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Questione
18
La vita di Dio
L'intendere è una delle proprietà dei viventi, quindi dopo lo studio
della scienza e dell'intelletto di Dio, bisogna considerarne la
vita.
Al riguardo si fanno quattro quesiti: 1. Quali esseri sono viventi; 2. Che
cosa è la vita; 3. Se la vita conviene a Dio; 4. Se tutte
le cose sono vita in Dio.
ARTICOLO
1
Se il vivere appartenga a tutti gli esseri che sono in natura
SEMBRA che il vivere appartenga a tutti gli esseri che sono in natura. Infatti:
1. Il
Filosofo dice che "il movimenro è come una corta vita per
tutti gli esseri esistenti in natura". Ora, tutte le cose partecipano
del movimento. Dunque tutte le cose naturali partecipano della vita.
2. Si dice che le piante vivono in quanto hanno in se stesse il
principio del movimento di sviluppo e di decrescenza. Ora, il moto
locale è più perfetto e per natura anteriore al moto di sviluppo e
di decrescenza, come lo prova Aristotele. Ma poiché tutti i corpi
fisici hanno un principio di movimento locale, è chiaro che tutti vivono.
3. Tra tutti i corpi fisici i più imperfetti sono gli elementi. Ma
ad essi si attribuisce la vita: si parla, infatti, di acque vive. Dunque
a più forte ragione hanno vita gli altri corpi fisici.
IN CONTRARIO: Dionigi dice che
"nelle piante rimane come l'ultima
eco della vita". Dal che si può dedurre che le piante occupano
l'ultimo gradino della vita. Ora, i corpi inanimati sono al di sotto
delle piante, e quindi ad essi non si può attribuire la vita.
RISPONDO: Dagli esseri che possiedono con evidenza la vita si può
dedurre quali realmente vivano e quali non vivano. Ora, gli esseri
che possiedono con evidenza la vita sono gli animali: infatti, osserva
Aristotele, "negli animali la vita è patente". Perciò noi
dobbiamo distinguere gli esseri viventi dai non viventi in base a
quella proprietà per cui diciamo che gli animali vivono. E questa
è il segno che per primo rivela la vita e ne attesta la presenza
fino all'ultimo. Ora, noi diciamo che un animale vive appena comincia
a muoversi, e si pensa che in esso perduri la vita finché si
manifesta tale movimento; e quando non si muove più da sé e vien
mosso soltanto da altri, allora si dice che l'animale è morto per
mancanza di vita. Da ciò si vede che propriamente sono viventi
quegli esseri che comunque si muovono da sé, sia che il termine moto
si prenda in senso proprio, in quanto è atto di cosa imperfetta, cioè
di cosa che si trova in potenza; sia che si prenda in un senso più
largo in quanto moto è atto di cosa perfetta, nel quale senso anche
l'intendere e il sentire è chiamato moto, come nota Aristotele. E così
diremo viventi tutti gli esseri che si determinano da se medesimi
al movimento o a qualche operazione: quegli esseri, invece, che per
loro natura non hanno di potersi determinare da se stessi al movimento
o all'operazione, non possono dirsi viventi se non per una certa analogia.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Il detto del Filosofo si può intendere
o del primo moto, cioè di quello dei corpi celesti; o del moto in generale.
Nell'uno e nell'altro caso, il movimento è come una certa
vita dei corpi fisici in senso metaforico, non in senso proprio. Il
moto del cielo, infatti, nell'insieme di tutte le nature corporee si può
paragonare al moto del cuore nell'animale, mediante il quale si conserva la vita.
Parimente, ogni altro movimento che si verifica nell'ordine
naturale ha una certa somiglianza con un'operazione vitale.
Quindi, se tutto l'universo corporeo fosse come un solo animale,
in maniera che tale movimento derivasse da un unico principio intrinseco,
secondo la supposizione di alcuni, ne verrebbe che tale movimento
sarebbe la vita di tutti i corpi fisici.
2. Il movimento non conviene ai corpi pesanti e leggeri se non
in quanto sono fuori delle loro posizioni connaturali, cioè perché si
trovano fuori del loro proprio luogo, poiché quando sono nel loro
luogo naturale, stanno in riposo. Le piante, viceversa, e gli altri esseri
viventi si muovono con moto vitale proprio perché sono nel loro
stato naturale, e non perché si sforzano di giungervi o di discostarsene:
anzi, a misura che si discostano da tale movimento, si allontanano
dal loro stato naturale. - Inoltre, i corpi gravi e leggeri son
mossi da un motore estrinseco che, generandoli, dà loro la forma,
o elimina l'ostacolo (del loro movimento), come dice Aristotele.
E, per conseguenza, essi non si muovono da sé, come i corpi viventi.
3. Si dicono
acque vive quelle che hanno un flusso continuo. Le
acque stagnanti, invece, le quali non sono alimentate da una sorgente
perenne, sono dette acque morte, come le acque delle cisterne
e delle paludi. Ma questo è detto per metafora, perché in quanto pare
che si muovano hanno una certa somiglianza con la vita. Peraltro
in esse non c'è la vera vita, perché tale movimento non l'hanno
da se stesse, ma dal loro principio generatore, come avviene del
moto dei gravi e dei corpi leggeri.
ARTICOLO
2
Se la vita sia un'operazione
SEMBRA che la vita sia un'operazione. Infatti:
1. Ogni cosa si divide in parti del medesimo genere. Ora, il vivere
si suddivide in certe determinate operazioni, come dimostra Aristotele,
il quale fa consistere la vita in queste quattro attività: nutrirsi,
sentire, muoversi localmente e pensare. Dunque la vita è un'operazione.
2. Altra è la vita attiva e altra la vita contemplativa. Ora, gli
uomini di vita contemplativa si differenziano dagli uomini di vita
attiva per la diversità di alcune operazioni. Dunque la vita è un'operazione.
3. Conoscere Dio è un'operazione. Ora, la vita consiste in questo,
come dice il Vangelo: "La vita eterna, consiste nel conoscere Te
solo vero Dio". Dunque la vita è un'operazione.
IN CONTRARIO: Dice il Filosofo:
"Per i viventi, vivere è essere".
RISPONDO: Come risulta da ciò che si è già notato, il nostro intelletto,
il quale ha come oggetto proprio di conoscenza l'essenza delle
cose, dipende dai sensi, che hanno per oggetto proprio gli accidenti
esterni. Ne segue perciò che arriviamo a conoscere l'essenza di una
cosa partendo da quello che appare esternamente. E poiché, come
abbiamo detto sopra, denominiamo le cose a seconda che le conosciamo,
per lo più i nomi che significano l'essenza delle cose derivano
dalle proprietà esteriori. Quindi tali nomi, a volte, sono presi
rigorosamente per le stesse essenze delle cose, a significar le quali
sono stati principalmente destinati: a volte, meno propriamente, si
prendono per le stesse qualità da cui hanno avuto origine. Così,
p. es., il termine corpo fu scelto per indicare un certo genere di sostanze,
perché in esse si trovano le tre dimensioni: e per questo motivo
il termine corpo si adopera per designare le tre dimensioni, nel
qual senso corpo è una specie della quantità (corpo matematico contrapposto
a corpo fisico).
Così deve dirsi della vita. La voce vita deriva da un qualche cosa
che appare all'esterno e che consiste nel movimento spontaneo;
ma questo nome non è adoperato per indicare tale fenomeno, bensì
per significare una sostanza alla quale compete, secondo la sua natura,
muoversi spontaneamente, o comunque determinarsi all'operazione.
E secondo ciò vivere non è altro che essere in tale natura,
e la vita indica la medesima cosa, ma in astratto, come la voce corsa
significa il correre in astratto. Quindi il termine vivente non è un
attributo accidentale, ma sostanziale. - Qualche volta, tuttavia, il
termine vita, in senso meno proprio, si adopera per designare le
operazioni della vita, dalle quali è stato desunto; e in tal senso il
Filosofo dice che "vivere è principalmente sentire ed intendere".
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ. 1. Il Filosofo, qui, prende il termine
vivere per indicare l'operazione vitale. - O anche si può dire, assai
meglio, che sentire e intendere, ecc., talora si prendono per indicare
certe operazioni, tal'altra per designare la natura degli esseri così
operanti. Dice infatti Aristotele che "essere è sentire o intendere",
cioè avere una natura capace di sentire o di intendere. In tal maniera
il Filosofo distingue il vivere in quelle quattro forme. In questo
mondo inferiore, difatti, vi sono quattro generi di viventi. Alcuni
di essi hanno una natura limiltata solo all'uso dell'alimento e,
conseguentemente, all'aumento e alla generazione; altri vanno più
oltre, fino alla sensazione, come gli animali immobili, p. es., le
ostriche; altri arrivano anche più in là e vi aggiungono il moto
locale, come gli animali perfetti, quali sono i quadrupedi, i volatili
e simili; altri, finalmente, hanno in più una natura capace d'intendere,
come l'uomo.
2. Opere vitali si dicono quelle i cui principi sono nell'operante,
così che questo si determini da sé a tali operazioni. Ora, capita che
relativamente ad alcune operazioni, negli uomini, non soltanto vi
sono dei principi naturali, cioè le facoltà naturali, ma anche altri
principi supplementari, cioè gli abiti, che inclinano in modo connaturale
a certi generi di operazioni, rendendole dilettevoli. E per
questo nel parlare chiamiamo vita di un uomo, per analogia, quella
tale operazione che per lui è piacevole, verso la quale sente inclinazione,
in cui si esercita, e a cui ordina tutta la sua esistenza: e così
si dice che alcuni fanno vita lussuriosa, altri vita onesta. Ora la vita
attiva si distingue dalla vita contemplativa, in tal modo. E alla
stessa maniera si dice che la vita eterna consiste nel conoscere Dio.
E così resta sciolta anche la terza difficoltà.
ARTICOLO
3
Se a Dio convenga la vita
SEMBRA che a Dio non convenga la vita. Infatti:
1. Abbiamo detto che alcune cose vivono perché si muovono da sé.
Ora, a Dio non si addice il moto. Dunque neppure la vita.
2. In tutti gli esseri che vivono deve trovarsi un principio vitale.
Infatti scrive Aristotele che "l'anima è causa e principio del corpo
vivente". Ora, Dio non ha causa. Dunque a lui non compete la vita.
3. Il principio vitale dei viventi che noi conosciamo è (sempre)
un'anima vegetativa, la quale non si trova che negli esseri corporei.
Quindi negli esseri incorporei non ci può esser vita.
IN CONTRARIO: Dice il Salmo:
"Il mio cuore e la mia carne esultano nel Dio vivente".
RISPONDO: A Dio la vita appartiene nel senso più rigoroso del termine.
Per capir bene ciò è necessario considerare che, siccome alcuni
esseri si dicono vivi in quanto si determinano da sé all'azione e non
sono come mossi da altri, quanto più perfettamente questa spontaneità
compete a un soggetto, tanto più perfettamente dovrà trovarsi
in esso la vita. Ora negli esseri che muovono e in quelli soggetti al
movimento troviamo tre elementi così disposti. Innanzi tutto il fine
muove l'agente; poi vien l'agente principale, il quale opera mediante
la sua forma; e infine quest'ultimo talora opera mediante uno strumento,
il quale non agisce in virtù della propria forma, ma in forza
dell'agente principale: e a questo strumento conviene soltanto eseguire
l'azione.
Orbene, vi sono degli esseri che si muovono da sé, non per (acquisire)
una forma o per (raggiungere) un fine, cose che hanno dalla
natura, ma solo in quanto svolgono un moto; la forma, però, per la
quale agiscono e il fine verso il quale tendono sono stati fissati
loro dalla natura. Tali sono le piante, le quali, in forza della forma
che hanno dalla natura, muovono se stesse col moto di sviluppo e
di decrescenza.
Altri esseri vanno più in là, muovono se stessi non soltanto quanto
all'esecuzione di un moto, ma anche quanto alla forma, che è il principio
del loro movimento, acquistata da loro stessi. Tali sono gli
animali, nei quali il principio del movimento è la forma non già
infusa dalla natura, ma acquistata mediante i sensi. Quindi quanto
più perfetti hanno i sensi, tanto più perfettamente si muovono
da sé. Ed infatti, gli animali che possiedono soltanto il senso del
tatto, hanno il solo movimento di dilatazione e di contrazione, p. es.,
le ostriche, le quali di poco superano il movimento delle piante.
Quelli, invece, che hanno facoltà sensitive perfette, e capaci di conoscere
non soltanto ciò che è a contatto con essi, ma anche le cose
distanti, si muovono verso oggetti remoti spostandosi da un punto
all'altro.
Ma, sebbene questi animali acquistino mediante i sensi la forma,
che è il principio del loro movimento, tuttavia non si prestabiliscono
da sé il fine della loro operazione o del loro movimento, ma è loro
dato da natura, sotto il cui impulso si muovono a compiere questa
o quella operazione mediante la forma appresa coi sensi. Quindi,
al di sopra di tali animali vi sono quelli che muovono se stessi anche
riguardo al fine, che da se stessi si prestabiliscono. E ciò avviene
precisamente in forza della ragione e dell'intelletto, di cui è proprio
conoscere la proporzione tra il fine ed i mezzi, e ordinare una cosa
all'altra. Perciò il modo più perfetto di vivere è quello degli esseri
che son dotati d'intelligenza: perché si muovono più perfettamente.
Ed un segno di ciò è che in un solo e medesimo uomo l'intelletto
muove le facoltà sensitive, e le facoltà sensitive muovono col loro
impero gli organi, i quali eseguono il movimento. Così anche nelle
arti: p. es., l'arte che ha il compito di usare la nave, cioè l'arte del
navigare, comanda all'arte di progettare la nave, e questa a quella
che ha soltanto il compito dell'esecuzione, cioè di disporre tutto il
materiale.
Ma sebbene la nostra intelligenza si determini da sé ad alcune
cose, altre le vengono prestabilite dalla natura, come i primi principi,
dai quali non può dissentire, ed il fine ultimo che non può
non volere. Quindi, sebbene muova se stessa riguardo ad alcune
cose, quanto ad altre tuttavia richiede di essere mossa da altri.
Perciò quell'essere, la cui natura è lo stesso suo intendere, ed al
quale nessun altro determina quello che possiede per natura, dovrà
possedere il supremo grado della vita. Ora, tale essere è Dio. Perciò
in Dio la vita è al sommo grado. Per questo motivo il Filosofo, dopo
aver dimostrato che Dio è un essere intelligente, conclude che debba
avere in sé perfettissima e sempiterna vita, perché il suo intelletto
è perfettissimo e sempre in atto.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Vi son due specie di azioni, dice
Aristotele: le une (transitive) che passano su un oggetto esterno,
come scaldare e segare, ecc.: e altre (intransitive) che restano nell'operante,
come intendere, sentire e volere. Vi è tra le une e le altre
questa differenza, che le prime non formano un perfezionamento
dell'agente che muove, ma dell'oggetto che è mosso; le seconde costituiscono
un perfezionamento dell'agente. Ora, siccome il moto è
atto (o perfezione) dell'ente mobile le azioni della seconda serie,
che sono atto del soggetto operante, si possono chiamare moto di
quest'ultimo; ma qui abbiamo solo un'analogia: come il moto è
l'atto dell'ente mobile, così l'operazione è l'atto dell'agente, sebbene
il moto sia atto di cosa imperfetta, cioè in potenza, e l'operazione
(immanente), sia atto di cosa perfetta, cioè (non in potenza ma) in
atto, come dice Aristotele. Ora dato che l'intendere si può chiamare
moto, possiamo dire che chi intende se stesso si muove. Ed in questa
maniera anche Platone ha detto che Dio muove se stesso, non nel
senso rigoroso di moto, atto di cosa imperfetta.
2. Come Dio si identifica con il suo essere ed il suo intendere, così
si identifica con il suo vivere. E per questo motivo la sua vita è tale
da non richiedere alcun principio.
3. La vita negli esseri di quaggiù si trova in nature corruttibili,
che abbisognano e della generazione per la conservazione della specie,
e dell'alimento per la conservazione dell'individuo. E per questo
motivo negli esseri di quaggiù non si trova la vita senza l'anima
vegetativa. Questo però non ha luogo nei viventi incorruttibili.
ARTICOLO
4
Se tutte le cose siano vita in Dio
SEMBRA che non tutte le cose siano vita in Dio. Infatti:
1. È detto negli Atti degli Apostoli:
"In lui viviamo, ci muoviamo
e siamo". Ora, non tutte le cose in Dio sono movimento. Dunque
non tutte le cose in lui sono vita.
2. Tutte le cose sono in Dio come nel loro supremo esemplare. Ora,
le immagini devono essere conformi al loro modello. Ma non tutti
gli esseri sono viventi considerati nella loro realtà; dunque neppure
in Dio sono vita.
3. Un essere vivente, osserva S. Agostino, è migliore di qualsiasi
essere non vivente. Se, dunque, gli esseri che non hanno vita in se
stessi, hanno vita in Dio, pare che siano con più verità in Dio che
in se stessi. E ciò è falso, dal momento che in se stessi esistono attualmente,
in Dio solo potenzialmente.
4. Come Dio conosce il bene e le cose che in un dato tempo vengono
all'esistenza, così conosce il male e le cose che egli potrebbe
fare, ma che mai si compiranno. Se, dunque, tutte le cose sono vita
in Dio, perché da lui sono conosciute, sembra che anche il male ed
i puri possibili siano vita in lui appunto perché li conosce, E ciò
è inammissibile.
IN CONTRARIO: Nel Vangelo sta scritto:
"Quel che è stato fatto era
vita in lui".
RISPONDO: Come è già stato detto, il vivere di Dio è il suo intendere.
Ora, in Dio è tutt'uno intelletto, oggetto intelligibile e intellezione.
Quindi tutto ciò che è in Dio come oggetto conosciuto, è il
vivere stesso e la vita di lui. Ora, siccome tutte le cose che Dio ha
fatto sono in lui in quanto conosciute, ne segue che in lui siano la
sua stessa vita divina.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Si può dire che le creature sono in
Dio in due maniere: primo, in quanto la potenza divina le domina
e le conserva, nello stesso senso in cui diciamo che sono in noi
quelle cose che sono in nostro potere. E così si dice che le cose sono
in Dio anche in quanto esistono nella realtà. Ed in questa maniera
va inteso il detto di S. Paolo: "In lui viviamo, ci muoviamo e siamo"; perché per noi l'essere, la vita e il movimento provengono
da Dio. Secondo, si dice che le cose sono in Dio, come oggetto di conoscenza.
In tal senso esse sono in Dio con le loro immagini ideali,
le quali in Dio altro non sono che la divina essenza. Perciò le cose
che in tal senso sono in Dio si identificano con l'essenza divina.
E poiché l'essenza divina è vita e non moto, ecco che le cose, secondo
questo modo di parlare, in Dio non sono moto, ma vita.
2. La conformità delle copie o immagini col loro modello si verifica
rispetto alla forma, non già rispetto al modo di essere. Infatti
la forma, talora, ha un modo di essere tutto differente nell'esemplare
e nell'immagine: p. es., la forma della casa nella mente dell'artista
ha un'esistenza immateriale e intelligibile, mentre nella casa di
fatto costruita ha un'esistenza materiale e sensibile. Quindi, anche
le immagini ideali delle cose che in natura non sono viventi, nella
mente di Dio sono vita, perché nella mente di Dio hanno l'esistere di Dio.
3. Se l'essenza delle cose esistenti in natura non richiedesse la materia
ma soltanto la forma, esse con le loro immagini ideali sarebbero
in tutto e per tutto con più verità nella mente divina che in se
stesse. Per questo motivo Platone, dell'uomo in astratto ne ha fatto
l'uomo vero, e dell'uomo materiale, l'uomo per partecipazione. Ora
(tenendo presente che) la materia fa parte dell'essenza delle cose
naturali, dobbiamo riconoscere che queste, assolutamente parlando
hanno un essere più vero nel pensiero di Dio che in se stesse, perché
nel pensiero di Dio hanno l'essere increato, in se stesse, invece,
l'essere creato. Ma quanto alla loro realtà concreta, di uomo, p. es.,
o di cavallo, esse sono con più verità nella propria natura che nella
mente divina, perché per avere un vero uomo si richiede un'esistenza
materiale, che non si ha nella mente divina. P. es., la casa ha un
modo d'essere più nobile nel pensiero dell'artista, che nella materia,
ma con più verità si dice casa quella che è attuata nella materia di
quella che è nel pensiero, perché l'una è casa in atto, l'altra in potenza.
4. Il male è in Dio come oggetto di conoscenza, poiché la scienza
di Dio comprende anch'esso, ma non si trova in Dio come creato o
conservato da Dio e neppure come se fosse presente in lui mediante
un'immagine ideale; infatti Dio lo conosce mediante l'idea di ciò
che è bene. Quindi non si può dire che il male sia vita in Dio.
Quanto alle cose poi che mai esisteranno (i puri possibili), si può
dire che sono vita in Dio, soltanto se si restringe il termine vivere al
solo conoscere, infatti esse sono pensate da Dio; non già se il termine
vivere si prende nel suo significato di principio d'operazione.
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