Il Santo Rosario
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Questione 62

Elevazione degli angeli allo stato di grazia e di gloria

Logicamente dobbiamo ora interessarci di come gli angeli hanno conseguito lo stato di grazia e di gloria.
A questo proposito abbiamo nove quesiti: 1. Se gli angeli siano stati beati fin dalla loro creazione; 2. Se abbiano avuto bisogno della grazia per volgersi a Dio; 3. Se siano stati creati in grazia; 4. Se abbiano meritato la beatitudine; 5. Se abbiano conseguito la beatitudine subito dopo averla meritata; 6. Se abbiano ricevuto la grazia e la gloria in proporzione delle loro capacità naturali; 7. Se dopo di aver raggiunto la gloria (eterna) siano rimaste in essi la dilezione e la conoscenza naturali; 8. Se abbiano avuto ancora la possibilità di peccare; 9. Se dopo di aver raggiunto la gloria abbiano potuto accrescere (la loro beatitudine).

ARTICOLO 1

Se gli angeli siano stati beati fin dalla loro creazione

SEMBRA che gli angeli siano stati creati nella beatitudine. Infatti:
1. Nel De Ecclesiasticis Dogmatibus sta scritto che "gli angeli non per natura possiedono il bene che hanno, ma perseverano nella beatitudine in cui furono creati". Dunque gli angeli furono creati beati.
2. La natura angelica è più perfetta di quella corporea. Ora, i corpi fin dall'inizio della loro creazione furono completi e dotati delle rispettive forme; poiché lo stato informe delle creature corporali ha preceduto la loro perfetta formazione non già secondo una priorità di tempo, ma solo secondo una priorità di natura, come spiega S. Agostino. Perciò neppure la natura angelica è stata creata da Dio informe e imperfetta. Ma questa riceve la sua formazione e perfezione dalla beatitudine. Dunque la natura angelica fu creata beata.
3. Secondo S. Agostino, le cose che leggiamo essere state fatte nelle opere dei sei giorni furono fatte simultaneamente: quindi è necessario che subito, fin dall'inizio della creazione, ci siano stati tutti quei sei giorni. Ora, in quei sei giorni, secondo la suddetta interpretazione, per mattino s'intende la cognizione con la quale gli angeli conoscono il Verbo e le cose esistenti nel Verbo. Quindi fin dal principio della creazione gli angeli conobbero il Verbo e le cose esistenti nel Verbo. Ma gli angeli sono beati appunto perché vedono il Verbo. Dunque gli angeli fin dall'inizio della loro creazione furono beati.

IN CONTRARIO: La stabilità o confermazione nel bene è parte essenziale della beatitudine. Ma gli angeli non furono confermati nel bene dal primo istante della loro creazione: ciò che è provato dalla caduta di alcuni di essi. Quindi gli angeli non furono beati dal primo istante della loro creazione.

RISPONDO: Col termine beatitudine si suole indicare l'ultima perfezione della natura ragionevole o intellettuale: e appunto per questo la beatitudine è naturalmente desiderata, perché ogni cosa desidera la sua ultima perfezione. Ora, per le creature ragionevoli o intellettuali l'ultima perfezione può essere di due specie. La prima è quella che la creatura può conseguire con le sue capacità naturali. Anche tale perfezione si può chiamare, in un certo senso, beatitudine o felicità. Infatti Aristotele dice che la suprema felicità dell'uomo consiste nella più alta contemplazione dell'oggetto più nobile dell'intelligenza, cioè di Dio. Ma al di sopra di questa felicità ce n'è un'altra, che attendiamo nella vita futura, mediante la quale "vedremo Dio così come egli è". Tale cognizione, come sopra si è dimostrato, supera le possibilità naturali di ogni intelletto creato.
Si deve perciò concludere che l'angelo fu creato beato, se per beatitudine s'intende quella che egli può conseguire con le capacità naturali. L'angelo infatti non acquista questa perfezione con processo discorsivo, come fa l'uomo: egli la possiede subito in forza della nobiltà della sua natura, come abbiamo già spiegato. - Ma la beatitudine suprema, che supera le capacità della natura, gli angeli non l'ebbero nel primo istante della loro creazione: poiché tale beatitudine non fa parte della natura, ma ne è il fine. Quindi non era giusto che la possedessero fin dal primo istante.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Nel passo citato per beatitudine s'intende quella perfezione naturale, che l'angelo possedeva nello stato d'innocenza.
2. La creatura corporea non poté avere fin dal principio della sua creazione la perfezione che raggiunge mediante le sue operazioni: per questo, secondo S. Agostino, il germinare delle piante dalla terra non fu subito tra le prime opere, ma da principio fu data soltanto alla terra la capacità di far germinare le piante. Parimenti, la natura angelica all'inizio della sua creazione ebbe la perfezione propria della sua natura; ma non ebbe quella che doveva conseguire per mezzo delle sue operazioni.
3. Gli angeli hanno una duplice cognizione del Verbo: la prima naturale, l'altra propria dello stato di gloria. La cognizione naturale è quella mediante la quale l'angelo vede il Verbo, servendosi dell'immagine di lui rilucente nella propria natura. La cognizione invece dello stato di gloria fa conoscere il Verbo nell'essenza di lui. Con l'una e con l'altra cognizione l'angelo vede le cose nel Verbo: imperfettamente, con la cognizione naturale; perfettamente, con quella dello stato di gloria. Perciò gli angeli conobbero nella prima maniera le cose nel Verbo fin dalla loro creazione; nella seconda maniera invece non le conobbero se non quando divennero beati, in seguito alla loro definitiva adesione al bene. Tale propriamente è quella che si chiama cognizione mattutina.

ARTICOLO 2

Se l'angelo abbia avuto bisogno della grazia per volgersi a Dio

SEMBRA che l'angelo non abbia avuto bisogno della grazia per volgersi a Dio. Infatti:
1. Non abbiamo bisogno della grazia per compiere le cose che già naturalmente possiamo fare. Ora, l'angelo può volgersi naturalmente a Dio, poiché egli, come si è visto, lo ama già naturalmente. Dunque l'angelo non ebbe bisogno della grazia per volgersi a Dio.
2. Noi abbiamo bisogno di aiuto solo per quello che ci riesce difficile. Ma il volgersi a Dio non era cosa difficile per l'angelo: in lui infatti non c'era nulla che ne ostacolasse la conversione. Dunque l'angelo non ebbe bisogno dell'aiuto della grazia per volgersi a Dio.
3. Volgersi a Dio è lo stesso che prepararsi alla grazia. Dice infatti la Scrittura: "Volgetevi a me, ed io mi rivolgerò a voi". Ma noi non abbiamo bisogno della grazia per prepararci alla grazia; perché altrimenti si andrebbe all'indefinito. Dunque l'angelo non ebbe bisogno della grazia per volgersi a Dio.

IN CONTRARIO: L'angelo conseguì la beatitudine per mezzo della sua conversione a Dio. Se quindi egli non avesse avuto bisogno della grazia per volgersi a Dio, ne seguirebbe che egli non ha bisogno della grazia per raggiungere la vita eterna. Questo è in contrasto con quanto dice l'Apostolo: "grazioso dono di Dio è la vita eterna".

RISPONDO: Per volgersi a Dio in quanto è oggetto della beatitudine gli angeli ebbero bisogno della grazia. Sopra abbiamo spiegato che il moto naturale della volontà è il principio di tutti i nostri voleri. Ora, l'inclinazione naturale della volontà si porta verso oggetti proporzionati alla natura. Se vi sono perciò delle cose superiori alla natura, la volontà non può portarsi verso di esse, senza essere aiutata da un principio soprannaturale. Il fuoco, p. es., ha un'inclinazione naturale a riscaldare e a generare altro fuoco, ma generare la carne è un'azione che supera la virtù naturale del calore. Quindi il fuoco (o calore) non ha alcuna inclinazione naturale a un simile scopo, se non in quanto è mosso come strumento dall'anima sensitiva.
Ora, come si disse quando si trattava della cognizione di Dio, conoscere Dio per essenza è un atto che sorpassa le facoltà naturali di qualsiasi intelletto creato. E in questa cognizione consiste appunto la beatitudine suprema delle creature ragionevoli. Perciò nessuna creatura ragionevole può avere un atto della volontà proporzionato a quella beatitudine, senza la mozione di una causa soprannaturale. È quello che noi chiamiamo aiuto della grazia. Perciò si deve concludere che l'angelo non poteva con la sua volontà volgersi a quella beatitudine senza l'aiuto della grazia.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Gli angeli amano naturalmente Dio, in quanto egli è il principio del loro essere naturale. Qui invece parliamo della conversione a Dio, in quanto questi è oggetto della beatitudine, nella visione della sua essenza.
2. Un'operazione si chiama difficile quando supera le capacità di una data cosa. Il che può avvenire in due modi. Primo, se supera le capacità di determinati esseri considerati nel loro ordine naturale. In tal caso, se ci possono arrivare con un aiuto, si dirà allora che la cosa è difficile; se invece non ci possono arrivare in nessun modo si dirà che è impossibile, come è impossibile per l'uomo volare. - Secondo, un fatto può superare le capacità di quei dati esseri non già in considerazione del loro ordine naturale, ma per qualche impedimento estraneo alle capacità stesse. Così salire non è contrario all'ordine naturale della potenza motrice dell'anima, poiché l'anima, per quanto dipende da essa, può muovere in qualsiasi direzione: ma ne è impedita dal peso del corpo; perciò è difficile per l'uomo salire. - Ora, volgersi alla suprema beatitudine è difficile per l'uomo, sia perché ciò supera le capacità della natura, sia perché trova un impedimento nella corruzione del corpo e nella infezione del peccato. Per l'angelo invece è difficile solo in quanto è un atto soprannaturale.
3. Ogni moto della volontà che si volge verso Dio può dirsi una conversione. C'è quindi una triplice conversione a Dio. La prima si compie mediante la dilezione perfetta della creatura già in possesso di Dio. Per questa conversione è necessaria la grazia consumata. - Un'altra conversione è quella con la quale si merita la beatitudine. Per questa si richiede la grazia abituale, che è il principio del merito. - La terza conversione è quella con la quale uno si prepara a ricevere la grazia. Per tale conversione non si richiede la grazia abituale, ma una mozione di Dio che attira l'anima a sé, come dice la Scrittura: "Convertici a te, o Signore, e noi ritorneremo". È chiaro quindi che non vi si va all'indefinito.

ARTICOLO 3

Se gli angeli siano stati creati in grazia

SEMBRA che gli angeli non siano stati creati in grazia. Infatti:
1. S. Agostino insegna che la natura angelica fu creata dapprima allo stato informe, e denominata cielo; in seguito ricevette la sua formazione e fu chiamata luce. Ma tale formazione avviene per mezzo della grazia. Dunque gli angeli non furono creati in grazia.
2. La grazia inclina la creatura ragionevole verso Dio. Se dunque gli angeli fossero stati creati in grazia, nessuno di loro si sarebbe allontanato da Dio.
3. La grazia sta tra la natura e la gloria. Ma gli angeli non furono creati beati. È chiaro quindi che neppure furono creati in grazia; ma prima furono creati nella loro semplice natura, in seguito conseguirono la grazia, e finalmeme divennero beati.

IN CONTRARIO: S. Agostino si domanda: "Chi produsse negli angeli la buona volontà se non colui che li creò servendosi della propria volontà, cioè del casto amore col quale aderiscono a lui, creando perciò in essi la natura e largendole al tempo stesso la grazia?".

RISPONDO: Sebbene siano diverse le opinioni intorno al nostro quesito, dicendo alcuni "che gli angeli furono creati nella pura natura"; asserendo altri "che furono creati in grazia"; sembra tuttavia che si debba ritenere come più probabile e più conforme alla dottrina dei Santi che gli angeli furono creati in possesso della grazia abituale. Vediamo infatti che tutte le cose, le quali sono state prodotte dalla divina provvidenza in un processo di tempo con la cooperazione della creatura sotto l'influsso di Dio, furono prodotte inizialmente nelle loro ragioni seminali, come dice S. Agostino. Così furono create le piante, gli animali e altre cose simili. Ora, è evidente che la grazia abituale sta alla beatitudine, come la ragione seminale, nell'ordine di natura, sta agli effetti naturali; perciò S. Giovanni chiama la grazia seme di Dio. Perciò, come si afferma, seguendo S. Agostino, che dal primo istante della creazione gli esseri corporei ebbero in sé le ragioni seminali di tutti gli effetti di ordine naturale, così (si dirà) che gli angeli fin dall'inizio sono stati creati in grazia.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Lo stato informe dell'angelo si può intendere in rapporto alla "formazione" della gloria: così inteso lo stato informe ha preceduto in ordine di tempo la "formazione". Oppure si può considerare in rapporto alla "formazione" della grazia: ma in tal senso lo stato informe precedette la "formazione", non in ordine di tempo, bensì in ordine di natura; come S. Agostino pensava della "formazione" dei corpi.
2. Ogni forma inclina il soggetto che la riceve, adattandosi alla natura di esso. Ora, la natura intellettiva esige che essa si porti liberamente verso gli oggetti del suo volere. Perciò l'inclinazione della grazia non determina una necessità; ma chi ha ricevuto la grazia può anche non servirsene, e peccare.
3. Seguendo l'ordine ontologico poniamo la grazia tra la natura e la gloria, però se consideriamo l'ordine cronologico (vediamo che) la gloria non doveva trovarsi per prima in una natura creata, poiché la gloria è il fine dell'operazione della natura aiutata dalla grazia. La grazia invece non è fine dell'operazione, poiché essa non si acquista con le opere; ma è principio del bene operare. Era perciò conveniente che agli angeli immediatamente con la natura fosse data la grazia.

ARTICOLO 4

Se gli angeli beati abbiano meritato la loro beatitudine

SEMBRA che gli angeli beati non abbiano meritato la loro beatitudine. Infatti:
1. Il merito proviene dalle difficoltà dell'atto meritorio. Ora, gli angeli non trovarono alcuna difficoltà a ben operare. Dunque l'azione buona non fu meritoria per essi.
2. Non si può meritare con le (sole) forze naturali. Ma per gli angeli era cosa naturale volgersi a Dio. Perciò con questo essi non meritarono la beatitudine.
3. Se gli angeli beati meritarono la beatitudine, o la meritarono prima di averla, o dopo. Ma non poterono meritarla prima, poiché, come molti ritengono, prima non avevano la grazia, senza la quale non si dà merito. E neppure la meritarono dopo: poiché in tal caso anche adesso meriterebbero; e ciò è falso, perché allora gli angeli inferiori con i loro meriti potrebbero raggiungere il grado di quelli superiori, e non ci sarebbero più distinzioni stabili dei gradi di gloria; il che è inammissibile. Dunque gli angeli non meritarono la loro beatitudine.

IN CONTRARIO: Nella Scritiura si legge che nella Gerusalemme celeste "la misura dell'angelo" è come "la misura dell'uomo". Ora, l'uomo non può raggiungere la beatitudine senza meriti. Dunque neppure l'angelo.

RISPONDO: La perfetta beatitudine è naturale soltanto per Dio, per il quale essere ed essere beato sono la stessa cosa. Per tutte le creature invece esser beate non rientra nella propria natura, ma è il loro ultimo fine. Ora, ogni cosa raggiunge l'ultimo fine per mezzo della sua operazione. E questa operazione terminante al fine, o causa il fine, se questo non supera la virtù dell'atto compiuto per raggiungerlo, come la medicatura che ridona la sanità; oppure merita il fine, quando questo supera la virtù di colui che agisce per conseguirlo, e perciò si aspetta il fine come dono di un altro. Ora, la beatitudine ultima, come è chiaro da quanto si è detto, supera la natura angelica e quella umana. Rimane dunque che tanto l'uomo che l'angelo hanno dovuto meritare la loro beatitudine.
Ora, se gli angeli furono creati in grazia, senza la quale non ci può essere il merito, si può affermare senza difficoltà che essi hanno meritato la loro beatitudine. - Così pure se uno sostiene che l'hanno ricevuta in un modo o nell'altro prima della gloria.
Se invece gli angeli non ebbero la grazia prima di esser beati, si dovrà dire che essi ebbero la beatitudine senza meritarla, come noi riceviamo la grazia. Ma ciò è contro la nozione di beatitudine, la quale presenta il carattere di fine, ed è premio della virtù, come insegna anche Aristotele. - Oppure bisognerà dire, come altri sostennero, che gli angeli meritano la beatitudine con gli atti che essi compiono nel ministero divino. Ma ciò sarebbe in contrasto con il concetto di merito: il merito infatti è la via che conduce al fine; ora, chi è già arrivato al termine non ha più ragione di muoversi. Per questo nessuno merita quello che già possiede. - Ovvero si dovrebbe arrivare a dire che lo stesso e identico atto della conversione a Dio, in quanto procede dal libero arbitrio, è meritorio, e in quanto raggiunge il fine è fruizione beata. Ma anche questo non è ammissibile. Il libero arbitrio infatti non è causa sufficiente del merito; perciò l'atto che procede dal libero arbitrio non è meritorio, se non in quanto è informato dalla grazia. Ora, non è possibile che esso sia informato al tempo stesso dalla grazia imperfetta, causa del merito, e dalla grazia consumata che è la causa della fruizione. Non è dunque possibile che gli angeli simultaneamente fruiscano Dio, e ne meritino la fruizione.
È meglio ritenere perciò che gli angeli ebbero la grazia prima di essere beati, e che per mezzo di essa meritarono la beatitudine.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. La difficoltà a bene operare non proviene per gli angeli da contrarietà o da ostacoli delle loro facoltà naturali, ma dal solo fatto che l'opera buona (richiesta) supera le capacità della loro natura.
2. Gli angeli non meritano la beatitudine con una conversione naturale (a Dio), bensì con la conversione dovuta alla carità, che si opera per mezzo della grazia.
3. La risposta appare chiaramente da quanto si è detto.

ARTICOLO 5

Se gli angeli abbiano raggiunto la beatitudine subito dopo il primo atto meritorio

SEMBRA che gli angeli non abbiano raggiunto la beatitudine subito dopo il primo atto meritorio. Infatti:
1. Il bene operare è più difficile per l'uomo che per l'angelo. Ma l'uomo non viene premiato subito dopo il primo atto. Dunque neppure l'angelo.
2. Gli angeli all'inizio della loro creazione furono in grado di emettere subito un atto al primo istante: tanto più che gli stessi corpi cominciano a muoversi nell'istante stesso della loro creazione, e se il moto di un corpo potesse compiersi in un istante, come avviene per le operazioni dell'intelletto e della volontà, essi avrebbero (dato esecuzione a) il moto nel primo istante della loro produzione. Se quindi l'angelo con un solo moto della sua volontà meritò la beatitudine, egli la meritò nel primo istante della sua creazione. Perciò se la loro beatitudine non venne differita, gli angeli furono beati fin dal primo istante.
3. Tra cose molto distanti ci devono essere molti termini intermedi. Ma l'atto della beatitudine degli angeli è molto distante dalla condizione della loro natura, e il merito è termine intermedio tra queste due cose. Bisognò quindi che l'angelo raggiungesse la beatitudine attraverso molti termini intermedi.

IN CONTRARIO: L'anima umana e l'angelo sono destinati alla beatitudine alla stessa maniera, perciò ai Santi viene promessa l'uguaglianza con gli angeli. Ora, l'anima separata dal corpo, se ha meritato la beatitudine, la consegue subito, purché non vi sia altro impedimento. Così, per lo stesso motivo, anche l'angelo. Ma l'angelo col primo atto di carità ebbe subito il merito della beatitudine. Non essendovi dunque nell'angelo alcun impedimento, col primo atto meritorio egli raggiunse subito la beatitudine.

RISPONDO: L'angelo fu subito beato dopo il primo atto di carità, col quale meritò la beatitudine. La ragione di ciò sta nel fatto che la grazia perfeziona la natura secondo il modo di essere della natura stessa: come del resto ogni perfezione è ricevuta in un soggetto secondo la natura del soggetto medesimo. Ora, come si è già dimostrato, è proprio della natura angelica non già acquistare la perfezione naturale per mezzo di un procedimento discorsivo, bensì possederla subito in forza della propria natura. Ma l'angelo, come dice ordine alla perfezione naturale in forza della sua natura, così dice ordine alla gloria in forza del merito. Per questo l'angelo dovette conseguire la beatitudine subito dopo il merito. - Ma il merito della beatitudine lo può acquistare con un unico atto non solo l'angelo, ma altresì l'uomo: poiché l'uomo merita la beatitudine con ciascun atto informato dalla carità. Ne consegue che l'angelo fu beato subito dopo il primo atto informato dalla carità.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. L'uomo per natura non è ordinato come l'angelo ad acquistare subito l'ultima perfezione. Per questo all'uomo viene concessa, per meritare, una via più lunga che all'angelo.
2. L'angelo trascende il tempo degli esseri corporei: perciò i diversi istanti degli angeli sono dati soltanto dalla successione dei loro atti. Ma negli angeli non vi potevano essere ad un tempo l'atto meritorio della beatitudine, e l'atto della beatitudine stessa, che è la fruizione: poiché l'uno è atto della grazia non ancora perfetta e l'altro della grazia consumata. Ne segue perciò che bisogna ammettere (due) istanti diversi, uno in cui l'angelo meritò la beatitudine, un secondo in cui divenne beato.
3. È proprio della natura dell'angelo conseguire subito la perfezione cui è ordinato. Per questo non si richiede che un solo atto meritorio; il quale si può dire intermedio, in quanto l'angelo è ordinato alla beatitudine in forza di esso.

ARTICOLO 6

Se gli angeli abbiano ricevuto la grazia e la gloria in proporzione delle loro doti naturali

SEMBRA che gli angeli non abbiano ricevuto la grazia e la gloria in proporzione delle loro doti naturali. Infatti:
1. La grazia viene largita per pura volontà di Dio. Dunque anche la quantità della grazia dipende dalla volontà di Dio, e non dal grado delle doti naturali.
2. L'atto umano è più vicino alla grazia della natura, perché l'atto umano prepara alla grazia. Eppure la grazia non proviene "dalle opere", come dice S. Paolo. Dunque a più forte ragione la grazia negli angeli non può dipendere dal grado delle loro doti naturali.
3. L'uomo e l'angelo sono ordinati alla beatitudine e alla grazia nella stessa maniera. Ma all'uomo non viene conferita una grazia maggiore (o minore) in proporzione del grado delle sue perfezioni naturali. Dunque neppure all'angelo.

IN CONTRARIO: Dice il Maestro delle Sentenze: "Gli angeli che ricevettero nella creazione una natura più nobile e una sapienza più perspicace, furono anche arricchiti di maggiori doni di grazia".

RISPONDO: È cosa ragionevole (pensare) che agli angeli siano stati elargiti i doni di grazia e la perfezione della beatitudine in proporzione delle loro doti naturali. E possiamo servirci di due argomenti per dimostrarlo. Primo, partendo da Dio, il quale, per una disposizione della sua sapienza, stabilì diverse gerarchie nella natura angelica. Ora, come la natura angelica fu creata da Dio perché conseguisse la grazia e la gloria, così sembra evidente che i vari gradi della natura angelica siano ordinati ai diversi gradi della grazia e della gloria. Allo stesso modo farebbe un muratore il quale prepara le pietre destinate alla costruzione di una casa. Dal fatto stesso che egli dà ad alcune pietre una forma più bella ed elegante, si capisce che egli le ha destinate alle parti più decorose della casa. Analogamente, gli angeli i quali furono dotati da Dio di una natura più perfetta, furono anche deputati da lui a ricevere maggiori doni di grazia e una più grande beatitudine.
Secondo, si arriva alla stessa conclusione anche partendo dall'angelo. L'angelo infatti non è composto di nature diverse, cosicché l'inclinazione dell'una possa impedire o ritardare l'impulso dell'altra; come invece accade nell'uomo, in cui i movimenti della parte intellettiva vengono ritardati o impediti dalla parte sensitiva. Ora, la natura, quando non vi sia nulla che la rattenga o che l'ostacoli, si muove con tutta la sua virtù. È quindi ragionevole pensare che gli angeli, i quali ebbero una natura più perfetta, si siano rivolti a Dio con maggiore forza ed efficacia. Ciò del resto avviene anche tra gli uomini, ai quali viene concessa una grazia maggiore (o minore) secondo l'intensità della loro conversione a Dio. Dunque gli angeli dotati di una natura più perfetta devono aver ricevuto un grado maggiore di grazia e di gloria.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Come la grazia dipende dalla pura volontà di Dio, così anche la natura dell'angelo. E come la volontà di Dio ne preordinò la natura alla grazia, così pure preordinò i gradi della natura ai vari gradi della grazia.
2. Gli atti della creatura ragionevole dipendono da essa; invece la natura dipende immediatamente da Dio. Perciò è più giusto pensare che la grazia, piuttosto che secondo le opere, sia stata concessa secondo i gradi della natura.
3. Altra è la diversità delle doti naturali negli angeli, i quali si differenziano tra loro specificamente, altra è la diversità tra gli uomini, i quali si distinguono solo numericamente. Infatti la differenza di specie è in vista del fine, mentre la differenza numerica proviene dalla materia. - Inoltre nell'uomo c'è qualche cosa che può ritardare o impedire il moto della natura intellettiva, non così negli angeli. - Quindi l'argomento non vale ugualmente per le due nature.

ARTICOLO 7

Se rimangono negli angeli beati la cognizione e la dilezione naturale

SEMBRA che negli angeli beati non rimangano la cognizione e la dilezione naturale. Infatti:
1. La Scrittura afferma: "Quando venga ciò che è perfetto, il parzialmente finirà". Ora, la dilezione e la cognizione naturale sono imperfette rispetto alla dilezione e alla scienza beatifica. Dunque con la beatitudine cessa la cognizione e la dilezione naturale.
2. Dove basta una cosa sola, una seconda è superflua. Ma negli angeli bastano la cognizione e la dilezione propria dello stato di gloria. Dunque sarebbero superflue per essi la cognizione e la dilezione naturale.
3. Una stessa potenza non può avere simultaneamente due atti, come una linea non può essere terminata nello stesso verso da due punti. Ora gli angeli hanno sempre l'atto della cognizione e della dilezione beatifica: la beatitudine infatti, come insegna il Filosofo, non consiste nell'abito, bensì nell'atto. Dunque negli angeli non ci potranno mai essere la cognizione e la dilezione naturale.

IN CONTRARIO: Fino a che permane una natura, deve perdurare anche la sua operazione. Ora, la beatitudine non distrugge la natura, essendone il coronamento. Dunque non distrugge la cognizione e la dilezione naturale.

RISPONDO: Negli angeli beati rimangono la cognizione e la dilezione naturale. Le operazioni infatti hanno tra di loro gli stessi rapporti che intercorrono tra i loro principi. Ora, è chiaro che la natura sta alla beatitudine, come un elemento precedente sta a quello susseguente: poiché la beatitudine viene ad aggiungersi alla natura. Ma l'elemento presupposto non può mancare in ciò che lo presuppone. Perciò la natura non può essere assente nella beatitudine. E quindi assieme agli atti della beatitudine devono esserci anche quelli della natura.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Una perfezione che sopravviene toglie (soltanto) l'imperfezione che è ad essa contraria. Ora, l'imperfezione della natura non si oppone alla beatitudine, ma le fa da sostrato: a quel modo che l'imperfezione della potenza fa da sostrato alla perfezione della forma, senza che la potenza sia perciò eliminata dalla forma, ma viene eliminata la privazione che è l'opposto della forma. - Parimenti, l'imperfezione della cognizione naturale non si oppone alla perfezione della scienza beatifica: niente infatti impedisce che una cosa si possa conoscere per vie diverse; p. es., si può arrivare a conoscere simultaneamente una cosa con una ragione probabile e con una apodittica. Allo stesso modo un angelo può conoscere Dio nell'essenza di Dio con la visione beatifica, e può conoscerlo per mezzo della propria essenza, come avviene nella cognizione naturale.
2. Tutte le cose che appartengono alla beatitudine sono per se stesse sufficienti. Ma le perfezioni della beatitudine poggiano sulle perfezioni di natura: poiché nessuna beatitudine, all'infuori di quella increata, è per se stessa sussistente.
3. Due operazioni non possono trovarsi simultaneamente in una potenza, se l'una non è ordinata all'altra. Ma la cognizione e la dilezione naturale sono ordinate alla cognizione e alla dilezione della gloria. Niente perciò impedisce che ci siano simultaneamente nell'angelo tanto la scienza e la dilezione naturale, che la scienza e la dilezione della gloria.

ARTICOLO 8

Se l'angelo beato possa peccare

SEMBRA che l'angelo beato possa peccare. Infatti:
1. La beatitudine, come si è detto, non distrugge la natura. Ma avere la possibilità di mancare rientra nel concetto stesso di creatura. Dunque l'angelo beato può peccare.
2. Come insegna il Filosofo, le potenze razionali hanno la capacità di volgersi verso oggetti tra loro contrari. Ora, la volontà dell'angelo beato non cessa di essere razionale. Quindi può volgersi al bene e al male.
3. La facoltà di scegliere il bene o il male dipende dal libero arbitrio. Ma il libero arbitrio non viene menomato negli angeli beati. Dunque essi possono peccare.

IN CONTRARIO: S. Agostino afferma che "negli angeli santi" non v'è una natura che possa peccare. Dunque gli angeli santi non possono peccare.

RISPONDO: Gli angeli beati non possono peccare. La ragione di ciò sta nel fatto che la loro beatitudine consiste nel vedere Dio nella di lui essenza. Ora, l'essenza di Dio è l'essenza stessa della bontà. Quindi l'angelo che vede Dio, rispetto a lui è nella stessa condizione, in cui si trova chiunque altro rispetto alla ragione comune di bene, senza tale visione. Ma è impossibile che uno voglia o che faccia qualsiasi cosa senza mirare al bene; o che voglia fuggire il bene, proprio perché bene. Perciò l'angelo beato niente può volere o compiere senza mirare a Dio. Ma chi vuole ed agisce in tal modo non può peccare. Dunque in nessuna maniera l'angelo beato può peccare.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Il bene creato, considerato in se stesso, può venir meno. Ma in seguito al suo congiungimento perfetto con il bene increato, cosa che avviene nella beatitudine, diventa impeccabile, per la ragione che si è detto.
2. Le potenze razionali possono volgersi verso oggetti tra loro contrari, se si tratta di cose cui non sono ordinate per natura: ma se si tratta di cose cui sono naturalmente ordinate non possono volgersi verso oggetti tra di loro contrari. L'intelletto infatti non può non assentire ai primi principi conosciuti naturalmente; così pure la volontà non può non aderire al bene in quanto bene, poiché essa ha naturalmente il bene per oggetto proprio. Perciò la volontà degli angeli rispetto a molte cose può volgersi in direzioni opposte tra loro. Ma rispetto a Dio, nel quale gli angeli vedono l'essenza stessa della bontà, non possono volgersi in direzioni opposte, ma qualunque cosa essi scelgano, mirano però sempre verso di lui. E questo avviene senza peccato.
3. Il libero arbitrio, rispetto alla scelta delle cose ordinate ad un fine, si comporta come l'intelletto rispetto alla conclusione (di un ragionamento). Ora, è chiaro che la facoltà di ricavare certe conclusioni, partendo da determinati principi, deriva dalla perfezione dell'intelletto: mentre invece dedurre delle conclusioni violando l'ordine dei principi, deriva da una deficienza dell'intelletto stesso. Perciò il poter scegliere cose diverse senza perdere di vista il fine, deriva dalla perfezione del libero arbitrio; ma scegliere qualche cosa perdendo di vista il fine col peccato, deriva da una deficienza della libertà. C'è quindi una maggiore libertà negli angeli i quali non possono peccare, che non in noi che possiamo peccare.

ARTICOLO 9

Se gli angeli beati possano accrescere la loro beatitudine

SEMBRA che gli angeli beati possano accrescere la loro beatitudine. Infatti:
1. La carità è il principio del merito. Ma negli angeli c'è una carità perfetta. Dunque gli angeli beati possono meritare. Ora, se cresce il merito cresce pure il premio della beatitudine. Dunque gli angeli beati possono accrescere la loro beatitudine.
2. S. Agostino insegna che Dio "si serve di noi per la sua bontà, e per il nostro vantaggio". Lo stesso vale per gli angeli, di cui si serve nel ministero spirituale; poiché, come dice S. Paolo, essi sono "spiriti a servizio (di Dio), inviati a cagione di quelli che devono ricevere l'eredità della salvezza". Ora, ciò non tornerebbe a loro vantaggio, se col loro ministero non meritassero né potessero progredire nella beatitudine. Rimane perciò stabilito che gli angeli beati possono meritare e accrescere la loro beatitudine.
3. Se colui che non è al culmine della perfezione non può progredire, ciò si deve ascrivere a una sua imperfezione. Ora, gli angeli non sono al culmine della perfezione, se quindi non possono progredire, è chiaro che in essi ci deve essere imperfezione e difetto. Questo però non è ammissibile.

IN CONTRARIO: Il meritare e il progredire sono propri dello stato di viatori. Ora, gli angeli non sono viatori, bensì comprensori. Dunque gli angeli beati non possono meritare, né possono accrescere la loro beatitudine.

RISPONDO: In ogni moto l'intenzione del movente mira a un termine determinato, verso il quale intende di condurre il soggetto che viene mosso: l'intenzione infatti riguarda sempre un fine, e (tra i fini) non si può andare all'infinito. Ora, si è già visto che la creatura ragionevole, non potendo con la propria virtù conseguire la sua beatitudine, che consiste nella visione di Dio, deve essere mossa da Dio al conseguimento di questa beatitudine. Bisogna quindi che sia ben determinato il termine, cui la creatura ragionevole deve essere diretta come a suo ultimo fine. Questo termine nella visione di Dio non può essere l'oggetto stesso della visione: poiché la somma verità è vista da ciascun beato in grado diverso. - Invece, quanto al modo della visione, l'intenzione di colui che conduce al fine prestabilisce termini diversi. Non è possibile, infatti, che la creatura ragionevole, come è elevata alla visione della suprema essenza, così pure sia elevata a quella visione perfettissima che è la comprensione (di Dio). Tale modo di conoscere, com'è evidente da quanto si disse, non può competere che a Dio. Ora, poiché per comprendere Dio ci vuole una capacità infinita, mentre le capacità conoscitive delle creature non possono essere che finite, e poiché tra qualsiasi cosa finita e l'infinito ci sono infiniti termini intermedi, ne segue che per le creature ragionevoli ci sono infiniti modi di conoscere Dio, con maggiore o minore chiarezza. E, come la beatitudine consiste nella visione stessa di Dio, così il grado di beatitudine consiste in un determinato grado di attitudine alla visione.
Perciò Dio non solo conduce la creatura ragionevole al fine della beatitudine, ma le fa anche raggiungere il grado di beatitudine stabilito dalla divina predestinazione. Una volta quindi raggiunto quel grado, la creatura non può conseguire un grado più elevato.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Il merito è proprio di chi viene mosso verso il fine. Ora, la creatura ragionevole viene mossa verso il fine non in maniera puramente passiva, ma mediante le sue operazioni. Se il fine è proporzionato alle proprie forze, la creatura ragionevole raggiunge il fine con la sua operazione; così l'uomo studiando acquista la scienza. Se invece il raggiungimento del fine non è in suo potere ma lo aspetta da altri, con la sua operazione (l'essere ragionevole) merita il fine. Ma se uno ha già raggiunto l'ultimo termine, si dirà che è già stato mosso al fine, e non già che si muove ancora. Perciò meritare è proprio della carità imperfetta dello stato di viatori; la carità perfetta invece non merita più, bensì fruisce del premio. Allo stesso modo, negli abiti acquisiti le azioni che precedono l'abito servono ad acquistare l'abito stesso; mentre quelle derivanti dall'abito acquisito sono azioni perfette che si compiono con diletto. Sicché l'atto della carità perfetta non ha ragione di merito, ma è piuttosto un complemento del premio.
2. Una cosa può dirsi vantaggiosa in due maniere. Primo, come mezzo per raggiungere il fine: così si dice utile il merito (che porta) alla beatitudine. Secondo, come può dirsi vantaggiosa la parte rispetto al tutto, la parete, p. es., rispetto alla casa. Il ministero angelico è utile agli angeli beati in questa maniera, poiché questo fa parte della loro beatitudine: infatti, diffondere negli altri la perfezione posseduta è proprio dell'essere perfetto, in quanto perfetto.
3. Sebbene l'angelo non abbia raggiunto il sommo grado di beatitudine in senso assoluto, pure si trova al culmine della beatitudine, relativamente a quel grado che a lui è stato fissato dalla divina predestinazione.
Tuttavia può crescere la gioia degli angeli per la salvezza di quelli che si salvano con l'aiuto del loro ministero, conforme al detto evangelico: "Gli angeli gioiscono per un peccatore che faccia penitenza". Questa gioia fa parte del premio accidentale, il quale può accrescersi fino al giorno del giudizio. Perciò alcuni dicono che essi possono addirittura meritare tutto ciò che appartiene al gaudio accidentale. - Ma è più giusto dire che nessun beato può meritare in qualsiasi modo, eccetto il caso che sia al tempo stesso viatore e comprensore, come Cristo, il quale fu il solo ad essere insieme viatore e comprensore. Infatti più che meritare quella gioia, gli angeli l'acquistano in virtù della beatitudine.