|
Questione
39
Persone ed essenza
Dopo quanto si è detto delle Persone divine prese da sole, resta da
trattare delle Persone in rapporto all'essenza, alle proprietà e agli
atti nozionali; e dei rapporti che intercorrono tra di loro.
Per quanto riguarda la prima questione si pongono otto quesiti:
1. Se in Dio essenza e persona siano la stessa cosa; 2. Se si possa
dire che le tre Persone sono di una medesima essenza; 3. Se i nomi
essenziali si debbano predicare delle Persone al plurale o al singolare;
4. Se gli aggettivi, i verbi o i participi nozionali, si possano
predicare dei nomi essenziali presi in concreto; 5. Se essi si possano
predicare dei nomi essenziali presi in astratto; 6. Se i nomi delle
Persone si possano predicare dei nomi essenziali concreti; 7. Se gli
attributi essenziali siano da appropriarsi alle Persone; 8. Quali
attributi siano da appropriarsi a ciascuna Persona.
ARTICOLO
1
Se in Dio essenza
e persona siano la stessa cosa
SEMBRA che in Dio essenza e persona non siano la stessa cosa. Infatti:
1. In tutte le cose in cui l'essenza si identifica con la persona o
supposito, non vi può essere che un unico soggetto per ogni natura,
come è evidente in tutte le sostanze separate. Infatti se abbiamo
cose che nella realtà sono identiche fra di loro, non se ne può moltiplicare
una senza che si moltiplichi anche l'altra. Ora, in Dio, come
risulta da quanto si è detto sopra, vi è un'unica essenza e tre Persone.
Dunque l'essenza non si identifica con la persona.
2. In uno stesso soggetto l'affermazione e la negazione non possono
essere simultaneamente vere. Ora, in Dio quanto all'essenza
e alle persone l'affermazione e la negazione sono simultaneamente vere:
infatti le persone sono distinte, invece l'essenza non è distinta.
Dunque persona ed essenza non si identificano.
3. Niente sottostà a se stesso. Ma la persona sta sotto all'essenza,
tant'è vero che si chiama supposito, o ipostasi. Perciò persona ed
essenza non si identificano.
IN CONTRARIO: S. Agostino afferma:
"Quando noi parliamo della persona
del Padre, non parliamo di altro che della sostanza (o natura) del Padre".
RISPONDO: Per chi considera la semplicità divina la soluzione del
quesito è evidente. Infatti come si è dimostrato sopra, la semplicità
divina richiede che in Dio la natura sia identica al supposito; il
quale nelle sostanze spirituali non è altro che la persona.
Ma allora sorge una difficoltà: come è possibile che le persone
si moltiplichino, mentre l'essenza conserva la sua unità? Siccome,
secondo Boezio, "la sola relazione dà origine alla trinità delle Persone",
alcuni ammisero che in Dio l'essenza e le persone differiscono
tra loro come le relazioni che dicevano essere assistenti, perché in esse
consideravano solo il loro rapporto al termine e non la loro realtà.
Però, come si è dimostrato sopra, mentre nelle creature le relazioni
sono accidenti, in Dio sono la sua stessa essenza. Quindi in
Dio l'essenza non differisce in realtà dalla persona; e tuttavia le
persone realmente differiscono tra loro. Infatti, come si è detto,
persona, significa appunto la relazione come un sussistente di natura
divina. Ora, la relazione in rapporto all'essenza non differisce realmente
ma solo concettualmente; invece in rapporto alla relazione opposta,
in forza dell'opposizione, si distingue realmente. E così si ha un'essenza
e tre Persone.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Nelle creature non ci può essere distinzione
di soggetti per semplici relazioni, non essendo queste sussistenti;
ma essa deve provenire dai principi stessi dell'essenza. In Dio invece
le relazioni sono sussistenti: perciò possono, in quanto opposte tra loro,
distinguere le persone. Tuttavia non distinguono l'essenza: perché
anche le relazioni, in quanto realmente si identificano con l'essenza,
non si distinguono tra loro.
2. In Dio si può affermare dell'essenza quanto si nega della persona,
perché esse in lui sono cose concettualmente distinte; quindi
vale per l'una quello che non vale per l'altra.
3. Come abbiamo detto, parlando di Dio usiamo dei nomi tratti
dalle cose create. Ora l'essenza delle cose create viene individuata
mediante la materia che sta sotto la natura specifica, perciò i singoli
esseri concreti si dicono soggetti, o suppositi, o ipostasi. Per tal
motivo anche le persone divine si dicono suppositi e ipostasi, e non
perché in esse vi sia qualche cosa che sta sotto un'altra.
ARTICOLO
2
Se si possa dire che le tre Persone sono di un'unica essenza
SEMBRA che non si possa dire che le tre Persone sono di un'unica essenza.
Infatti:
1. S. Ilario asserisce che il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo
"sono
tre per la loro sostanza, ma per la loro armonia sono una cosa sola".
Ma la sostanza di Dio è la sua essenza. Perciò le tre Persone non
sono di un'unica essenza.
2. Secondo Dionigi parlando di Dio non si deve asserire se non
quanto si trova detto esplicitamente nella sacra Scrittura. Ma in
questa non si trova mai detto che il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo
siano di un'unica essenza. Perciò non si deve dire.
3. In Dio essenza e natura sono la stessa cosa. Quindi basterebbe
dire che le tre Persone sono di un'unica natura.
4. Non si suol dire che la persona è dell'essenza, ma piuttosto che
l'essenza è della persona. Perciò non è neppure conveniente dire che
le tre Persone sono di un'unica essenza.
5. Secondo S. Agostino usiamo dire non che le tre Persone sono, da (ex)
un'unica essenza, affinché non si pensi che in Dio altra cosa
sia l'essenza ed altra la persona. Ma come le preposizioni indicano
relazione (e quindi distinzione), così anche i casi obliqui. Dunque
per lo stesso motivo non si può dire che le tre Persone sono unius
essentiae (di un'unica essenza).
6. Parlando di Dio non si deve dire ciò che può essere occasione di errore.
Ma quando si afferma che le tre Persone sono di una sola
essenza o sostanza, si dà occasione di errare. Poiché, come fa osservare
S. Ilario, "affermando che la sostanza del Padre e del Figlio è una,
si viene a dire o che c'è un solo sussistente con due nomi distinti,
o che quell'unica sostanza fu divisa e con essa ne furono formate due imperfette,
o che vi fu una sostanza primordiale, che da due fu fatta propria ed assunta".
Dunque non si può dire che le tre Persone sono di un'unica sostanza.
IN CONTRARIO: Secondo S. Agostino il
termine ομοουσιος, che
fu stabilito nel Concilio Niceno contro gli Ariani, significa appunto che
le tre Persone sono di una sola essenza.
RISPONDO: L'intelletto nostro, come è stato detto in precedenza, denomina
le cose divine non secondo la loro vera realtà, perché come sono realmente
non le può conoscere, ma, nel modo che le conosce, attraverso le creature.
Ora, nelle creature sensibili, da cui l'intelletto umano trae le sue cognizioni,
la natura di una data specie è individuata dalla materia; perciò la natura
si presenta come forma, e l'individuo come supposito. Per questo anche parlando delle
cose divine, se si considera il nostro modo di esprimerci, l'essenza si
presenta come forma delle tre Persone. E, parlando di creature, diciamo
che una forma qualsiasi è del soggetto di cui è forma; p. es., salute
o bellezza di un dato uomo. Non diciamo invece, che il soggetto cui
appartiene la forma sia di quella forma, senza l'aggiunta di qualche
aggettivo qualificativo della forma stessa; così, p. es., diciamo: questa
donna è di una bellezza singolare; quest'uomo è di una virtù consumata.
Così, anche nel parlare di Dio, per il fatto che abbiamo più
persone e una sola essenza, analogamente diciamo: una è l'essenza
delle tre Persone (trium Personarum), oppure: le tre Persone sono
di un'unica essenza (unius essentiae), per indicare, mediante il genitivo,
che quei termini fungono da forme.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. In quel testo (di S. Ilario) sostanza
sta per ipostasi, e non per essenza.
2. Sebbene nella Scrittura non si trovi esplicita l'affermazione che
le tre Persone sono di un'unica essenza, vi si trova tuttavia quanto
al senso; p. es., nei brani seguenti: "Io e il Padre siamo una cosa sola",
"Io sono nel Padre e il Padre è in me". E così in molti altri testi.
3. Natura indica piuttosto principio di operazione, essenza invece
deriva da essere; perciò si possono dire di un'unica natura tutte
quelle cose che convengono nella medesima operazione; p. es., di
tutte le cose che riscaldano (si può dire che sono della stessa natura).
Invece non si possono dire di un'unica essenza se non quelle
che hanno un unico essere. Perciò si esprime meglio l'unità divina
dicendo che le tre Persone sono di un'unica essenza che col dire
che sono di un'unica natura.
4. L'uso vuole che quando una forma (p. es., virtù) non ha aggettivi
per essere riferita al soggetto di cui è forma, sia accompagnata
da questo in qualità di complemento di specificazione, p. es., la virtù
di Pietro. Invece il soggetto non si può riferire alla forma che gli
appartiene, costruendo questa come complemento di specificazione,
se non quando si vuol determinare in qualche modo (con un aggettivo) la
forma stessa. Allora (in latino) si richiedono due genitivi dei quali
uno (sostantivo) indica la forma, e l'altro (aggettivo) la sua determinazione;
p. es., Petrus est magnae virtutis (Pietro è di grande virtù).
Oppure si richiede un genitivo che vale per due: nella frase, p. es.,
vir sanguinum iste est (costui è un uomo sanguinario) sanguinum sta
per multi sanguinis (di molto sangue). Ora, poiché l'essenza divina
funge da forma rispetto alle persone, è giusto parlare di essenza
delle persone. Ma non sarebbe giusto il contrario, a meno che non si
voglia determinare la voce essenza con un aggettivo; se, p. es., si dicesse
che il Padre è una persona dell'essenza divina, oppure che le tre Persone
sono di un'unica essenza.
5. (In latino) le preposizioni ex o de non indicano un rapporto di causa
formale, ma piuttosto di causa efficiente o materiale. Cause queste
che sono sempre distinte da ciò di cui sono causa: giacché nessuna cosa è
causa materiale o efficiente di se stessa. Alcuni esseri invece sono la
loro stessa forma, come è evidente per tutti gli esseri spirituali.
Perciò quando diciamo: tre Persone di un'unica essenza,
dando all'essenza il significato di forma, non si stabilisce una distinzione
tra l'essenza e la persona; come invece accadrebbe se si dicesse: tre Persone
da (ex) un'unica essenza.
6. Come dice lo stesso S. Ilario:
"Si reca grave pregiudizio alle
cose sante se si rigettano solo perché altri non le ha riconosciute per
tali. Se qualcuno fraintende il
termine ομοουσιος,
a me che importa, se io lo intendo rettamente?". - "Diciamo dunque essere
una la sostanza per la proprietà della natura generata, non già a motivo di
divisione, di unione, o di partecipazione".
ARTICOLO
3
Se i nomi essenziali si predichino al singolare delle tre Persone
SEMBRA che i nomi essenziali, come, p. es., Dio, non si predichino al
singolare delle tre Persone, ma al plurale. Infatti:
1. Come uomo significa avente umanità, così Dio significa avente divinità.
Ma le tre Persone sono tre aventi divinità. Quindi si deve dire che le tre Persone
sono tre dei.
2. Nella Genesi ove si legge:
"In principio Dio creò il cielo e la terra",
il testo originale ebraico ha Elohim, che significa dei o giudici.
E si dice così per la pluralità delle Persone. Dunque le tre Persone
sono più dei e non un solo Dio.
3. Il termine cosa usato da solo indica la sostanza. Ora cosa si mette
al plurale parlando delle tre Persone; infatti S. Agostino dice: "Le cose di cui
si deve godere sono il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo". Dunque anche gli
altri nomi essenziali si possono attribuire in plurale alle tre Persone.
4. Dio significa un soggetto che ha natura divina, tale e quale come
persona significa (in modo più generico) un sussistente di qualsiasi natura
intellettuale. Ora, si usa dire tre Persone, quindi, per lo stesso motivo,
possiamo dire tre dei.
IN CONTRARIO: Sta scritto:
"Ascolta, Israele: il Signore Dio tuo è un solo
Dio".
RISPONDO: Fra i termini essenziali alcuni indicano l'essenza come sostantivi
e altri la indicano come aggettivi. I sostantivi si predicano delle tre Persone
soltanto al singolare, e non al plurale; gli aggettivi invece si predicano di esse
al plurale. - E questo perché i sostantivi indicano le cose come sostanze,
gli aggettivi invece le esprimono come accidenti inerenti a un soggetto.
Ora la sostanza, come di per sé ha l'essere, così di per se sola è singolare
o plurale. Quindi l'unità o la pluralità del sostantivo si desume dal concetto
stesso espresso nel nome. Gli accidenti invece, come assumono l'essere del
soggetto (cui appartengono), così da esso ricevono la loro singolarità o pluralità:
per questo la singolarità o la pluralità degli aggettivi dipende dal soggetto.
Orbene, nelle creature non ci può essere una forma che sia unica
per più suppositi, a meno che non si tratti di unità di aggregazione,
p. es., della forma di una moltitudine organizzata. Perciò i nomi che
esprimono tale forma, se sono sostantivi, si predicano al singolare
di più soggetti: non così se sono aggettivi. Quindi diciamo che molti
uomini sono un collegio, o un esercito, o un popolo: diremo invece
che molti uomini sono collegati. Ora, quando parliamo di Dio, si
è già osservato che l'essenza divina viene denominata come fosse
una forma. Forma semplice e massimamente una, come pure si è
dimostrato. Quindi i sostantivi che indicano l'essenza divina, si
attribuiscono alle tre Persone al singolare e non al plurale. La ragione
per cui diciamo che Socrate, Platone e Cicerone sono tre uomini,
mentre non diciamo che il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo, sono tre dei,
ma un Dio solo, è questa: che in quei tre suppositi della natura umana vi sono
tre nature umane; nelle tre Persone divine invece vi è un'unica natura divina.
Ma i termini essenziali che sono aggettivi si predicano al plurale
delle tre (Persone), data la pluralità dei suppositi. Quindi diciamo
tre esistenti, o tre sapienti, tre eterni, increati o immensi, se questi
termini si prendono come aggettivi. Ma se si prendono come sostantivi,
allora affermiamo "un unico increato, immenso ed eterno", come è detto
nel simbolo atanasiano.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Quantunque Dio e avente divinità significhino
la stessa cosa, è però diverso il loro modo di esprimerla: giacché Dio è
un sostantivo; invece avente divinità è un (participio che fa da) aggettivo.
Quindi sebbene vi siano tre aventi divinità, non ne segue che vi siano tre dei.
2. Le varie lingue hanno un diverso modo di esprimersi. Perciò, come i Greci
per la pluralità dei soggetti dicono tre ipostasi (o substantiae), così in ebraico
si dice Elohim al plurale. Noi invece non si usa dire al plurale né dei né
sostanze affinché il plurale non ricada sulla (divina) natura.
3. Cosa è uno dei trascendentali. Perciò quando indica le relazioni
divine si usa al plurale: quando invece sta a indicare la sostanza
divina si costruisce al singolare. Ed è per questo che S. Agostino
nel passo riferito aggiunge che "la stessa Trinità è una cosa somma".
4. La forma indicata dal termine persona non è l'essenza o la natura,
ma la personalità. Quindi essendo tre le personalità, ossia le proprietà
personali, nel Padre, nel Figlio e nello Spirito Santo, si predica
dei tre al plurale e non al singolare.
ARTICOLO
4
Se i nomi essenziali concreti possano designare le persone
SEMBRA che i nomi essenziali concreti non possano designare le persone,
così da giustificare questa proposizione: Dio generò Dio. Infatti:
1. Come la logica insegna per i sostantivi singolari è identico il
significato e il supposito che designano. Ora Dio è un nome singolare,
infatti, come si è detto, non si può usare al plurale. E siccome
significa l'essenza, evidentemente designa l'essenza e non la persona.
2. Il predicato non restringe il soggetto mediante il proprio significato,
ma solo mediante la propria forma verbale. Ora, nell'espressione, Dio crea,
Dio sta per essenza (divina). Perciò anche nell'espressione Dio ha generato,
il termine Dio, non può, a motivo del predicato nozionale (ha generato)
designare la persona.
3. Se la proposizione Dio genera, è vera perché il Padre genera;
per l'identico motivo è vera anche quest'altra, Dio non genera, perché
il Figlio non genera. E allora ci sarebbero due dei, il Dio che genera
e quello che non genera.
4. Se è vero che Dio genera Dio, o genera il Dio che è lui stesso
o genera un altro Dio. Non genera se stesso: perché, come dice
S. Agostino, "nessuna cosa genera se stessa". Neppure genera un altro Dio:
perché non c'è che un Dio solo. Dunque è falso dire che Dio genera Dio.
5. Se (è vero che) Dio genera Dio, o genera quel Dio che è Dio Padre,
o un Dio che non è Dio Padre. Se genera quel Dio che è Dio Padre,
allora Dio Padre è generato. Se genera un Dio che non è Dio Padre,
allora vi sarà un Dio che non è Dio Padre: il che è falso.
Perciò non si può dire: Dio genera Dio.
IN CONTRARIO: Nel Simbolo Niceno si afferma:
"Dio da Dio".
RISPONDO: Alcuni ritengono che le voci Dio, e altre simili, di suo
stanno a designare l'essenza: ma se ricevono l'aggiunta di una nozione
possono anche designare le persone. Pare che questa opinione
sia nata dall'aver considerato soltanto la semplicità divina, la quale
richiede che in Dio sia la stessa cosa il soggetto e le qualità da lui
possedute: tanto è vero che il soggetto della divinità, indicato dal
nome Dio, è la stessa cosa che la divinità.
Ma per cogliere la proprietà delle espressioni bisogna considerare
non solo ciò che esse significano, ma anche il loro modo di significarlo.
Ora, il termine Dio significa l'essenza come posseduta da un soggetto,
allo stesso modo che uomo significa umanità posta in un soggetto;
perciò, altri più giustamente ritengono che il termine Dio, appunto per
il modo concreto di esprimere, serve propriamente a designare la persona,
come il termine uomo.
Concludendo, il nome Dio alcune volte sta per l'essenza,
come nell'espressione Dio crea: perché allora il soggetto può ricevere tale
predicato in forza del proprio significato specifico, che è la divinità.
Altre volte invece designa le persone: o ne designa una sola, p. es.,
nell'espressione Dio genera; o due, come quando si dice che Dio spira;
o tutte e tre, come in quel passo della Scrittura: "Al Re dei secoli,
immortale, invisibile, unico Dio (onore e gloria)".
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Sebbene il termine Dio significhi
come tutti i singolari un'unica forma, tuttavia somiglia ai nomi comuni
in quanto la forma da esso significata si trova in più soggetti.
Perciò non è necessario che stia sempre a designare l'essenza.
2. Quella difficoltà ha valore soltanto contro chi ritiene che il
nome Dio non possa di suo indicare la persona.
3. Nel designare la persona, i due termini Dio e uomo si comportano
in modo diverso. Infatti (la forma o) il concetto di umanità
espresso dal termine uomo è realmente multiplo nei suoi diversi suppositi,
quindi (uomo) di per sé sta in luogo di persona; anche senza
altre determinazioni che servano a designare la persona, cioè il
suo supposito distinto. Ora, l'unità o l'universalità della natura
umana non esiste nella realtà delle cose, ma solo nel pensiero: perciò
il termine uomo non designa la natura umana in generale, a
meno che non risulti da qualche aggiunta, come nell'espressione: l'uomo è
una specie. - Invece la divinità, che è la forma significata
del termine Dio, è insieme unica e comune nella realtà. Quindi questo
termine di suo designa esclusivamente la natura in generale:
ma il contesto può far sì che esso stia a indicare le persone.
Perciò nell'espressione, Dio genera, in forza dell'atto nozionale (generare),
il termine Dio sta per la persona del Padre. Invece nell'espressione Dio non genera,
nulla si aggiunge che determini il nome della persona del Figlio: quindi
la frase si può intendere nel senso che la generazione ripugna alla natura divina.
Ma se si aggiunge qualche cosa che sia proprio della persona del Figlio,
l'affermazione può esser vera; p. es., in questa frase: il Dio generato non genera.
Conseguentemente non si può neppur dire che vi sia un Dio che genera e un Dio
che non genera, a meno che non si aggiunga qualcosa che sia proprio
delle due persone; come se, p. es., si dicesse: il Padre è il Dio che genera,
e il Figlio è il Dio che non genera. Da ciò non segue che vi siano più dei:
perché, come si è detto, il Padre e il Figlio sono un solo Dio.
4. La proposizione, il Padre genera sé (stesso) Dio, è falsa perché il pronome sé,
come riflessivo, fa ricadere l'azione sul soggetto medesimo.
Né può valere contro di ciò quel passo di S. Agostino: "Dio Padre genera
un altro se stesso (alterum se)". Perché quel se o è un ablativo, e allora
significa: genera un altro (distinto) da sé. O esprime un semplice complemento
oggetto, e allora sta a indicare l'identità di natura (tra Padre e Figlio): perciò è
locuzione impropria ed enfatica per dire che genera un altro somigliantissimo
a sé. - Ed anche quest'altra proposizione è falsa: genera un altro Dio.
Perché, sebbene il Figlio sia un altro rispetto al Padre, come si è già spiegato,
non si può tuttavia dire che sia un altro Dio; perché
si lascerebbe capire che l'aggettivo altro va riferito al sostantivo Dio;
e allora si indicherebbe una diversità nella natura divina. - Alcuni
però ammettono la proposizione genera un altro Dio, ma
danno ad altro valore di sostantivo, mentre di Dio ne fanno una
semplice apposizione. Però questo è un modo di parlare improprio
e si deve evitare, perché può essere occasione di errore.
5. La frase, Dio genera un Dio che è Dio Padre, è falsa: perché Padre,
formando un'apposizione col termine Dio, limita questo
nome a designare la persona del Padre; in modo che si ha questo
senso: genera un Dio che è lo stesso Padre; cosicché il Padre sarebbe
generato, il che è falso. Quindi è vero il contrario, che cioè Dio genera un
Dio che non è Dio Padre. - Tuttavia se Padre si prendesse
non come apposizione, ma come predicato di un'altra proposizione
sottintesa, in modo da avere questo senso: genera un Dio che è quel Dio
che è il Padre, allora l'affermativa sarebbe vera e la negativa falsa.
Ma questa è un'interpretazione un po' forzata. Quindi è meglio rigettare
senz'altro l'affermativa, ed ammettere come vera la negativa.
Prevostino però
sosteneva che tanto l'affermativa quanto la negativa sono false. Perché, il pronome
relativo che nell'affermativa si riferirebbe al soggetto, e nella negativa si
riferirebbe anche alla natura indicata (cioè, all'essenza divina) oltre che
al soggetto. Quindi il senso dell'affermativa sarebbe che alla persona del Figlio
conviene di essere il Padre. E il senso della negativa, che l'identità con Dio Padre
va eliminata o negata non soltanto per la persona del Figlio, ma anche per la sua
divinità. - Questo però si dimostra irragionevole: perché, come dice il Filosofo,
esattamente la stessa cosa può essere oggetto di affermazione e di negazione.
ARTICOLO
5
Se i nomi essenziali presi in astratto possano designare le persone
SEMBRA che i nomi essenziali presi in astratto possano designare le persone,
in modo da giustificare questa proposizione: l'essenza genera l'essenza.
Infatti:
1. S. Agostino dice:
"Il Padre e il Figlio sono un'unica sapienza,
perché sono un'unica essenza; e considerati come distinti sono sapienza
da sapienza, allo stesso modo che sono essenza da essenza".
2. All'atto della nostra generazione o del nostro disfacimento si genera
e si distrugge quanto è in noi. Ora il Figlio è generato. Dunque essendoci
in lui l'essenza divina, evidentemente anch'essa viene generata.
3. Dio e la sua essenza, come s'è detto, sono la stessa cosa. Ora
si è anche spiegato che la proposizione, Dio genera Dio, è vera.
Quindi è vera anche quest'altra, l'essenza genera l'essenza.
4. Qualsiasi predicato (bene appropriato) può servire a designare il soggetto
cui si attribuisce. Ora il Padre è l'essenza divina. Dunque l'essenza può
designare la persona del Padre. E quindi l'essenza (divina) genera.
5. L'essenza è qualcosa che genera: perché essa si identifica col Padre,
il quale genera. Se dunque l'essenza divina non generasse, essa sarebbe
qualcosa che nello stesso tempo genera e non genera; ma questo è inconcepibile.
6. Dice S. Agostino che
"il Padre è principio di tutta la divinità".
Ma non è principio se non in quanto genera e spira. Perciò il Padre
genera e spira la divinità.
IN CONTRARIO: Come fa osservare S. Agostino,
"nessuna cosa genera se stessa".
Se dunque l'essenza generasse l'essenza, genererebbe se stessa;
perché in Dio non vi è nulla che si possa distinguere dall'essenza divina.
Dunque l'essenza non genera l'essenza.
RISPONDO: Intorno a questo argomento cadde in errore l'abate Gioacchino,
il quale considerando che, a motivo della sua semplicità, Dio non è altro
che l'essenza divina, sosteneva l'ortodossia di questa espressione,
l'essenza genera l'essenza, messa alla pari di quest'altra Dio genera Dio. - Ma
in questo egli si ingannava: perché, come si è già fatto notare, affinché
un'espressione corrisponda a verità non si deve solo guardare al significato,
ma anche al modo con cui lo esprime. Ora, sebbene Dio e divinità realmente
indichino la stessa cosa, non è però uguale il loro modo di esprimerla.
Infatti il termine Dio indica l'essenza divina come esistente in un soggetto,
e proprio per questo suo modo di esprimere normalmente può designare la persona;
e quindi al termine Dio si può unire come predicato quanto è proprietà delle persone,
e dire: Dio è generato, o, Dio genera, come si è già spiegato. Invece la voce essenza
per il suo modo di esprimere non può designare la persona; perché serve a indicare
la divinità come forma astratta. Perciò quello che è proprio delle persone, e che
serve a distinguerle tra di loro, non si può attribuire all'essenza: poiché
ricadrebbe sull'essenza la distinzione che c'è tra le persone.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Per esprimere più fortemente l'unità
dell'essenza e delle persone, talvolta i santi Dottori accentuarono le
espressioni più di quanto lo avrebbe permesso la proprietà del linguaggio
(teologico). Perciò esse non devono essere generalizzate, ma debitamente spiegate;
riducendo cioè gli astratti ai nomi concreti rispettivi, o anche ai nomi personali;
quindi le espressioni essenza da essenza, oppure sapienza da sapienza, si devono
intendere in questo senso: il Figlio, che è la stessa essenza e sapienza, è dal
Padre, che è la stessa essenza e sapienza. - Ma anche tra i nomi astratti,
si deve tener presente una certa gradazione: infatti quelli che descrivono
gli atti (nozionali) sono più prossimi alle persone, poiché gli atti
si riferiscono direttamente ai suppositi. Perciò sono meno improprie le
espressioni natura da natura, o sapienza da sapienza, che essenza da essenza.
2. Nelle creature il generato riceve una natura che è numericamente
diversa da quella del generante, la quale perciò in lui incomincia
ad essere come cosa del tutto nuova all'atto della generazione,
e che cesserà di essere con la distruzione; quindi essa indirettamente
viene generata e distrutta. Ma il (Figlio) Dio generato riceve quella stessa
numerica natura che ha il generante. Perciò la natura divina nel Figlio
non viene generata né direttamente né indirettamente.
3. Sebbene Dio e l'essenza divina siano la stessa e identica realtà,
dato però il loro diverso modo di significarla, si deve parlare diversamente
dell'uno e dell'altra.
4. A causa della semplicità divina l'essenza si predica del Padre
e con lui si identifica. Ma da questo non segue che essa possa stare
a designare il Padre, perché diverso è il loro modo di significare.
L'argomento varrebbe per quei termini dei quali l'uno si predica
dell'altro, come un universale del particolare.
5. Tra i sostantivi e gli aggettivi c'è questa differenza, che i primi
portano con sé il proprio soggetto: non così gli aggettivi, i quali
si limitano ad applicare il loro significato al sostantivo. Perciò la
logica insegna che "i sostantivi designano il supposito; gli aggettivi
invece non indicano un soggetto, ma ad esso si applicano". Per questo
i sostantivi personali si possono predicare dell'essenza, data la
loro identità reale con essa; senza pericolo che le proprietà personali
facciano ricadere sull'essenza le loro distinzioni, ma si applicano
semplicemente al soggetto indicato dal sostantivo. Invece gli
aggettivi nozionali e personali non si possono predicare dell'essenza
senza l'aggiunta di un sostantivo. Quindi non possiamo dire: l'essenza è
generante. Ma possiamo dire al più che l'essenza è cosa generante, o che è Dio
generante, se cosa e Dio stanno a designare la persona, e non l'essenza.
Perciò non c'è nessuna contraddizione nel dire simultaneamente: l'essenza è
una cosa che genera, ed è una cosa che non genera: perché nella prima
proposizione cosa sta in luogo di persona, nell'altra sta a designare l'essenza.
6. Divinità, in quanto è un termine unico per più persone, ha una certa
somiglianza con i nomi collettivi. Quindi nell'espressione il Padre è
il principio di tutta la divinità, quest'ultima voce si può prendere
per l'insieme delle tre Persone; in quanto tra tutte le Persone divine
egli è principio. E con ciò non è necessario ammettere che sia anche principio
di se stesso: come quando si dice che un cittadino è il capo di tutto il popolo
non si vuol dire che lo sia di se stesso. - Oppure (il Padre) può dirsi principio
di tutta la divinità non perché generi o spiri la divinità, ma perché generando
e spirando la comunica.
ARTICOLO
6
Se le persone si possano predicare dei nomi essenziali
SEMBRA che le persone non si possano predicare dei nomi essenziali concreti,
dicendo, p. es.: Dio è le tre Persone, oppure: Dio è la Trinità. Infatti:
1. È certamente falsa questa proposizione un uomo è tutti gli uomini,
non potendo verificarsi in nessun caso concreto: giacché né Socrate, né
Platone, né qualsiasi altro è tutti gli uomini. Quindi è falsa anche questa:
Dio è la Trinità, non essendo vera di nessuna persona divina in particolare:
perché né il Padre, né il Figlio, né lo Spirito Santo sono la Trinità.
Dunque è falsa l'affermazione: Dio è la Trinità.
2. Un termine più ristretto o particolare non si predica di un termine
più universale, se non in qualità di predicato accidentale, come quando dico,
l'animale è uomo; giacché è (soltanto) un caso particolare per l'animale
di essere uomo. Ora il nome Dio, secondo il Damasceno, sta alle tre persone come l'universale al termine particolare. Dunque è evidente
che le persone si possano predicare di Dio soltanto come predicato accidentale.
IN CONTRARIO: S. Agostino afferma:
"crediamo che l'unico Dio sia l'unica Trinità
di nome divino".
RISPONDO: Come si è già detto, gli aggettivi nozionali e personali non
si possono predicare dell'essenza, si possono invece predicare i sostantivi,
data l'identità che c'è tra l'essenza e la persona. Ora, l'essenza divina è
identica non solo con una persona, ma anche con tutte e tre assieme.
Quindi si può predicare dell'essenza tanto una persona, come anche due o tre
insieme: p. es., l'essenza è il Padre e il Figlio e lo Spirito Santo.
Ora abbiamo già visto che il nome Dio di suo sta a designare l'essenza; perciò
come è vero che l'essenza è le tre Persone, così è vero che Dio è le tre Persone.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Abbiamo già notato che uomo di suo sta a
designare la persona; e solo in forza del contesto può designare anche la natura.
Perciò la proposizione: uomo è tutti gli uomini, è falsa perché non può verificarsi
in nessun caso. Invece il termine Dio di suo serve a designare l'essenza. Quindi,
sebbene la proposizione Dio è la Trinità non sia vera di nessuna persona, è vera
tuttavia per l'essenza (divina). - A questo non badò Gilberto Porretano che la
disse falsa.
2. Nella proposizione: Dio o l'essenza divina è il Padre, il predicato è identico
al soggetto; e l'uno non sta all'altro come un termine particolare a quello
universale; perché in Dio non ci sono universali né particolari. Quindi come
abbiamo un vero predicato e non un predicato accidentale in questa proposizione:
il Padre è Dio, così lo abbiamo in quest'altra: Dio è il Padre.
ARTICOLO
7
Se i nomi essenziali siano da appropriarsi alle Persone
SEMBRA che i nomi essenziali non siano da appropriarsi alle Persone. Infatti:
1. Parlando delle cose divine si deve evitare quanto può essere
occasione di errore contro la fede: perché, secondo S. Girolamo, "nel
parlare con poca esattezza si cade nell'eresia". Ma se si appropria
ad una Persona ciò che è comune a tutte e tre, si potrebbe credere
che convenga a quella sola, o ad essa più che alle altre.
Perciò gli attributi essenziali non vanno appropriati alle Persone.
2. Gli attributi essenziali, presi in astratto, sono indicati come
altrettante forme. Ma una persona non si riferisce all'altra
come una forma: perché la forma e il soggetto di cui è forma non sono mai due
suppositi (come lo sono due persone). Perciò gli attributi essenziali,
specialmente se presi in astratto, non devono essere appropriati alle Persone.
3. L'idea di proprio è anteriore all'idea di appropriato perché serve a definirla.
Ora, gli attributi essenziali logicamente sono anteriori alle persone come ciò
che è comune antecede ciò che è proprio. Quindi gli attributi essenziali
non devono essere appropriati alle Persone.
IN CONTRARIO: L'Apostolo
dice
"Cristo potenza di Dio e sapienza di Dio".
RISPONDO: Per illustrare i misteri della fede era conveniente che
si appropriassero alle varie Persone gli attributi essenziali. Perché, sebbene
non si possa dimostrare, come si è detto, la Trinità delle Persone,
tuttavia è utile portare dei chiarimenti mediante cose più note.
Ora, gli attributi essenziali per la nostra ragione sono più evidenti di ciò
che riguarda le Persone; perché alla cognizione certa degli attributi essenziali
noi possiamo giungere attraverso le creature, da cui si inizia ogni nostro
conoscere, mentre, e si è già dimostrato, non possiamo arrivare a (conoscere così)
quanto è proprio delle Persone. Perciò, come per esporre la dottrina intorno
alle Persone divine ci serviamo delle somiglianze riscontrate nelle creature
(che sono) vestigia o immagini (di Dio), così (ci possiamo servire)
degli attributi essenziali. E questa manifestazione delle Persone divine
mediante gli attributi essenziali si chiama appropriazione.
Ora, in due modi si possono manifestare le Persone divine mediante
gli attributi essenziali. Primo, partendo dalle somiglianze: così, p. es.,
tutto ciò che ha attinenza con l'intelletto viene appropriato al Figlio,
il quale procede intellettualmente (dal Padre) come Verbo. Secondo, partendo
dalle dissomiglianze: p. es., al dire di S. Agosotino, viene appropriata
al Padre la potenza affinché non si creda che in Dio avvenga come tra noi,
presso i quali i padri per vecchiaia sono deboli e impotenti.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Nell'appropriare alle varie Persone
gli attributi essenziali non si vuole asserire che essi siano esclusivi
(per ciascuno); ma solo illustrare le Persone per via di somiglianze
o di dissomiglianze, come abbiamo spiegato. Quindi non può seguirne
nessun errore, ma piuttosto la manifestazione della verità.
2. Se si facessero le appropriazioni per indicare che gli attributi
essenziali così appropriati sono esclusivi delle Persone cui si appropriano,
ne seguirebbe che una persona avrebbe rispetto all'altra la funzione di forma.
Cosa che S. Agostino esclude là ove chiarisce che il Padre non è sapiente
per la sapienza generata, come se solo il Figlio fosse sapienza; e come se il
Padre da solo non si potesse chiamare sapiente senza il Figlio. Ma il Figlio
si dice sapienza del Padre perché è sapienza che deriva dalla sapienza Padre.
Di modo che tanto l'uno che l'altro di per sé sono sapienza, ed ambedue assieme
sono un'unica sapienza. Quindi il Padre non è sapiente in forza della sapienza
che ha generato, ma per la sapienza che è la sua essenza (divina).
3. Gli attributi essenziali di suo precedono l'idea di Persona nell'ordine logico
del pensiero, ma se si considerano come appropriati, possono anche essere posteriori
agli attributi propri delle varie Persone. Infatti il colore, p. es., si concepisce
come posteriore al corpo considerato come corpo: ma se si considera il corpo
come colorato, allora il bianco si concepisce come anteriore al corpo bianco.
ARTICOLO
8
Se gli attributi essenziali siano stati convenientemente appropriati
alle varie Persone dai santi Dottori
SEMBRA che gli attributi essenziali non siano stati convenientemente
appropriati alle Persone dai santi Dottori. Infatti:
1. S. Ilario dice che
"l'eternità è nel Padre, la specie (o bellezza)
nell'Immagine, e l'utilità nel Dono". In queste parole troviamo
tre nomi propri delle Persone, cioè: quello di Padre; quello di Immagine
che è proprio del Figlio; e quello di Dono, riservato allo Spirito Santo,
come si è spiegato. Troviamo anche tre termini appropriati: giacché
l'eternità viene appropriata al Padre, la specie al Figlio, e l'utilità
allo Spirito Santo. Ora, questa appropriazione non sembra ragionevole.
Infatti l'eternità importa durata nell'essere, la specie principio
dello stesso essere, e l'uso o utilità sembra tutt'uno con l'operazione.
Ora, né l'essere né l'operazione sono mai stati appropriati a qualche Persona.
Quindi l'appropriazione di quegli attributi alle varie Persone non è esatta.
2. S. Agostino afferma che
"nel Padre c'è l'unità, nel Figlio l'uguaglianza,
nello Spirito Santo la concordia dell'uguaglianza e dell'unità".
Questo però non sembra conveniente, perché una Persona non si denomina
formalmente per ciò che è appropriato ad un'altra: si è detto infatti
che il Padre non si dice sapiente per la sapienza generata. Ma piuttosto,
come (S. Agostino) aggiunge nello stesso luogo, "le tre (persone) sono tutte
e tre unità per il Padre, sono tutte e tre uguali per il Figlio, e tutte e tre
concordi per lo Spirito Santo". Non è dunque bene indovinata quell'appropriazione.
3. Secondo S. Agostino, al Padre va attribuita la potenza, al Figlio la sapienza
ed allo Spirito Santo la bontà. Questo però non sembra giusto. Infatti la
virtù (o forza) si identifica con la potenza. Ora, troviamo nella Scrittura
che la virtù o è appropriata al Figlio, "Cristo virtù di Dio", o anche
allo Spirito Santo, poiché sta scritto: "da lui (cioè dal Verbo) usciva
una virtù che guariva tutti". Perciò la potenza non si deve appropriare al Padre.
4. Sempre secondo S. Agostino,
"non si devono considerare senza ordine
alcuno quelle espressioni dell'Apostolo, "da lui, per lui e in lui";
poiché egli dice da lui per indicare il Padre, per lui volendo indicare
il Figlio; in lui per designare lo Spirito Santo". Ma questo non sembra esatto.
Infatti l'espressione in lui pare stia a indicare un rapporto di causa finale:
e questa è la prima tra tutte le cause. Quindi questo rapporto causale dovrebbe
appropriarsi al Padre che è principio senza principio.
5. Al Figlio è appropriata la verità, secondo le parole evangeliche
"Io
sono la via, la verità e la vita". Così pure gli si appropria il titolo
di libro della vita, poiché l'espressione dei Salmi: "in capo al libro è
scritto di me", così viene spiegata dalla Glossa: "cioè presso il Padre, mio
capo". Gli è anche appropriata la formula "Colui che
è"; infatti spiegando
le parole "Eccomi alle genti", la Glossa (interlineare) aggiunge:
"qui
parla il Figlio che disse a Mosè: Io sono colui che sono".
IN CONTRARIO: Queste locuzioni sembrano costituire dei termini propri
per il Figlio e non dei termini appropriati. Infatti la verità,
secondo S. Agostino, è "la somma somiglianza col principio, senz'ombra
di dissomiglianza"; è perciò evidente che conviene come attributo
personale al Figlio, che (in quanto tale) deve avere un principio. - Così
pure l'espressione libro della vita ci si manifesta come un qualcosa
di proprio, indicando un essere che è derivato da un altro, giacché ogni libro
è scritto da qualcuno. - Anche la formula "Colui che è" pare che sia
da riservarsi per il Figlio. Se infatti quando a Mosè fu detto "Io sono colui
che sono", avesse parlato la Trinità, Mosè avrebbe potuto dire: colui
che è Padre, Figlio e Spirito Santo mi ha mandato a voi.
E quindi avrebbe potuto indicare con quel pronome dimostrativo (ille) anche
una Persona determinata (così, p. es.): Ille (quella tale persona) che è Padre,
Figlio e Spirito Santo mi ha mandato a voi. Ma questo è falso, perché nessuna
persona è Padre, Figlio e Spirito Santo. Dunque (Colui che è) non indica
tutta la Trinità, ma soltanto il Figlio.
RISPONDO: L'intelletto nostro, che dalle creature è condotto come
per mano fino alla conoscenza di Dio, usa necessariamente in questa
cognizione i medesimi procedimenti che gli sono familiari nello studio
delle creature. Ora, quando noi iniziamo lo studio di una qualsiasi
creatura, ci si presentano successivamente quattro considerazioni.
Primo, si considera la cosa in maniera assoluta, cioè in quanto essa è
un'entità. Secondo, si passa a considerarla come unità.
Terzo, si prende in esame la sua capacità di agire e di causare.
Quarto, si studiano le sue relazioni con gli effetti. Queste quattro
considerazioni ricompaiono nella nostra cognizione delle cose divine.
Dalla prima di queste considerazioni, che consiste nel guardare
Dio semplicemente nel suo essere, deriva l'appropriazione proposta
da S. Ilario, secondo la quale al Padre viene appropriata l'eternità,
la specie al Figlio e l'utilità allo Spirito Santo. Infatti l'eternità,
significa un essere senza principio, perciò ha una certa somiglianza
con gli attributi personali del Padre, il quale è principio senza principio.
Invece la specie, ossia la bellezza, presenta una certa analogia con
le particolarità personali del Figlio. Per la bellezza infatti si richiedono
tre doti. In primo luogo integrità o perfezione: poiché le cose
incomplete, proprio in quanto tali, sono deformi. Quindi (si richiede)
debita proporzione o armonia (tra le parti). Finalmente chiarezza o splendore:
difatti diciamo belle le cose dai colori nitidi e splendenti. - Ora
la prima di queste doti presenta una certa somiglianza con
quella proprietà personale del Figlio, che consiste nell'avere in sé
la natura del Padre in modo integrale e perfetto. E a questo vuole
accennare S. Agostino quando dice: "in lui", cioè nel Figlio, "c'è vita
somma e perfetta...". La proporzione poi o armonia, è affine
alle proprietà del Figlio in quanto egli è immagine perfetta del Padre.
Infatti diciamo che un'immagine è bella quando rappresenta
perfettamente l'oggetto, anche se questo è deforme. A questo accenna
S. Agostino nel suo trattato con quelle parole: "in lui si trova perfetta
rassomiglianza e somma uguaglianza". La terza dote, finalmente, (ossia
lo splendore) ha affinità con le doti personali del Figlio poiché questi,
in quanto Verbo, "è splendore e luce dell'intelletto", come dice il Damasceno.
E S. Agostino vi accenna quando dice: "come Verbo perfetto cui nulla manca,
ed arte o sapienza dell'onnipotente Iddio...".
L'utilità a sua volta presenta una certa affinità con le proprietà
personali dello Spirito Santo, se però l'utilità o usus si prende in
senso lato, in quanto abbraccia anche il frui; in quanto cioè usare
corrisponde ad "avere qualche cosa a disposizione della propria volontà",
e fruire, come dice S. Agostino, corrisponde a "usare con gioia" di una cosa.
Quindi l'utilità, che corrisponde alla fruizione reciproca del Padre e del
Figlio, è affine a quell'aspetto tutto personale dello Spirito Santo che è l'Amore.
È precisamente quanto dice S. Agostino: "Quella dilezione, compiacenza,
felicità o beatitudine fu chiamata utilità da lui (cioè da S. Ilario)". - L'utilità
invece che corrisponde alla nostra fruizione di Dio ha una certa somiglianza
con l'altro aspetto proprio dello Spirito Santo, che ce lo fa considerare come Dono.
È quanto insegna S. Agostino: "C'è nella Trinità lo Spirito Santo,
dolcezza del Padre e del Figlio, che con ingente larghezza e sovrabbondanza
ci inebria".
È chiarito così perché l'eternità, la bellezza e l'utilità
siano attribuite e appropriate alle Persone, a differenza dell'essenza e
dell'operazione. In queste ultime, infatti, poiché sono comuni alle tre Persone,
non vi è nulla che abbia un rapporto di somiglianza con le proprietà particolari
di una data persona.
La seconda considerazione da farsi nei riguardi di Dio
consiste nel considerarlo come uno. In questo senso S. Agostino appropria al
Padre l'unità, al Figlio l'uguaglianza, e allo Spirito Santo la concordia
o connessione. È chiaro che tutte e tre queste cose implicano il concetto
di unità; ma secondo maniere diverse. L'unità infatti lo implica per se stessa,
senz'altro presupposto. Per questo si appropria al Padre che non presuppone
un'altra persona, essendo egli principio senza principio. - L'uguaglianza invece
implica il concetto di unità in correlazione con un'altra cosa; giacché
si dice uguale la cosa che ha la stessa quantità di un'altra. Per questo
l'uguaglianza si appropria al Figlio che è principio derivante da un
principio. - La connessione poi implica l'unità esistente tra due cose.
Quindi si appropria allo Spirito Santo il quale procede da due.
Da queste considerazioni si può intendere l'affermazione di S. Agostino che
"le
tre (persone) sono una unità per il Padre, sono uguali
per il Figlio e concordi o connesse per lo Spirito Santo". È evidente
infatti che ogni cosa si attribuisce (di preferenza) a quel principio
nel quale anzitutto essa si trova; così, p. es., si dice che tutti i
viventi inferiori vivono per l'anima vegetativa, perché essa è il loro
primo principio vitale. Ora l'unità si riscontra immediatamente nel
Padre, anche se, per impossibile, non esistessero le altre Persone.
Quindi le altre due l'hanno da lui. - Tolte però le altre Persone,
non c'è nel Padre l'uguaglianza: essa sorge non appena si pone il Figlio.
Perciò le altre Persone che vengono denominate uguali lo devono al Figlio.
Non che il Figlio causi l'uguaglianza del Padre, ma perché se non ci fosse
un Figlio uguale al Padre, il Padre non si potrebbe chiamare uguale:
giacché la sua uguaglianza si considera anzitutto in ordine al Figlio.
Anche lo Spirito Santo se può dirsi uguale al Padre lo deve al Figlio. - Così
pure, se si esclude lo Spirito Santo, che è il nesso tra i due, non si potrebbe
intendere l'unità di connessione tra il Padre e il Figlio. Per questo si dice
che tutte le Persone sono connesse per lo Spirito Santo: e la ragione si
è che, soltanto dopo di aver posto lo Spirito Santo, si vede come possano
dirsi connessi il Padre e il Figlio.
Dalla terza considerazione che consiste nel prendere in esame l'efficacia
di Dio nel causare si desume la terza appropriazione, quella cioè della potenza,
della sapienza e della bontà. Tale appropriazione, se si bada a quanto di positivo
si trova (in forza delle loro denominazioni: Padre, Figlio...) nelle Persone
divine, si fa per via di somiglianza: invece se si bada a quanto di negativo (in
forza di tali denominazioni) c'è nelle creature, l'appropriazione viene fatta per
via di dissomiglianza. La potenza infatti presenta l'aspetto di principio.
E per questo ha una certa affinità col Padre celeste, che è principio di tutta
la divinità. Invece talora viene a mancare nel padre terreno in conseguenza
della vecchiaia. - La sapienza offre una somiglianza col Figlio celeste che,
in quanto Verbo, non è altro che il parto della sapienza. Ma talora viene
a mancare nei figli terreni, per la loro tenera età. - La bontà, che è il movente
e l'oggetto dell'amore, ha una certa analogia con lo Spirito divino che è Amore.
Invece si presenta come elemento estraneo allo spirito terreno, in quanto
questo implica l'idea di violenza e di urto, secondo le parole della Scrittura:
"lo
spirito dei prepotenti è come una procella che abbatte le muraglie".
La virtù infine si appropria al Figlio ed allo Spirito Santo, non
nel significato di potenza, ma in quello di effetto della potenza, come
le imprese poderose di uno si dicono sue virtù.
Stando alla quarta considerazione, che consiste nel prendere in
esame i rapporti esistenti tra Dio e le cose create, abbiamo l'appropriazione
di quei termini, ex quo dal quale, per quem per il quale e in quo nel quale.
La preposizione ex alcune volte indica un rapporto di causa materiale (ex = di),
ma questa causa in Dio non può aver luogo. Altre volte indica un rapporto di causa
efficiente (ex = da). Causalità questa che conviene a Dio a motivo della sua
potenza attiva: quindi (l'espressione dal quale) si appropria al Padre come la potenza.
La preposizione per invece qualche volta designa una
causa intermedia, come quando diciamo che il fabbro opera per il
martello. Allora il per non è un termine appropriato, ma addirittura
proprio ed esclusivo del Figlio, secondo l'espressione evangelica: "Tutto
per lui è stato fatto". Non che il Figlio sia strumento, ma
perché è principio derivante da un principio. Altre volte invece (il per)
indica un rapporto con la forma che serve alla causa agente per operare,
come quando diciamo che l'artefice opera per la sua arte.
In questo senso il per quem viene appropriato al Figlio allo stesso
modo che la sapienza e l'arte. - La preposizione in propriamente
indica un rapporto di contenenza. Ora, Dio contiene le cose in due modi.
Primo, per le loro idee o immagini rappresentative; cioè, in
quanto sono in Dio come oggetto della sua scienza. E allora l'espressione
in lui andrebbe appropriata al Figlio. Secondo, le cose sono contenute in Dio
in quanto egli con la sua bontà le conserva e col suo governo le fa giungere
al loro fine. In questo caso l'espressione nel quale va appropriata
allo Spirito Santo come la bontà.
E non è affatto necessario che il rapporto di causa finale, prima
fra tutte le cause, sia appropriato al Padre che è principio senza
principio: perché le Persone divine, di cui il Padre è principio,
non procedono da lui come tendenti a un fine, essendo ognuna di
loro l'ultimo fine, ma per processione naturale, che è piuttosto rispondente
all'attributo essenziale di potenza.
Quanto poi alle altre attribuzioni di cui parlano le difficoltà, rispondiamo
che la verità, come si è detto altrove, per la sua connessione
con l'intelletto è un termine appropriato del Figlio, ma non ne è un
termine proprio. La verità infatti si può considerare, secondo le osservazioni
già fatte, come è nell'intelletto (verità logica o di cognizione),
o come è nelle cose (verità ontologica). Ora, (parlando di Dio) intelletto
e cosa sono termini che di suo si riferiscono all'essenza e non alle Persone;
così è dunque per la verità. - S. Agostino nella definizione riferita
ha di mira la verità in quanto è appropriata al Figlio.
Per quanto riguarda il libro della vita notiamo che direttamente
implica l'idea di cognizione e indirettamente quello di vita: perché,
come si è detto, esso è la cognizione che Dio ha di coloro che giungeranno
alla vita eterna. Perciò va appropriato al Figlio: sebbene la vita venga
appropriata allo Spirito Santo, perché include il concetto di moto interiore,
che ha una certa affinità con ciò che è proprio dello Spirito Santo,
cioè con l'Amore. - Che poi il libro sia scritto da qualcuno non conviene
al libro come libro, ma solo come prodotto dell'arte. Quindi, non importando
di per sé origine, non è un attributo personale, ma solo un termine
appropriato di una Persona.
L'espressione Qui est, Colui che è, non viene appropriata al Figlio
di per sé, ma per delle considerazioni occasionali; in quanto
cioè in quelle parole dette da Dio a Mosè era prefigurata la liberazione
del genere umano che fu poi operata dal Figlio. Tuttavia se il Qui (o che)
si prende come relativo, si potrebbe anche riferire alla
persona del Figlio, e allora significherebbe la persona; nella frase,
p. es., il Figlio è il Qui est generato, il relativo è un termine personale
come Dio generato. Ma preso senza determinazioni (Qui est) è un appellativo
essenziale. - Quantunque il pronome determinativo questi, grammaticalmente
parlando, sembri riferirsi a una persona, tuttavia si osservi che qualunque
cosa si possa indicare in particolare, grammaticalmente può chiamarsi
persona sebbene non lo sia nella realtà. Diciamo infatti questa pietra, quest'asino. Quindi, grammaticalmente parlando, l'essenza divina medesima, significata
e designata dal nome Dio, si può indicare col pronome dimostrativo questo,
come si trova nella Scrittura: "Questi è il mio Dio e lo glorificherò".
|