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Questione
40
Le Persone in rapporto alle relazioni o proprietà
Passiamo a trattare delle Persone in rapporto alle relazioni o proprietà.
Si pongono quattro quesiti: 1. Se relazioni e persone siano la
stessa cosa; 2. Se le relazioni distinguano e costituiscano le persone;
3. Se, eliminate mentalmente le relazioni dalle persone, le ipostasi
restino distinte; 4. Se le relazioni concettualmente presuppongano
gli atti delle persone, o viceversa.
ARTICOLO
1
Se in Dio relazioni e persone siano la stessa cosa
SEMBRA che in Dio relazioni e persone non siano la stessa cosa. Infatti:
1. Quando due cose sono identiche, moltiplicata una anche l'altra
viene moltiplicata. Ora invece capita che nella stessa persona divina
vi siano più relazioni; nella persona del Padre, p. es., c'è la
paternità e la spirazione: oppure avviene che un'unica relazione si
trovi in due diverse persone, come la comune spirazione che si trova
nel Padre e nel Figlio. Perciò la relazione non può essere la stessa
cosa che la persona.
2. Al dire del Filosofo, nessuna cosa può essere in se stessa. Ma
le relazioni sono nelle persone. E non si può dire che ciò avvenga
in forza dell'identità: perché allora sarebbero anche nell'essenza.
Dunque le relazioni o proprietà in Dio non sono la stessa cosa che le persone.
3. Trattandosi di cose identiche, ciò che si predica di una, si può
predicare anche dell'altra. Invece non tutto quello che si dice delle
persone, si può dire delle proprietà. Diciamo infatti che il Padre
genera, ma non possiamo affermare che generi la paternità. Perciò le
proprietà non sono la stessa cosa che le persone.
IN CONTRARIO: Come fa osservare Boezio, in Dio non differiscono
il quod est (il soggetto), e il quo est (la forma). Ora il Padre è Padre
in forza della (forma) paternità. Perciò il Padre si identifica con
la paternità. E per lo stesso motivo anche le altre relazioni si identificano
con le persone corrispondenti.
RISPONDO: Su questo argomento vi furono diverse opinioni. Alcuni
dissero che le proprietà non sono le persone e neppure si trovano nelle
persone. Furono a ciò indotti dal modo di significare proprio delle relazioni,
le quali esprimono il loro significato non come qualche
cosa di inerente a un soggetto, ma come qualcosa che si riferisce
a un termine. Per questo stesso motivo come si è visto, le dissero
assistenti (o contigue). - Ora invece le relazioni sono necessariamente
la stessa cosa che le persone: perché le relazioni reali sono la stessa
essenza divina, la quale a sua volta si identifica con le persone,
come abbiamo già spiegato.
Altri badando a questa identità dissero che le proprietà corrispondono
indubbiamente alle persone, però non sono nelle persone:
perché, si è già visto, essi non ammettevano le proprietà in Dio
altro che come nostri modi di esprimere. - Ora invece è necessario
ammettere le proprietà in Dio, come si è già detto. Proprietà che in
astratto si indicano come forme delle persone. Ma le forme si trovano
nel soggetto di cui sono forme; quindi si deve dire che le proprietà
sono nelle persone, e ciò nondimeno sono le persone; allo stesso modo
diciamo che l'essenza divina è in Dio, eppure è Dio medesimo.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Persone e proprietà sono in realtà
la stessa cosa, e differiscono solo concettualmente; quindi non ne
segue che moltiplicando una si moltiplichi anche l'altra. - Si deve
però badare che, data la semplicità divina, c'è in Dio una doppia
identità reale rispetto a quelle cose che nelle creature differiscono
realmente. In quanto la semplicità divina esclude la composizione
di forma e materia, ne segue che in Dio l'astratto è identico al concreto,
p. es., la divinità è Dio. In quanto poi la semplicità divina
esclude la composizione di soggetti e di accidenti, ne segue che qualsiasi
attributo di Dio è la sua essenza; quindi sapienza e potenza in Dio,
sono la stessa cosa, essendo tutte e due nell'essenza divina.
E secondo queste due specie di identificazione, le proprietà di Dio
si identificano con le persone. Infatti le proprietà personali si identificano
con le persone per lo stesso motivo per cui l'astratto si identifica col concreto.
Sono difatti le stesse persone sussistenti: la paternità è il Padre,
la filiazione il Figlio, e la spirazione lo Spirito Santo. Invece le proprietà
non personali si identificano con le persone secondo l'altro modo di
identificazione, in forza del quale tutto quello che si attribuisce a Dio è
la sua stessa essenza. In tal modo la spirazione comune è tutt'uno con la persona
del Padre e con la persona del Figlio; non già, che sia una persona per sé
sussistente, ma perché, si è già spiegato, come una è l'essenza nelle
due persone, così una è la proprietà.
2. Si dice che le proprietà sono nell'essenza perché si identificano
con essa. Invece si dice che sono nelle persone non soltanto perché
si identificano realmente con esse, ma anche per il loro significato
particolare di forme esistenti in un soggetto. E quindi le proprietà
determinano e distinguono le persone, ma non l'essenza.
3. I participi e i verbi nozionali significano gli atti nozionali. Ora,
gli atti appartengono ai suppositi. Le proprietà invece non hanno
il significato di suppositi, ma di forme dei suppositi. E quindi il loro
significato particolare impedisce che i participi e i verbi nozionali
vengano attribuiti alle proprietà.
ARTICOLO
2
Se le persone si distinguano per le relazioni
SEMBRA che le persone non si distinguano per le relazioni. Infatti:
1. Le cose semplici si distinguono per se stesse. Ma le persone divine sono
semplici al massimo. Quindi si distinguono per se stesse, e non per le relazioni.
2. Le forme si distinguono tra loro soltanto secondo il loro genere; così il
bianco non si può distinguere dal nero se non secondo la qualità.
Ora, ipostasi significa un individuo nel genere di sostanza.
Perciò le ipostasi divine non possono distinguersi per le relazioni.
3. L'assoluto è prima del relativo. Ma la distinzione delle divine
persone è prima di ogni altra distinzione. Dunque esse non possono
distinguersi per le relazioni.
4. Ciò che suppone una distinzione, non può essere il primo principio
di distinzione. Ma la relazione suppone una distinzione, essendo
questa inclusa nella sua definizione: difatti l'essenza di ciò che è
relativo "consiste nell'essere riferito ad un'altra cosa". Dunque il
primo principio di distinzione in Dio non può essere la relazione.
IN CONTRARIO: Boezio afferma che
"la sola relazione determina la Trinità"
delle Persone divine.
RISPONDO: Quando più cose formano un'unità, è necessario che vi
sia un elemento che le distingua. Ma le tre persone formano un'unità di essenza,
quindi bisogna trovare qualche cosa per cui esse possano distinguersi
numericamente tra loro. Ora si possono rilevare nelle persone divine
due principi di distinzione, cioè le origini e le relazioni.
Queste poi non differiscono realmente tra loro, ma differiscono per il loro
modo particolare di esprimere: infatti l'origine sta a indicare un atto, p. es.,
la generazione; mentre la relazione sta a indicare una forma, p. es., la paternità.
Per questo alcuni, considerando che le relazioni dipendono dagli atti,
sostennero che in Dio le ipostasi si distinguono per le origini,
sicché dovremmo dire che il Padre si distingue dal Figlio perché
quegli genera e questi è generato. Quindi le relazioni o proprietà
indicherebbero soltanto indirettamente la distinzione delle ipostasi o persone:
come nelle creature le proprietà manifestano la distinzione delle singole cose,
che invece dipende dalla loro causa materiale.
Questo però non si può
ammettere per due motivi. Primo, perché
a far sì che due cose possano apparire distinte è necessario scorgere
la loro distinzione in dipendenza da qualche cosa di intrinseco:
p. es., dalla materia e dalla forma trattandosi di cose create. Ora,
l'origine non significa qualche cosa di intrinseco, ma un passaggio
da una cosa a un'altra: così la generazione si presenta come una via
che parte dal generante e termina nel generato. Quindi non è possibile
che il generato e il generante si distinguano soltanto per la
generazione: ma bisogna scorgere tanto nell'uno come nell'altro
qualcosa di anteriore per cui essi si distinguono tra loro. Ora, nelle
persone divine non troviamo altro che l'essenza e le relazioni, o proprietà.
Ma siccome l'essenza è identica, non possono distinguersi
altro che per le relazioni. - Secondo, perché la distinzione tra le
persone divine non va intesa come una divisione di qualcosa ad
esse comune, infatti l'essenza, che loro è comune, resta indivisa:
ma i principi che le distinguono necessariamente devono anche
costituirle come entità distinte. In tal modo appunto le relazioni
o proprietà distinguono e costituiscono le persone o ipostasi, in
quanto sono le stesse persone sussistenti: così la paternità è il Padre,
e la filiazione è il Figlio, non essendoci in Dio differenza tra
astratto e concreto. Invece ripugna al concetto stesso di origine costituire
l'ipostasi o la persona. L'origine, all'attivo, ha il significato
di atto che procede da una persona sussistente: e quindi presuppone la persona.
L'origine al passivo invece, p. es., la nascita, sta a indicare una persona
sussistente in divenire: e quindi non la costituisce.
Perciò è più giusto dire che le persone o ipostasi, anziché dalle origini,
sono distinte dalle relazioni. Sebbene infatti si distinguano in tutti
e due i modi, tuttavia secondo la nostra maniera di intendere si distinguono
prima di tutto e principalmente per le relazioni. - Quindi il nome Padre
non significa soltanto la proprietà, ma anche l'ipostasi: invece il termine
Genitore o Generante esprime soltanto la proprietà. Padre infatti significa
la relazione che distingue e costituisce l'ipostasi: mentre Generante o Generato,
significano l'origine che non distingue e non costituisce l'ipostasi.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Le persone sono le stesse relazioni sussistenti. Perciò
non ripugna alla semplicità delle persone divine l'essere distinte dalle relazioni.
2. Le persone divine non si distinguono tra loro nell'essere sostanziale,
né in qualche altro attributo assoluto: ma solo per il rapporto reciproco.
Quindi per distinguerle basta la relazione.
3. Quanto più una distinzione è elementare, tanto più è vicina all'unità.
Quindi deve essere la più piccola. Perciò la distinzione delle persone divine non
può essere se non per quello che distingue in grado minimo, cioè per le relazioni.
4. La relazione, quando è un accidente, presuppone, è vero, la distinzione
dei soggetti: quando però è un sussistente non presuppone ma implica essa stessa
tale distinzione. Giacché quando si dice che l'essenza del relativo consiste
nel riferirsi ad altro, altro designa il correlativo; e questo non è ad esso
anteriore, ma simultaneo per natura.
ARTICOLO
3
Se facendo astrazione dalle relazioni le persone si possano ancora
concepire come ipostasi
SEMBRA che facendo astrazione dalle relazioni le persone si possano
ancora concepire come ipostasi. Infatti:
1. L'idea inclusa in un'altra idea che le aggiunge (una differenza specifica),
si può concepire anche eliminando questa aggiunta: uomo, p. es.,
aggiunge una differenza a animale, e si può concepire l'animale
anche se si elimina razionale. Ora la persona è un'aggiunta fatta
al concetto di ipostasi: giacché essa è "una ipostasi distinta
da una proprietà che esprime dignità". Perciò, togliendo dalla persona
questa proprietà personale, resta tuttavia l'ipostasi.
2. Ciò che dà al Padre di essere Padre è diverso da quello che gli dà
di essere qualcuno. Infatti egli è il Padre in forza della paternità;
e, se questa gli desse anche di essere qualcuno, il Figlio che non
ha la paternità non sarebbe qualcuno. Perciò, tolta mentalmente dal Padre
la paternità, egli rimane ancora qualcuno; cioè rimane l'ipostasi. Quindi,
pur eliminando le proprietà delle persone, rimangono tuttavia le ipostasi.
3. S. Agostino insegna:
"Dire ingenito non è lo stesso che dire Padre:
perché anche se egli non avesse generato il Figlio, nulla vieterebbe
di dirlo ancora ingenito". Ma se non avesse generato il Figlio non avrebbe
la paternità. Perciò, anche se togliamo questa, rimane tuttavia l'ipostasi
del Padre come non generata.
IN CONTRARIO: S. Ilario afferma:
"Il Figlio non ha in proprio altra cosa
che l'essere nato". Ma è Figlio in forza della nascita.
Perciò, tolta la filiazione, non rimane l'ipostasi del Figlio.
Lo stesso si dica delle altre persone.
RISPONDO: Esiste una duplice astrazione (o separazione) mentale.
Una è quella con cui si astrae l'universale dal particolare, p. es.,
animale da uomo. L'altra è quella con cui si astrae la forma dalla
materia; così, p. es., si astrae la figura del circolo dalla materia sensibile.
Tra queste due astrazioni c'è però questa differenza, che nella prima,
in cui si astrae l'universale dal particolare, non rimane (nella mente)
quello da cui fu astratto l'universale; tolta infatti dall'uomo
la razionalità, non resta più nella mente il concetto di uomo,
ma soltanto quello di animale. Invece nell'astrazione (formale) che separa
la forma dalla materia, l'una e l'altra rimangono (separatamente)
nell'intelletto: astraendo infatti la forma del circolo dal bronzo, restano
nell'intelletto nostro separatamente il concetto di circolo e quello di bronzo.
Ora, in Dio non c'è realmente né universale né particolare, né forma
né soggetto; tuttavia, se si bada al nostro modo di esprimere
la realtà divina, ci si trova qualcosa di simile; e in questo senso
il Damasceno afferma che "la sostanza è universale, e l'ipostasi è
particolare". Se dunque parliamo dell'astrazione (totale), con cui
si astrae l'universale dal particolare, tolte le proprietà (o relazioni),
resta l'essenza comune (alle tre persone divine), non l'ipostasi del
Padre, che figura come particolare. Se invece parliamo dell'astrazione (formale)
che astrae la forma dalla materia, allora togliendo le proprietà non personali,
rimane il concetto delle ipostasi e delle persone: togliendo, p. es.,
dal Padre l'idea di non generato e di spiratore, rimane il concetto di ipostasi
o di persona del Padre. Ma, se mentalmente eliminiamo le proprietà personali,
non si salva il concetto di ipostasi. Infatti le proprietà personali non sono
da concepirsi come qualche cosa di sopraggiunto alle ipostasi, alla maniera
di una forma che si produce su di un soggetto preesistente: ma
implicano esse stesse il proprio soggetto (o ipostasi), in quanto sono
tutt'uno con le persone sussistenti: p. es., la paternità è il Padre.
Del resto le ipostasi stanno a indicare qualcosa di distinto in Dio,
perché l'ipostasi è una sostanza individua. Ora, siccome proprio
la relazione costituisce e distingue le ipostasi, come si è detto, ne segue
che tolte mentalmente le proprietà personali, non rimangono più le ipostasi.
Però, come si è visto, alcuni pensano che le ipostasi in Dio non
vengano distinte dalle relazioni, ma solo dalle origini; sicché il Padre
sarebbe un'ipostasi per il fatto che non è da altri, e il Figlio perché è
da altri per generazione. Le relazioni poi, che verrebbero ad aggiungersi
come proprietà apportatrici di dignità, costituirebbero la ragione di persona:
appunto per questo sarebbero chiamate personalità. Quindi tolte mentalmente
queste relazioni, resterehbero le ipostasi, non le persone.
Ma questo non può essere, per due motivi. Primo, perché, come si è spiegato,
sono le relazioni che distinguono e costituiscono le ipostasi. - Secondo,
perché ogni ipostasi di natura razionale è persona, come si vede dalla
definizione che Boezio dà della persona: "una sostanza individua di natura
razionale". Quindi perché si possa dare un'ipostasi che non sia persona bisognerebbe
togliere la razionalità dalla natura, non già la proprietà dalla persona.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Persona non aggiunge a ipostasi
una proprietà che senz'altro distingue, ma che "distingue esprimendo
dignità":
giacché tutta l'espressione non indica che un'unica differenza.
Ora la proprietà che distingue riveste dignità, in quanto sta a designare
un sussistente di natura razionale. Perciò, togliendo dalla persona
la proprietà atta a distinguere, non rimane neppure l'ipostasi; questa invece
rimane se si toglie la razionalità dalla natura. Difatti tanto la persona
che l'ipostasi indicano sostanza individua: perciò trattandosi di Dio
rientra nel concetto dell'una e dell'altra la relazione distintiva.
2. Il Padre in forza della paternità non solo è Padre, ma è anche
persona, ed è qualcuno ossia ipostasi. Non ne segue tuttavia che il
Figlio non sia qualcuno ossia un'ipostasi, come non segue che non sia persona.
3. S. Agostino non intende dire che tolta la paternità rimanga l'ipostasi
del Padre come non generata, quasi che l'innascibilità costituisca
e distingua l'ipostasi del Padre: infatti questo non puo essere,
perché, come egli stesso fa osservare, ingenito non afferma nulla, nega soltanto.
La sua è un'espressione generica, che vuol notare come non ogni ingenito
sia necessariamente Padre. Eliminata dunque la paternità non rimane in Dio
l'ipostasi del Padre come distinta dalle altre persone; ma solo come distinta
dalle creature nel senso inteso dai Giudei.
ARTICOLO
4
Se gli atti nozionali siano presupposti alle proprietà
SEMBRA che gli atti nozionali siano presupposti alle proprietà (personali).
Infatti:
1. Il Maestro delle Sentenze dice che
"il Padre è sempre Padre,
perché sempre genera il Figlio". Perciò sembra che la paternità
concettualmente presupponga la generazione.
2. Ogni relazione presuppone quello su cui si fonda; l'uguaglianza, p. es.,
presuppone la quantità. Ora, la paternità è una relazione fondata sopra l'atto
della generazione. Quindi la paternità presuppone la generazione.
3. La nascita sta alla filazione come la generazione attiva sta alla paternità.
Ma la filiazione presuppone la nascita: giacché il Figlio è Figlio in quanto è nato.
Perciò anche la paternità presuppone la generazione.
IN CONTRARIO: La generazione è un'operazione della persona del Padre.
Ma la paternità costituisce la persona del Padre. Perciò la paternità
concettualmente è prima della generazione.
RISPONDO: Secondo l'opinione di coloro i quali sostengono che le proprietà
non distinguono e non costituiscono le ipostasi, ma che servono soltanto
a manifestarle distinte e costituite, si dovrebbe senz'altro dire che le relazioni,
stando al nostro modo di intendere, presuppongono gli atti nozionali;
sarebbe così giustificata questa espressione: è Padre perché genera.
Ma partendo dal presupposto che in Dio le relazioni differenziano e costituiscono
le ipostasi, allora bisogna distinguere. Perché nella Trinità l'origine può essere
indicata all'attivo o al passivo: all'attivo, p. es., è indicata la generazione
attribuita al Padre e la spirazione, che, presa come atto nozionale, viene attribuita
al Padre e al Figlio; e al passivo (viene indicata) la nascita attribuita al Figlio
e la processione dello Spirito Santo. Ciò posto, le origini indicate al passivo,
senz'altro precedono concettualmente le proprietà anche personali delle persone
procedenti: perché origine al passivo sta a indicare il processo per giungere
alla persona costituita dalla proprietà. - Così pure l'origine all'attivo è
concettualmente anteriore alla relazione non personale della persona
originante: l'atto nozionale di spirazione, p. es., è concettualmente anteriore
alla corrispondente proprietà relativa senza nome, comune al Padre e al
Figlio. - La proprietà personale del Padre si può invece considerare
in due modi. Primo, come relazione: e presa così presuppone ancora una volta
l'atto nozionale; perché la relazione, in quanto relazione, si fonda sull'atto.
Secondo, si può considerare come costitutiva della persona: e allora è necessario
che l'atto nozionale presupponga la relazione, come l'azione presuppone
la persona che la compie.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Nell'espressione del Maestro delle Sentenze
"è Padre perché genera", il termine Padre è usato soltanto in quanto dice
relazione: non in quanto significa la persona sussistente. In questo caso
bisognerebbe dire il contrario, che cioè genera perché è Padre.
2. L'obiezione ha valore se si considera la paternità solo come relazione:
e non come costitutiva della persona.
3. La nascita sta a indicare il processo per giungere alla persona del Figlio:
perciò concettualmente essa precede la filiazione, anche se prendiamo
quest'ultima come costitutivo della persona del Figlio.
Invece la generazione attiva sta a indicare il processo che deriva dalla persona del Padre: perciò presuppone la proprietà personale del Padre.
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