Il Santo Rosario
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Questione 45

Modo di derivare delle cose dal primo principio

Eccoci a trattare del modo di derivare delle cose dal primo principio, vale a dire della creazione.
In proposito poniamo otto quesiti: 1. Che cosa sia la creazione; 2. Se Dio possa creare; 3. Se la creazione sia un'entità reale; 4. Quali cose possano esser create; 5. Se creare appartenga solo a Dio. 6. Se sia opera di tutta la Trinità, ovvero appartenga esclusivamente a una sola Persona; 7. Se nelle cose create vi sia un vestigio della Trinità; 8. Se nelle opere dipendenti dalla natura e dalla volontà si celi un atto creativo.

ARTICOLO 1

Se creare sia produrre dal nulla

SEMBRA che creare non sia produrre dal nulla. Infatti:
1. Insegna S. Agostino: "Fare si dice a proposito di ciò che assolutamente non esisteva, creare invece è costituire una cosa traendola da ciò che già esisteva".
2. La nobiltà di un'azione o di un moto si misura dai termini dei medesimi. Ora l'azione che va dal bene al bene, e da un ente a un altro ente è più nobile di quella che dal nulla porta a qualche cosa. D'altra parte la creazione si presenta come l'azione più alta e fondamentale di tutte le operazioni (transitive). Perciò non può consistere (nel passaggio) dal niente a qualche cosa, ma piuttosto da un essere a un altro essere.
3. La preposizione ex (di o da) indica rapporto di causa, e precisamente di causa materiale; come quando diciamo che una statua è fatta ex aere (di bronzo). Ma il nulla non può essere materia di un ente, né causa di esso in qualsiasi altro modo. Dunque creare non è fare qualche cosa dal nulla.

IN CONTRARIO: La Glossa dice, a proposito del passo: "In principio Dio creò il cielo e la terra", che "creare è fare qualche cosa dal nulla".

RISPONDO: Come si è detto sopra, non si deve considerare soltanto l'emanazione di un essere particolare da una causa determinata, ma anche l'emanazione di tutto l'essere dalla causa universale che è Dio: e questa emanazione la designamo col nome di creazione. Ora, quanto viene prodotto mediante una causa non universale, non preesiste alla causalità stessa: p. es, se un uomo viene generato, è segno che quell'uomo prima non esisteva, ma che è stato prodotto (a partire) da ciò che prima non era un uomo, come una cosa diventa bianca a partire da un soggetto che prima non era bianco. Perciò, se consideriamo l'emanazione di tutto l'essere completo dalla prima causa, è impossibile pensare che vi sia un ente presupposto a questa causalità. Ora il nulla è la stessa cosa che nessun ente. Come dunque la generazione di un uomo parte da quel non-ente che è il non-uomo, così la creazione, che è l'emanazione di tutto l'essere, parte da quel non-ente che è il nulla.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. S. Agostino (nel caso nostro) usa il termine creazione in senso improprio, come quando usiamo il verbo creare per indicare che una cosa viene cambiata in meglio, come quando si dice che uno è creato vescovo. Ma qui non parliamo di creazione in questo senso, bensì come si è spiegato.
2. Le mutazioni ricevono natura e dignità non dal termine di partenza ma da quello di arrivo. Un moto perciò sarà tanto più perfetto e più nobile, quanto è più nobile e alto il termine verso il quale esso tende; sebbene il termine di partenza, contrapposto a quello di arrivo, sia più imperfetto. Così, p. es., la generazione di suo è più nobile e più fondamentale dell'alterazione, per il fatto che la forma sostanziale è più che la forma accidentale: ciò nonostante la mancanza della forma sostanziale, che nella generazione è il termine di partenza, è qualche cosa di più imperfetto del corrispondente termine di partenza dell'alterazione. Così prure, la creazione è operazione più perfetta e più alta della generazione e dell'alterazione, perché il suo termine di arrivo è l'intera sostanza della cosa. Mentre quello che si prende come termine di partenza in realtà non esiste.
3. Quando si dice che una cosa è fatta dal nulla, la preposizione ex (di o da) sta a indicare non la causa materiale, ma la sola successione; come quando si dice che dalla mattina si va facendo mezzogiorno, cioè dopo la mattina viene il mezzogiorno. Tuttavia si osservi che la preposizione da o include la negazione espressa nel termine nulla (p. es.: dal non essere), oppure viene a sua volta inclusa dalla negazione stessa (p. es.: non da un essere). Nel primo caso resta affermata la successione, ed esprime l'ordine della produzione, che s'inizia da un non essere precedente. Se invece, la negazione include la preposizione, allora la successione viene trascurata, e l'espressione: è fatto dal niente ha questo senso: non è fatto di (o da) qualche cosa; come se uno dicesse: costui parla di niente, perché non parla di qualche cosa. Ebbene, in tutti e due i modi è vero che creare è fare qualche cosa dal nulla. Ma nel primo caso la preposizione da indica successione, come si è detto; nel secondo caso significa rapporto di causa materiale, che però viene negato.

ARTICOLO 2

Se Dio una cosa la possa creare

SEMBRA che Dio una cosa non la possa creare. Infatti:
1. Come riferisce Aristotele, i primi filosofi ritenevano, per una verità universalmente accettata da tutti che dal niente niente si produce. Ora, la potenza di Dio non si estende fino ad attuare cose contrarie ai primi principi; p. es., Dio non potrebbe fare che il tutto non sia maggiore della parte, o che l'affermazione e la negazione (di una data cosa) siano ugualmente vere. Dunque Dio non può fare una cosa dal nulla, cioè creare.
2. Se creare è fare qualche cosa dal nulla, esser creato è un certo esser fatto o divenire. Ma ogni divenire è un mutare. Dunque la creazione è una mutazione. Ma ogni mutazione appartiene a un soggetto, come si vede dalla definizione del moto: il moto è l'atto di un essere che è in potenza. Perciò non è possibile che Dio faccia una cosa dal nulla.
3. Ciò che è stato fatto è necessario che una volta sia stato in divenire. Ma non si può dire che nello stesso istante la creatura venga fatta e sia già fatta: perché una sostanza che si sta facendo ancora non è, e quella che è fatta già esiste; altrimenti nello stesso istante una cosa esisterebbe e non esisterebbe. Se dunque una cosa vien fatta, il suo venir fatta precede l'essere già fatta. Ma questo non è possibile se non preesiste un soggetto, nel quale si operi il divenire stesso. Dunque è impossibile che una cosa sia fatta dal nulla.
4. Non si può percorrere una distanza infinita. Ora tra l'essere e il niente c'è una distanza infinita. Dunque non è possibile che una cosa venga prodotta dal nulla.

IN CONTRARIO: Si dice nella Genesi: "In principio Dio creò il cielo e la terra".

RISPONDO: Non solo non è impossibile che Dio crei una cosa, ma è necessario affermare che tutte le cose sono state create da Dio, come risulta da quanto precede. Difatti chi produce una cosa da un'altra, non produce, con la sua operazione, quanto è presupposto dall'operazione stessa: così l'artigiano costruisce con i prodotti della natura, p. es., con il legno e col rame, che non sono causati dall'operazione dell'arte ma dalla natura. E la stessa natura produce le cose naturali solo quanto alla forma, ma presuppone la materia. Se dunque Dio non potesse operare senza qualche prerequisito, ne verrebbe che quel presupposto non sarebbe causato da lui. Invece sopra si è dimostrato che niente può esistere nella realtà, che non sia creato da Dio, il quale è causa universale di tutto l'essere. Perciò è necessario affermare che Dio produce le cose dal nulla.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. I primi filosofi, come si è già detto, non consideravano altro che la derivazione di determinati effetti dalle loro cause particolari, le quali necessariamente presuppongono qualche cosa alla loro azione: per questo si aveva tra loro la comune persuasione che dal niente niente deriva. Ma l'assioma non è al suo posto quando si tratta della prima emanazione della realtà dal primo principio universale delle cose.
2. La creazione è una mutazione soltanto se considerata nel nostro modo d'intendere. E in realtà il concetto di mutazione implica che una stessa cosa si trovi a un certo momento in condizioni diverse da quelle di prima: infatti talora non si tratta che di un identico essere attuale il quale viene a trovarsi successivamente in condizioni diverse, come nelle mutazioni di quantità, di qualità e di luogo; altre volte invece l'essere identico è solo potenziale, come nelle mutazioni sostanziali, soggetto delle quali è la materia. Ma nella creazione, per mezzo della quale si produce l'intera sostanza dell'essere, non è possibile determinare qualche cosa che a un dato momento possa trovarsi in condizioni diverse da quelle di prima, altro che per gioco della nostra intelligenza; come se uno supponesse che una data cosa, prima non esistente affatto, venga all'esistenza in un secondo momento. Ma poiché azione e passione s'identificano nell'unica realtà del moto o mutazione, e differiscono soltanto per le opposte relazioni, come dice Aristotele, se togliamo il moto non troveremo nel creatore e nella creatura altro che relazioni diverse. - Ma poiché il modo di esprimersi segue il modo d'intendere, come già si disse, la creazione noi la esprimiamo alla maniera delle mutazioni, e per questo si dice che creare è fare qualche cosa dal nulla. Però in questo caso fare ed esser fatto son termini più appropriati che mutare ed esser mutato: perché fare e venir fatto esprimono direttamente la relazione della causa al suo effetto, e dell'effetto alla causa, e solo indirettamente implicano l'idea di mutazione.
3. Per quanto viene prodotto senza (le fasi successive del) moto, venir fatto ed essere già fatto sono tutt'uno: sia che la produzione si presenti quale termine di un moto, come l'illuminazione (difatti un oggetto è subito illuminato nello stesso istante che viene illuminato); sia che non si presenti come termine di un moto, così, p. es., un verbo mentale nell'istante che si forma è già formato. E in tali casi ciò che viene fatto, (semplicemente) è: ma quando si dice che vien fatto si vuol dire solo che deriva da altri, e che prima non esisteva. Quindi siccome la creazione avviene senza moto, una cosa nel medesimo istante che viene creata è già creata.
4. L'ultima difficoltà deriva da una falsa supposizione, come se tra il nulla e l'ente ci fosse realmente di mezzo un infinito: il che è evidentemente falso. Ma questa fallace supposizione nasce dal fatto che si parla della creazione come fosse un passaggio da un termine a un altro.

ARTICOLO 3

Se la creazione sia un'entità reale nelle creature

SEMBRA che la creazione non sia un'entità reale nelle creature. Infatti:
1. La creazione al passivo si attribuisce alla creatura, come la creazione all'attivo si attribuisce al Creatore. Ma la creazione all'attivo non è un'entità reale nel Creatore: perché altrimenti ne seguirebbe che in Dio vi sia qualche cosa di temporale. Dunque anche la creazione al passivo non è un qualche cosa nelle creature.
2. Tra Creatore e creatura non ci sono intermediari. Ora, nel parlare della creazione ci si esprime come se questa fosse un che di mezzo tra l'uno e l'altra: infatti essa non è il Creatore, non essendo eterna; e neppure è creatura, perché per lo stesso motivo bisognerebbe ammettere un'altra creazione per mezzo della quale fosse creata; e così all'infinito. Dunque la creazione non è qualche cosa di reale.
3. Se la creazione è qualche cosa di diverso dalla sostanza creata, bisogna che sia un suo accidente. Ma ogni accidente esiste nel suo soggetto. Perciò la cosa creata sarebbe il soggetto della creazione. E così una stessa cosa sarebbe soggetto e termine della creazione. Cosa impossibile: perché il soggetto è prima dell'accidente e sostiene l'accidente; d'altra parte il termine è posteriore all'operazione di cui è termine; e quando esso è raggiunto, cessa l'operazione. Perciò la creazione non è qualche cosa di reale.

IN CONTRARIO: È cosa più difficile produrre tutta la sostanza di una cosa, che produrre la sola sua forma sostanziale o accidentale. Ora, la generazione vera e propria o quella, in senso più vago, che determina la forma sostanziale o accidentale di una data cosa, è un'entità (reale) nel soggetto che viene generato. Dunque con molto maggior ragione la creazione, per mezzo della quale una cosa viene ad essere prodotta in tutta la sua sostanza, è una vera entità nella creatura.

RISPONDO: La creazione determina un'entità nella cosa creata soltanto secondo la categoria della relazione; poiché ciò che è creato non viene prodotto per mezzo di un moto o di una mutazione. Infatti ciò che viene prodotto per mezzo di un moto o di una trasmutazione, vien fatto con qualche cosa di preesistente: il che avviene nelle particolari produzioni di determinati esseri; ma non può questo avvenire nella produzione di tutto l'essere dalla causa universale di tutti gli enti, che è Dio. Perciò Dio, nel creare, produce le cose senza il moto. Ma se da un'operazione vista all'attivo o al passivo togliamo il moto, non rimane che una relazione, come si è detto. Resta dunque stabilito che la creazione nelle creature non è altro che una certa relazione verso il Creatore, causa del proprio essere; come in un effetto verificatosi mediante la mutazione, viene a determinarsi un rapporto con la causa di tale mutamento.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Per creazione attiva s'intende l'azione di Dio, che poi è la di lui essenza, con in più una relazione verso la creatura. Ma questo rapporto alla creatura non è reale in Dio, ma solo di ragione. Invece la relazione delle creature a Dio è reale, come si è detto sopra, trattando dei Nomi di Dio.
2. Si è visto che la creazione è (da noi) concepita come una mutazione, e la mutazione è in qualche modo tramite tra chi muove e ciò che viene mosso: per questo anche la creazione viene concepita come fosse tramite tra Creatore e creatura. Sta il fatto però che la creazione presa al passivo esiste realmente nella creatura ed è creatura. Ma non è necessario che essa venga creata da un'altra creazione: perché le relazioni, siccome dicono ordine a qualche cosa in forza del loro essere stesso, non acquistano il loro rapporto per mezzo di altre relazioni, ma per mezzo di se medesime; come si disse anche sopra, nel trattare dell'uguaglianza delle Persone divine.
3. La creazione, concepita (impropriamente) come mutazione, ha nella creatura il suo termine: ma in quanto realmente è una relazione trova nella creatura soltanto il proprio soggetto, e quindi nell'ordine reale e ontologico la creatura precede la creazione stessa, come un soggetto precede i propri accidenti. La creazione però conserva una certa priorità (rispetto alla creatura) se consideriamo l'oggetto (o il fondamento) della relazione che si vuole esprimere, e che è la dipendenza causale della creatura. E tuttavia non è necessario pensare che la creatura venga creata per tutto il tempo della sua esistenza: perché creazione dice relazione di creatura a Creatore ma unita all'idea di novità o cominciamento.

ARTICOLO 4

Se esser creati sia proprio dei composti e dei sussistenti

SEMBRA che non sia proprio (ed esclusivo) dei composti e dei sussistenti essere creati. Infatti:
1. Nel De Causis si afferma: "Prima tra le cose create è l'essere". Ora l'esistenza della cosa creata non è qualche cosa di sussistente. Quindi venir creato non appartiene in modo esclusivo agli esseri sussistenti e composti.
2. Ciò che è creato viene dal nulla. Invece i composti non vengono dal nulla, ma dai loro componenti. Dunque non è ai composti che si addice di essere creati.
3. Nella prima emanazione propriamente viene prodotto quello che nella seconda si presuppone: così, p. es., i prodotti naturali vengono dalla natura, quindi formano alla loro volta il presupposto all'operazione dell'arte. Ora, alle produzioni della natura si presuppone la materia. Dunque la materia è propriamente ciò che vien creato, e non il composto.

IN CONTRARIO: si legge nella Genesi: "In principio Dio creò il cielo e la terra". Ora, il cielo e la terra sono cose composte e sussistenti. Dunque ad esse propriamente conviene di essere create.

RISPONDO: Si è già detto che venir creato è un modo di divenire. Ora, ogni divenire tende a dare l'esistenza a una cosa. Per questo sia divenire che esser creato appartiene propriamente a quelle cose, alle quali spetta di esistere. E questo a rigore spetta agli esseri sussistenti: siano essi semplici come le sostanze separate, o composti come le sostanze corporee. Infatti esistere propriamente conviene solo a ciò che ha l'esistenza; che è quanto dire a ciò che sussiste nel proprio essere. Invece le forme, gli accidenti e altre cose del genere, sono chiamati enti non nel senso che essi stessi hanno l'essere, ma perché per mezzo di essi qualche cosa viene ad essere (in un modo o nell'altro); così, p. es., la bianchezza si dice ente perché per mezzo di essa una sostanza è bianca. Perciò, al dire di Aristotele, l'accidente a tutto rigore non si dovrebbe chiamare ente ma (cosa) dell'ente. Quindi, come gli accidenti, le forme e le altre cose che non sussistono, sono piuttosto coesistenti che enti; così si devono dire piuttosto concreati che creati. Invece le cose che propriamente vengono create sono quelle sussistenti.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Quando si afferma che "la prima tra le cose create è l'essere", il termine essere non indica una creatura determinata, ma il lato caratteristico che si ha di mira nella creazione. Infatti una cosa si dice creata per il fatto che è (divenuta) ente (o che esiste), non per il fatto che è tale ente (mediante una data essenza o qualità): poiché la creazione è l'emanazione di tutto l'essere dall'ente universale, come si è spiegato. Quindi quel testo è un'espressione simile a quella di chi dicesse: la prima cosa che si vede è il colore, sebbene ciò che propriamente vediamo sia l'oggetto colorato.
2. Creazione non sta a indicare il costituirsi del composto mediante principi preesistenti; si dice invece che è il composto ad essere creato, per il fatto che esso viene portato all'esistenza assieme a tutti i principi (che lo compongono).
3. Quel ragionamento non prova che viene creata soltanto la materia, ma che la materia esiste solo per creazione. Infatti la creazione è la produzione non della sola materia ma di tutto l'essere.

ARTICOLO 5

Se creare appartenga esclusivamente a Dio

SEMBRA che non appartenga esclusivamente a Dio creare. Infatti:
1. Secondo Aristotele, è perfetto ciò che può fare qualche cosa di somigliante a se stesso. Ora, le creature immateriali sono più perfette delle creature corporee, le quali possono generare cose a se stesse somiglianti: infatti il fuoco genera il fuoco, e l'uomo genera un altro uomo. Quindi una sostanza immateriale (un angelo) può produrre un'altra sostanza immateriale che le somigli. Ma una sostanza immateriale non può essere prodotta che per creazione; poiché manca in essa la materia dalla quale possa essere prodotta. Dunque qualche creatura può creare.
2. Quanto maggiore è la resistenza da parte di ciò che viene prodotto, tanto maggiore potenza si richiede in chi opera. Ora, oppone certo maggiore resistenza il contrario che il niente. Perciò è opera di maggior potenza fare qualche cosa da un contrario, cosa che tuttavia le creature fanno, che produrre qualche cosa dal nulla. Con più ragione dunque le creature potranno far questo.
3. La potenza di chi opera si misura dalla cosa prodotta. Ora, l'essere creato è cosa finita, come si è dimostrato trattando della infinità di Dio. Dunque per produrre mediante la creazione una cosa creata non si richiede che una potenza finita. Ma avere una potenza finita non è incompatibile con il concetto di creatura. Perciò non è impossibile che una creatura crei.

IN CONTRARIO: S. Agostino dice che né gli angeli buoni né quelli cattivi possono essere creatori di qualche cosa. Molto meno quindi le altre creature.

RISPONDO: Stando a quello che si è detto, è abbastanza evidente a prima vista che l'atto creativo è azione propria soltanto di Dio. In realtà è necessario riferire gli effetti più universali alle cause più universali e primigenie. Ma tra tutti gli effetti il più universale è lo stesso essere. Quindi bisogna che questo sia effetto esclusivo della prima e universalissima causa, che è Dio. E nel libro De Causis si legge, che l'intelligenza, o "anima superiore", non dà l'essere, se non in quanto opera in forza di una mozione divina. Ora nel concetto di creazione rientra la produzione dell'essere stesso e non delle sole sue determinazioni specifiche o numeriche. Quindi è chiaro che la creazione è operazione propria di Dio.
Ora può succedere che a un essere venga concesso di compiere l'operazione che è propria di un altro, non per virtù propria, ma come strumento, agendo in virtù di quell'altro; come l'aria che in virtù del fuoco ottiene la facoltà di riscaldare e di infocare. Per questo motivo alcuni han pensato che, sebbene la creazione sia operazione propria della causa universale, tuttavia una causa subordinata, agendo in forza della causa prima, possa creare. Così Avicenna affermò che la prima sostanza separata, creata (immediatamente) da Dio, ne crea una seconda a sé inferiore, nonché la sostanza della sfera celeste e l'anima di questa; a sua volta la sostanza della sfera celeste crea la materia dei corpi inferiori. Allo stesso modo anche il Maestro (delle Sentenze) dice che Dio può comunicare alla sua creatura la potenza creatrice, in modo che essa possa creare in sott'ordine, non in forza della propria capacità.
Ma la cosa non è ammissibile. Perché la causa seconda strumentale non prende parte all'azione della causa superiore, se non in quanto coopera, mediante una sua peculiarità, a disporre un soggetto all'azione dell'agente principale. Ma se non causasse nulla di ciò che forma la sua peculiarità, il suo impiego nell'azione sarebbe inutile e non ci sarebbe affatto bisogno di determinati strumenti per determinate funzioni. Vediamo invece che la scure tagliando il legno, funzione che le deriva dalla sua forma caratteristica, coopera a produrre la figura della seggiola, che è effetto proprio dell'agente principale (cioè dell'artigiano). Ora l'essere che è l'effetto proprio di Dio nel creare, è il presupposto di ogni altra cosa. Perciò non si può far niente in qualità di disposizione o di strumento per ottenere questo effetto, non dipendendo la creazione da un prerequisito qualsiasi, il quale possa ricevere da una causa strumentale la disposizione a quell'atto. - Quindi non è possibile che una creatura abbia facoltà di creare, né per virtù propria, né come strumento, né per delegazione.
Ed è specialmente fuor di tono affermare che un corpo possa creare: perché nessun corpo agisce senza un contatto o un moto; quindi per agire richiede qualche cosa di preesistente, atto ad essere toccato e mosso; ciò che è incompatibile con l'idea di creazione.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Un essere perfetto, il quale abbia ricevuto una data natura, produce qualche cosa di simile a sé, non già producendo quella natura in modo assoluto, ma imprimendola in qualche soggetto. Quest'uomo infatti non può esser causa della natura umana presa in senso assoluto, perché in tal modo verrebbe ad esser causa di se stesso: ma è causa che la natura umana sia in quest'altro uomo generato. E in tal modo nel suo agire presuppone una determinata materia, dalla quale quest'altro uomo deriva. Ma come l'uomo singolo riceve la natura umana, così qualsiasi ente creato riceve, per così dire, la natura dell'essere: perché Dio soltanto è il suo proprio essere, come sopra fu detto. Quindi nessun ente creato può produrre un altro ente come tale, ma soltanto può causare l'essere in un dato soggetto: perciò si deve presupporre all'operazione, con la quale una creatura produce qualche cosa di somigliante a sé, una qualche entità che fa di una cosa questo dato soggetto. Ora, in una sostanza immateriale non si può presupporre qualche cosa che la costituisce questa qui: perché essa è numericamente determinata in forza della sua forma, dalla quale riceve l'essere, trattandosi di forma sussistente. Perciò una sostanza immateriale non può produrre un'altra sostanza immateriale a sé somigliante per il suo essere (sostanziale); ma può produrne una che le somigli soltanto rispetto a delle perfezioni complementari; come quando affermiamo con Dionigi, che un angelo superiore illumina quello inferiore. In questo modo vi è una paternità anche tra gli esseri celesti, come risulta dalle parole dell'Apostolo: "Dal quale (da Dio Padre) ogni paternità e nei cieli e sulla terra prende nome". Anche da ciò risulta evidente che nessun essere creato può causare senza presupposti. Cosa questa incompatibile con il concetto di creazione.
2. Che una cosa derivi dal suo contrario può succedere in maniera accidentale, come dice Aristotele: ma di suo viene ricavata da un soggetto che è in potenza. Il contrario quindi resiste all'agente, in quanto trattiene la potenzialità da quell'atto, al quale l'agente tende di portarla: così il fuoco tende a portare la materia dell'acqua a un atto che ad esso somiglia; ma trova ostacolo nella forma e nelle disposizioni contrarie, dalle quali la potenza viene come legata perché non sia portata all'atto. E quanto maggiormente la potenza è legata, tanto maggior forza si richiede nell'agente per ridurre in atto la materia. Cosicché maggior potenza si richiede nell'agente, se non preesiste nessuna potenzialità. Allora è chiaro che è opera di maggior potenza produrre qualche cosa dal nulla, che da un'entità contraria.
3. La potenza di chi opera non va misurata soltanto dalla natura del prodotto, ma anche dal modo di produrre: infatti un calore più intenso non solo riscalda di più, ma riscalda anche più celermente. Quindi sebbene creare un effetto finito non manifesti una potenza infinita, tuttavia lo stesso creare dal nulla manifesta un'infinita potenza. Cosa questa già dimostrata sopra. Se infatti si richiede nell'agente tanta maggiore efficacia, quanto la potenza è più lontana dall'atto, bisogna che l'efficacia di chi produce senza presupporre alcuna potenza, quale è l'agente che crea, sia infinita: poiché non esiste confronto tra l'assenza di ogni potenzialità e una qualche potenza, che l'efficacia di un agente naturale presuppone sempre; come (non può esserci confronto) tra il non ente e l'ente. E siccome nessuna creatura ha una potenza o un essere davvero infinito, come si è provato in antecedenza, rimane stabilito che nessuna creatura può creare.

ARTICOLO 6

Se creare sia proprietà di una sola Persona divina

SEMBRA che creare sia proprietà di una sola Persona (divina). Infatti:
1. Ciò che precede è causa di ciò che vien dopo; e ciò che è perfetto è causa delle cose meno perfette. Ora, l'emanazione delle Persone divine precede l'emanazione delle creature; ed è anche più perfetta, poiché una Persona divina emana con perfetta somiglianza dal suo principio, mentre la creatura emana con una somiglianza imperfetta. Dunque le processioni delle Persone divine sono causa dell'emanazione delle cose. E quindi creare è proprietà di una Persona.
2. Le Persone divine non si distinguono l'una dall'altra se non per le loro processioni e relazioni. Perciò tutto quello che si attribuisce in diverse maniere alle varie Persone divine, conviene ad esse in forza delle processioni e delle relazioni. Ora, la capacità di causare le creature si attribuisce alle varie Persone divine in maniere diverse; infatti nel Simbolo della Fede si attribuisce al Padre di essere "Creatore di tutte le cose visibili e invisibili"; del Figlio invece si dice che "per mezzo di lui tutte le cose sono state fatte"; allo Spirito Santo finalmente si attribuisce di essere "Signore e vivificatore". Dunque causare le creature conviene alle Persone secondo le processioni e le relazioni.
3. Se uno rispondesse che la creazione viene considerata in rapporto a un attributo essenziale il quale conviene per appropriazione a una data Persona, non si avrebbe ancora una risposta sufficiente. Perché qualsiasi opera divina viene causata da tutti gli attributi essenziali, cioè dalla potenza, dalla bontà e dalla sapienza: e in tal modo non si può dire che appartenga più all'uno che all'altro. Perciò non si sarebbe dovuto attribuire un determinato modo di causare a una Persona piuttosto che a un'altra, se nel creare le Persone non fossero davvero distinte secondo le relazioni e le processioni.

IN CONTRARIO: Dionigi afferma che "tutti gli attributi causali" son comuni a tutta la divinità.

RISPONDO: Creare propriamente è causare o produrre l'essere delle cose. Ora, siccome ogni operante produce cose a sé somiglianti, si può stabilire quale sia il principio di un'operazione dall'effetto della medesima: difatti a produrre il fuoco non sarà che il fuoco. Quindi a Dio appartiene l'atto creativo in forza del suo essere: e questo non è che la di lui essenza, comune alle tre Persone. E così il creare non è proprietà di una sola Persona, ma opera comune di tutta la Trinità.
Tuttavia le Persone divine hanno un influsso causale sulla creazione in base alla natura delle rispettive processioni. Come abbiamo dimostrato sopra, quando si trattava della scienza e della volontà divina, Dio è causa delle cose per mezzo del suo intelletto e della sua volontà, come l'artigiano nei confronti dei suoi manufatti. Ora, l'artigiano si pone all'opera servendosi di un verbo (parola intima o idea) concepito dall'intelligenza, e spinto da un amore (o inclinazione) della sua volontà verso qualche oggetto. Allo stesso modo anche Dio Padre ha prodotto le creature per mezzo del suo Verbo, che è il Figlio; e per mezzo del suo Amore, che è lo Spirito Santo. E sotto quest'aspetto le processioni delle Persone sono causa della produzione delle creature, in quanto esse includono attributi essenziali, quali la scienza e la volontà.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Le processioni delle Persone divine son causa della creazione nel modo che si è detto.
2. Come la natura divina, pur essendo comune alle tre Persone, conviene loro secondo un certo ordine, in quanto il Figlio la riceve dal Padre, e lo Spirito Santo da entrambi; così anche la potenza creatrice, sebbene sia comune alle tre Persone, tuttavia conviene ad esse secondo un certo ordine; infatti il Figlio la riceve dal Padre, e lo Spirito Santo da entrambi. Perciò si attribuisce al Padre di essere Creatore, come a colui che non riceve da altri la potenza creatrice. Del Figlio invece si afferma che "per mezzo di lui tutte le cose sono state fatte", perché egli ha il medesimo potere, ma da altri; infatti la preposizione per suol denotare una causa intermedia, ovvero un principio (che viene) da un principio. Allo Spirito Santo finalmente, che ha questa medesima potenza da entrambi, viene attribuito il dirigere come Signore e vivificare ciò che è stato creato dal Padre mediante il Figlio. - Si può anche dare una spiegazione più generica ricavandola dalla maniera ordinaria di appropriare gli attributi essenziali (alle varie Persone). Infatti, come si disse più sopra, si dà al Padre per appropriazione la potenza, che soprattutto si manifesta nella creazione: perciò si attribuisce al Padre di essere il Creatore. Al Figlio viene riservata la sapienza, per mezzo della quale opera un agente intellettivo: e per questo si dice del Figlio che "per mezzo di lui tutte le cose sono state fatte". Si riserva allo Spirito Santo la bontà, cui appartiene il governare, che conduce le cose ai loro fini rispettivi, e il vivificare: infatti la vita consiste in un certo movimento interiore, il cui primo movente è il fine e il bene.
3. Per quanto ogni opera di Dio derivi da ciascuno dei suoi attributi, tuttavia ogni opera si riporta a quell'attributo col quale ha una naturale affinità: così l'ordine delle cose (si ricollega) alla sapienza, e la giustificazione del peccatore alla misericordia e alla bontà, che tende a diffondersi in maniera sovrabbondante. La creazione invece, che consiste nella produzione della sostanza stessa delle cose, si ricollega alla potenza di Dio.

ARTICOLO 7

Se sia necessario che nelle creature si trovi un vestigio della Trinità

SEMBRA che non sia necessario che nelle creature si trovi un vestigio della Trinità. Infatti:
1. Una cosa attraverso le sue vestigia può essere oggetto d'indagine. Invece non si può indagare sulla Trinità delle Persone cominciando dalle creature, come più sopra abbiamo osservato. Dunque nelle creature non c'è un vestigio della Trinità.
2. Tutto quello che si trova nelle creature è cosa creata. Se dunque il vestigio della Trinità lo troviamo nelle creature per certe proprietà delle medesime, e se tutte le cose create hanno un tale vestigio, ne segue necessariamente che si trova un vestigio della Trinità anche in ciascuna di quelle proprietà: ma così si andrebbe all'infinito.
3. L'effetto non rappresenta che la propria causa. Ora, la causalità sul creato non si deve alle relazioni che distinguono numericamente le Persone, ma alla natura (divina ad esse) comune. Perciò nelle creature non si trova un vestigio della Trinità.

IN CONTRARIO: "Nelle creature", dice S. Agostino, "appare un vestigio della Trinità".

RISPONDO: Gli effetti somigliano tutti in qualche modo alla loro causa, ma in gradi diversi. Difatti alcuni effetti stanno a rappresentare soltanto l'efficacia della causa, ma non la di lei forma, come (diciamo che) il fumo sta a rappresentare il fuoco; e si dice che una tale maniera di rappresentare è un vestigio; perché il vestigio o traccia serve a mostrare il percorso di un viandante, ma non a conoscere chi egli sia. Altri effetti invece somigliano la causa per una somiglianza di forma, il fuoco prodotto, per es., il fuoco che lo produce, e la statua di Mercurio somiglia Mercurio stesso: questa somiglianza è chiamata immagine.
Ora, le processioni delle Persone si presentano quali atti dell'intelletto e della volontà, come si disse: difatti il Figlio procede come Verbo dell'intelletto divino, e lo Spirito Santo come Amore della volontà. Perciò nelle creature ragionevoli, in cui si trovano volontà e intelligenza, si ha una somiglianza della Trinità, che è immagine, in quanto si riscontra in esse un verbo mentale e un amore che ne deriva.
Invece troviamo in tutte le creature la rappresentazione della Trinità come vestigio, in quanto si trovano in ciascuna creatura degli aspetti, che è necessario attribuire, come a loro causa, alle Persone divine. Infatti ogni creatura sussiste nel proprio essere, ha inoltre una forma che ne determina la specie, e finalmente un ordine verso qualche altra cosa. Allora diciamo, che in quanto essa è una sostanza creata rappresenta la causa o principio: e così indica la Persona del Padre, che è principio senza principio. In quanto poi ha una data forma o specie rappresenta il Verbo; poiché la forma dell'opera d'arte deriva dal verbo mentale dell'artista. Finalmente in quanto la creatura dice ordine o tendenza, offre una somiglianza con lo Spirito Santo, che è Amore: infatti anche l'ordine o attitudine di una creatura verso l'altra deriva dalla volontà del Creatore.
Per questo S. Agostino afferma che in ogni creatura si trova un vestigio della Trinità, e perché "essa è qualche cosa", e perché "è costituita da una specie", e perché "conserva un certo ordine". - A queste tre cose si riducono quei tre elementi elencati nel Libro della Sapienza: numero, peso e misura. Infatti la misura corrisponde alla sostanza delle cose delimitata dai principi delle medesime, il numero corrisponde alla specie, il peso all'ordine. - Si riducono a questo anche gli altri tre termini agostiniani, modo, specie e ordine. - Lo stesso si dica dell'altra distinzione agostiniana tra ciò che costituisce, ciò che distingue e ciò che conviene: poiché ogni cosa rimane costituita in forza della propria sostanza, viene distinta per mezzo della forma, dice convenienza mediante l'ordine. - E a queste si possono facilmente riportare tutte le altre espressioni del genere.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. La somiglianza caratteristica del vestigio si fonda direttamente sugli attributi appropriati (delle diverse Persone), e in tal modo possiamo risalire alla Trinità delle Persone divine, nel modo che si è spiegato.
2. Le creature sono realmente cose sussistenti, nelle quali si possono riscontrare le tre perfezioni che abbiamo indicato. Ma non ne segue di necessità che in ogni elemento esistente in esse, ci siano le tre cose suddette: perché proprio a causa di tali elementi si attribuisce il carattere di vestigio alle realtà sussistenti.
3. Anche le processioni delle Persone sono, in qualche modo, causa e norma direttiva della creazione, come si è spiegato.

ARTICOLO 8

Se nelle opere della natura e dell'arte si nasconda un atto creativo

SEMBRA che nelle opere della natura e dell'arte si nasconda un atto creativo. Infatti:
1. In ogni opera della natura e dell'arte viene prodotta una forma. Ma questa non può derivare da qualche altro elemento, perché non è composta di materia. Quindi è prodotta dal nulla. Perciò ogni operazione della natura e dell'arte implica una creazione.
2. L'effetto non può essere maggiore della sua causa. Ora negli esseri naturali non troviamo ad agire altro che forme accidentali attive o passive. Dunque la forma sostanziale non deriva dalle operazioni della natura. Perciò non rimane che pensare a una creazione.
3. La natura porta a produrre cose a sé consimili. Invece si trovano in natura degli esseri che non sono prodotti da cose consimili, come è evidente nel caso di quegli animali che nascono dalla putrefazione. Perciò la loro forma non deriva dalla natura, ma da una creazione.
4. Ciò che non viene creato non è una creatura. Se dunque in ciò che è prodotto dalla natura non interviene anche la creazione, ne segue che quanto la natura produce non è una creatura. Il che è eretico.

IN CONTRARIO: S. Agostino distingue dalla creazione l'opera di propagazione che è opera della natura.

RISPONDO: La presente questione è sorta a motivo delle forme. Le quali, secondo alcuni, non sarebbero causate dalla natura, ma esisterebbero già prima nella materia, poiché le forme vi starebbero come nascoste. - L'idea è nata in essi dal non aver avuto la nozione esatta di materia, non avendo saputo distinguere tra la potenza e l'atto: e così, poiché le forme preesistono potenzialmente nella materia, le considerarono come preesistenti senz'altro.
Altri invece ritenevano che le forme vengono date o causate per creazione da una causa trascendente. E secondo quest'opinione a ogni opera della natura corrisponde un atto creativo. - L'errore loro si deve al non aver avuto la vera nozione della forma. Essi infatti non riflettevano che la forma di un corpo fisico non è una realtà sussistente, ma è solo il (costitutivo) per mezzo del quale le cose sussistono: quindi, siccome il venir prodotto o creato propriamente non appartiene che a una realtà sussistente, come si è dimostrato in precedenza, alle forme non si addice di essere prodotte o create, ma solo di essere concreate.
Quello che propriamente viene prodotto da una causa naturale è il composto, che viene formato dalla materia. Perciò nelle opere della natura non si nasconde una creazione: questa è invece presupposta alla causalità della natura.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Le forme incominciano ad essere attuali nel momento che sono prodotti i composti, questo però non significa che esse vengono prodotte direttamente, ma solo indirettamente.
2. Le qualità attive agiscono nella natura in virtù delle forme sostanziali. Quindi un agente naturale non solo produce una cosa che gli somiglia per le qualità, ma anche per la specie.
3. Per la generazione degli animali imperfetti basta quella causa universale che è la virtù dei cieli, e di questi prendono una somiglianza non specifica, ma per così dire analogica: e non è affatto necessario concludere che le loro forme sono create da una causa trascendente. Ma per la generazione degli animali perfetti non basta una causa universale: si richiede una causa appropriata, la quale è un generante in senso univoco.
4. Le operazioni della natura presuppongono sempre delle cause create: per questo, anche le cose prodotte dalla natura sono chiamate creature.