunque
non esiste un unico fine ultimo per tutti gli uomini.
2. Il fine ultimo regola tutta la vita di un uomo. Se, dunque, tutti
gli uomini avessero un unico fine ultimo, non ci sarebbero tra loro
sistemi diversi di vita. Il che invece è falso in maniera evidente.
3. Il fine non è che il termine dell'azione. Ora, le azioni sono
individuali. E gli uomini, sebbene possiedano una comune natura
specifica, differiscono tuttavia nei dati individuali. Dunque l'ultimo
fine non è unico per tutti gli uomini.
IN CONTRARiO: S. Agostino insegna che tutti gli uomini concordano
nel desiderare l'ultimo fine, che è la beatitudine.
RISPONDO: Possiamo considerare l'ultimo fine sotto due aspetti:
primo, fermandoci alla ragione (astratta) di ultimo fine; secondo,
cercando l'oggetto in cui la ragione suddetta si trova. Stando alla
ragione di ultimo fine, tutti concordano nel desiderio del fine
ultimo; poiché tutti desiderano il raggiungimento della propria
perfezione, costitutivo, come si è detto, della ragione di ultimo fine.
Non tutti invece concordano nell'ultimo fine, quando si tratta di
stabilire l'oggetto in cui la suddetta ragione si trova: alcuni infatti
desiderano come bene perfetto le ricchezze, altri i piaceri, altri
ancora qualunque altra cosa. Per ogni gusto, insomma, è piacevole il
dolce: ma a qualcuno piace di più il dolce del vino, ad altri quello
del miele, o di altre cose ancora. Tuttavia il dolce più buono e
piacevole dovrà essere, senz'altro, quello che è più gradito a chi ha il
gusto più raffinato. Allo stesso modo sarà necessariamente bene
perfettissimo quello che è desiderato come fine ultimo, da coloro che
hanno gli affetti bene ordinati.
SOLUZIONE
DELLE DIFFICOLTÀ: 1. I peccatori si allontanano da quel
bene in cui realmente si trova l'essenza dell'ultimo fine: non si
allontanano invece dalla ragione formale dell'ultimo fine, che
ricercano, ingannandosi, in altri oggetti.
2. Esistono tra gli uomini vari sistemi di vita, per la
diversità
degli oggetti in cui si cerca la ragione di bene supremo.
3. Sebbene le azioni
appartengano agli individui, il principio
operativo deriva in essi dalla natura, la quale tende a un unico
termine, come abbiamo già ricordato.
ARTICOLO
8
Se le altre creature concordino anch'esse nella ricerca
di questo ultimo fine
SEMBRA che anche le altre creature concordino con l'uomo nella
ricerca dell'ultimo fine. Infatti:
1. Il fine deve corrispondere al principio. Ora, il principio degli
uomini, cioè Dio, è principio di tutti gli esseri. Dunque nel fine
ultimo tutti gli altri esseri concordano con l'uomo.
2. Dionigi scrive che
"Dio volge a sé, come ultimo fine, tutte le cose". Ma Dio è precisamente l'ultimo fine dell'uomo; poiché, come
si esprime S. Agostino, di lui solo dobbiamo fruire. Dunque anche
le altre cose concordano con l'uomo nell'ultimo fine.
3. Fine ultimo dell'uomo non è che l'oggetto della volontà. Ma
oggetto della volontà è il bene universale, fine comune di tutte le
cose. Dunque è necessario che tutti gli esseri abbiano in comune
con l'uomo l'ultimo fine.
IN CONTRARIO: Fine ultimo dell'uomo è la beatitudine; cosa che
tutti desiderano, osserva S. Agostino. Ma egli fa anche notare che "gli animali privi di ragione non possono gustare la beatitudine".
Dunque gli altri esseri non hanno in comune con l'uomo l'ultimo
fine.
RISPONDO: Come insegna Aristotele il fine si distingue in cuius
(oggettivo), e quo (soggettivo): abbiamo cioè l'oggetto in cui si trova
la ragione di bene, e l'uso ovvero il conseguimento di tale oggetto.
Sarebbe come se si dicesse che il moto di un corpo grave ha come
fine, o la terra quale termine oggettivo, o il posare in terra quale
termine soggettivo: così fine dell'avaro sarà, o il denaro come
oggetto, o il possesso del denaro come uso.
Se dunque parliamo dell'ultimo fine dell'uomo sotto l'aspetto
oggettivo, allora tutti gli esseri concordano con lui nell'ultimo fine:
poiché Dio è l'ultimo fine, sia dell'uomo che degli altri esseri. Se
invece parliamo del fine ultimo dell'uomo, considerando il
conseguimento di esso, allora le creature prive di ragione non
concordano con l'uomo. Infatti l'uomo e le altre creature intellettive
raggiungono l'ultimo fine mediante la conoscenza e l'amore di Dio: e
questo è impossibile per le altre creature, le quali raggiungono
l'ultimo fine partecipando una certa somiglianza con Dio, in quanto
esistono, vivono, o anche conoscono.
E in tal modo è evidente la risposta alle difficoltà: infatti la
beatitudine sta a indicare il conseguimento dell'ultimo fine.
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