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Questione 41
Persone e atti nozionali
Continuando l'esposizione, tratteremo delle
Persone in rapporto agli
atti nozionali.
E a questo riguardo si pongono sei quesiti: 1. Se alle
persone debbano attribuirsi atti nozionali; 2. Se questi atti siano necessari
o volontari; 3. Se in forza di tali atti le persone procedano dal nulla
o da qualche cosa; 4. Se si debba porre in Dio una potenza relativa
agli atti nozionali; 5. Che cosa significhi questa potenza;
6. Se gli atti nozionali possano dare origine a più persone.
ARTICOLO
1
Se alle persone debbano attribuirsi atti nozionali
SEMBRA che alle persone non debbano attribuirsi atti nozionali. Infatti:
1. Insegna Boezio che
"tutti i predicamenti, eccetto la relazione,
quando si trasportano in Dio, si immedesimano con la divina sostanza".
Ora l'azione è uno dei dieci predicamenti. Se dunque si attribuisce a Dio,
deve appartenere all'essenza, non alle nozioni.
2. S. Agostino fa osservare che tutto ciò che si attribuisce a Dio,
gli si attribuisce o come sostanza o come relazione. Ora ciò che riguarda
la sostanza è indicato con gli attributi essenziali: quello invece che
riguarda le relazioni vien significato con i nomi delle persone e delle proprietà.
Perciò alle persone non si devono attribuire anche gli atti nozionali.
3. L'azione implica sempre la passione come suo corrispettivo. Ma in Dio
non si possono ammettere le passioni. Dunque in lui non si devono ammettere
degli atti nozionali.
IN CONTRARIO: Dice S. Agostino:
"è proprio del Padre generare il Figlio".
Ma la generazione è un atto. Perciò in Dio si devono ammettere gli atti nozionali.
RISPONDO: Tra le persone divine la distinzione deriva dalle origini.
Ma queste non si possono esprimere convenientemente che mediante alcuni atti.
Quindi per indicare in Dio le relazioni di origine, fu necessario attribuire
alle persone gli atti nozionali.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. L'origine è sempre indicata da un atto.
Ora, a Dio si può attribuire una duplice relazione di origine.
La prima è quella che viene determinata dalla produzione delle creature:
e questa è comune a tutte e tre le persone. Per questo le azioni
che si attribuiscono a Dio per indicare la derivazione delle creature,
appartengono all'essenza. Invece l'altra relazione di origine che
troviamo nella divinità si desume dalla derivazione di una persona
da un'altra. Gli atti o azioni che indicano questi rapporti di origine
si dicono nozionali: perché, come si è detto, le nozioni non sono
che i mutui rapporti delle persone.
2. Gli atti nozionali differiscono dalle relazioni delle persone soltanto
per il diverso modo di significare, ma in realtà sono la stessa cosa.
Tanto è vero che il Maestro delle Sentenze può dire che la
generazione e la nascita "sono chiamate in altri termini paternità e
filiazione". - Per bene intendere queste affermazioni si deve tener
presente che noi cominciamo a conoscere dal moto l'origine di una
cosa da un'altra. Infatti, siccome dal moto una cosa viene tolta
dalla sua disposizione naturale, è chiaro che questo proviene da
qualche causa. Perciò l'azione, secondo il significato originario del
termine, sta a indicare origine del moto: difatti il moto che si riscontra
in un soggetto mosso da un altro si chiama passione; ma l'origine di tale moto,
in quanto parte da un principio e termina nel soggetto che viene mosso,
si chiama azione. Per cui, tolto il moto, l'azione non implica che il
rapporto di origine, cioè il procedere da una causa o principio verso
qualche cosa che deriva da un principio. Donde segue che, non essendovi in Dio
moto di sorta, l'azione propria della persona che produce le persone,
non è altro che il rapporto di principio con le persone che ne derivano.
E questi rapporti non sono altro che le stesse relazioni o nozioni. Ma di
Dio e delle cose puramente intelligibili noi non possiamo parlare se
non alla maniera di quelle sensibili, da cui derivano le nostre cognizioni;
e nelle quali le azioni e le passioni, perché importano moto,
sono altra cosa che le relazioni che da esse sorgono; perciò è stato
necessario significare questi rapporti delle persone separatamente
come atti e come relazioni. E così si vede come (gli atti nozionali e
le relazioni) sono in realtà la stessa cosa, e differiscono soltanto nel
modo di significare.
3. L'azione implica (come correlativo) la passione soltanto in quanto è origine
di un moto; ma in questo senso non ha luogo nelle divine persone. Quindi in
queste non si ammette passività alcuna, altro che nel senso grammaticale,
cioè quanto al modo di esprimersi; del Padre, p. es., usiamo dire che genera
(all'attivo), mentre attribuiamo al Figlio di essere generato (al passivo).
ARTICOLO
2
Se gli atti nozionali siano volontari
SEMBRA che gli atti nozionali siano volontari. Infatti:
1. S. Ilario insegna che
"il Padre generò il Figlio senza esservi
costretto da naturale necessità".
2. Così l'Apostolo:
"ci ha trasportati nel regno del Figlio dell'amor
suo". Ora, l'amore appartiene alla volontà. Perciò il Figlio
fu generato dal Padre volontariamente.
3. Nulla vi è di più volontario dell'amore. Ma lo Spirito Santo procede dal
Padre e dal Figlio come Amore. Dunque procede dalla (loro libera) volontà.
4. Il Figlio procede intellettualmente come Verbo. Ma ogni verbo
procede dalla libera volontà di chi lo dice o esprime. Perciò il Figlio
procede dal Padre per volontà, non per natura.
5. Ciò che non è volontario è necessario. Se dunque il Padre non
generasse il Figlio di sua volontà, si dovrebbe dire che lo genera
per necessità, contro quello che insegna S. Agostino.
IN CONTRARIO: S. Agostino afferma che
"il Padre generò il Figlio né
per sua volontà né per necessità".
RISPONDO: L'affermazione: una cosa è, oppure avviene, voluntate
(volontariamente), si può intendere in due modi. Primo, nel senso che
l'ablativo (voluntate) stia a indicare solo una concomitanza:
così io potrei dire che sono uomo di mia volontà, perché cioè voglio
essere uomo. In tal senso si può affermare che il Padre volontariamente
genera il Figlio, come volontariamente è Dio; perché egli vuole essere Dio
e vuole generare il Figlio. - Secondo, nel senso che l'ablativo stia a
indicare un rapporto di causa: come quando diciamo che l'artefice opera
per volontà sua, perché questa è la causa che lo muove ad agire.
In questo senso si deve dire che il Padre non genera il Figlio volontariamente;
mentre invece volontariamente ha prodotto le creature. Perciò si legge
in S. Ilario: "Se alcuno dirà che il Figlio fu fatto da Dio volontariamente
come una creatura qualsiasi, sia anatema".
Il
motivo di ciò sta nel fatto
che la volontà e la natura nel causare presentano questa differenza,
che la natura è determinata ad un unico effetto; mentre la volontà
non è determinata. E si comprende bene, perché l'effetto corrisponde
esattamente alla forma in forza della quale ogni cosa agisce.
Ora, è chiaro che qualsiasi cosa non ha che una sola forma naturale,
quella cioè che le dà l'esistenza: quindi produce un effetto identico
a se medesima. La forma invece per cui agisce la volontà non è una sola,
ma sono molte, quanti sono cioè gli oggetti dell'intelligenza. Quindi ciò
che deriva come effetto dalla volontà, non ha la stessa natura della causa,
ma ha quella natura che la causa ha inteso di dargli. Concludendo, la
volontà è il principio (o la causa) di quelle cose che potrebbero essere
anche diversamente da come sono; la natura invece è la causa di quelle
che non possono essere altro che come sono.
Ora ripugna che la natura divina possa essere diversamente da come è,
mentre ciò è proprio delle creature: perché Dio è l'essere
intrinsecamente necessario, la creatura invece è stata creata dal nulla.
È per questo che gli Ariani, volendo giungere a provare che
anche il Figlio è una creatura, dicevano che il Padre ha generato
il Figlio volontariamente, dando al termine volontà il significato di causa.
Noi invece dobbiamo dire che il Padre generò il Figlio non per volontà,
ma per natura. Quindi S. Ilario afferma: "La volontà di Dio ha dato l'essere
a tutte le creature, ma la perfetta nascita da una sostanza impassibile
e innascibile ha dato al Figlio la natura. Tutte le altre cose infatti
furono create quali Dio le ha volute; il Figlio invece, nato da Dio,
è tale quale è Dio stesso".
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Il testo (di S. Ilario) è contro coloro
che dalla generazione del Figlio volevano esclusa anche la volontà
concomitante, dicendo che il Padre ha generato il Figlio senza che
egli avesse la volontà di generarlo; come capita a noi uomini di subire
contro voglia tante cose, p. es., la morte, la vecchiaia e altre
miserie del genere. Ciò risulta chiaramente dal contesto. Infatti vi
si legge: "Il Padre non ha generato il Figlio senza volerlo, o come
forzato o spinto da una necessità naturale contro la sua volontà".
2. L'Apostolo chiama Cristo
"Figlio dell'amore del Padre" perché è
immensamente amato dal Padre: non perché l'amore sia il principio
della generazione del Figlio.
3. Anche la volontà, considerata come una natura, vuole alcune cose
naturalmente; la volontà umana, p. es., tende naturalmente alla felicità.
Così pure Dio per natura vuole ed ama se stesso. Ma già abbiamo visto
che circa le altre cose la sua volontà è in qualche modo indifferente
a volerle come a non volerle. Ora, lo Spirito Santo procede come Amore,
in quanto Dio ama se stesso. Quindi procede per natura, quantunque derivi
per una processione di ordine volitivo.
4. Negli stessi principi razionali è necessario risalire ai primi principi
che sono conosciuti (immediatamente) per natura. Ora, Dio per natura
intende se stesso. Quindi la concezione del Verbo divino è naturale.
5. Una cosa si dice necessaria o per un motivo intrinseco, o per
qualche motivo estrinseco. Il motivo estrinseco può intervenire in due maniere.
Primo, come causa efficiente e cogente; e in questo caso necessario
ha il valore di violento. Secondo, come causa finale: si dice, p. es.,
che una cosa è necessaria in ordine al fine, quando senza di essa il fine
o non può essere raggiunto affatto, o (non può essere raggiunto) pienamente.
In nessuno di questi due ultimi modi la generazione divina è necessaria:
perché Dio non è ordinato ad un fine, e neppure può essere sottoposto
a una coercizione. - Necessario invece per un motivo intrinseco è ciò
che non può non essere. E in questo senso è necessaria l'esistenza di Dio.
E allo stesso modo è necessario che il Padre generi il Figlio.
ARTICOLO
3
Se gli atti nozionali producano dal nulla
SEMBRA che gli atti nozionali producano dal nulla. Infatti:
1. Se il Padre genera il Figlio da qualcosa, o lo genera traendolo
da se stesso o da qualche cos'altro. Se lo trae da qualche altra cosa,
siccome gli elementi che servono alla generazione di una cosa rimangono
inclusi in essa, ne segue che nel Figlio ci sarà qualcosa di estraneo al Padre.
E questo è escluso da S. Ilario quando dice che "in essi non vi è nulla
di diverso o di estraneo". Se invece il Padre trae il Figlio da
se medesimo, siccome quello da cui una cosa è tratta, qualora
sia un soggetto che rimane a generazione avvenuta acquista gli stessi
attributi della cosa che viene generata, diciamo, p. es., che l'uomo è bianco,
perché l'uomo dopo di essere diventato bianco, rimane uomo; ne segue o che il
Padre perisce una volta generato il Figlio, oppure che il Padre è il Figlio;
il che è falso. Dunque il Padre non genera il Figlio da qualcosa, ma dal nulla.
2. Ciò da cui una cosa è generata è causa (o principio) della cosa stessa.
Se dunque il Padre genera il Figlio dalla propria essenza
o natura, questa sarà la causa del Figlio. Non ne sarà però la causa
materiale, poiché in Dio non c'è materia. Dunque ne sarà la causa
efficiente, come lo è il generante del generato. E allora ne seguirebbe
che l'essenza dovrebbe generare: cosa questa che fu già rigettata come falsa.
3. S. Agostino dice che le tre
persone non derivano da un'unica essenza, perché
l'essenza non è altra cosa che la persona. Ma la persona del Figlio non è diversa
dall'essenza del Padre. Perciò il Figlio non deriva dall'essenza del Padre.
4. Ogni creatura viene prodotta dal nulla. Ora il Figlio nelle Scritture è detto
creatura. Infatti così parla di se stessa la Sapienza generata: "Io uscii
dalla bocca dell'Altissimo primogenita avanti ad ogni creatura".
E poco dopo aggiunge: "Da principio e prima dei secoli io fui creata".
Dunque il Figlio non è tratto da qualche cosa, ma dal nulla. - E la stessa
difficoltà si potrebbe fare per lo Spirito Santo, poiché sta scritto: "Dice
il Signore che ha steso i cieli e dà i suoi fondamenti alla terra e ha creato
nell'uomo il suo spirito". E altrove: "Io che formo i monti e creo lo
spirito".
IN CONTRARIO: Dice S. Agostino che
"Dio Padre dalla propria natura, senza
principio, ha generato il Figlio uguale a se stesso".
RISPONDO: Il Figlio non è tratto dal nulla, ma dalla sostanza del
Padre. Infatti si è già dimostrato che in Dio c'è una vera e propria
paternità, filiazione e nascita. Ma tra la vera generazione,
in forza della quale uno procede come figlio, e il facimento esiste
questa differenza, che il facitore produce da una materia a lui
esterna; l'artigiano, p. es., produce una panca dal legno; invece
l'uomo (e chiunque genera) produce il figlio da se medesimo. Ora,
come l'artigiano produce i suoi manufatti dalla materia, così Dio,
come si spiegherà in seguito, produce le cose dal nulla: non già
che il nulla passi a far parte della sostanza delle cose, ma nel
senso che Dio produce tutta la sostanza delle cose, senza presupporre
nulla. Se dunque il Figlio procedesse dal Padre come tratto
dal nulla, allora egli starebbe al Padre come sta all'artigiano un
manufatto qualsiasi: il quale evidentemente non si può chiamare
figlio in senso proprio, ma soltanto per una lontana analogia. Ne
viene quindi che se il Figlio di Dio procedesse dal Padre come fatto
dal nulla, non ne sarebbe veramente e propriamente il Figlio. Si
andrebbe allora contro la Scrittura che dice: "affinché siamo nel vero suo Figlio Gesù
Cristo". Perciò il vero Figlio di Dio non
procede dal nulla, e non è fatto, ma è soltanto generrato.
E quando alcuni esseri creati dal nulla sono detti figli di Dio,
abbiamo un'espressione analogica, che deriva da una certa loro
somiglianza col vero Figlio. Perciò, in quanto egli è l'unico vero
e naturale Figlio di Dio, è detto unigenito, come si legge nel santo
Vangelo: "l'unigenito, che è in seno al Padre, ce l'ha fatto conoscere".
È chiamato invece primogenito con un'espressione analogica,
in quanto altri esseri sono detti figli adottivi, per la somiglianza
che hanno con lui, secondo il detto di S. Paolo: "Quelli che egli ha
preconosciuti, li ha predestinati ad essere conformi all'immagine del suo
Figlio, sì da essere lui primogenito tra molti fratelli".
Rimane quindi stabilito che il Figlio di Dio è generato dalla sostanza
del Padre, però ben altrimenti da come è generato un figlio dall'uomo.
Perché nel figlio passa soltanto una parte della sostanza dell'uomo che genera,
mentre la sostanza divina non può essere divisa in parti.
Quindi è necessario che il Padre generando il Figlio gli abbia trasfusa,
non una parte, ma tutta la sua natura, restando, come si è spiegato,
la sola distinzione di origine.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Quando si dice che il Figlio è nato dal Padre,
la preposizione de (da o di) indica il principio consostanziale generante,
non il principio (o la causa) materiale. Infatti, ciò che viene tratto
da una materia preesistente viene prodotto mediante la trasmutazione del soggetto
preesistente da una forma ad un'altra. Ora, l'essenza divina non è soggetta
a mutazioni, e non è suscettibile di altre forme.
2. L'espressione: il Figlio è generato dall'essenza del Padre, starebbe a indicare,
secondo il Maestro delle Sentenze, un rapporto come di causa efficiente;
e spiega: "il Figlio è generato dall'essenza del Padre, cioè dal Padre
essenza";
perché anche S. Agostino osserva: "quando dico dal Padre essenza, è come se
dicessi con più forza, dall'essenza del Padre". - Però tale spiegazione non
sembra che basti a giustificare quella proposizione. Possiamo benissimo
dire infatti che le creature sono da Dio essenza, ma non possiamo
dire che sono dall'essenza di Dio. - Quindi si può spiegare in un
altro modo, cioè che la preposizione de indica sempre consostanzialità.
Ed è per questo che non diciamo che la casa è de (cioè dalla sostanza del)
costruttore perché questi non ne è la causa consostanziale.
Quando invece una cosa si presenta come principio consostanziale
di qualche altro essere, si può sempre dire che quest'ultimo è
di, o da, essa: e ciò vale sia che si tratti di un principio attivo,
diciamo infatti che il figlio è dal padre, sia che si tratti della causa
materiale, p. es., si dice che il coltello è di ferro; sia che si tratti
della causa formale, almeno trattandosi di forme sussistenti e non
distinte dal loro soggetto; difatti possiamo dire di un dato angelo
che è di natura intellettuale. Proprio in quest'ultimo modo diciamo
che il Figlio è generato dall'essenza del Padre; perché l'essenza del Padre,
comunicata al Figlio per generazione, è in questo sussistente.
3. Quando si dice che il Figlio è generato dall'essenza del Padre, (col
termine Padre) si aggiunge qualche cosa che serve a salvare la distinzione.
Ma quando si dice che le tre persone derivano dall'essenza divina
non si aggiunge nulla che possa salvare la distinzione (tra le persone
e l'essenza), indicata dalla preposizione da. Perciò il paragone non regge.
4. Le espressioni che parlano di sapienza creata, si possono riferire non
alla Sapienza che è il Figlio di Dio, ma alla sapienza creata che Dio
comunica alle creature; p. es., in questo passo: "Egli la creò" cioè
la sapienza "nello Spirito Santo e la effuse sopra tutte le sue opere".
E non è impossibile che nello stesso brano la Scrittura parli della Sapienza
generata e di quella creata: perché la sapienza creata è una partecipazione
di quella increata. - Oppure, si può riferire alla natura creata assunta
dal Figlio; così l'espressione: "da principio e prima dei secoli ero stata
creata", avrebbe questo senso: era stata prevista la mia unione con la
creatura. - Oppure, con i due termini creata e generata attribuiti alla
Sapienza ci viene insinuato il modo della generazione divina. Nella
generazione infatti l'essere che vien generato ci mostra la sua perfezione
ricevendo la stessa natura del generante; nella creazione invece abbiamo
l'immutabilità di colui che crea, ma la creatura non riceve la natura del
suo creatore. Perciò il Figlio si dice simultaneamente creato e generato,
per indicare con la creazione l'immutabilità del Padre, e con la generazione
l'unità di natura del Padre e del Figlio. Così S. Ilario ha commentato questo
testo della Scrittura. - Gli altri testi riferiti non parlano dello Spirito Santo,
ma dello spirito creato, che alcune volte indica il vento o l'aria, altre volte
il fiato, e talora anche l'anima o qualsiasi altra sostanza invisibile.
ARTICOLO
4
Se in Dio esista una potenza relativa agli atti nozionali
SEMBRA che in Dio non esista una potenza relativa agli atti nozionali.
Infatti:
1. Ogni potenza o è attiva o è passiva. Ma qui non ci può essere
né l'una né l'altra: infatti, come si è dimostrato, la potenza passiva
in Dio non ci può essere; e quella attiva non può appartenere
ad una persona per rispetto ad un'altra, perché le persone divine
non sono fatte, come già si è visto. Dunque in Dio non c'è una potenza
relativa agli atti nozionali.
2. Si parla di potenza in relazione a un possibile. Ma le persone
divine non sono tra le cose possibili, bensì tra quelle necessarie.
Perciò rispetto agli atti nozionali, che danno origine alle persone,
non si deve parlare di potenza in Dio.
3. Il Figlio procede come Verbo, che è concezione dell'intelletto:
lo Spirito Santo procede come Amore, che appartiene alla volontà.
Ma in Dio la potenza riguarda gli effetti che produce, e non l'intendere
e il volere, come si è detto. Dunque in Dio non si può ammettere una potenza
per gli atti nozionali.
IN CONTRARIO: S. Agostino dice:
"Se Dio Padre non ha potuto generare
un Figlio uguale a sé, dov'è la sua onnipotenza?". Vi è dunque in Dio
una potenza per gli atti nozionali.
RISPONDO: Come si pongono in Dio gli atti nozionali, così si deve
ammettere in lui una potenza che li riguardi, poiché la potenza
non è altro che il principio di un atto. Ora, siccome il Padre è concepito
da noi come principio della generazione, e il Padre e il Figlio come principio
della spirazione, è necessario attribuire al Padre la potenza di generare,
e al Padre e al Figlio quella di spirare. Infatti la potenza di generare
non è altro che ciò per cui il generante genera. Ora, ogni generante genera
in forza di una facoltà adeguata. Quindi in chi genera bisogna ammettere
la potenza di generare, e in chi spira la potenza di spirare.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Dagli atti nozionali nessuna persona divina
procede per via di facimento; perciò anche la potenza relativa ad atti nozionali si
può ammettere in Dio soltanto rispetto a persona procedente, non a persona fatta.
2. Il possibile che è opposto a necessario accompagna la potenza passiva che in Dio
non esiste. Perciò in Dio non vi è nulla di possibile in codesto senso: vi si trova
invece il possibile che è incluso nel necessario. E in questo senso, come diciamo
che è possibile l'esistenza di Dio, così è possibile la generazione del Figlio.
3. Potenza sta a indicare principio. Un principio poi implica distinzione
dalla cosa principiante. Ora, tra le cose che si attribuiscono a Dio vi è una
duplice distinzione: quella reale e quella di sola ragione. Dio si distingue
realmente ed essenzialmente dalle cose di cui egli è principio per creazione;
allo stesso modo una persona si distingue realmente dall'altra di cui essa è
principio per un atto nozionale. L'azione invece in Dio si distingue dall'agente
solo per una distinzione di ragione: altrimenti in Dio l'azione sarebbe
un accidente. Perciò rispetto a quelle azioni che determinano la derivazione
di cose essenzialmente o personalmente distinte da Dio, si può attribuire
a Dio la potenza nel suo vero concetto di principio (o di causa).
Quindi come si pone in Dio la potenza di creare, così possiamo ammettere
la potenza di generare e di spirare. Invece l'intendere e il volere
non sono azioni che indichino derivazione di qualche cosa,
che sia distinta da Dio essenzialmente o personalmente. Perciò rispetto
a questi atti non può sussistere in Dio l'attributo di potenza, a prescindere
dal nostro modo di capire e di esprimerci. Infatti noi esprimiamo anche in Dio
con termini diversi l'intendere e l'intelletto, mentre l'intendere stesso
di Dio si identifica con l'essenza divina, che non ha principio.
ARTICOLO
5
Se la potenza generativa stia a indicare una relazione o l'essenza divina
SEMBRA che la potenza di generare e di spirare stia a indicare una relazione,
e non l'essenza divina. Infatti:
1.
Potenza significa causa o principio, come appare dalla sua
stessa definizione: giacché la potenza attiva, come dice Aristotele,
è il principio dell'operazione. Ora in Dio si trova che il principio
riguardante le persone è nozionale. Perciò in Dio la potenza (di generare)
indica una relazione e non l'essenza.
2. In Dio non c'è differenza tra il poter (agire) e l'agire. Ma la
generazione in Dio sta a indicare la relazione. Dunque anche la
potenza di generare (indica la relazione).
3. Gli attributi divini che indicano l'essenza sono comuni alle tre
persone. Ora la potenza di generare non è comune alle tre
persone,
essendo propria del Padre. Quindi essa non significa l'essenza.
IN CONTRARIO: Dio può generare il Figlio, allo stesso modo che lo vuole.
Ma la volontà di generare sta a indicare l'essenza. Quindi anche la potenza
di generare significa l'essenza.
RISPONDO: Alcuni dissero che la potenza generativa in Dio sta a indicare una
relazione. Ma questo è impossibile. Infatti in qualsiasi agente
si chiama propriamente potenza il principio per cui esso agisce.
Ora, chiunque con la propria azione produce una cosa, la produce simile
a se stesso, determinandola secondo la forma di cui si
serve per agire: l'uomo generato, p. es., è simile al generante nella
natura umana, in virtù della quale il padre ha potuto generare un uomo.
Quindi sarà potenza generativa in un generante quell'elemento in cui
si riscontra la somiglianza del generato con il generante.
Ora, il Figlio di Dio somiglia al Padre generante nella natura divina.
Quindi la natura divina del Padre è in lui potenza generativa.
Per questo S. Ilario dice: "La nascita di Dio non può non ritenere
quella natura dalla quale proviene; giacché ciò che non trae la propria
sostanza da altri che da Dio non può essere altra cosa che Dio".
Perciò col Maestro delle Sentenze bisogna dire che la potenza
generativa designa principalmente la divina essenza; non la sola
relazione. - E designa l'essenza non in quanto essa si identifica con
la relazione, come se le indicasse tutte e due alla pari. Infatti,
sebbene la paternità si presenti come forma del Padre, tuttavia essendone
la proprietà personale, sta alla persona del Padre come la
forma individuale sta a un individuo creato. Ora, nelle creature la
forma individuale costituisce la persona generante, e non il principio
per cui essa genera: altrimenti Socrate genererebbe un altro Socrate.
Perciò la paternità non si può concepire come il principio
per cui il Padre genera, ma solo come costitutivo della persona che
genera: ché altrimenti il Padre genererebbe un altro Padre. Ma
ciò per cui il Padre genera è la natura divina, perché in essa il
Figlio a lui somiglia. Per questo il Damasceno dice che la generazione è "opera della
natura", non che la natura sia il generante, ma è il principio
in forza del quale il generante genera. Perciò la potentia generandi nel caso
diretto sta a indicare la natura divina, e solo nel caso obliquo la relazione.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. La potenza non indica la relazione
stessa di principio, altrimenti sarebbe nella categoria di relazione;
ma indica ciò che forma il principio; non il principio che corrisponde
al soggetto che agisce, ma il principio che è la virtù per cui
l'agente agisce. Ora, l'agente è distinto dalla cosa prodotta, e il
generante dal generato; mentre ciò per cui il generante genera è
comune al generato e al generante; e tanto più è comune quanto
più perfetta è la generazione. E siccome la divina generazione è
perfettissima, ciò per cui il generante genera è talmente comune
al generato e al generante, da essere non solo specificamente,
come avviene nelle creature, ma anche numericamente identico.
Dunque affermando che l'essenza divina è il principio in forza del quale il
generante genera, non ne segue nell'essenza divina una distinzione,
ne seguirebbe invece se si dicesse che l'essenza divina genera.
2. In Dio la potenza generativa si identifica realmente con la generazione,
come realmente si identifica l'essenza divina con la generazione
e con la paternità, non si identifica però concettualmente.
3. Nell'espressione, potenza di generare, con il caso diretto è indicata
la potenza, e con quello in obliquo la generazione; come se si nominasse
l'essenza del Padre. Quindi, se si guarda all'essenza che
è così indicata, la potenza di generare è comune alle tre persone;
se invece si considera la nozione (indirettamente) specificata, allora è
propria della persona del Padre.
ARTICOLO
6
Se gli atti nozionali possano dare origine a più persone
SEMBRA che gli atti nozionali possano dare origine a più persone,
in modo da avere in Dio più persone generate o spirate. Infatti:
1. Chiunque ha la potenza di generare può generare. Ma il Figlio ha questa
potenza. Quindi anch'egli può generare; non se stesso, evidentemente;
quindi un altro Figlio. Perciò in Dio ci possono essere più Figli.
2.
S. Agostino dice: "Il Figlio non ha generato un Creatore. Non già
perché gli mancasse la potenza; ma perché non era conveniente".
3. La potenza generativa di Dio Padre è più grande di quella dell'uomo.
Ma l'uomo può generare molti figli. Dunque anche Dio: tanto più che con
la generazione del Figlio non è diminuita la potenza generativa del Padre.
IN CONTRARIO: In Dio non c'è differenza tra il potere e l'essere.
Se dunque in Dio vi potessero essere più Figli, vi sarebbero di fatto.
E così le persone sarebbero più di tre: ma questa è un'eresia.
RISPONDO: Come dice S. Atanasio, in Dio c'è
"un solo Padre, un solo Figlio,
un solo Spirito Santo". Di questo si possono portare quattro ragioni.
La prima è tratta dalle relazioni, che, sole, distinguono le persone.
Essendo infatti le persone divine le stesse relazioni sussistenti,
non potrebbero esserci in Dio più Padri o più Figli, senza che vi fossero
più paternità o più filiazioni. Ora ciò non potrebbe avvenire se non
per una distinzione di ordine materiale: infatti le forme di un'unica specie
si moltiplicano soltanto perché si uniscono alla materia, ma questa in Dio non c'è.
Perciò in Dio non ci può essere che una sola filiazione sussistente; come non
ci sarebbe che un'unica bianchezza, se questa fosse sussistente. - La seconda
ragione è ricavata dalla natura delle processioni. Dio infatti
intende e vuole tutte le cose con un unico e semplice atto. Perciò
non ci può essere che un'unica persona procedente come verbo, e questa è il
Figlio; ed una sola che procede come amore, ed è lo Spirito Santo. - La terza
ragione si desume dalla maniera del procedere. Poiché le persone, come si è detto,
procedono per processione naturale: e la natura è determinata a un unico
effetto. - La quarta ragione è tratta dalla perfezione delle persone divine.
Infatti il Figlio è perfetto appunto perché in lui si contiene tutta la filiazione
divina, e perché il Figlio è uno solo. Lo stesso si dica delle altre persone.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Si deve senz'altro concedere che il
Figlio ha la stessa potenza che ha il Padre; tuttavia non si può
ammettere che egli abbia la potenza generandi (di generare o di essere
generato), se generandi si prende come gerundio del verbo
attivo, in modo da significare che il Figlio ha la potenza per generare.
Allo stesso modo, l'essere del Padre è identico a quello del Figlio,
e tuttavia non si può dire che il Figlio sia il Padre, per l'aggiunta
del termine personale. Però se generandi si considera come
gerundivo, nel Figlio esiste la potentia generandi, cioè la possibilità
di essere generato. Lo stesso si dica se generandi è preso come gerundivo
impersonale, e allora l'espressione potentia generandi (attribuita al Figlio)
avrebbe il significato di potenza generativa, mediante la quale da parte
di qualche persona si genera.
2. Con quelle parole S. Agostino non vuol dire che il Figlio possa
generare un altro Figlio, ma soltanto che se egli non genera, ciò
non proviene da impotenza, come si dirà in seguito.
3. L'immaterialità e la perfezione di Dio richiedono che in lui non vi possano
essere più Figli come abbiamo spiegato. Perciò non proviene dalla potenza
limitata del Padre nel generare, che non vi siano più Figli.
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