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Questione
32
La nostra conoscenza delle Persone divine
Logicamente passiamo ora a trattare della cognizione che possiamo
avere delle divine Persone.
E a questo riguardo si pongono quattro quesiti: 1. Se con la ragione
naturale si possano conoscere le Persone divine; 2. Se si debbano
attribuire alle Persone divine delle nozioni; 3. Sul numero di
queste nozioni; 4. Se circa le nozioni si possano avere opinioni differenti.
ARTICOLO
1
Se la
Trinità delle divine Persone si possa conoscere
con la sola ragione naturale
SEMBRA che con la sola ragione naturale si possa conoscere la Trinità
delle Persone divine. Infatti:
1. I filosofi non giunsero alla cognizione di Dio che con la sola
ragione naturale: ora, risulta che essi hanno detto molte cose sulla
Trinità delle Persone. Infatti Aristotele afferma: "Con questo numero",
cioè col tre, "ci industriamo di magnificare il Dio uno, superiore
a tutte le perfezioni delle cose create". - E S. Agostino riferisce: "Ed io
lessi costà", cioè nei libri dei Platonici, "non con le
stesse parole, ma in sostanza le stesse cose, convalidate da molte e
diverse ragioni, che in principio era il Verbo e il Verbo era presso
Dio, e il Verbo era Dio", e altre simili cose egli seguita a narrare:
e con tali parole si indica esattamente la pluralità delle Persone divine. - Anche
la Glossa (spiegando il fatto) che i maghi del faraone fallirono al terzo segno (aggiunge): cioè mancarono della
cognizione della terza Persona, ossia dello Spirito Santo; dunque ne conobbero almeno due. - Anche Trismegisto disse:
"la monade
generò la monade e riflettè in se stessa il suo calore": con le quali
parole si viene a indicare la generazione del Figlio e la processione
dello Spirito Santo. Dunque con la sola ragione si possono conoscere
le Persone divine.
2. Afferma Riccardo di S. Vittore:
"Ritengo per indubitato che
qualsiasi verità si possa provare non solo con argomenti probabili
ma anche con ragioni apodittiche". Per tale motivo alcuni vollero
provare anche la Trinità delle Persone appellandosi all'infinita
bontà di Dio che (soltanto) nella processione delle Persone divine si
comunica in modo infinito. Altri invece riuscirono a provarla rifacendosi
al principio che "senza la compagnia di altri non può essere
veramente giocondo il possesso di un bene qualsiasi". Ed anche
S. Agostino spiega la Trinità delle Persone con la processione del
verbo e dell'amore nella nostra anima: ed è la via che anche noi
abbiamo seguito. Perciò la Trinità delle Persone si può conoscere
con la sola ragione naturale.
3. Sarebbe inutile rivelare all'uomo quello che non si può conoscere
con la ragione umana. Ma non si può dire che la divina rivelazione
del mistero della Trinità sia inutile. Dunque la Trinità
delle Persone divine può essere conosciuta dalla ragione umana.
IN CONTRARIO: Dice S. Ilario:
"Non pensi l'uomo di poter penetrare
con la sua intelligenza il mistero della (eterna) generazione".
E S. Ambrogio: "È impossibile capire il mistero della generazione (divina): la
mente vien meno, la voce tace". Ma, come abbiamo dimostrato, è appunto
dall'origine per generazione e processione che
si distinguono le Persone divine. Perciò si conclude che la Trinità
delle Persone non si può conoscere con la ragione, dal momento che
l'uomo non è in grado di conoscere e di raggiungere con la sua intelligenza
se non ciò che offre la possibilità di una dimostrazione apodittica.
RISPONDO: È impossibile giungere alla cognizione della Trinità
delle Persone divine con la sola ragione naturale. Si è infatti dimostrato
più sopra che l'uomo con la sola ragione non può giungere
alla cognizione di Dio, se non per mezzo delle creature. Ora, queste
conducono a Dio come gli effetti alle loro cause. Quindi con la ragione
naturale si può conoscere di Dio soltanto quei dati che necessariamente
conseguono dall'essere egli principio di tutte le cose; e
su questo criterio ci siamo basati nel trattato su Dio. Ora, la virtù
creatrice è comune a tutta la Trinità: quindi appartiene all'unità
dell'essenza e non alla pluralità delle Persone. Perciò con la ragione
naturale si può conoscere solo quanto fa parte dell'essenza e non
ciò che appartiene alla pluralità delle Persone.
Quelli poi, che tentano di dimostrare la Trinità delle Persone con
la ragione naturale, compromettono la fede in due modi. Primo, ne
compromettono la dignità, poiché la fede ha per oggetto cose affatto
invisibili, che superano la capacità della ragione umana. L'Apostolo
infatti afferma che "la fede è di cose che non si vedono". E altrove:
"Di
sapienza parliamo sì tra uomini perfetti, ma è sapienza
non di questo secolo, né dei principi di questo secolo; parliamo della sapienza di Dio in mistero, la sapienza nascosta". - Secondo,
ne compromettono l'efficacia nell'attirare altri alla fede.
Infatti, se per indurre a credere si portano delle ragioni che non
sono cogenti, ci si espone alla derisione di coloro che non credono:
poiché costoro penseranno che noi ci appoggiamo su tali argomenti
per credere.
Per tale motivo tutto ciò che è di fede si deve provare soltanto
con i testi (della Scrittura) per coloro che la riconoscono. Per gli
altri basta difendere la non assurdità di quello che la fede insegna.
Perciò Dionigi ammonisce: "Se qualcuno non cede all'autorità
della parola di Dio, è del tutto estraneo e lontano dalla nostra filosofia.
Se invece ammette la verità della parola", cioè di quella divina, "è con noi,
giacché noi pure ci serviamo di tale regola".
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. I filosofi non conobbero il mistero
della Trinità delle divine Persone per quello che ad esse è proprio,
cioè la paternità, la filiazione e la processione; secondo le parole
dell'Apostolo: "Parliamo di sapienza divina, che nessuno dei principi
di questo secolo ha conosciuto", cioè nessuno dei filosofi, come
spiega la Glossa. Conobbero tuttavia alcuni attributi essenziali che
si appropriano alle varie persone, come la potenza, la sapienza
e la bontà che si appropriano (rispettivamente) al Padre, al Figlio
e allo Spirito Santo. - Perciò l'espressione di Aristotele, "ci industriamo
di magnificare Dio con quel numero..." non si deve intendere
nel senso che egli ponesse il numero tre in Dio; ma vuole soltanto
dire che gli antichi usavano il tre nei sacrifici e nelle preghiere,
per una certa sua perfezione. - Nei libri dei Platonici poi l'espressione,
"In
principio era il verbo", non sta a indicare il verbo che in
Dio è persona generata: ma soltanto il verbo che è idea astratta
(e archetipa della realtà), secondo la quale tutte le cose furono fatte,
e che si attribuisce per appropriazione al Figlio. - Ma per quanto
(i filosofi) abbiano conosciuto gli attributi appropriati alle tre
persone, si dice che fallirono al terzo segno, cioè nella cognizione
della terza Persona, perché deviarono dalla bontà che viene appropriata
allo Spirito Santo, mentre, come dice S. Paolo, pur avendo
conosciuto Dio, "non lo glorificarono come Dio". Oppure perché i
Platonici ammettevano un primo essere, che chiamavano padre di
tutto l'universo, e dopo di lui un'altra sostanza a lui soggetta, che
chiamavano mente o intelletto del padre, nella quale c'erano le idee
di tutte le cose, come racconta Macrobio: e invece non parlavano
affatto di una terza sostanza distinta che potesse in certo qual modo
corrispondere allo Spirito Santo. Ora noi non ammettiamo che il
Padre e il Figlio differiscano in tal modo per natura: ma questo fu
l'errore di Origene e di Ario, che in ciò si lasciarono guidare dai
Platonici. - Quanto poi all'affermazione di Trismegisto, che cioè "la monade generò la monade e riflettè in se stessa il suo
calore",
non è da riferirsi alla generazione del Figlio e alla processione dello
Spirito Santo, ma all'origine del mondo, giacché il Dio uno produsse
un universo per l'amore di se medesimo.
2. Si può portare un argomento per due scopi. Primo, per provare
in modo rigoroso un dato principio: a tale scopo, p. es., nelle scienze
naturali si portano argomenti rigorosi per dimostrare che il moto
dei cieli ha sempre una velocità uniforme. Secondo, si può portare
un argomento non per dimostrare scientificamente un dato principio,
ma soltanto per far vedere come siano legati intimamente al
principio, posto (come assioma), gli effetti che ne derivano: così,
p. es., in astronomia si ammettono gli eccentrici e gli epicicli perché,
accettata questa ipotesi, si può dare ragione delle irregolarità
che nel moto dei corpi celesti appaiono ai sensi: tuttavia questo
argomento non è apodittico, perché forse (tali irregolarità) potrebbero
spiegarsi anche ammettendo un'altra ipotesi. Sono del primo
genere le ragioni che si portano per provare l'unità di Dio ed altre
simili verità. Invece gli argomenti con i quali si vuole provare la
Trinità appartengono all'altro genere: perché, supposta la Trinità,
quelle ragioni ne mostrano la congruenza; ma non sono sufficienti
a provare la Trinità delle Persone. - E questo si vede benissimo
esaminando i singoli argomenti. Infatti, l'infinita bontà di Dio, si
manifesta anche nella sola produzione delle creature: perché solo
una potenza infinita è capace di produrre dal nulla. In realtà perché
Dio si comunichi con infinita bontà non è necessario che da lui
proceda un infinito, ma che la cosa prodotta partecipi la bontà divina
secondo tutta la propria capacità. - Così quel detto "senza
compagnia non è del tutto giocondo il possesso di un bene" è vero
quando in una persona non si trova la bontà nella sua perfezione,
e quindi ha bisogno della bontà di un altro a sé associato per raggiungerne
il pieno godimento. La somiglianza poi dell'intelletto
nostro con quello divino non prova nulla in modo apodittico, perché
l'intelletto non è univoco in Dio e in noi. - In conseguenza di tutto
questo S. Agostino dice che la fede dà la scienza, ma la scienza non
dà la fede.
3. La cognizione delle Persone divine ci è necessaria per due motivi.
Primo, per avere un giusto concetto della creazione. Infatti dicendo
che Dio ha fatto le cose mediante il Verbo, si evita l'errore di coloro
i quali dicevano che Dio le ha create per necessità di natura.
E con l'ammettere in Dio la processione dell'amore, si indica che
non ha prodotto le creature per qualche sua indigenza o per qualche causa (a lui)
estrinseca; ma solo per amore della sua bontà. Onde
Mosè, dopo aver detto che "in principio Dio creò il cielo e la terra",
soggiunge: "Disse Dio: Sia fatta la luce", per far conoscere il
Verbo. E continua: "Vide Dio che la luce era buona", per mostrare
l'approvazione dell'amore divino. E così (sta scritto) per le altre
creature. - Secondo, e principalmente, perché si abbia una giusta
idea della redenzione del genere umano avvenuta con l'incarnazione
del Figlio e l'effusione dello Spirito Santo.
ARTICOLO
2
Se in Dio si debbano ammettere delle nozioni
SEMBRA che in Dio non si debbano ammettere delle nozioni. Infatti:
1. Dionigi
scrive: "Non si deve aver l'ardire di attribuire a Dio
nulla all'infuori di ciò che è espresso nella Scrittura". Ma nella
Scrittura non si fa cenno delle nozioni. Perciò queste non si devono
attribuire a Dio.
2. Tutto ciò che si
attribuisce a Dio appartiene o all'unità dell'essenza
o alla trinità delle persone. Ora, le nozioni non appartengono
né all'unità dell'essenza né alla trinità delle persone. Infatti non si
predicano delle nozioni gli attributi dell'essenza, poiché non si dice
che la paternità è sapiente o che crea; e neppure quelli delle persone;
poiché non diciamo che la paternità genera o che la filiazione
è generata. Perciò le nozioni non si devono attribuire a Dio.
3. Poiché ciò che è semplice si conosce per se stesso, non gli si
devono attribuire dei termini astratti (come le nozioni) che sono (soltanto)
mezzi per conoscere. Ora le persone divine sono semplicissime.
Non si devono dunque ammettere delle nozioni nella divinità.
IN CONTRARIO: Dice S. Giovanni Damasceno:
"Rileviamo la differenza
delle ipostasi", cioè delle persone, "dalle tre proprietà di
paternità, filiazione e processione". Perciò in Dio si devono ammettere
le proprietà e le nozioni.
RISPONDO: Prevostino, badando alla semplicità delle
persone divine,
pensò che a Dio non si dovessero attribuire le nozioni, e dove
le trovava prendeva l'astratto per il concreto: perché, come usiamo
dire, prego la tua benignità, invece di te benigno, così quando si
parla di paternità, in Dio, si intenderebbe Dio Padre.
Però, come si è già dimostrato, nel parlare di Dio non si pregiudica
affatto alla sua semplicità con l'uso dei termini astratti e concreti;
perché denominiamo le cose come le conosciamo. Ora, il nostro
intelletto non può giungere alla semplicità divina come va considerata
in se stessa: e perciò le cose divine le apprende e le denomina
secondo la sua natura, cioè come portano le cose sensibili
dalle quali dipende il suo conoscere. In queste per indicare le sole
forme usiamo termini astratti: invece per indicare le cose sussistenti
usiamo termini concreti. Perciò, come si è detto, le cose divine,
a motivo della loro semplicità, le designamo con termini
astratti: e a motivo della loro sussistenza e completezza, con termini
concreti.
È poi necessario esprimere all'astratto o al concreto non solo i
termini essenziali, dicendo deità e Dio, sapienza e sapiente; ma
anche quelli personali, dicendo paternità e Padre. A questo ci obbligano
principalmente due motivi. Primo, le obiezioni degli eretici.
Infatti noi professiamo che il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo sono
un Dio solo e tre Persone; allora, come alla domanda: "che cos'è
che li fa essere un solo Dio?", si risponde che è la natura o deità,
così si dovette ricorrere ad altri termini astratti con i quali si potesse
rispondere in forza di che cosa le persone si distinguono.
Tali sono appunto le proprietà o nozioni, espresse all'astratto, come
la paternità e la filiazione. Per questo in Dio la natura si esprime
come quid (o sostanza), la persona invece come quis (o subietto),
e la proprietà come quo (ovvero come forma).
Secondo, perché in Dio una stessa persona, il Padre, dice relazione
a due persone, cioè al Figlio e allo Spirito Santo. Ora, non
(può riferirsi a queste due persone) con una sola relazione: perché
allora anche il Figlio e lo Spirito Santo si riferirebbero al Padre con una stessa relazione; e così ne seguirebbe che il Figlio e lo Spirito
Santo non sono due persone distinte, poiché le sole relazioni
distinguono le persone della Trinità. E non si può neppure dire con
Prevostino che, come Dio ha riferimento alle creature in un modo
solo, mentre le creature si riferiscono a lui in diversi modi, così il
Padre con un'unica relazione si riferisce al Figlio e allo Spirito
Santo, mentre questi due si riferiscono a lui con due relazioni. Perché
non si può dire che due relazioni sono specificamente diverse, se
nel termine correlativo corrisponde loro una sola relazione, poiché
la relazione consiste essenzialmente nel suo riferirsi all'altro termine:
difatti le relazioni di padrone e di padre sono distinte, come
sono distinte quelle di servo e di figlio. Ora, tutte le creature si riferiscono
a Dio con la stessa specifica relazione, quella cioè di sue
creature; invece il Figlio e lo Spirito Santo non si riferiscono al
Padre con relazioni di identica natura: e quindi il paragone non
regge. Di più, come abbiamo già spiegato, non c'è motivo di ammettere
che la relazione di Dio alle creature sia reale: che poi quelle
di ragione siano molte non presenta inconvenienti. Invece la relazione
del Padre al Figlio e allo Spirito Santo deve essere reale. Perciò è necessario
che alle due relazioni del Figlio e dello Spirito Santo
col Padre corrispondano nel Padre due relazioni, una al Figlio e
l'altra allo Spirito Santo. Di conseguenza, non essendo che una la
persona del Padre, si dovettero indicare separatamente con termini
astratti le relazioni, denominate appunto proprietà e nozioni.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Sebbene delle nozioni non si parli
nella Sacra Scrittura, tuttavia vi si nominano le Persone,
nelle quali queste nozioni si trovano come l'astratto nel concreto.
2. Le nozioni in Dio non stanno a indicare delle realtà concrete,
ma (soltanto) delle forme ideali, che servono a far conoscere le Persone;
sebbene queste nozioni o relazioni esistano realmente in Dio,
come abbiamo spiegato. Perciò tutto quello che dice ordine a qualche
atto essenziale o personale, non si può attribuire alle nozioni:
perché il significato particolare di queste ultime non lo comporta.
Cosicché non si può dire che la paternità genera o che crea, e neppure
che è sapiente o intelligente. Invece si possono attribuire alle
nozioni gli attributi essenziali che non hanno stretto rapporto con
un atto, ma escludono soltanto da Dio le condizioni delle creature:
così possiamo dire che la paternità è eterna o immensa, e altre simili
affermazioni. Allo stesso modo, data la loro identità reale, i sostantivi
personali o essenziali si possono predicare delle nozioni;
infatti si può dire: la paternità è Dio, la paternità è il Padre.
3. Quantunque le
persone divine siano semplicissime, tuttavia,
senza pregiudicare a tale loro semplicità, come si è già detto, si possono
esprimere in termini astratti le ragioni (o i costitutivi) delle
persone.
ARTICOLO
3
Se le nozioni siano cinque
SEMBRA che le nozioni non siano cinque. Infatti:
1. Le nozioni proprie delle
persone sono le relazioni che le distinguono; ma queste sono soltanto quattro. Dunque anche le nozioni
sono soltanto quattro.
2. Dio si dice uno perché una è l'essenza, e trino perché sono tre
le persone. Se dunque in Dio vi sono cinque nozioni, dovrebbe dirsi
cinquino; ma questo è inammissibile.
3. Se essendo tre le persone, le nozioni sono cinque, è necessario
che in qualche persona vi siano due o più nozioni; così nella persona
del Padre si ammette l'innascibilità, la paternità e la spirazione
comune. Ora, queste tre nozioni differiscono o realmente o
concettualmente. Se differiscono realmente, allora la persona del
Padre è composta di più cose. Se differiscono soltanto concettualmente,
allora una si potrà predicare dell'altra, e come diciamo che
la bontà di Dio è la sua sapienza, non differendo realmente una
dall'altra, così potremmo dire che la spirazione comune è la paternità:
ma questo non si può ammettere. Dunque le nozioni non possono essere cinque.
IN CONTRARIO: 1. Pare che siano più (di cinque). Infatti come ammettiamo
la nozione di innascibilità dal fatto che il Padre non procede
da nessuno, così si deve ammettere una sesta nozione per il
fatto che dallo Spirito Santo non procede un'altra persona.
2. Come è comune al Padre e al Figlio che da essi proceda lo Spirito
Santo, così è comune al Figlio e allo Spirito Santo il procedere
dal Padre. Perciò, come si ammette una nozione comune al Padre
e al Figlio (la spirazione comune), così se ne deve ammettere anche
una comune al Figlio e allo Spirito Santo (la comune processione).
RISPONDO: Si chiama nozione la ragione formale che serve a conoscere
una persona divina. Ora, la pluralità delle persone divine
dipende dall'origine. Il concetto di origine importa un principio (a quo alius)
e un termine (qui ab alio): e da questi due lati si può
conoscere una persona. Ora, non si viene a conoscere la persona del
Padre perché deriva da un altro, ma perché non deriva da nessuno.
E da questo lato la sua nozione è l'innascibilità. In quanto poi da
lui derivano altri, (il Padre) si manifesta in due modi. Perché, in
quanto da lui procede il Figlio si rende noto mediante la nozione di
paternità: e in quanto da lui procede lo Spirito Santo si rende noto
mediante la nozione di spirazione comune. Così pure si viene a conoscere
il Figlio per il fatto che nascendo deriva da un altro: cioè
si rende noto mediante la filiazione. E si rende noto allo stesso
modo del Padre, cioè mediante la spirazione comune, in quanto un
altro, cioè lo Spirito Santo, procede da lui. Si viene poi a
conoscere lo Spirito Santo in quanto procede da un altro o da altri:
e così ci si rende noto mediante la processione. Ma non (si viene
a conoscere) per il fatto che altri proceda da lui: perché nessuna
persona divina da lui procede. - Dunque in Dio ci sono cinque nozioni,
cioè l'innascibilità, la paternità, la filiazione, la spirazione
comune e la processione.
Di queste solo quattro sono relazioni, perché l'innascibilità è una
relazione solo per riduzione, come si dirà in seguito. Quattro sole
sono anche le proprietà: perché la spirazione comune, per ciò stesso
che conviene a due persone, non è una proprietà. Tre soltanto sono
nozioni personali, cioè costitutive delle persone, vale a dire paternità,
filiazione e processione: giacché la spirazione comune e l'innascibilità
sono nozioni di persone, ma non personali, come meglio
si spiegherà in seguito.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Oltre le quattro relazioni bisogna
ammettere, come si è spiegato, un'altra nozione (l'innascibilità).
2. L'essenza divina e le persone divine sono espresse come cose;
ma le nozioni sono come ragioni formali che notificano le persone.
Perciò, sebbene si dica che Dio è uno per l'unità dell'essenza, e trino
per la trinità delle persone, non si può dire cinquino per le cinque
nozioni.
3. Siccome soltanto l'opposizione delle relazioni produce pluralità
reale in Dio, più proprietà di una stessa persona non si distinguono
realmente perché tra loro non esiste opposizione di relazioni. Tuttavia
non si predicano l'una dell'altra, perché stanno a indicare formalità
diverse della stessa persona; come anche non diciamo che
l'attributo di potenza è l'attributo della scienza, sebbene diciamo
che la scienza è la potenza.
4. Come abbiamo visto, la persona importa dignità, perciò non
si può ritenere come nozione dello Spirito Santo il non procedere da
lui altra persona. Questo non conferisce nulla alla sua dignità, come
(all'opposto) mette in evidenza l'autorità del Padre il non essere da
altri.
5. Il Figlio e lo Spirito Santo non hanno in comune un unico e
speciale modo di essere originati dal Padre; come (al contrario) il
Padre e il Figlio hanno in comune un modo speciale di produrre
lo Spirito Santo. Ora, ciò che è causa di cognizione (di una persona)
deve essere qualche cosa di speciale, perciò il paragone non torna.
ARTICOLO 4
Se siano permesse opinioni contrastanti circa le nozioni
SEMBRA che non siano permesse opinioni contrastanti circa le nozioni.
Infatti:
1. S. Agostino dice che
"in nessun altro caso è tanto pericoloso l'errore" come in materia di Trinità, alla quale materia certamente
appartengono le nozioni. Ma non si danno opinioni in contrasto
senza che si abbia l'errore. Quindi non è lecita la libertà di opinione
sulle nozioni.
2. Mediante le nozioni si conoscono le persone, come abbiamo spiegato.
Ma circa le persone non è lecito seguire opinioni contrastanti.
Dunque neppure circa le nozioni.
IN CONTRARIO: Negli articoli di fede non vi è nulla che riguardi le
nozioni. Dunque a proposito di nozioni è lecito pensarla in un modo
o in un altro.
RISPONDO: Una cosa può appartenere alla fede in due modi. Primo,
direttamente: in qualità di oggetto principale della rivelazione divina,
come l'unità e la trinità di Dio, l'incarnazione del Figlio di
Dio, e simili. E (naturalmente) è eresia sostenere un'opinione sbagliata
su tali argomenti: specialmente se vi si unisce la pertinacia. - Indirettamente
invece appartengono alla fede quelle cose dalla cui
negazione deriva qualche conseguenza contraria alla fede; come,
p. es., se qualcuno negasse che Samuele fu figlio di Elcana: infatti
ne verrebbe che la divina Scrittura contiene degli errori. Perciò su
quello che appartiene alla fede in questo secondo modo uno può seguire
opinioni erronee, senza pericolo di eresia, quando non è chiarito,
o non è stato ancora determinato che da esse segue qualche
cosa di contrario alla fede: tanto più se non vi aderisce con pertinacia.
Ma se è chiaro, e specialmente se è stato determinato dalla
Chiesa, che da tali idee deriva qualche cosa di opposto alla fede, il
ritenerle sarebbe eresia. Per questo molte sentenze, che prima non
si ritenevano eretiche, ora lo sono, perché adesso si vedono più chiaramente
le conseguenze che ne derivano.
Perciò si deve concludere che anche circa le nozioni alcuni, senza
pericolo di eresia, hanno potuto seguire opinioni contrastanti, non
avendo essi l'intenzione di sostenere con ciò nulla di contrario alla
fede. Se però qualcuno ne avesse un'opinione sbagliata avvertendo
che ne deriva qualche cosa di contrario alla fede, costui cadrebbe nell'eresia.
Con ciò risulta evidente la risposta alle difficoltà.
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