Il Santo Rosario
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Questione 56

La conoscenza angelica delle cose immateriali

Veniamo ora a trattare della conoscenza degli angeli rispetto alle cose da essi conosciute. E in primo luogo della loro cognizione rispetto alle cose immateriali; in secondo luogo della loro cognizione delle cose corporee.
Sul primo argomento si pongono tre quesiti: 1. Se l'angelo conosca se stesso; 2. Se un angelo conosca l'altro; 3. Se l'angelo conosca Dio con le sole capacità naturali.

ARTICOLO 1

Se l'angelo conosca se stesso

SEMBRA che l'angelo non conosca se stesso. Infatti:
1. Dionigi afferma che gli angeli "ignorano le proprie virtù". Ora, se uno conosce una data sostanza, ne conosce anche la virtù. Dunque l'angelo non conosce la propria sostanza.
2. L'angelo è una sostanza individuale: se così non fosse non potrebbe operare, perché soltanto le sostanze individuali sussistenti possono agire. Ma nessun essere individuale è intelligibile (nella sua singolarità). E quindi non può divenire oggetto d'intellezione. Perciò l'angelo, che ha soltanto la cognizione intellettiva, non può conoscere se stesso.
3. L'intelletto viene mosso da un oggetto intelligibile: poiché l'intendere indica una certa passività, come insegna Aristotele. Ora, niente può essere mosso o subire un'azione da se medesimo. Dunque l'angelo non può intendere se stesso.

IN CONTRARIO: S. Agostino fa osservare che l'angelo "per una illuminazione della verità, ha conosciuto se stesso nell'atto medesimo in cui venne formato".

RISPONDO: Come sopra si disse, diverso è il modo di comportarsi dell'oggetto nell'azione (immanente) che rimane nel soggetto, e in quella (transitiva) che dal soggetto passa a un oggetto estrinseco. Infatti nell'azione che termina a qualcosa di estrinseco l'oggetto, ossia la materia che subisce l'azione, è distinta dall'agente: come la cosa riscaldata è distinta dal fuoco, e l'edificio dal costruttore. Ma nell'azione immanente, perché l'atto si produca, è necessario che l'oggetto venga ad unirsi con l'agente: così, perché il senso attualmente senta, bisogna che il sensibile venga ad unirsi con esso. Perciò l'oggetto unito alla potenza si comporta, rispetto all'azione suddetta, come la forma che è principio operativo negli altri agenti. Come infatti il calore è nel fuoco il principio formale del riscaldamento, così l'immagine visiva è nell'occhio il principio formale dell'atto visivo.
Si osservi però che talora l'immagine dell'oggetto si trova nella facoltà conoscitiva soltanto allo stato potenziale: e allora si ha una cognizione soltanto in potenza. Perché ci sia una cognizione attuale si richiede che la facoltà conoscitiva riceva l'atto della specie (intenzionale). Ma se sempre attualmente possiede tale specie, può conoscere per mezzo di essa, senza che si debba presupporre una mutazione o una ricezione. È chiaro quindi che la mozione da parte dell'oggetto non è essenziale alla conoscenza come tale, ma solo in quanto si tratta di una conoscenza potenziale.
Ma affinché una forma possa essere principio di operazione è indifferente che essa sia forma unita ad un soggetto, o che sia di per sé sussistente: difatti se il calore fosse di per sé sussistente non riscalderebbe meno che se fosse inerente (a un soggetto).
Per questo, se tra gli esseri intelligibili ve n'è qualcuno che esista come forma intelligibile sussistente, deve necessariamente conoscere se stesso. Ora, essendo l'angelo immateriale, è una forma sussistente, e quindi è attualmente intelligibile. Ne segue che egli conosce se stesso mediante la sua forma, che è la stessa sua sostanza.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. La citazione è presa dalla versione antica, che viene così corretta nella nuova: "inoltre essi", cioè gli angeli, "conoscono le proprie virtù"; mentre nell'altra versione si leggeva: "e ancora essi ignorano le proprie virtù". - Tuttavia si potrebbe anche giustificare l'antica versione in questo senso, che gli angeli non conoscono perfettamente la propria virtù, in quanto essa deriva dall'ordine della divina sapienza, che è incomprensibile agli angeli.
2. Noi non possiamo intendere i singolari corporei non già a motivo della loro singolarità, bensì a causa della materia che è il loro principio di individuazione. Se perciò esistono esseri individuali che sussistono indipendentemente dalla materia, come sono gli angeli, niente impedisce che essi siano attualmente intelligibili.
3. Venir mosso ed essere recettivo conviene all'intelletto in quanto è in potenza. Quindi ciò non si verifica nell'intelletto angelico, soprattutto quanto all'intellezione di se medesimo. Inoltre, l'atto intellettivo non è della stessa natura dell'operazione propria delle cose materiali, la quale passa su un soggetto estrinseco.

ARTICOLO 2

Se un angelo conosca l'altro

SEMBRA che un angelo non conosca l'altro. Infatti:
1. Afferma il Filosofo che se l'intelletto umano avesse in se stesso una qualche natura di ordine sensibile, tale natura già esistente all'interno impedirebbe la visione delle altre nature ad essa estranee: se, p. es., la pupilla fosse colorata di un certo colore, non potrebbe vedere ogni altro colore. Ora, come si comporta l'intelletto umano nella cognizione delle cose materiali, così si comporta l'intelletto angelico nella cognizione di quelle immateriali. È perciò evidente che l'intelletto angelico, per il fatto che ha in se stesso una natura di ordine intellettuale, non può conoscere le altre nature (dello stesso ordine).
2. Nel libro De Causis si legge che "ogni intelligenza conosce ciò che le è superiore, in quanto è da esso causata; e ciò che le è inferiore, in quanto lo causa". Ma nessun angelo è causa dell'altro. Quindi un angelo non può conoscere l'altro.
3. Un angelo non può conoscere l'altro per mezzo della propria essenza di angelo conoscente: ogni cognizione infatti avviene in forza di una somiglianza; e poiché l'essenza dell'angelo che conosce è simile all'essenza dell'angelo conosciuto solo quanto al genere, come si è visto, è chiaro che un angelo non potrebbe avere dell'altro una cognizione propria, ma soltanto generica. - Così pure non si potrà dire che un angelo conosce l'altro per mezzo dell'essenza dell'angelo conosciuto: perché il mezzo che serve all'intelletto per intendere deve essere intrinseco all'intelletto stesso; e soltanto la Trinità può (così) penetrare nell'intimo della mente. - E nemmeno si può dire che un angelo conosce l'altro per mezzo di una specie: quella specie infatti non si distinguerebbe dall'angelo conosciuto, essendo l'una e l'altra immateriali. È evidente perciò che in nessun modo un angelo può conoscere l'altro.
4. Un angelo potrebbe giungere alla cognizione dell'altro servendosi di una specie innata: ma allora ne seguirebbe che se Dio in questo momento creasse un nuovo angelo, quest'ultimo non potrebbe essere conosciuto dagli angeli attualmente esistenti. Oppure dovrà servirsi di una specie derivata dalle cose: ma allora ne seguirà che gli angeli superiori non potranno conoscere quelli inferiori, perché nulla ricevono da essi. Dunque in nessun modo un angelo può conoscere l'altro.

IN CONTRARIO: Si afferma nel De Causis che "ogni intelligenza conosce le cose che non si corrompono".

RISPONDO: Come dice S. Agostino, le cose che si trovano nel Verbo da tutta l'eternità, scaturirono da lui in due modi: prima di tutto (furono comunicate) all'intelletto angelico; in secondo luogo vennero a sussistere nella propria natura. Furono comunicate all'intelletto angelico in quanto Dio impresse nella mente angelica le immagini di quanto egli produsse poi nella natura. Ora, nel Verbo di Dio, da tutta l'eternità, non ci furono soltanto le idee delle cose corporee, ma altresì quelle di tutte le creature spirituali. Il Verbo di Dio ha dunque impresso in ogni creatura spirituale le idee di tutte le cose, tanto materiali che spirituali. In ogni angelo però impresse l'idea (o ragione) della propria specie, tanto secondo l'essere naturale che secondo quello intelligibile; in modo cioè che l'angelo fosse in grado di sussistere come natura della propria specie, e, per mezzo di essa, di comprendere se stesso; mentre le idee delle altre nature, sia spirituali che materiali, gli furono impresse soltanto secondo l'essere intelligibile, affinché cioè per mezzo di queste idee impresse potesse conoscere tanto le creature corporee che quelle spirituali.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Le nature spirituali degli angeli, come abbiamo già spiegato, si distinguono tra di loro per una certa gradazione. Perciò la (determinata) natura di un angelo non impedisce al suo intelletto di conoscere le nature degli altri angeli, perché tanto gli angeli superiori che gli inferiori hanno un'affinità con la di lui natura, ma se ne differenziano (soltanto) secondo vari gradi di perfezione.
2. La relazione tra causa e causato non giova a far sì che un angelo conosca l'altro, se non in forza della somiglianza; in quanto cioè esiste una somiglianza tra causa e causato. Perciò, una volta ammessa una somiglianza tra gli angeli, anche togliendo la causalità, rimane che un angelo può conoscere l'altro.
3. Un angelo conosce l'altro per mezzo di una specie esistente nel proprio intelletto. Tale specie differisce dall'angelo che rappresenta non come l'essere materiale da quello immateriale, ma come l'essere (reale e) naturale differisce da quello intenzionale. Infatti l'angelo è una forma che sussiste nel suo proprio essere naturale: non così la specie di un angelo che si trova nell'intelletto di un altro angelo, dove ha soltanto l'essere intelligibile. La forma del colore, p. es., ha nella parete il suo essere naturale, mentre nell'aria che la trasporta (ai sensi) ha soltanto l'essere intenzionale.
4. Dio proporzionò ogni creatura all'universo che stabilì di creare. Perciò se Dio avesse stabilito di creare altri angeli o altre cose, avrebbe pure impresso nelle menti angeliche le specie intelligibili corrispondenti. Così, se un costruttore avesse voluto edificare una casa più grande avrebbe anche posto più ampie fondamenta. Quindi domandarsi se Dio possa aggiungere una specie intelligibile all'angelo, è come chiedersi se possa aggiungere una creatura all'universo.

ARTICOLO 3

Se gli angeli possano conoscere Dio con le proprie forze naturali

SEMBRA che gli angeli non possano conoscere Dio con le proprie forze naturali. Infatti:
1. Dionigi afferma che Dio è posto, "per la sua perfezione incomprensibile, al di sopra di tutte le menti celesti". E aggiunge: "poiché si eleva al di sopra di ogni sostanza, non è raggiunto da alcuna cognizione".
2. Dio dista infinitamente dall'intelletto dell'angelo. Ma le cose che distano infinitamente non si possono raggiungere. È perciò evidente che l'angelo, con le sue forze naturali, non può conoscere Dio.
3. Scrive l'Apostolo: "In questo momento noi vediamo attraverso uno specchio in enigma, allora vedremo faccia a faccia". È chiaro quindi che ci sono due maniere di conoscere Dio: l'una ce lo fa conoscere nella sua essenza, e corrisponde al così detto vedere faccia a faccia; l'altra ce lo mostra nello specchio (delle creature). Ora l'angelo non poteva avere la prima cognizione con le sue forze naturali, come sopra si è dimostrato. D'altra parte la conoscenza attraverso lo specchio (delle creature) non si addice agli angeli: poiché essi, come afferma Dionigi, non derivano la cognizione divina dalle cose sensibili. Dunque gli angeli non possono conoscere Dio per mezzo delle loro forze naturali.

IN CONTRARIO: Gli angeli hanno una cognizione più perfetta degli uomini. Ora, gli uomini con le loro forze naturali possono conoscere Dio, conforme al detto dell'Apostolo: "quel che si può conoscere di Dio è in essi manifesto". Dunque a maggior ragione lo potranno gli angeli.

RISPONDO: Gli angeli con le loro forze naturali possono avere una certa conoscenza di Dio. Per comprendere ciò bisogna considerare che una cosa può essere conosciuta in tre modi. Primo, per il fatto che la sua essenza si trova nel soggetto conoscente, come la luce è nell'occhio nell'atto della visione: in questo modo, si disse, l'angelo conosce se stesso. Secondo, per il fatto che nella facoltà conoscitiva è presente un'immagine della cosa: in tal modo è vista dall'occhio la pietra, in quanto si trova nell'occhio un'immagine di essa. Terzo, quando l'immagine della cosa conosciuta non viene presa immediatamente da questa, ma da un'altra cosa in cui essa si trova: come quando vediamo un uomo in uno specchio.
Al primo genere di cognizione corrisponde la conoscenza di Dio ottenuta per mezzo della sua essenza. Ma nessuna creatura, come già si è visto, può avere una tale cognizione con le sue forze naturali. - Corrisponde invece al terzo genere la conoscenza mediante la quale noi, nello stato di viatori, conosciamo Dio dalle vestigia e dalle immagini di lui impresse nelle creature, secondo il detto dell'Apostolo: "Le perfezioni invisibili di Dio, comprendendosi dalle cose fatte, si rendono visibili". Perciò si dice che vediamo Dio attraverso uno specchio. - La cognizione, di cui si serve l'angelo per conoscere Dio con le sue forze naturali, è qualche cosa di mezzo tra queste due, e corrisponde a quella cognizione che ci fa vedere una cosa per mezzo della specie desunta dalla cosa stessa. Poiché, infatti, l'immagine di Dio è impressa nella natura dell'angelo proprio mediante l'essenza di quest'ultimo, l'angelo conosce Dio in quanto egli stesso ne è un'immagine. Non vede tuttavia l'essenza stessa di Dio: poiché nessuna immagine creata è in grado di rappresentare pienamente l'essenza divina. Quindi questa cognizione si avvicina piuttosto alla (nostra) conoscenza speculare: poiché la stessa natura angelica è uno specchio che riflette un'immagine di Dio.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Dionigi, come si vede dalle sue parole, parla della cognizione comprensiva. In tale maniera Dio non può essere conosciuto da nessun intelletto creato.
2. Dal fatto che l'intelletto e l'essenza dell'angelo distano infinitamente da Dio, ne segue che l'angelo non è in grado di comprendere Dio, e di vedere la di lui essenza mediante la propria natura. Non ne segue però che non possa avere alcuna cognizione di Dio: poiché, come Dio dista infinitamente dall'angelo, così pure la cognizione che Dio ha di se stesso dista infinitamente dalla cognizione che di Dio può avere l'angelo.
3. La conoscenza che l'angelo ha di Dio con le proprie forze naturali sta in mezzo tra le due (suddette) cognizioni: tuttavia, come si è spiegato, si avvicina di più alla seconda.