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Questione
63
La depravazione degli angeli
Passiamo ora a considerare come gli angeli siano incorsi nel male.
Primo, quanto alla depravazione della colpa; secondo, quanto alla pena.
Intorno al primo argomento si pongono nove quesiti: 1. Se negli
angeli possa esserci il male colpa; 2. Quali peccati possano commettere
gli angeli; 3. Che cosa abbia desiderato l'angelo nel suo
peccato; 4. Ammesso che alcuni angeli sono diventati cattivi per
un peccato della loro volontà, se ci siano però degli angeli cattivi
per natura; 5. Supposto che ciò non sia possibile, se qualche angelo
abbia potuto essere cattivo nel primo istante della sua creazione,
per un atto della propria volontà; 6. Ammesso che ciò non sia vero,
se sia trascorso qualche tempo tra la creazione e la caduta; 7. Se
il più eccelso dei prevaricatori sia stato il più nobile di tutti gli angeli;
8. Se il peccato del primo angelo abbia indotto gli altri a peccare;
9. Se i prevaricatori siano stati tanti quanti furono quelli rimasti fedeli.
ARTICOLO
1
Se negli angeli possa esserci il male colpa
SEMBRA che negli angeli non ci possa essere il male colpa.
Infatti:
1. Come dice Aristotele, il male si trova soltanto nelle cose che
sono in potenza, poiché il soggetto della privazione è l'ente in potenza.
Ma gli angeli, essendo forme sussistenti, non sono in potenza.
Dunque in essi non ci può essere il male.
2. Gli angeli sono più nobili dei corpi celesti. Ora, nei corpi celesti,
come asseriscono i filosofi, non ci può essere il male.
Dunque neppure negli angeli.
3. Un essere conserva sempre quello che gli è naturale. Ora, per
gli angeli è naturale esser mossi ad amare Dio. Perciò tale moto
non può venire a mancare in essi. Ma se amano Dio non possono peccare.
Dunque gli angeli non possono peccare.
4. L'atto della volontà non si volge che al bene (vero), o al bene apparente.
Ma per gli angeli non può esserci un bene apparente
che non sia vero bene; poiché in essi l'errore, o non esiste assolutamente,
o per lo meno non può precedere la colpa. Perciò gli
angeli non possono volere se non quello che è vero bene. Ora, nessuno pecca
nel volere il vero bene. Dunque l'angelo nell'esercizio
della sua volontà non può peccare.
IN CONTRARIO: Sta scritto:
"Negli angeli suoi trova manchevolezza".
RISPONDO: L'angelo, come ogni altra creatura ragionevole, se si
considera la sola sua natura, ha la possibilità di peccare: e se una
creatura qualsiasi è impeccabile, lo deve a un dono della grazia,
non già alla sua natura. La ragione sta nel fatto che peccare significa
precisamente deviare dalla rettitudine che l'atto deve avere.
E ciò vale sia che si consideri il peccato nell'ordine naturale, come
nel campo della morale o dell'arte. L'unico atto che non può deviare dalla rettitudine è quello che ha per norma la stessa virtù
dell'agente. Se infatti la mano dell'artefice fosse la regola stessa
dell'incisione, l'artefice inciderebbe il legno sempre a regola d'arte:
ma se l'esattezza dell'incisione proviene da una norma da lui distinta,
la sua incisione potrà sempre essere giusta o sbagliata. Ora,
la sola volontà divina è norma del proprio atto, perché essa non
è ordinata a un fine superiore. Invece la volontà di qualsiasi creatura
non ha la rettitudine insita nel proprio atto, ma ha come regola
la volontà divina, che ha per oggetto l'ultimo fine: a quel
modo che la volontà dell'inferiore deve essere regolata da quella
del superiore, come la volontà del soldato deve regolarsi su quella
del comandante dell'esercito. Perciò solo nella volontà divina non
può esserci il peccato; mentre può verificarsi in ogni volontà creata,
stando alla condizione propria della sua natura.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Gli angeli non sono in potenza
rispetto al loro essere sostanziale. Sono tuttavia in potenza quanto
alla loro facoltà intellettiva, perché possono volgersi a questa o a
quell'altra cosa. Di qui appunto può derivare in essi il peccato.
2. I corpi celesti hanno soltanto l'operazione naturale. Perciò,
come nella loro natura non vi può essere quel male che è la corruzione,
così nella loro operazione naturale non ci può essere quel
male che è il disordine. Ma negli angeli, oltre l'operazione naturale,
c'è anche l'atto del libero arbitrio; e questo rende possibile il male.
3. È naturale per l'angelo volgersi con un moto di dilezione verso
Dio, quale causa del suo essere naturale. Ma volgersi a Dio, in quanto questi è
l'oggetto della beatitudine soprannaturale, non può avere altro principio
che la carità, da cui l'angelo poteva allontanarsi col peccato.
4. Nell'atto del libero arbitrio ci può essere il peccato in due maniere.
Primo, volendo direttamente un male: come quando un uomo
pecca eleggendo l'adulterio, che in se stesso è un male. Tale peccato
procede sempre da una certa ignoranza o errore: altrimenti
non si sceglierebbe come bene ciò che in realtà è un male. L'adultero infatti,
spinto dalle passioni o dalle abitudini, erra nel suo
giudizio particolare, scegliendo il piacere dell'atto disordinato, come
se al presente fosse un bene da farsi; anche se nel giudicare la
cosa in astratto non cada in errore, ma ne abbia una valutazione giusta.
Ora, gli angeli non possono peccare in questo modo, perché
in essi non ci sono le passioni che annebbiano la ragione o l'intelletto,
come è evidente da quanto si è già dimostrato; e neppure ci
poteva essere in essi precedentemente al primo peccato un abito
che li inclinasse alla colpa. - Secondo, si può peccare in altro modo
col libero arbitrio, scegliendo una cosa che in sé è buona, ma desiderandola
senza seguire l'ordine stabilito dalla retta regola o misura:
cosicché la deficienza peccaminosa non deriva dalla cosa
scelta, ma dal modo della scelta, la quale non è fatta nel debito
ordine; come se uno volesse pregare, ma senza curarsi dell'ordine
stabilito dalla Chiesa. Ora, tale peccato non suppone l'ignoranza,
ma soltanto una mancanza di considerazione di quelle cose che andrebbero
considerate. L'angelo peccò in questa (seconda) maniera,
volgendosi col libero arbitrio al proprio bene, senza rispettare la
regola stabilita dalla divina volontà.
ARTICOLO
2
Se negli angeli ci possano essere soltanto i peccati di superbia e d'invidia
SEMBRA che negli angeli ci possano essere (altri peccati e) non i
soli peccati di superbia e d'invidia.
Infatti:
1. Chi prende gusto a un peccato può cadere in questo peccato.
Ora, i demoni, come dice S. Agostino, prendono gusto alle oscenità dei peccati carnali.
Dunque nei demoni ci possono essere anche i peccati carnali.
2. Come la superbia e l'invidia, anche l'accidia, l'avarizia e l'ira
sono peccati spirituali. Ora, lo spirito può commettere peccati spirituali,
come la carne quelli carnali. Dunque negli angeli possono
esserci non soltanto la superbia e l'invidia, ma anche l'accidia e l'avarizia.
3. Secondo il pensiero di S. Gregorio, come dalla superbia nascono
molti vizi, così pure dall'invidia. Ma una volta posta la
causa si ha pure l'effetto. Se quindi negli angeli ci possono essere
la superbia e l'invidia, per la stessa ragione ci possono essere anche altri vizi.
IN CONTRARIO: Dice S. Agostino:
"il diavolo non è un lussurioso,
né un ubriacone, né altre cose simili: è invece superbo e invidioso".
RISPONDO: Un peccato può trovarsi in una persona in due maniere:
quanto al reato, e quanto al compiacimento. Quanto al reato
vengono a trovarsi nei demoni tutti i peccati: perché quando essi
inducono gli uomini a commettere i vari peccati, ne contraggono
il reato. - Quanto al compiacimento invece ci possono essere negli
angeli soltanto quei peccati, dei quali può compiacersi una creatura spirituale.
Ora, una creatura spirituale non si compiace dei
beni materiali, ma di quei beni che possono trovarsi negli esseri spirituali.
Ogni essere infatti si compiace soltanto di ciò che in
qualche modo può concordare con esso. Ora, i beni spirituali non
possono dar luogo al peccato per il fatto che uno li desidera,
bensì perché li desidera in modo non conforme alla regola di colui che
gli è superiore. Ma non assoggettarsi come di dovere a chi è superiore è
un peccato di superbia. Dunque il primo peccato dell'angelo
non può essere che la superbia.
Però in seguito ha potuto esserci anche l'invidia. Infatti, per la
stessa ragione per cui l'affetto è portato a desiderare una cosa, viene
spinto ad opporsi al suo contrario. Così l'invidioso prova dispiacere
per il bene altrui, perché lo giudica un impedimento al bene proprio.
Ora, il bene altrui non poteva essere ritenuto un impedimento
al bene desiderato dall'angelo cattivo, se non in quanto
l'angelo cattivo desiderava un'eccellenza del tutto singolare, la
quale viene a cessare ove ci sia un altro dotato della medesima
eccellenza. Perciò, nell'angelo prevaricatore, al peccato di superbia
tenne dietro il peccato d'invidia, poiché egli provò dispiacere
del bene concesso all'uomo; ed anche dell'eccellenza divina, in quanto Dio
si serve di lui per la sua gloria, proprio contro la volontà del diavolo.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. I demoni non prendono gusto alle
oscenità dei peccati carnali nel senso che essi ripongono la loro
compiacenza in detti peccati; ma questo loro diletto è originato
soltanto dall'invidia, che li spinge a godere di tutti i peccati degli uomini,
perché essi impediscono il bene dell'umanità.
2. L'avarizia, in quanto è un peccato specifico, è il desiderio
smodato delle cose temporali, valutabili in denaro, e che servono
per gli usi della vita umana: ora, gli angeli non ripongono la loro
compiacenza in queste cose, come non la ripongono nei piaceri carnali.
Perciò l'avarizia propriamente detta non può trovarsi negli angeli.
Se invece per avarizia si vuole intendere ogni desiderio
smodato di possedere un bene creato qualsiasi, allora l'avarizia è
inclusa nella superbia già riscontrata nei demoni. - L'ira invece,
come la concupiscenza, è legata a una passione. Perciò non si può
attribuire ai demoni che in senso metaforico. - L'accidia poi è una
certa tristezza che rende l'uomo tardo a compiere gli esercizi dello
spirito, a causa della fatica del corpo, la quale non può esserci nei
demoni. - È perciò evidente che la superbia e l'invidia sono i soli
peccati puramente spirituali che possano trovarsi nei demoni. Per
invidia però non si deve intendere la passione, ma soltanto la volontà
contraria al bene altrui.
3. Nell'invidia e nella superbia che riscontriamo nei demoni sono
inclusi tutti gli altri peccati, che da esse derivano.
ARTICOLO
3
Se il demonio abbia desiderato di essere come Dio
SEMBRA che il demonio non abbia desiderato di essere come Dio.
Infatti:
1. Ciò che non è oggetto di cognizione non è neppure oggetto di
appetizione, perché è sempre il bene conosciuto che muove l'appetito,
sia sensitivo che razionale o intellettivo (e soltanto in questi
appetiti ci può essere il peccato). Ma l'affermazione che una creatura
possa diventare uguale a Dio non può essere oggetto di nessuna
forma di conoscenza, poiché implica questa contraddizione:
il finito sarebbe necessariamente infinito, se fosse uguale all'infinito.
Dunque l'angelo non poteva desiderare di essere come Dio.
2. Il fine naturale si può desiderare senza peccato. Ora, la somiglianza
con Dio è il fine a cui tende naturalmente ogni creatura. Se
quindi l'angelo desiderò di essere come Dio, non per una vera uguaglianza,
ma per una certa somiglianza, non si vede come in questo abbia peccato.
3. L'angelo nella sua creazione ha ricevuto una sapienza maggiore
di quella dell'uomo. Ora, nessun uomo, a meno che non sia del tutto pazzo,
può deliberare di essere uguale, non dico a Dio,
ma neanche a un angelo: poiché la libera scelta non ha di mira
che le cose possibili, intorno alle quali verte il consiglio. A più forte ragione
non poteva peccare l'angelo, desiderando di essere come Dio.
IN CONTRARIO: Isaia pone sulla bocca del demonio queste parole:
"Salirò al cielo,
e sarò simile all'Altissimo". - E S. Agostino insegna
che il demonio, tronfio della sua grandezza, "volle essere chiamato Dio".
RISPONDO: L'angelo peccò, senza dubbio, perché desiderò di essere come Dio.
Ma questo si può intendere in due maniere: primo, di una (vera) uguaglianza;
secondo, di una (qualsiasi) somiglianza. (L'angelo) non poté certo desiderare
di essere come Dio nella prima maniera: poiché con la sua intelligenza naturale
capiva che questa era una cosa assurda; tanto più che in lui il primo atto
peccaminoso non era stato preceduto, come talora accade per noi uomini,
da un abito o da una passione, la quale, offuscandone le potenze
conoscitive, avrebbe potuto far sì che egli nel suo giudizio particolare
scegliesse una cosa impossibile. - Ma anche ammettendo che
la cosa fosse possibile, sarebbe tuttavia contraria al desiderio naturale.
C'è infatti in ogni cosa la tendenza naturale a conservare
il proprio essere: ora, questo essere non si conserverebbe se venisse
trasformato in un'altra natura. Perciò nessuna realtà posta
in un grado naturale più basso può desiderare il grado della natura superiore.
L'asino, p. es., non desidera di essere un cavallo:
poiché se fosse trasformato nel grado della natura superiore non
esisterebbe più. Ma qui abbiamo un inganno della nostra immaginazione:
dal momento infatti che l'uomo desidera di occupare
nella natura un grado superiore al suo, rispetto a certe perfezioni
accidentali, le quali possono essere accresciute senza la scomparsa
del soggetto, si pensa che l'uomo possa desiderare un grado naturale più alto,
al quale non potrebbe giungere che cessando di esistere.
Ora, è chiaro che Dio è superiore all'angelo non per delle
perfezioni accidentali, ma per un diverso grado di natura: anzi,
anche tra gli angeli uno è superiore all'altro in questa maniera.
È perciò impossibile non solo che un angelo desideri di essere
uguale a Dio, ma persino di essere uguale a un angelo superiore.
Il desiderio poi di essere come Dio per una (qualsiasi) somiglianza
può nascere in due modi. Primo, rispetto a quelle perfezioni
nelle quali si è chiamati a somigliare con Dio. E allora, se
uno desidera di essere simile a Dio in questa maniera non pecca,
purché cerchi di raggiungere questa somiglianza secondo il debito
ordine, cioè dipendentemente da Dio. Peccherebbe invece chi desiderasse,
sia pure entro i limiti del giusto, di essere simile a Dio,
ma volesse avere questa somiglianza con le proprie forze e non dalla
virtù di Dio. - Secondo, uno può desiderare di essere simile a Dio
rispetto a una perfezione in cui non è ammessa tale somiglianza;
se uno, p. es., desiderasse di creare il cielo e la terra, che è
un'operazione esclusiva di Dio, in questo suo desiderio ci sarebbe il peccato.
Ora, il diavolo desiderò di essere come Dio in questa maniera.
Non desiderò invece di essere simile a lui nell'autonomia assoluta
da qualsiasi altro: poiché (anche) in questo caso egli
avrebbe desiderato la negazione del proprio essere. Infatti nessuna
creatura può esistere se non in quanto ha il suo essere dipendentemente da Dio,
da cui le viene partecipato. Desiderò invece di essere
simile a Dio, in quanto desiderò come fine ultimo quella beatitudine,
a cui poteva giungere con le proprie forze naturali, distogliendo
il suo desiderio dalla beatitudine soprannaturale, che si
ottiene mediante la grazia di Dio. - Oppure, se desiderò come suo
ultimo fine la somiglianza che proviene dalla grazia, la volle ottenere
con le forze della propria natura, non già, conforme alla disposizione divina,
mediante l'aiuto di Dio. Questa soluzione si accorda all'opinione
di S. Anselmo, il quale dice che il diavolo desiderò quello a cui
sarebbe giunto se non fosse caduto. Le due sentenze in qualche modo
dicono la stessa cosa: poiché in ambedue i casi il diavolo desiderò di conseguire
con le proprie forze la beatitudine ultima, il che è proprio di Dio.
Inoltre, poiché chi vale di per se stesso è principio e causa di ciò
che ha consistenza in forza di un'altra realtà, da questo primo
desiderio del diavolo ne seguì (il secondo, che è) quello di avere
preminenza e dominio sulle altre cose. Ed anche in questo volle con volontà
perversa farsi simile a Dio.
Con ciò è evidente la risposta da darsi a tutte le difficoltà.
ARTICOLO
4
Se alcuni demoni siano cattivi per natura
SEMBRA che alcuni demoni siano cattivi per natura.
Infatti:
1. Dice Porfirio, riportato da S. Agostino, che
"c'è un genere di
demoni fallaci per natura, simulatori di Dio e delle anime dei defunti".
Ma essere fallace significa essere cattivo. Dunque alcuni
demoni sono per natura cattivi.
2. Gli angeli sono stati creati da Dio allo stesso modo che gli
uomini. Ora, alcuni uomini sono naturalmente cattivi, dei quali
si legge nella Scrittura: "Era naturale la loro malvagità".
Dunque anche certi angeli possono essere naturalmente cattivi.
3. Certi animali irragionevoli hanno una malvagità naturale;
la volpe, p. es., è naturalmente subdola, e il lupo è naturalmente rapace.
Eppure sono creature di Dio. Dunque anche i demoni,
pur essendo creature di Dio, possono essere naturalmente cattivi.
IN CONTRARIO: Dionigi insegna che
"i demoni non sono cattivi per natura".
RISPONDO: Ogni cosa che esiste, in quanto esiste ed ha una determinata natura,
tende naturalmente al bene, essendo stata prodotta
da una causa buona: poiché l'effetto prova sempre inclinazione
verso la propria causa. Ora, può accadere a un bene particolare di
trovarsi connesso a un male; al fuoco, p. es., è connesso il male
di essere distruttivo delle altre cose: ma al bene universale nessun
male può essere connesso. Se quindi vi è un essere la cui natura
è ordinata a un bene particolare, esso può tendere naturalmente a
un male, però solo indirettamente (per accidens), perché non tende
al male in quanto male, ma in quanto connesso con un bene. Se
invece abbiamo un essere, la cui natura è ordinata a un bene sotto
la ragione universale di bene, quest'essere non può tendere naturalmente
a un male. Ora, è chiaro che ogni natura intellettiva è
ordinata al bene universale, che essa può conoscere e che è l'oggetto
della sua volontà. E siccome i demoni sono sostanze intellettive,
in nessun modo possono avere un'inclinazione naturale a un
male qualsiasi. Perciò non possono essere naturalmente cattivi.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. S. Agostino nel passo citato rimprovera Porfirio
di aver affermato che i demoni sono fallaci per natura,
e asserisce che essi sono fallaci non per natura, ma perché lo vogliono. - Porfirio
riteneva che i demoni sono fallaci per natura,
perché pensava che essi fossero animali dotati di una natura sensitiva.
Ora, la natura sensitiva è ordinata ad un bene particolare,
cui può essere connesso un male. E sotto questo aspetto avrebbero avuto
un'inclinazione naturale verso il male; ma sempre indirettamente,
in quanto cioè il male è legato a un bene.
2. La malvagità di alcuni uomini è detta naturale non per una
cattiva inclinazione della loro natura intellettiva, ma a causa dell'abitudine
che è una seconda natura; oppure per la cattiva inclinazione
della natura sensitiva verso una passione disordinata.
Perciò si dice che alcuni sono naturalmente iracondi o sensuali.
3. Gli animali bruti per la loro natura sensitiva hanno un'inclinazione
naturale verso determinati beni particolari, cui sono connessi
dei mali; la volpe, p. es., è portata a cercare il vitto con sagacia,
alla quale è connessa l'astuzia. Perciò essere astuta per
la volpe non è un male, essendo per essa una dote naturale.
Così pure, al dire di Dionigi, non è un male per il cane l'essere rabbioso.
ARTICOLO
5
Se il demonio sia stato cattivo nel primo istante della sua creazione
per una colpa dovuta alla sua volontà
SEMBRA che il demonio sia stato cattivo nel primo istante della
sua creazione per una colpa dovuta alla sua volontà.
Infatti:
1. Si legge nel Vangelo:
"Egli fu omicida fin da principio".
2. Stando a S. Agostino, lo stato informe della creatura ha preceduto
la sua formazione non in ordine di tempo, ma di dipendenza causale.
Sotto il nome di cielo, che leggiamo essere stato
creato per primo, si dovrebbe intendere, come egli dice, la natura
angelica informe; e l'espressione, "Sia fatta la luce, e la luce fu fatta", significherebbe la formazione della natura angelica mediante
la sua conversione al Verbo: quindi la natura angelica nel
medesimo istante fu creata e divenne luce. Ma appena essa divenne
luce fu anche distinta dalle tenebre, le quali stanno a significare gli
angeli in peccato. Dunque nel primo istante della loro creazione
alcuni angeli divennero beati e altri peccarono.
3. Il peccato è il contrapposto del merito. Ma nel primo istante
della sua creazione una natura dotata d'intelligenza può meritare: così
fu per l'anima di Cristo e anche per gli stessi angeli buoni.
Dunque i demoni poterono anch'essi peccare nel primo istante della loro creazione.
4. La natura angelica ha una virtù maggiore degli esseri corporei.
Ora, i corpi nel primo istante della loro creazione incominciarono
ad avere le proprie operazioni; il fuoco infatti dal primo istante
che è generato comincia a muoversi verso l'alto. Perciò anche l'angelo
fu in grado di operare nel primo istante della sua creazione.
E fece necessariamente un'operazione buona o cattiva. Se fece un
atto buono, essendo in grazia, meritò con esso la beatitudine.
E poiché negli angeli, come già si è detto, al merito segue subito il premio,
essi sarebbero stati subito beati e non avrebbero mai peccato:
il che è falso. Rimane perciò stabilito che essi peccarono nel primo
istante, non avendo allora agito rettamente.
IN CONTRARIO: Nella Genesi si legge:
"E vide Dio tutte le opere che
aveva fatto, ed erano grandemente buone". Ma tra queste cose vi erano anche i demoni.
Dunque anche i demoni un tempo furono buoni.
RISPONDO: Alcuni ritennero che i demoni furono cattivi fin dal
primo istante della loro creazione, non già per natura, ma per un
atto dovuto alla loro volontà: poiché il diavolo "dal momento che
fu creato ricusò la giustizia. Chi segue questa sentenza", dice
S. Agostino "dissente da quegli eretici, cioè dai Manichei, i quali
affermano che il diavolo ha la natura del male". - Ma siccome questa
opinione è in contrasto con la Scrittura (in Isaia infatti sono
rivolte al principe di Babilonia, figura del diavolo, queste parole: "Come sei caduto dal cielo, o Lucifero, che nascevi
all'aurora?";
e in Ezechiele vien detto al diavolo, rappresentato dalla persona del
re di Tiro: "Eri nelle delizie del paradiso di Dio"), per tale ragione
fu giustamente proscritta dai maestri come erronea.
Altri perciò hanno detto che gli angeli potevano peccare nel
primo istante della loro creazione, ma non peccarono. - Anche tale
opinione viene respinta da qualcuno per il fatto che quando due
operazioni si susseguono, è impossibile che il medesimo istante segni
la fine dell'una e dell'altra. Ora, è evidente che il peccato dell'angelo
fu un'operazione posteriore alla creazione. Difatti il termine
dell'atto creativo è lo stesso essere dell'angelo; mentre
termine dell'operazione del peccato è, per gli angeli, la loro malvagità.
Sembra quindi impossibile che l'angelo sia stato cattivo
nello stesso istante in cui cominciò ad essere.
Ma questa ragione non è concludente, poiché vale soltanto per
quei moti che si svolgono con una certa durata nel tempo; se un
moto locale, p. es., segue un'alterazione, non possono i due fenomeni
terminare nello stesso istante. Se invece si tratta di mutazioni istantanee,
i termini della prima e della seconda mutazione
possono essere simultaneamente nel medesimo istante. Così nell'istante
stesso in cui la luna è illuminata dal sole l'aria è illuminata dalla luna.
Ora, è evidente che la creazione è un'operazione istantanea,
così pure il moto del libero arbitrio negli angeli: essi
infatti, come abbiamo già spiegato, non hanno bisogno di stabilire
dei confronti e di usare il processo discorsivo della ragione. Perciò
niente impedisce che simultaneamente e nello stesso istante abbiano
termine l'atto creativo e l'atto del libero arbitrio.
Perciò è necessario procedere diversamente nel dimostrare come
cosa impossibile che l'angelo abbia peccato nel primo istante con
un atto disordinato del suo libero arbitrio. Infatti, sebbene una
creatura possa cominciare ad agire nel primo istante in cui comincia ad essere,
tuttavia questa sua operazione, che comincia simultaneamente
col proprio essere, le deriva da quello stesso agente che
le comunica l'essere: così il movimento verso l'alto viene comunicato
al fuoco dalla causa che lo genera. Perciò se una cosa riceve
l'essere da un agente difettoso, il quale può essere principio di
un'azione difettosa, essa nel primo istante in cui comincia ad esistere
potrà avere un'operazione difettosa. Così succederebbe per
una gamba che, nascendo zoppa, cominciasse subito a zoppicare.
Ma l'agente che ha dato l'esistenza agli angeli, cioè Dio, non può
essere causa del peccato. Dunque non si può sostenere che il diavolo
sia stato cattivo nel primo istante della sua creazione.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Come spiega S. Agostino, quando
si dice che il diavolo pecca fin da principio, "non si deve credere
che egli abbia peccato fin dall'inizio della sua creazione, ma fin
dall'inizio del suo peccato"; nel senso cioè che egli non ha mai
desistito dalla colpa.
2. Se nella distinzione tra luce e tenebre, per tenebre s'intendono
i peccati dei demoni, detta distinzione riguarda la prescienza divina.
Perciò dice S. Agostino che "poté distinguere la luce dalle
tenebre soltanto colui che poté prevedere, prima ancora che cadessero,
quelli che sarebbero caduti".
3. Il merito in tutti i suoi elementi proviene da Dio: perciò l'angelo
fin dal primo istante della sua creazione poté meritare.
Ma non si può dire lo stesso del peccato, come si è visto.
4. Dio, come insegna S. Agostino, non fece nessuna discriminazione
tra gli angeli, prima della prevaricazione degli uni e della
conversione degli altri: perciò tutti gli angeli, essendo stati creati
in grazia, nel primo istante meritarono. Ma alcuni di essi posero
subito un ostacolo alla propria beatitudine, annullando così il merito precedente.
E per questo furono privati della beatitudine che avevano meritato.
ARTICOLO
6
Se sia trascorso qualche tempo tra la creazione e la caduta dell'angelo
SEMBRA che sia trascorso qualche tempo tra la creazione e la caduta dell'angelo.
Infatti:
1. Sta scritto:
"Tu camminasti perfetto nei tuoi procedimenti
dal giorno in cui fosti creato, finché l'iniquità fu trovata
in te". Ma il camminare, essendo un moto che ha continuità,
richiede un certo tempo. Dunque tra la creazione del diavolo e la sua
caduta trascorse del tempo.
2. Origene osserva che
"l'antico serpente non camminò subito
sul suo petto e sul suo ventre": cosa che sta a significare il suo peccato.
Dunque il diavolo non peccò subito dopo il primo istante della sua creazione.
3. La possibilità di peccare appartiene tanto all'uomo che all'angelo.
Ma tra la creazione dell'uomo e il suo peccato passò un certo tempo.
Dunque per lo stesso motivo trascorse del tempo tra la creazione del diavolo
e il suo peccato.
4. L'istante in cui il diavolo peccò fu diverso dall'istante in cui
fu creato. Ma tra due istanti qualsiasi c'è sempre di mezzo il
tempo. Dunque ci fu del tempo tra la creazione del diavolo e il suo peccato.
IN CONTRARIO: Il Vangelo a proposito del diavolo dice che
"non
stette fermo nella verità". E, come osserva S. Agostino "bisogna
che noi intendiamo queste parole nel senso che egli fu nella verità,
ma non vi rimase".
RISPONDO: Intorno alla questione presente ci sono due opinioni.
Ma più probabile e più conforme agli insegnamenti dei Santi è
l'opinione secondo la quale il diavolo peccò subito dopo il primo
istante della sua creazione. È necessario seguire questa sentenza
se si ammette che l'angelo fu creato in grazia e che nel primo istante
della sua creazione proruppe nell'atto del libero arbitrio,
come abbiamo già spiegato. Gli angeli infatti, stando a quello che si è detto
in precedenza, raggiungono la beatitudine con un solo atto meritorio;
perciò qualora il diavolo, creato in grazia, nel primo istante
avesse meritato, subito dopo quel primo istante avrebbe conseguito
la beatitudine, se non vi avesse invece frapposto subito impedimento col peccato.
Se invece si ritiene che l'angelo non sia stato creato in grazia, o
che nel primo istante non abbia potuto avere l'atto del libero arbitrio,
niente impedisce che sia trascorso un certo tempo tra la creazione e la caduta.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Talora anche nella sacra Scrittura
si raffigurano metaforicamente i moti spirituali mediante i moti corporali,
i quali sono misurati dal tempo. Così con la parola camminare si vuole
indicare il moto del libero arbitrio che tende verso un bene.
2. Quando Origene dice che
"l'antico serpente non camminò né
da principio né subito sul suo petto", vuole alludere al primo istante
in cui il diavolo non fu cattivo.
3. L'angelo dopo la scelta (del suo volere) ha il libero arbitrio irremovibile:
perciò se non avesse frapposto un impedimento alla
beatitudine subito dopo il primo istante, in cui ebbe un moto naturale
verso il bene, sarebbe stato confermato nel bene. Niente di
simile si verifica per l'uomo. Perciò l'argomento non regge.
4. Che tra due istanti debba intercorrere un certo tempo è vero,
come Aristotele dimostra, se si tratta del tempo continuo. Ma se
parliamo degli angeli, i quali non vanno soggetti al moto dei corpi celesti,
che è il primo moto misurato dal tempo continuo, per
tempo s'intende la successione delle operazioni intellettuali o affettive.
Perciò per primo istante dell'angelo si deve intendere quell'operazione
della mente angelica, in cui questa volse lo sguardo
su se medesima, mediante la cognizione vespertina: difatti nel
primo giorno si parla del vespro e non del mattino. Questa operazione
fu rettamente compiuta da tutti gli angeli. Ma dopo quell'atto
alcuni mediante la cognizione mattutita si volsero verso il Verbo;
altri invece arrestandosi a (contemplare) se stessi, e, come S. Agostino
si esprime, "gonfiandosi di superbia", divennero notte.
Quindi la prima operazione fu uguale per tutti; si differenziarono invece
nella seconda. Perciò nel primo istante furono tutti buoni; nel secondo
invece si ebbe la distinzione tra buoni e cattivi.
ARTICOLO
7
Se il più eccelso degli angeli prevaricatori sia stato il più sublime
di tutti gli angeli
SEMBRA che il più eccelso degli angeli prevaricatori non sia stato
il più sublime degli angeli.
Infatti:
1. Si dice di lui nella Scrittura:
"Tu eri un Cherubino che stende
l'ali protettrici, e io ti avevo posto sul monte santo di Dio". Ma,
come Dionigi insegna, l'ordine dei Cherubini è inferiore a quello
dei Serafini. Dunque il più sublime tra gli angeli prevaricatori non
era il più nobile di tutti gli angeli.
2. Dio ha creato la natura intellettiva per farle conseguire la beatitudine.
Ora, se il più eccelso di tutti gli angeli avesse peccato, la
divina disposizione sarebbe stata frustrata proprio nella creatura
più nobile; la qual cosa è inammissibile.
3. Quanto più forte è la tendenza di un essere verso una cosa,
tanto più difficilmente può deflettere da quella tendenza. Ma quanto
più un angelo è elevato, tanto maggiore è la sua tendenza verso
Dio, e tanto più difficilmente può, col peccato, deflettere da questa
tendenza. Sembra perciò che non il più sublime degli angeli abbia
peccato, ma soltanto il più nobile degli angeli inferiori.
IN CONTRARIO: S. Gregorio scrive che il primo angelo prevaricatore
"era
preposto a tutte le schiere angeliche, superava lo splendore degli altri,
e a confronto con essi appariva più bello".
RISPONDO: Nel peccato si possono considerare due cose: l'inclinazione
alla colpa e l'incentivo alla colpa. Se prendiamo a considerare
negli angeli l'inclinazione al male, può sembrare che gli
angeli superiori abbiano avuto la possibilità di peccare meno di
quelli inferiori. Per questo il Damasceno insegna che l'angelo più
perfetto tra quelli che peccarono fu l'angelo "preposto all'ordine
terrestre". - Quest'opinione concorda con l'opinione dei platonici
riferita da S. Agostino. Essi infatti dicevano che tutti gli dei erano buoni,
mentre tra i demoni ce n'erano dei buoni e dei cattivi; e
chiamavano dei le sostanze intellettive che si trovano al di sopra
del cielo della luna, chiamavano invece demoni le sostanze intellettuali
che si trovano sotto quel cielo, e che in ordine di natura
sono superiori agli uomini. - Né si deve rigettare questa opinione
come contraria alla fede: poiché tutto l'universo corporeo viene
governato da Dio per mezzo degli angeli, come insegna S. Agostino.
Perciò niente impedisce di affermare che Dio abbia destinato gli
angeli inferiori al governo dei corpi più bassi, quelli superiori al
governo dei corpi più alti, e gli angeli più sublimi a stare dinanzi
al suo cospetto. Seguendo tale opinione, il Damasceno insegna che
gli angeli ribelli appartenevano alla gerarchia più bassa: tuttavia
non pochi angeli buoni di questa gerarchia rimasero fedeli.
Se invece ci fermiamo a considerare l'incentivo al peccato,
questo
si trova maggiormente negli angeli superiori che in quelli inferiori.
Come infatti si è detto, il peccato dei demoni fu la superbia;
ora, ciò che muove alla superbia è la propria eccellenza, la quale
era più grande negli angeli superiori. Per questo S. Gregorio afferma
che l'angelo ribelle era il più nobile di tutti.
Questa sentenza sembra più probabile. Il peccato dell'angelo, infatti,
fu dovuto non a una certa inclinazione al male, bensì al solo
libero arbitrio: perciò sembra che nel caso si debba considerare
soprattutto l'incentivo alla colpa. - Con questo però non si deve
escludere l'opinione degli altri: poiché anche nel più nobile degli
angeli inferiori si poteva trovare un incentivo (che inducesse) al peccato.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Cherubino significa pienezza della scienza:
e Serafino invece ardente o infiammante. È chiaro perciò
che il nome di Cherubino sta a indicare la scienza, la quale può
stare insieme al peccato mortale; Serafino invece indica l'ardore
della carità, la quale non è compatibile col peccato mortale. Per
questo il primo angelo ribelle non fu denominato Serafino ma Cherubino.
2. La volontà divina non viene frustrata né dal peccato degli uni,
né dalla salvezza degli altri: Dio infatti ha previsto tanto l'una
quanto l'altra cosa, e da entrambi gli eventi egli viene glorificato;
poiché alcuni li salva per la sua bontà, altri li punisce per la sua
giustizia. La creatura ragionevole, poi, quando pecca vien meno al
debito fine. Ma questo per qualsasi creatura, sublime quanto si voglia,
non è qualche cosa di inconcepibile: poiché la creatura intellettiva
ebbe da Dio una tale natura che le consente di agire liberamente per il fine.
3. Per quanto grande fosse l'inclinazione al bene nell'angelo supremo,
pure questa non imponeva una necessità. Perciò col suo
libero arbitrio egli ebbe la possibilità di non assecondarla.
ARTICOLO
8
Se il peccato del primo angelo abbia indotto gli altri a peccare
SEMBRA che il peccato del primo angelo prevaricatore non abbia
indotto gli altri a peccare.
Infatti:
1. La causa deve essere prima del causato. Ora, come dice il Damasceno,
tutti gli angeli peccarono simultaneamente. Dunque il
peccato di uno non poteva indurre gli altri a peccare.
2. Come si è già spiegato, il primo peccato dell'angelo non poteva
essere che la superbia; e la superbia cerca la propria eccellenza.
Ma a chi cerca la propria eccellenza ripugna maggiormente la sottomissione
a un inferiore che a un superiore: non sembra perciò
che i demoni abbiano preferito sottoporsi a uno degli angeli superiori
piuttosto che a Dio. Ora, il peccato del primo angelo sarebbe
stato causa del peccato degli altri soltanto se li avesse indotti a
sottomettersi a lui. Non sembra quindi che il peccato del primo
angelo sia stato la causa del peccato degli altri.
3. È un peccato più grave voler assoggettarsi ad un altro contro Dio,
che voler comandare ad altri contro Dio: perché nel primo
caso c'è una minore attrattiva. Se quindi il peccato del primo angelo
fu causa del peccato degli altri in quanto egli li indusse a
sottomettersi a lui, gli angeli inferiori avrebbero commesso un peccato
più grave di quello dell'angelo supremo. Ma ciò sarebbe contro
la spiegazione che dà la Glossa a quelle parole del Salmo: "Questo dragone
che tu hai creato"; dice infatti: "Colui che era superiore nell'essere
fu anche più grande nella malizia". Dunque il peccato del primo angelo
non fu causa del peccato degli altri.
IN CONTRARIO: Nell'Apocalisse si legge che il dragone trascinò con sé
"la terza
parte delle stelle".
RISPONDO: Il peccato del primo angelo è stato causa del peccato
degli altri, non mediante una costrizione, ma inducendoveli con
una specie di esortazione. Ne abbiamo un indizio nel fatto che
tutti i demoni sono sottomessi a quell'angelo supremo; come appare
manifestamente dalle parole del Signore: "Andate, maledetti,
nel fuoco eterno, che è preparato per il diavolo e i suoi angeli".
L'ordine della giustizia divina vuole infatti che colui, il quale
acconsente con la colpa all'istigazione di un altro, rimanga
poi soggetto al potere di lui, in pena (del suo peccato), come sta
scritto: "Da chi uno è stato vinto, di lui è anche schiavo".
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Sebbene gli angeli abbiano peccato
simultaneamente, tuttavia il peccato dell'uno ha potuto essere la
causa del peccato degli altri. L'angelo infatti non ha bisogno di un
certo tempo per scegliere, per esortare e per acconsentire; come
invece accade per l'uomo il quale ha bisogno di deliberare prima
di scegliere e di acconsentire, ed ha bisogno della parola per esortare:
operazioni queste che si svolgono nel tempo. È noto, tuttavia,
che anche l'uomo, mentre nel suo cuore concepisce qualche
cosa, nell'istante stesso comincia a parlare. E uno può assentire
a quello che vien detto nell'istante ultimo del discorso, appena ha
afferrato il pensiero di chi parla: il che è evidente soprattutto riguardo
ai primi principi "cui ognuno consente non appena li ascolta".
Tolto quindi il tempo, indispensabile a noi per parlare e
per deliberare, allorché il primo angelo espresse il suo desiderio
con una locuzione intellettiva, poterono acconsentirvi anche gli
altri nel medesimo istante.
2. Il superbo, a parità di condizioni, preferisce sottomettersi ad
un superiore anziché ad un inferiore. Se però sotto l'inferiore può
raggiungere un'eccellenza che non potrebbe invece conseguire sotto
il superiore, allora preferisce sottostare all'inferiore piuttosto che
al superiore. Perciò il fatto che i demoni voliero assoggettarsi ad
un essere inferiore accettandone il principato, non contrasta con
la loro superbia: essi infatti scelsero lui come principe e capo al
fine di conseguire la propria beatitudine ultima con le loro forze
naturali. D'altra parte essi nell'ordine di natura erano già sottoposti
all'angelo supremo.
3. Come sopra abbiamo spiegato, nell'angelo non vi è nulla che
possa debilitarne l'operazione, ma con tutta la sua virtù si porta
sull'oggetto verso cui si muove, sia che tenda al bene, sia che tenda
al male. Avendo perciò l'angelo supremo una virtù naturale maggiore degli altri,
cadde in peccato con un volere più intenso.
Per questo fu superiore anche nella malizia.
ARTICOLO
9
Se gli angeli prevaricatori siano stati tanti, quanti furono
gli angeli rimasti fedeli
SEMBRA che gli angeli prevaricatori siano stati più numerosi di
quelli rimasti fedeli.
Infatti:
1. Il Filosofo dice che
"il male si trova nella maggior parte dei
casi, il bene invece in pochi casi".
2. La rettitudine e il peccato si trovano alle medesime condizioni
negli angeli e negli uomini. Ma tra gli uomini ci sono più cattivi
che buoni, secondo il detto della Scrittura: "Degli stolti il numero
è infinito". Quindi lo stesso vale per gli angeli.
3. Gli angeli si distinguono tra di loro e come persone e come
gerarchie. Se perciò rimasero fedeli molte persone angeliche,
sembra pure che non in tutte le gerarchie angeliche ci siano state delle defezioni.
IN CONTRARIO: Si legge nella Scrittura:
"Sono più quelli che stanno
con noi che non quelli che stanno con essi"; e secondo i commentatori
qui si parla degli angeli buoni che sono con noi per aiutarci,
e di quelli cattivi che ci combattono.
RISPONDO: Gli angeli che rimasero fedeli furono più numerosi di
quelli che prevaricarono. Poiché il peccato è contro l'inclinazione
naturale; ora, le cose che sono contro natura avvengono soltanto
in un limitato numero di casi; la natura infatti produce il suo
effetto o sempre o nella maggior parte dei casi.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Nel passo citato il Filosofo parla
degli uomini, in cui c'è il male per il fatto che essi ricercano i beni
sensibili che sono noti alla maggioranza, trascurando il bene della
ragione che è ben conosciuto solo da una minoranza. Ma negli angeli
c'è soltanto la natura intellettuale: perciò il confronto non regge.
2. Abbiamo così anche la soluzione della seconda difficoltà.
3. Per coloro i quali affermano che il diavolo era il più nobile
degli angeli della gerarchia meno alta, di quelli cioè che presiedono
alle cose terrestri, è chiaro che gli angeli prevaricatori non
appartenevano a tutte le gerarchie, ma soltanto a quella più bassa. - Invece
per gli altri, i quali sostengono che il primo demonio apparteneva
alla gerarchia più alta, è più accettabile l'idea che in tutte
le gerarchie vi siano state delle defezioni; allo stesso modo che
vengono assunti da ogni ordine sociale gli uomini chiamati a compensare
la caduta degli angeli. Così viene comprovata anche meglio la
libertà del libero arbitrio, che può volgersi al male nelle creature
di qualsiasi grado. - Nella sacra Scrittura però non vengono attribuiti
ai demoni i nomi di certi ordini, p. es., dei Serafini e dei
Troni, perché tali nomi derivano il loro significato dall'ardore della
carità, e dalla inabitazione divina: cose incompatibili col peccato
mortale. Vengono invece attribuiti ad essi i nomi di Cherubini, di
Potestà, e di Principati, perché stanno a indicare la scienza e la
potenza che possono essere comuni ai buoni e ai cattivi.
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