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Questione
58
Il modo di conoscere degli angeli
Dopo quanto si è detto, tratteremo ora del modo di conoscere degli angeli.
Sull'argomento si pongono sette quesiti: 1. Se l'intelletto dell'angelo
si trovi successivamente in potenza e in atto; 2. Se l'angelo
possa intendere simultaneamente molte cose; 3. Se l'angelo intenda
servendosi del raziocinio; 4. Se l'angelo intenda formulando proposizioni
affermative e negative; 5. Se nell'intelletto dell'angelo si
possa insinuare la falsità; 6. Se la cognizione dell'angelo si possa
chiamare mattutina e vespertina; 7. Se la cognizione mattutina e
quella vespertina siano diverse o siano la stessa cognizione.
ARTICOLO
1
Se l'intelletto angelico sia in potenza e successivamente in atto
SEMBRA che l'intelletto angelico talora sia in potenza.
Infatti:
1. Come dice Aristotele,
"il moto è l'atto di un ente che è in potenza".
Ma le menti angeliche, secondo l'espressione di Dionigi, si
muovono conoscendo. Dunque le menti angeliche talora sono in potenza.
2. Il desiderio ha per oggetto una cosa che non si possiede,
ma che è possibile raggiungere; perciò chiunque desidera di intendere
una cosa è in potenza rispetto a tale cognizione. Ora, così S. Pietro
si esprime: "Colui che gli angeli desiderano guardare". Dunque
l'intelletto dell'angelo talora è in potenza.
3. Nel libro De Causis si dice che l'intelligenza intende
"secondo
il moto della sua sostanza". Ma la sostanza dell'angelo ha in sé
qualche cosa di potenziale. Dunque talora ha una cognizione potenziale.
IN CONTRARIO: Dice S. Agostino che gli angeli
"dal momento che
furono creati godono della stessa eternità del Verbo, per mezzo di
una santa e pia contemplazione". Ora, l'intelletto che contempla è
in atto, non già in potenza. Dunque l'intelletto dell'angelo non è in potenza.
RISPONDO: Come fa osservare il Filosofo, l'intelletto può essere
in potenza in due maniere: primo, "avanti di apprendere o di scoprire",
cioè prima di avere l'abito della scienza; secondo, quando "pur avendo l'abito della scienza, uno non se ne
serve". Nel primo
modo l'intelletto dell'angelo non è mai in potenza rispetto a quelle
cose che la sua cognizione naturale può raggiungere. Infatti come
i corpi superiori, ossia quelli celesti, non hanno alcuna potenzialità
nell'ordine dell'essere che non sia colmata dall'atto; così le intelligenze celesti,
ossia gli angeli, non hanno alcuna potenzialità di ordine
conoscitivo che non sia perfettamente colmata dalle specie
intelligibili ad essi connaturali. - Tuttavia niente impedisce che il
loro intelletto sia in potenza rispetto alle cose che vengono ad essi
rivelate da Dio: poiché, analogamente, anche i corpi celesti sono
talora in potenza rispetto alla illuminazione del sole.
Nel secondo modo l'intelletto angelico può essere in potenza rispetto
alle cose che raggiunge con la sua cognizione naturale: l'angelo
infatti non considera sempre attualmente tutte le cose che conosce
con la sua cognizione naturale. - Rispetto invece alla cognizione del Verbo,
e di tutto ciò che vede nel Verbo, non è mai in
potenza: perché egli sempre attualmente ha fisso lo sguardo sul
Verbo e su quanto vede in lui. La beatitudine degli angeli consiste
infatti in questa visione: e la beatitudine non consiste in un abito,
ma in un atto, come insegna il Filosofo.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Il moto di cui si parla non è già
"l'atto
di un essere imperfetto", che trovasi cioè in potenza, bensì "l'atto
di un essere perfetto", cioè in atto. Difatti in questo senso
possono chiamarsi moti anche l'intendere e il sentire, come osserva Aristotele.
2. Tale desiderio degli angeli non esclude il
possesso della cosa
desiderata, ma solo la noia della medesima. - Oppure si dice che
essi desiderano la visione di Dio in vista di nuove rivelazioni che
essi possono ricevere da Dio, secondo le esigenze del loro ministero.
3. Nella sostanza dell'angelo non vi è potenzialità alcuna priva
del suo atto. Così pure l'intelligenza dell'angelo non è mai in potenza
in modo da escludere qualsiasi attualità.
ARTICOLO
2
Se l'angelo possa conoscere simultaneamente molte cose
SEMBRA che l'angelo non possa conoscere simultaneamente molte cose.
Infatti:
1. Dice il Filosofo che
"si possono sapere molte cose, ma non se
ne può intendere che una sola".
2. Non si può intendere cosa alcuna se non in quanto l'intelletto
riceve una forma dalla specie intelligibile, come il corpo la riceve
dalla sua figura. Ora, un corpo non può ricevere simultaneamente
diverse figure. Allo stesso modo un intelletto non può conoscere
simultaneamellte diversi intelligibili.
3. L'intellezione è anch'essa un moto. Ora, nessun moto può
aver di mira diversi termini. Non è quindi possibile intendere molte
cose simultaneamente.
IN CONTRARIO: S. Agostino insegna:
"La potenza spirituale della
mente angelica può comprendere con molta facilità e simultaneamente
tutte le cose che vuole".
RISPONDO: Come per l'unità del moto si richiede l'unicità del termine,
così per l'unità dell'operazione si richiede l'unicità dell'oggetto.
Ora, ci sono delle cose che si possono prendere come molteplici,
oppure come una cosa sola; p. es., le parti di una quantità continua:
Se, infatti, si prende ogni parte a sé, allora sono cose molteplici:
e così il senso e l'intelletto non le possono cogliere con una sola operazione,
né simultaneamente, come osserva Aristotele.
Se invece si prendono nell'altro modo, in quanto cioè formano una
cosa sola nel tutto, allora esse sono conosciute simultaneamente e
con una sola operazione, tanto da parte del senso che dell'intelletto,
perché allora, come nota ancora Aristotele, la quantità continua si
considera come un tutto. Così anche il nostro intelletto intende simultaneamente
il soggetto e il predicato, in quanto sono parti di una sola proposizione;
e conosce i due termini di un paragone, in
quanto sono uniti dal paragone stesso. È chiaro, quindi, che cose
molteplici, in quanto sono distinte, non possono essere simultaneamente
conosciute; ma sono così conosciute in quanto si uniscono
a formare un solo oggetto intelligibile.
Ora, ogni cosa è intelligibile perché una specie rappresentativa
di essa si trova nell'intelletto. Tutte le cose perciò che si possono
conoscere per mezzo di una sola specie intelligibile, essendo apprese
come un solo intelligibile, si conoscono simultaneamente.
Quelle invece che son conosciute per mezzo di più specie intelligibili,
sono apprese come più oggetti intelligibili.
Dunque gli angeli, mediante la cognizione con la quale vedono
le cose nel Verbo, percepiscono tutto con una sola specie intelligibile,
che è l'essenza divina. In forza di tale cognizione tutte le cose
sono perciò conosciute simultaneamente: cosicché nella patria,
al dire di S. Agostino, "i nostri pensieri non saranno volubili,
passando e ripassando da una cosa all'altra, ma abbracceremo con
un solo sguardo tutta la nostra scienza". - Ma in forza di quella
conoscenza, che permette agli angeli di apprendere le cose per mezzo
delle specie innate, questi possono conoscere con un solo atto d'intellezione
tutte quelle cose che si possono raggiungere con una sola specie;
ma non quelle che richiedono diverse specie.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Intendere molte cose come (se fossero)
una sola, è, in un certo senso, lo stesso che conoscere una sola cosa.
2. L'intelletto è informato dalla specie intelligibile che possiede
in se medesimo. Quindi con una sola specie intelligibile può intuire
molte cose; proprio come un corpo, il quale può somigliare a molti
altri in forza di una sola figura.
3. Si risponde come alla prima difficoltà.
ARTICOLO
3
Se l'angelo conosca servendosi del raziocinio
SEMBRA che l'angelo conosca servendosi del raziocinio.
Infatti:
1. Il raziocinio consiste nella conoscenza di una cosa per mezzo
di un'altra. Ora, gli angeli conoscono una cosa mediante l'altra:
conoscono infatti la creatura mediante il Verbo. Dunque l'intelletto
dell'angelo conosce servendosi del raziocinio.
2. Tutto ciò che può fare una virtù inferiore, lo può
fare anche una virtù superiore. Ma l'intelletto umano può sillogizzare e conoscere
le cause dagli effetti, che è poi tutto il processo raziocinativo.
Dunque l'intelletto dell'angelo, che è superiore nell'ordine di
natura, potrà fare assai meglio la stessa cosa.
3. S. Isidoro afferma che i demoni conoscono molte cose per
esperienza. Ma la cognizione sperimentale è costruita sull'illazione:
come infatti osserva Aristotele, "da molti ricordi (o dati) si ha
l'esperienza, e da molte esperienze si ricava l'universale".
Dunque la cognizione degli angeli è illativa.
IN CONTRARIO: Dionigi insegna che gli angeli
"non raccolgono le
loro divine cognizioni da un'analisi di elementi, di sensazioni o di
ragioni discorsive: essi non si servono che di una percezione cumulativa
sotto concetti universali".
RISPONDO: Come si è già detto più volte, gli angeli occupano nell'ordine
delle sostanze intellettuali il posto tenuto dai corpi celesti
tra quelle corporee: e infatti sono chiamati da Dionigi menti celesti.
Ora, tra i corpi celesti e quelli terrestri c'è questa differenza,
che i corpi terrestri raggiungono la loro ultima perfezione mediante
il moto e la trasmutazione, mentre i corpi celesti hanno subito per
natura la propria perfezione suprema. In modo analogo, anche
le intelligenze inferiori, ossia quelle umane, raggiungono la perfezione
nella conoscenza della verità attraverso un moto e un procedimento
raziocinativo dell'operazione intellettuale: poiché si procede
dalla conoscenza di una cosa alla cognizione di un'altra. Se
invece nella conoscenza di un principio già noto scorgessero distintamente
tutte le conclusioni che ne conseguono, non si avrebbe più
il raziocinio. È ciò che avviene negli angeli: i quali nelle nozioni
che naturalmente essi hanno fin da principio, vedono tutto quello
che per mezzo di esse si può conoscere.
Per questo gli angeli sono denominati intellettuali: e anche nel
campo umano si usa parlare di intellezione a proposito delle prime
nozioni, che vengono apprese naturalmente e immediatamente; cosicché
l'abito dei primi principi viene denominato intelletto. - Le anime
umane invece sono dette razionali perché acquistano la cognizione
della verità con un procedimento raziocinativo. E ciò dipende
dalla debolezza della loro luce intellettuale. Se infatti avessero
la pienezza della luce intellettuale, come gli angeli, alla prima
apprensione dei principi ne coglierebbero immediatamente tutta la virtualità,
scorgendo tutto quello che da essi si può dedurre col sillogismo.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Il raziocinio richiama l'idea di moto.
Ora, ogni moto va da un termine antecedente a uno seguente.
Abbiamo quindi una cognizione raziocinativa quando da una cosa
già conosciuta si passa alla conoscenza di una cosa ancora ignorata.
Se invece nel percepire una cosa si coglie simultaneamente
anche l'altra, come chi nel guardare lo specchio vede simultaneamente
lo specchio e l'immagine di una data cosa, allora la cognizione
non si potrà chiamare discorsiva. Ora, gli angeli conoscono
le cose nel Verbo proprio in questa maniera.
2. Gli angeli possono sillogizzare nel senso cioè che conoscono il
sillogismo, e vedono gli effetti nelle cause e le cause negli effetti:
non però nel senso che essi acquistino la cognizione di una verità ignota,
procedendo con sillogismi dalle cause agli effetti, o da questi alle cause.
3. L'esperienza si attribuisce agli angeli secondo una certa analogia,
in quanto cioè essi conoscono le cose sensibili presenti,
però senza alcuna illazione.
ARTICOLO
4
Se gli angeli conoscano formulando giudizi affermativi e negativi
SEMBRA che gli angeli conoscano formulando giudizi affermativi e negativi.
Infatti:
1. Dice Aristotele che quando abbiamo una molteplicità di concetti
si ha pure una composizione tra di loro (ossia un giudizio).
Ma nell'intelletto dell'angelo vi è una moltitudine di concetti: poiché
esso conosce cose diverse non tutte assieme ma per mezzo di
specie diverse. Dunque nell'intelletto angelico abbiamo la formulazione
di giudizi affermativi e negativi.
2. Vi è maggiore distanza tra l'affermazione e la negazione che
tra due nature opposte qualsiasi; poiché la prima distinzione è
quella esistente tra l'affermazione e la negazione. Ma l'angelo, come
si è visto, conosce nature diverse per mezzo di specie diverse e non
di una sola. Deve quindi conoscere l'affermazione e la negazione
servendosi di specie diverse. È perciò evidente che l'angelo conosce
ricorrendo a dei giudizi affermativi e negativi.
3. La locuzione è il segno rivelatore dell'intelligenza. Ma gli angeli,
come appare da molti passi della Scrittura, parlano agli uomini
servendosi di proposizioni affermative e negative, le quali
sono un segno dei giudizi affermativi e negativi esistenti nell'intelletto.
Dunque l'angelo intende formulando giudizi affermativi e negativi.
IN CONTRARIO: Dionigi insegna che
"la virtù intellettuale degli
angeli rifulge per la semplicità perspicace dell'intellezione delle
cose divine". Ora, l'intellezione semplice, come dice il Filosofo,
è senza alcuna affermazione e negazione. Dunque l'angelo intende
senza ricorrere a giudizi affermativi e negativi.
RISPONDO: La stessa relazione che esiste tra le conclusioni e i
principi quando l'intelletto si serve del raziocinio, esiste pure tra
il predicato e il soggetto quando l'intelligenza formula giudizi affermativi
e negativi. Se infatti l'intelletto intuisse subito nei principi
la verità delle conclusioni, mai più intenderebbe servendosi dell'illazione
e del raziocinio. Così pure, se l'intelletto nell'apprendere
la quiddità del soggetto vedesse subito tutte le cose che gli si
possono attribuire o che gli si debbono negare, non intenderebbe
certo formulando giudizi affermativi e negativi, ma si limiterebbe
ad apprendere la quiddità.
Appare dunque evidente che identica è la ragione per cui il
nostro intelletto conosce servendosi del raziocinio, e formulando
giudizi affermativi e negativi: per il fatto cioè che esso nella prima
apprensione di un oggetto non è in grado di cogliere subito tutto
ciò che quello contiene nella sua virtualità. E ciò proviene, come
si è detto, dalla debolezza della nostra luce intellettuale. Essendovi
dunque nell'angelo una luce intellettuale perfetta, poiché egli è
uno "specchio puro e tersissimo", secondo l'espressione di Dionigi,
ne segue che l'angelo, come non intende servendosi del raziocinio,
così neppure intende formulando giudizi affermativi e negativi.
Pur tuttavia egli comprende le affermazioni e le negazioni degli
enunciati, come capisce la logicità dei sillogismi: egli infatti
conosce le cose composte in modo semplice, le cose mutevoli in maniera
immutabile, le cose materiali in modo immateriale.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Non qualsiasi molteplicità di concetti
causa la composizione nell'intelletto, ma solo la molteplicità
di quei concetti dei quali uno viene attribuito all'altro, oppure viene
di esso negato. Ora, l'angelo nell'intendere la quiddità di una cosa
intende simultaneamente tutto ciò che va attribuito o negato alla
medesima. Perciò nell'intendere la quiddità intende, con una semplice
intellezione, tutto ciò che noi possiamo sapere per mezzo di giudizi
affermativi e negativi.
2. Le diverse quiddità delle cose hanno tra di loro, nella realtà,
una differenza minore di quella esistente tra l'affermazione e la negazione.
Tuttavia, nell'ordine conoscitivo, l'affermazione e la negazione
hanno tra di loro un'affinità maggiore: poiché non appena
si conosce la verità di un'affermazione, si scorge in pari tempo la
falsità della negazione opposta.
3. Il fatto che gli angeli pronunziano proposizioni affermative e
negative prova che essi intendono i giudizi affermativi e negativi:
non già che conoscono formulando tali giudizi, perché conoscono invece,
senza composizione alcuna, la quiddità delle cose.
ARTICOLO
5
Se nell'intelletto dell'angelo ci possa essere la falsità
SEMBRA che nell'intelletto dell'angelo ci possa essere la falsità.
Infatti:
1. La protervia rientra nella falsità. Ora, nei demoni,
come afferma Dionigi, c'è una fantasia proterva. È chiaro dunque
che nell'intelletto dell'angelo può esserci la falsità.
2. La nescienza è causa di false valutazioni (delle cose). Ma negli angeli,
a quanto insegna Dionigi, può esserci la nescienza.
Dunque in essi può esserci (anche) la falsità.
3. Chiunque si allontana dalla verità della sapienza ed ha una
ragione depravata, ha nel suo intelletto la falsità e l'errore. Ora,
Dionigi attribuisce tutto ciò ai demoni. Dunque nell'intelletto dell'angelo
può trovarsi la falsità.
IN CONTRARIO: Il Filosofo insegna che
"l'intelletto è sempre vero". E S. Agostino
afferma che "soltanto della verità si ha intellezione".
Ora, gli angeli non possiedono altra cognizione che quella intellettiva.
Dunque nella cognizione dell'angelo non vi può essere né inganno né falsità.
RISPONDO: La vera soluzione di questo problema dipende in gran
parte da quello precedente. Si è detto, infatti, che l'angelo per
conoscere non ha bisogno di formulare giudizi affermativi e negativi,
ma gli basta intuire la quiddità delle cose. Ora, al dire di Aristotele,
l'intelletto riguardo alle quiddità è sempre nel vero, come
il senso rispetto al proprio oggetto. In noi tuttavia può insinuarsi
accidentalmente l'inganno e la falsità quando veniamo a conoscere
l'essenza delle cose, a motivo cioè di qualche giudizio (almeno implicito):
o perché attribuiamo la definizione di una cosa a un'altra,
oppure perché le parti di una definizione sono incompatibili; come
nel caso che si volesse dare di una cosa questa definizione: animale
quadrupede volatile (mentre appunto non esiste un animale
siffatto). Ma ciò accade per le cose composte, la cui definizione si
desume da elementi diversi, di cui uno funge da parte materiale
rispetto all'altro. Nella intellezione invece delle quiddità semplici
non ci può essere falsità, come insegna Aristotele: poiché tali quiddità,
o non si raggiungono affatto, e allora non conosciamo nulla intorno
ad esse; oppure si conoscono come sono realmente.
Perciò nell'intelletto di qualsiasi angelo di suo non ci può essere
né falsità, né errore, né inganno; ma possono insinuarvisi accidentalmente.
In modo però diverso da come avviene in noi. Noi infatti raggiungiamo
talora il concetto della quiddità per mezzo
di giudizi affermativi e negativi, come quando ricerchiamo una
definizione per esclusione, o mediante una dimostrazione. Orbene,
ciò non si verifica negli angeli, poiché essi nel conoscere la quiddità
di una cosa conoscono insieme tutte le proprietà che le
appartengono. - È chiaro però che la quiddità di una cosa può servire
di base per conoscere tutto ciò che ad essa appartiene o ripugna
nell'ordine naturale, non già per conoscere quello che dipende da
una disposizione soprannaturale di Dio. Quindi gli angeli buoni,
avendo una volontà retta, dalla conoscenza della quiddità di una
cosa non formulano alcun giudizio su ciò che la riguarda nell'ordine
soprannaturale, se non presuppondendo una disposizione divina.
E così in essi non può insinuarsi né la falsità né l'errore.
I demoni invece, avendo sottratto con volontà perversa l'intelletto
proprio alla sapienza divina, portano talora un giudizio assoluto
sulle cose, considerate nella loro condizione naturale. E in ciò che
appartiene naturalmente ad esse non s'ingannano. Ma possono ingannarsi
in tutto ciò che può esserci in esse di soprannaturale: osservando, p. es.,
un morto giudicheranno che non debba più risorgere; oppure vedendo
l'uomo Cristo potranno pensare che egli non è Dio.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: Da quanto si è detto appare evidente la risposta
da darsi alle difficoltà mosse nei due sensi. Infatti, troviamo
la protervia nei demoni, in quanto non sono sottomessi alla
sapienza divina. - Negli angeli c'è la nescienza, non già rispetto
alle cose che si possono conoscere naturalmente, ma rispetto al
soprannaturale. - È pure evidente che l'intelletto è sempre nel vero
quando coglie la quiddità delle cose, e non può cadere nella falsità
altro che accidentalmente, quando cioè è costretto a servirsi di
giudizi affermativi o negativi.
ARTICOLO
6
Se vi sia negli angeli la cognizione mattutina e vespertina
SEMBRA che negli angeli non vi sia né la cognizione mattutina né quella vespertina.
Infatti:
1. Al vespro e al mattino abbiamo una mescolanza di tenebre (e di luce).
Ora, nella cognizione dell'angelo non vi è alcuna oscurità,
perché in lui non vi è né errore né falsità. Dunque non si
deve dire che la cognizione dell'angelo è mattutina o vespertina.
2. Tra il vespro e il mattino c'è la notte, e tra il mattino e il
vespro c'è il meriggio. Se dunque negli angeli esiste la cognizione
mattutina e vespertina, ci dovranno anche essere con ugual diritto
la cognizione meridiana e quella notturna.
3. La cognizione si distingue secondo la diversità degli oggetti
conosciuti; tanto è vero che il Filosofo afferma: "le scienze si dividono
come le cose". Ora, le cose, al dire di S. Agostino, hanno
un triplice modo di essere: cioè nel Verbo, nella propria natura, e
nell'intelletto angelico. Se si ammette quindi negli angeli una cognizione
mattutina e una vespertina, per il diverso modo di essere
che le cose hanno nel Verbo e nella loro propria natura, si dovrà
pure ammettere in essi una terza cognizione, relativa al modo di
essere che le cose hanno nell'intelligenza angelica.
IN CONTRARIO: S. Agostino divide la cognizione angelica in mattutina e vespertina.
RISPONDO: La divisione della conoscenza degli angeli in mattutina
e vespertina fu introdotta da S. Agostino, il quale volle interpretare
i sei giorni della creazione non come se si trattasse dei
giorni soliti, determinati dal moto circolare del sole, poiché, stando
alla Scrittura, il sole fu creato il quarto giorno; ma questi sei giorni
non sarebbero che un solo giorno, cioè la cognizione angelica rappresentata
in sei generi di cose. Ora, come nel giorno ordinario il mattino è l'inizio
e il vespro è il termine della giornata, così la cognizione dell'essere primordiale
delle cose si dice mattutina: ed è la cognizione che raggiunge le cose
secondo il modo di essere che
hanno nel Verbo. La cognizione invece, che considera l'essere delle
cose create nella loro propria natura, viene chiamata cognizione vespertina.
L'essere delle cose infatti procede dal Verbo come da suo
principio primordiale, e questo processo termina all'essere che le
cose possiedono nella loro propria natura.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. L'analogia tra il mattino, il vespro
e la cognizione angelica non è desunta dal fatto che il mattino e il vespro
sono misti di tenebre, ma solo dall'essere l'uno principio e l'altro
termine. - Oppure si potrebbe anche dire, con S. Agostino, non
esserci difficoltà a che una stessa cosa sia detta luce, paragonata a
un dato essere, e sia detta tenebra se paragonata con un altro. Così
la vita dei fedeli e dei giusti, paragonata alla vita degli empi, è
chiamata luce: "Una volta eravate tenebre, ma ora siete luce nel Signore", dice S. Paolo; e tuttavia questa vita dei fedeli, in paragone
alla vita della gloria, si può, con S. Pietro, chiamare tenebrosa: "Avete
la parola profetica, alla quale fate bene a prestare
attenzione, come ad una lucerna che risplende in un luogo oscuro".
La cognizione quindi, di cui si serve l'angelo per conoscere le cose
nella loro propria natura, è giorno in paragone all'ignoranza e all'errore: è
invece oscura, paragonata alla visione del Verbo.
2. La cognizione mattutina e vespertina è propria del giorno,
ossia degli angeli luminosi, i quali sono distinti dalle tenebre, cioè
dagli angeli cattivi. Gli angeli buoni nel conoscere le creature non
si attaccano ad esse, il che significherebbe oscurarsi e diventare
notte; ma riferiscono anche questo alla gloria di Dio, nel quale
conoscono tutte le cose come nel loro principio. Perciò dopo il vespro
il testo non pone la notte, ma il mattino: di modo che il mattino è ad un
tempo il termine del giorno precedente e l'inizio di quello seguente,
perché gli angeli riferiscono la cognizione della precedente creazione
alla gloria di Dio. - Il meriggio poi rimane incluso nel termine giorno,
come punto di mezzo tra due estremi.
Oppure il meriggio si può riferire alla cognizione stessa di Dio, il
quale non ha principio né fine.
3. Anche gli angeli sono creature. Perciò il modo di essere delle
cose nell'intelligenza angelica, come l'essere delle cose viste nella
propria natura, sono oggetto della cognizione vespertina.
ARTICOLO
7
Se la cognizione mattutina e quella vespertina siano una sola cognizione
SEMBRA che la cognizione mattutina e quella vespertina siano una sola cognizione.
Infatti:
1. Sta scritto nella Genesi:
"E tra sera e mattina si compì un giorno".
Ora, il termine giorno, come spiega S. Agostino, significa
la cognizione angelica. Dunque la cognizione mattutina e quella
vespertina sono una stessa e identica cognizione.
2. Una potenza non può avere simultaneamente due operazioni.
Ma gli angeli hanno sempre l'atto della cognizione mattutina: poiché
vedono sempre Dio e le cose che sono in Dio; come si legge nel Vangelo: "I loro
angeli vedono continuamente il volto del Padre mio".
Se quindi la cognizione vespertina fosse distinta da quella mattutina,
l'angelo in nessun modo potrebbe avere l'atto della cognizione vespertina.
3. L'Apostolo afferma:
"Quando sarà venuto ciò che è perfetto,
finirà ciò che è parziale". Ora, se la cognizione vespertina è diversa
da quella mattutina, la prima starà alla seconda come ciò che è
imperfetto sta a quello che è perfetto. Dunque la cognizione vespertina
non può sussistere con quella mattutina.
IN CONTRARiO: S. Agostino insegna:
"C'è una grande differenza
tra la cognizione di una cosa qualsiasi nel Verbo, e la cognizione
di essa nella sua propria natura, cosicché ben a ragione la prima
conoscenza si chiama giorno e la seconda vespro".
RISPONDO: La cognizione vespertina, come si è detto, è quella mediante
la quale gli angeli conoscono le cose nella loro propria natura.
Ma ciò non deve intendersi nel senso che gli angeli derivino
la loro cognizione dalla natura propria delle cose, quasi che
la preposizione (articolata) nella stia a significare l'origine della
cognizione; perché gli angeli, come si è visto di già, non derivano la loro
cognizione dalle cose. L'espressione quindi, nella propria natura,
deve riferirsi all'oggetto in quanto termine reale di conoscenza.
In questo senso si dice vespertina quella cognizione, mediante la quale
gli angeli conoscono il modo di essere che le cose hanno nella propria natura.
Tale oggetto gli angeli possono coglierlo per due vie: per mezzo
delle specie innate, e per mezzo delle idee delle cose che sono nel Verbo.
Infatti nel contemplare il Verbo essi non conoscono soltanto
il modo di essere che le cose hanno nel Verbo, bensì conoscono anche quello che hanno nella propria natura; a quel modo che Dio conoscendo
se stesso conosce pure l'essere che le cose hanno nella propria natura.
Se dunque si vorrà chiamare vespertina la cognizione
con la quale gli angeli, vedendo il Verbo, conoscono il modo
di essere che le cose hanno nella propria natura, allora la cognizione
mattutina e quella vespertina saranno essenzialmente la stessa cosa,
e differiranno soltanto per gli oggetti sui quali termina la cognizione. - Se
invece per cognizione vespertina si intende quella che
permette agli angeli di conoscere il modo di essere che le cose hanno
nella propria natura, servendosi delle specie innate, allora la cognizione
vespertina è diversa da quella mattutina. In tal senso parla
S. Agostino, quando dice che la prima è imperfetta rispetto alla seconda.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Come il numero di sei giorni,
secondo l'interpretazione di Agostino, si desume da sei generi di
cose conosciute dagli angeli; così l'unità del giorno si desume
dall'unicità della cosa (da essi) conosciuta, ma che tuttavia possono
raggiungere servendosi di (due) diverse cognizioni.
2. Due operazioni possono trovarsi simultaneamente in una sola
potenza quando l'una è ordinata all'altra; com'è evidente nell'atto
in cui la volontà vuole insieme il fine e le cose ordinate al fine, e
allorché l'intelletto, avendo già acquistato la scienza, intende
insieme e i principi, e le conclusioni per mezzo dei principi. Ora,
negli angeli la conoscenza vespertina è ordinata a quella mattutina,
come spiega S. Agostino. Dunque niente impedisce che negli
angeli vi siano simultaneamente le due cognizioni.
3. Al sopraggiungere di ciò che è perfetto, viene eliminato quanto
di imperfetto ad esso si oppone: così la fede, che riguarda le cose
che non si vedono, al sopraggiungere della visione finisce. Ma l'imperfezione
della conoscenza vespertina non si oppone alla perfezione
della conoscenza mattutina. Infatti la cognizione di una cosa
in se stessa non è opposta alla cognizione della medesima nella sua causa.
E neppure ripugna che una cosa sia conosciuta attraverso
due mezzi conoscitivi, dei quali uno sia più perfetto dell'altro: così
per provare una stessa conclusione possiamo addurre una prova apodittica
e una prova "dialettica". Parimenti un angelo può conoscere una stessa cosa
per mezzo del Verbo increato, e per mezzo della specie innata.
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