Il Santo Rosario
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Questione 54

La conoscenza degli angeli

Dopo aver trattato le questioni relative alla sostanza degli angeli, passiamo a trattare della loro conoscenza. Questo studio abbraccia i quattro punti seguenti: primo, parleremo della virtù conoscitiva degli angeli; secondo, del loro mezzo di conoscenza; terzo, degli oggetti da essi conosciuti; quarto, del loro modo di conoscere.
Sul primo argomento si pongono cinque quesiti: 1. Se l'intellezione dell'angelo sia la di lui sostanza; 2. Se l'essere di lui sia la sua intellezione; 3. Se la sostanza ne sia la virtù intellettiva; 4. Se negli angeli vi sia l'intelletto agente e l'intelletto possibile; 5. Se negli angeli, oltre l'intelletto, vi sia qualche altra facoltà di conoscenza.

ARTICOLO 1

Se l'intellezione dell'angelo sia la di lui sostanza

SEMBRA che l'intellezione dell'angelo sia la di lui sostanza. Infatti:
1. L'angelo è più perfetto e più semplice dell'intelletto agente dell'anima (nostra). Ma la sostanza dell'intelletto agente si identifica con l'azione del medesimo, come dimostrano Aristotele e il Commentatore. Dunque, a più forte ragione, la sostanza dell'angelo è l'azione di lui, ossia l'intendere.
2. Dice il Filosofo che "l'azione dell'intelletto è vita". Ora, poiché "vivere", come lo stesso Aristotele insegna, "per i viventi è essere", è chiaro che per essi la vita è l'essenza. Dunque l'operazione dell'intelletto è l'essenza dell'angelo che (sempre) intende.
3. Se due estremi sono un'identica cosa, anche il termine intermedio si identifica con essi: poiché c'è maggiore distanza tra un estremo e l'altro che tra un estremo e il punto intermedio. Ora, nell'angelo sono un'identica cosa l'intelletto e l'oggetto conosciuto, per lo meno quando l'angelo conosce la propria essenza. Dunque l'intellezione che sta di mezzo tra l'intelletto e l'oggetto, si identifica con la sostanza dell'angelo, che è un essere dotato d'intelligenza.

IN CONTRARIO: Tra l'azione di una cosa e la sostanza di essa c'è una differenza maggiore che tra la sostanza e l'essere della medesima. Ora, in nessuna creatura la sostanza è l'essere della medesima: ciò infatti è proprio di Dio soltanto, come si è visto. Dunque né l'azione degli angeli, né l'azione di alcun'altra creatura è la loro sostanza.

RISPONDO: È impossibile che l'azione dell'angelo, o di un'altra creatura, ne sia la sostanza (o l'essenza). L'azione infatti è l'atto di una facoltà; come l'essere è l'atto di una sostanza o essenza. Ora, è impossibile che una realtà, la quale non è atto puro ed ha qualche cosa di potenziale, sia la sua propria attualità: poiché l'attualità è il contrario della potenzialità. Ma soltanto Dio è atto puro. Quindi soltanto in Dio la sostanza è il suo essere e il suo agire.
Inoltre, se l'intellezione dell'angelo fosse la sua sostanza, tale intellezione dovrebbe essere sussistente. Ma l'intendere sussistente, come ogni realtà immateriale sussistente, non può essere che uno. Perciò la sostanza di un angelo non si distinguerebbe né dalla sostanza di Dio, che è la stessa intellezione sussistente, né dalla sostanza di un altro angelo.
Di più, ammesso che l'angelo sia la sua stessa intellezione, non vi potrebbero essere vari gradi d'intellezione più o meno perfetti: mentre invece la cosa è possibile a causa della diversa partecipazione dell'intellezione medesima.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Quando si dice che l'intelletto agente è la sua azione, non si vuol dire che lo è per essenza, ma per concomitanza; poiché, essendo la sua natura in atto, subito, per quanto dipende da essa, ne segue l'azione. Cosa che non si verifica per l'intelletto possibile, il quale non compie le sue azioni se non dopo essere stato posto in atto.
2. La vita non sta al vivere come l'essenza sta all'essere, bensì come la corsa sta al correre. Nel quale confronto il primo termine significa l'operazione in astratto, mentre il secondo la indica in concreto. Per il fatto quindi che vivere equivale ad essere, non ne segue che la vita sia l'essenza (o la sostanza). - Talvolta però vita si usa in luogo di essenza, come quando S. Agostino afferma che "la memoria e l'intelligenza e la volontà sono una sola essenza, una sola vita". Non così però viene usata dal Filosofo quando dice che "l'azione dell'intelletto è vita".
3. L'azione che passa in un soggetto estrinseco è realmente qualche cosa di intermedio tra l'agente e il soggetto che la subisce. Ma l'azione (intransitiva) che rimane nell'operante non è qualche cosa di intermedio tra l'agente e l'oggetto in maniera reale, ma lo è soltanto secondo il (nostro) modo di esprimerci: in realtà essa è il risultato dell'unione tra oggetto e soggetto. Infatti, si ha l'intellezione, considerata come un effetto differente dal soggetto e dall'oggetto, solo perché l'oggetto diviene una cosa sola col soggetto conoscente.

ARTICOLO 2

Se l'intellezione degli angeli sia il loro essere

SEMBRA che l'intellezione degli angeli sia il loro essere. Infatti:
1. "Vivere per i viventi è essere", come dice Aristotele. Ma intendere, egli aggiunge, è un vivere. Dunque l'intendere dell'angelo è il suo essere.
2. Le cause si corrispondono tra loro, come si corrispondono gli effetti. Ma la forma, che dà all'angelo di essere, è la stessa forma in virtù della quale egli intende, per lo meno (nell'intendere) se stesso. Quindi la sua intellezione si identifica con il suo essere.

IN CONTRARIO: L'intendere dell'angelo, come spiega Dionigi, è il di lui moto. Ora l'essere non è un moto. Dunque l'essere degli angeli non è la loro intellezione.

RISPONDO: Né l'operazione degli angeli, né quella di alcuna altra creatura, è il loro essere. Ci sono infatti, come insegna Aristotele, due generi di azioni. Una è quella che passa su di un soggetto esterno, causando in esso una passione: p. es., bruciare e segare. L'altra è quella che non passa su un oggetto esterno, ma rimane nell'agente stesso: come sentire, intendere e volere; queste azioni infatti non influiscono in qualche cosa di estrinseco, ma si compiono totalmente nel soggetto operante. - Ora, quanto alla prima è chiaro che l'azione non può identificarsi con l'essere: perché l'essere dell'operante rimane dentro di esso, mentre tale azione dal soggetto passa nell'opera. La seconda poi ha di per se stessa un'infinità o assoluta (simpliciter), o relativa (secundum quid). Infinità assoluta è quella dell'intendere, che ha per oggetto il vero, e quella del volere, che ha per oggetto il bene: entrambi questi oggetti sono convertibili con l'ente; perciò l'intendere e il volere, considerati nella loro natura, si estendono a tutte le cose, e sia l'uno che l'altro sono specificati dall'oggetto. Infinità relativa invece è quella del sentire, che dice ordine a tutte le cose sensibili, come la vista dice ordine a tutte quelle visibili. Ora, l'essere di ogni creatura è determinato a un solo genere e a una sola specie: e soltanto l'essere di Dio è assolutamente infinito e abbraccia in sé tutte le cose, come insegna Dionigi. Dunque soltanto l'essere divino è la propria intellezione e il proprio volere.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Talvolta il termine vivere sta a indicare l'essere stesso del vivente; altre volte invece significa un'operazione vitale, quell'operazione cioè per cui si conosce che un essere è vivo. In questo senso il Filosofo afferma che intendere è vivere. Nel passo citato infatti egli distingue i vari gradi dei viventi secondo le diverse operazioni vitali.
2. L'essenza dell'angelo è principio causale di tutto il suo essere, non lo è invece di tutta la sua conoscenza, perché l'angelo non è in grado di conoscere tutte le cose per mezzo della sua essenza. Perciò, l'essenza in forza della propria natura, in quanto è tale essenza, ha come corrispettivo l'essere dell'angelo. Invece dice ordine all'intellezione dell'angelo in quanto si considera sotto un aspetto più universale, ossia in quanto vero o ente. È chiaro quindi che, pur trattandosi della stessa forma, questa non è principio dell'essere e dell'intendere sotto un medesimo aspetto. Non ne segue perciò che nell'angelo l'essere e l'intendere siano la stessa cosa.

ARTICOLO 3

Se la potenza intellettiva dell'angelo sia la di lui essenza

SEMBRA che la virtù o potenza conoscitiva dell'angelo non sia altro che la di lui essenza. Infatti:
1. I termini mente e intelletto significano la potenza intellettiva. Ora Dionigi, in molti passi delle sue opere, chiama gli angeli menti o intelletti. Dunque l'angelo è la propria potenza intellettiva.
2. Se la potenza intellettiva dell'angelo è altra cosa che la di lui essenza, dovrà essere un accidente: dicesi infatti accidente di una cosa ciò che si sovrappone all'essenza. Ora, come fa osservare Boezio, "la forma semplice non può essere soggetto". Quindi l'angelo, contrariamente a quanto è stato detto sopra, non sarebbe una forma semplice.
3. S. Agostino dice che Dio ha fatto la natura angelica "vicina a sé", e la materia prima "vicina al nulla": è chiaro perciò che l'angelo, come più vicino a Dio, è più semplice della materia prima. Ora, la materia prima è la sua potenza. Dunque a maggior ragione l'angelo deve essere la sua potenza intellettiva.

IN CONTRARIO: Dionigi insegna che l'angelo "si divide in sostanza, virtù e operazione". Dunque negli angeli la sostanza non si identifica con la virtù e con l'operazione.

RISPONDO: Nell'angelo, come in ogni altra creatura, la virtù o potenza operativa non si identifica con l'essenza. Ed eccone la prova. La potenza è ordinata all'atto, bisogna perciò distinguere le diverse potenze secondo la diversità degli atti: appunto per tale ragione si dice che l'atto corrisponde alla propria potenza. Ora, si è già visto che in ogni creatura l'essenza non si identifica con l'essere, al quale viene ordinata come potenza al suo atto. Mentre l'atto a cui è ordinata la potenza operativa è l'operazione. E nell'angelo l'intellezione non s'identifica con l'essere, come pure non s'identifica con l'essere alcun'altra operazione; il che vale tanto per l'angelo che per qualsiasi altra creatura. Quindi l'essenza dell'angelo non è la di lui potenza intellettiva. Del resto nessuna essenza di cose create è la potenza operativa delle medesime.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. L'angelo vien chiamato intelletto e mente, perché tutta la sua cognizione è di ordine intellettivo. La cognizione dell'anima, invece, è in parte intellettiva e in parte sensitiva.
2. La forma semplice, che è atto puro, non può essere soggetto di alcun accidente: poiché il soggetto rispetto all'accidente è come una potenza rispetto al proprio atto. Orbene, (forma) di tale natura è soltanto Dio. E di questa forma parla Boezio nel passo citato. - Invece la forma semplice, che non è il proprio essere, ma che ad esso corrisponde come potenza ad atto, può essere soggetto di accidenti, e soprattutto di quell'accidente che è proprio della specie: tale accidente infatti appartiene alla forma (- mentre gli accidenti individuali, quelli cioè che non si estendono a tutta la specie, derivano dalla materia, che è principio d'individuazione). E l'angelo è appunto una forma semplice in questa maniera.
3. La potenza della materia dice ordine all'essere sostanziale: non così la potenza operativa, che è in correlazione con l'essere accidentale. Il confronto perciò non regge.

ARTICOLO 4

Se nell'angelo vi siano l'intelletto agente e l'intelletto possibile

SEMBRA che nell'angelo vi siano l'intelletto agente e quello possibile. Infatti:
1. Dice il Filosofo: "come in ogni natura, così nell'anima, c'è qualche cosa per cui può diventare tutti gli esseri, e c'è un'altra cosa per cui può far divenire ogni altro essere". Ma l'angelo è una natura. Dunque nell'angelo vi è l'intelletto agente e l'intelletto possibile.
2. Ricevere è proprio dell'intelletto possibile, mentre illuminare è proprio dell'intelletto agente, come Aristotele dimostra. Ora, l'angelo riceve l'illuminazione dall'angelo superiore e illumina l'inferiore. Dunque in lui c'è l'intelletto agente e quello possibile.

IN CONTRARIO: Ci sono in noi l'intelletto agente e l'intelletto possibile a motivo dei fantasmi, i quali, al dire di Aristotele, in rapporto all'intelletto possibile sono come i colori rispetto alla vista, e in rapporto all'intelletto agente sono come i colori rispetto alla luce. Ma tutto questo non si riscontra nell'angelo. Dunque nell'angelo non ci sono l'intelletto agente e l'intelletto possibile.

RISPONDO: La necessità di ammettere in noi un intelletto possibile è derivata dal fatto che non sempre noi siamo intelligenti in atto ma solo in potenza: ci deve essere quindi una certa virtù, la quale prima dell'intellezione sia in potenza rispetto alle cose intelligibili, e che viene posta in atto, relativamente ad esse, quando ne acquista la scienza, e ulteriormente quando pensa ad esse. Questa virtù è chiamata intelletto possibile. - La necessità poi di ammettere un intelletto agente fu causata dal fatto che le essenze delle cose materiali, che formano l'oggetto della nostra intelligenza, fuori dell'anima non esistono come attualmente immateriali e intelligibili, ma (fuori dell'anima) sono intelligibili soltanto in potenza: ci vuole quindi una facoltà la quale renda intelligibili attualmente tali essenze. E questa nostra facoltà viene chiamata intelletto agente.
Ora, negli angeli manca questa doppia necessità. Gli angeli, infatti, né sono mai in potenza rispetto a quelle cose che naturalmente conoscono, né i loro propri oggetti intelligibili sono intelligibili in potenza, bensì in atto; poiché, come si vedrà in seguito, essi intendono in primo luogo e principalmente le cose immateriali. Perciò non può esserci in essi l'intelletto agente e quello possibile, se non in senso metaforico.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Il Filosofo, come risulta dalle sue stesse parole, intende dire che vi sono quelle due cose in tutte le nature soggette alla generazione, ovvero al divenire. Ora, nell'angelo la scienza non viene generata, ma vi si trova naturalmente. Perciò non è necessario ammettere in essi l'intelletto agente e quello possibile.
2. Il compito dell'intelletto agente non è quello di illuminare un altro essere intelligente, ma di illuminare degli oggetti che sono intelligibili in potenza, rendendoli attualmente intelligibili per mezzo dell'astrazione. Il compito poi dell'intelletto possibile è quello di essere in potenza a (conoscere) oggetti naturalmente conoscibili, rispetto ai quali viene finalmente attuato. Perciò l'illuminazione di un angelo da parte di un altro angelo non ha nulla a che vedere con l'intelletto agente. E non ha niente a che vedere con l'intelletto possibile il fatto che l'angelo talora viene illuminato sui misteri soprannaturali, che per un certo tempo era solo in potenza a conoscere. Se poi qualcuno vorrà chiamare tutto questo intelletto agente e possibile, avremo delle espressioni metaforiche: ma non dobbiamo far questioni di parole.

ARTICOLO 5

Se negli angeli vi sia soltanto la cognizione intellettiva

SEMBRA che negli angeli non vi sia soltanto la cognizione intellettiva. Infatti:
1. S. Agostino dice che negli angeli c'è "la vita che intende e che sente". Dunque vi sono in essi le potenze sensitive.
2. S. Isidoro afferma che gli angeli apprendono molte cose per esperienza. Ora, l'esperienza, come insegna Aristotele, è il risultato di molti ricordi. Quindi gli angeli hanno la facoltà della memoria.
3. Insegna Dionigi che nei demoni vi è "una fantasia proterva". Ora, la fantasia si riduce all'immaginativa. Dunque i demoni hanno la potenza immaginativa. E la ragione vale anche per gli angeli, essendo essi della stessa natura.

IN CONTRARIO: S. Gregorio fa osservare che l'uomo "ha il sentire in comune con i bruti, e ha l'intendere in comune con gli angeli".

RISPONDO: Nella nostra anima ci sono alcune facoltà le cui operazioni si compiono per mezzo di organi corporei. Tali facoltà sono perfezioni di determinate parti del corpo: la vista, p. es., lo è dell'occhio, e l'udito dell'orecchio. Vi sono invece nella nostra anima certe altre facoltà, come la volontà e l'intelligenza, le cui operazioni non sono compiute per mezzo di organi corporei: e tali facoltà non sono perfezioni di nessuna parte del corpo. - Ora, gli angeli, come si è visto, non sono uniti naturalmente a dei corpi. Perciò di tutte le facoltà dell'anima non possono avere che l'intelligenza e la volontà.
E ciò corrisponde a quanto dice il Commentatore, quando afferma che le sostanze separate constano di intelletto e di volontà. - Del resto è anche conforme all'ordine dell'universo che la suprema creatura intellettiva sia totalmente intellettiva, e non in parte soltanto, come l'anima nostra. - Ed è appunto per questo che gli angeli sono chiamati Intelligenze e Menti, come si è detto più sopra.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: Alle difficoltà si può rispondere in due modi. Primo, che gli autori citati parlano conforme all'opinione di coloro per i quali gli angeli e i demoni sarebbero uniti naturalmente a dei corpi. Della quale opinione S. Agostino si serve spesso nelle sue opere, per quanto non intenda farla sua. Infatti egli fa osservare che "non è necessario interessarsi troppo di questo argomento".
Secondo, (possiamo rispondere) che siffatte espressioni ed altre consimili vanno intese nel senso di una certa analogia. Infatti poiché i sensi colgono con un'apprensione certa il proprio oggetto sensibile, si usa dire che sentiamo qualche cosa quando ne abbiamo un'apprensione intellettiva certa. Di qui è nato il termine sentenza. - L'esperienza poi viene attribuita agli angeli non già in forza di un'analogia tra facoltà conoscitive, ma per un'analogia tra oggetti conosciuti. Noi infatti abbiamo l'esperienza delle cose quando, per mezzo dei sensi, le conosciamo nella loro singolarità (e concretezza). Ora gli angeli, come vedremo, conoscono anch'essi i singolari, ma non per mezzo dei sensi. Però si può ammettere la memoria negli angeli, nel senso in cui S. Agostino l'ammette nella mente: ma non si può ammettere in essi quella memoria che fa parte dell'anima sensitiva. - Lo stesso si dica della fantasia proterva, che viene attribuita ai demoni per il fatto che hanno un falso giudizio pratico sul vero bene. Sta il fatto che in noi l'inganno è causato propriamente dalla fantasia, la quale talora ci fa scambiare le immagini delle cose per le cose stesse, come è evidente nel sonno e nella pazzia.