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Questione
16
La verità
La scienza ha per oggetto la verità, quindi dopo aver considerato
la scienza di Dio, tratteremo della verita.
Su questo argomento si pongono otto quesiti: 1. Se la verità sia
nelle cose o soltanto nella mente; 2. Se sia nell'intelletto che afferma
e nega; 3. Sulla relazione tra il vero e l'ente; 4. Sulla relazione tra
il vero ed il bene; 5. Se Dio sia la verità; 6. Se sia una sola la verità
delle cose; 7. Sull'eternità della verità; 8. Sulla sua immutabilità.
ARTICOLO
1
Se la verità sia soltanto nell'intelletto
SEMBRA che la verità non sia soltanto nell'intelletto, ma che sia
piuttosto nelle cose. Infatti:
1. S. Agostino riprova questa definizione del vero:
"il vero è quello
che si vede": perché, se così fosse, le pietre che si trovano nelle viscere
della terra, non sarebbero vere pietre dal momento che non
si vedono. Rigetta anche quest'altra: "il vero è ciò che così appare
al soggetto conoscente, quando voglia e possa conoscerlo": perché
ne segue che niente sarebbe vero, se nessuno potesse conoscere. Così
invece egli definisce il vero: "il vero è ciò che è". E quindi la verità
è nelle cose, non già nell'intelletto.
2. Tutto ciò che è vero, è vero in forza della verità. Se dunque la
verità è solo nell'intelletto, niente sarà vero se non in quanto è conosciuto;
ma questo è l'errore di antichi filosofi, i quali dicevano
che vero è quello che appare tale. Ne seguirebbe che affermazioni contraddittorie
sarebbero simultaneamente vere, perché tesi contraddittorie
possono apparire simultaneamente vere a più soggetti.
3. Dice Aristotele:
"Ciò che causa in altri una data qualità, deve
possederla anch'esso e con intensità maggiore". Ora, a detta del medesimo
Filosofo, "precisamente dal fatto che una cosa è o non è,
deriva che sia vera o falsa un'opinione o un'espressione". Dunque
la verità è piuttosto nelle cose che nell'intelligenza.
IN CONTRARIO: Aristotele dice che
"il vero e il falso non sono nelle
cose, ma nell'intelletto".
RISPONDO: Come il termine bene esprime ciò verso cui tende la
facoltà appetitiva, così il termine vero esprime ciò verso cui tende
l'intelletto. Ma tra la facoltà appetitiva e l'intelligenza, o qualsiasi
altra potenza conoscitiva, vi è questo divario, che la conoscenza si
ha perché il conoscibile viene a trovarsi nel soggetto conoscente:
mentre l'appetizione avviene per il fatto che il relativo soggetto si
muove verso la cosa desiderata. Per cui il termine della facoltà
appetitiva, che è il bene, è nella cosa desiderata, mentre il termine
della conoseenza, che è il vero, è nell'intelligenza stessa.
Ora, come il bene è nella cosa in quanto dice ordine alla facoltà
appetitiva e, per tale motivo, la nozione di bene proviene alla facoltà
appetitiva dall'oggetto, talché essa si dice buona, perché tende al
bene: così, essendo il vero nell'intelletto in quanto l'intelletto si
adegua alla cosa conosciuta, necessariamente la nozione di vero proviene
alla cosa conosciuta dall'intelletto, in maniera che la stessa
cosa conosciuta si dice vera per il rapporto che ha con l'intelletto.
Ora, l'oggetto conosciuto può avere con un intelletto rapporti essenziali
o accidentali. Essenzialmente dice ordine a quell'intelletto,
dal quale ontologicamente dipende; accidentalmente, all'intelletto
dal quale può essere conosciuto. Come se dicessimo: la casa importa
relazione essenziale alla mente dell'architetto, relazione accidentale
a un (altro) intelletto da cui non dipende. Ora, una cosa non si giudica
già in base a quello che le conviene accidentalmente, ma a
quello che le si addice essenzialmente: quindi ogni singola cosa si
dice vera assolutamente per il rapporto che ha con l'intelligenza
dalla quale dipende. Perciò i prodotti delle arti si dicono veri in
ordine al nostro intelletto; vera si dice, infatti, quella casa che
riproduce la forma che è nella mente dell'architetto; vere le parole,
quando esprimono un pensiero vero. Così le cose naturali si dicono
vere in quanto attuano la somiglianza delle specie che sono nella mente
di Dio: p. es., si dice vera pietra, quella che ha la natura
propria della pietra, secondo la concezione preesistente nella mente
di Dio. - Quindi, la verità è principalmente nell'intelletto, secondariamente
nelle cose, per la relazione che esse hanno all'intelletto, come a loro principio.
Per tali ragioni, la verità è stata definita in diverse maniere.
S. Agostino dice che "la verità è la manifestazione di ciò che è".
S. Ilario insegna che "il vero è ciò che dichiara o manifesta l'essere".
Queste definizioni riguardano la verità in quanto è nella mente. - Definizione
invece della verità delle cose in rapporto all'intelletto è questa
di S. Agostino: "La verità è la perfetta somiglianza delle cose
con il loro principio, senza nessuna dissomiglianza"; e quest'altra
di S. Anselmo: "La verità è la rettitudine percettibile con la sola mente";
perché retto è ciò che concorda col suo principio;
ed anche questa di Avicenna: "La verità di ciascuna cosa è la proprietà
del suo essere, quale le è stato assegnato". - L'assioma, "la verità è
adeguazione tra la cosa e l'intelletto", può riferirsi
ai due aspetti della verità.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. S. Agostino parla della verità (ontologica)
delle cose, e dalla nozione di essa esclude ogni relazione
col nostro intelletto. Ed invero, in ogni definizione, non si ammette
ciò che non è essenziale.
2. Questi antichi filosofi dicevano che la natura non deriva da una
intelligenza, ma dal caso: e siccome, d'altra parte, vedevano che
il vero dice rapporto all'intelligenza, eran costretti a far consistere
la verità delle cose nel loro rapporto con la nostra mente. Di qui
tutti gli inconvenienti denunciati da Aristotele. I quali inconvenienti
si evitano, se si pone che la verità (ontologica) delle cose consiste
nel loro rapporto con la divina intelligenza.
3. Sebbene la verità del nostro intelletto sia causata dalle cose,
non è però necessario che la verità si trovi primieramente nelle cose,
come la sanità non si trova prima nella medicina che nell'animale, perché l'efficacia della medicina, e non la sua sanità, causa la sanità,
non essendo un agente univoco. Analogamente, l'essere della
cosa, non la sua verità, causa la verità dell'intelletto. Perciò dice
il Filosofo, che un'opinione o un'affermazione è vera perché la cosa è,
e non perché la cosa è vera.
ARTICOLO
2
Se la verità sia soltanto nell'intelletto che unisce o che separa dei concetti
SEMBRA che la verità sia soltanto nell'intelletto che unisce o che
separa (dei concetti). Infatti:
1. Dice il Filosofo che come i sensi nel percepire il sensibile proprio
non ingannano mai, così anche l'intelletto quando apprende la quiddità (delle cose).
Ma la composizione e la divisione non si verifica nel senso,
e neppure nell'intelletto che conosce la quiddità.
Dunque la verità non è solo nell'atto del comporre e del dividere
che fa l'intelletto.
2. Isacco dice che la verità è adeguazione tra la cosa e l'intelletto.
Ma come il giudizio intellettuale si può adeguare alle cose,
così anche l'intellezione dei concetti semplici, ed anche il senso che
percepisce la cosa come è. Dunque la verità non è esclusivamente
nell'operazione dell'intelletto che compone e divide.
IN CONTRARIO: Secondo il Filosofo flnché si tratta di oggetti semplici
e di quiddità non si ha il vero nell'intelligenza e neppure nelle cose.
RISPONDO: Il vero, come abbiamo già dimostrato, si trova formalmente
nell'intelletto. E siccome ogni cosa è vera secondo che ha la
forma conveniente alla propria natura, l'intelletto, considerato nell'atto
del conoscere, sarà verace, in quanto ha in sé l'immagine
della cosa conosciuta, perché tale immagine è la sua forma nell'atto
del conoscere. Per questo motivo la verità si definisce per la conformità
dell'intelletto alla realtà, e quindi conoscere tale conformità
è conoscere la verità. Tale conformità il senso non la conosce affatto:
per quanto infatti l'occhio abbia in sé l'immagine dell'oggetto
visibile, pure non afferra il rapporto che corre tra la cosa vista e
quello che esso ne percepisce. L'intelletto, invece, può conoscere
la propria conformità con la cosa conosciuta. Tuttavia non l'afferra
quando di una cosa percepisce la quiddità; ma quando giudica che
la cosa in se stessa è conforme alla sua apprensione: allora solamente
conosce e afferma il vero. E fa questo nell'atto di comporre
e di dividere: infatti in ogni proposizione l'intelletto applica ed esclude,
in una cosa espressa nel soggetto, una certa forma (o attributo)
espressa dal predicato. Perciò è giusto affermare che la percezione
sensitiva relativamente ad una data cosa è vera, come è vero
l'intelletto nel conoscere la quiddità; ma non si può dire che l'una
e l'altro conosca, o affermi il vero. La stessa cosa è delle espressioni
verbali complesse o semplici. La verità dunque può anche trovarsi
nei sensi o nell'intelletto che conosce la quiddità come in un oggetto
vero: ma non quale cosa conosciuta nel soggetto conoscente, come
indica il termine vero: la perfezione dell'intelletto, infatti, è il vero
conosciuto. Per conseguenza, a parlar propriamente, la verità è
nell'intelletto che compone o divide (che giudica); non già nel senso,
oppure nell'intelletto che percepisce la quiddità.
Le difficoltà hanno così trovato la loro soluzione.
ARTICOLO
3
Se il vero e l'ente si identifichino
SEMBRA che il vero e l'ente non si identifichino. Infatti:
1. Il vero è nell'intelletto, come si è detto; l'ente, invece,
propriamente è nelle cose. Dunque non si identificano.
2. Ciò che si estende all'essere e al non essere, non si identifica
con l'ente. Ora, il vero si estende all'essere e al non essere; infatti,
è ugualmente vero che l'essere è, e che il non essere non è. Dunque
vero ed essere non sono la stessa cosa.
3. Tra cose aventi rapporti di anteriorità e posteriorità, non si
dà identità. Ora, il vero sembra che sia prima dell'ente, perché non
si intende l'ente se non sotto la ragione di vero. Dunque sembra che
non si identifichino.
IN CONTRARIO: Il Filosofo dice che i rapporti di una cosa all'essere
e alla verità sono identici.
RISPONDO: Il bene si presenta come appetibile, allo stesso modo
che il vero dice ordine alla conoscenza. E ogni cosa è conoscibile
nella misura che partecipa dell'essere: onde Aristotele dice che "l'anima in qualche maniera è tutte le
cose" in forza dei sensi e
dell'intelletto. Perciò il vero si identifica con l'ente come il bene.
Tuttavia, come il bene aggiunge all'ente la nozione di appetibilità,
così il vero vi aggiunge un rapporto all'intelletto.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Il vero si trova e nelle cose e nell'intelletto,
come abbiamo dimostrato. Ma il vero che è nelle cose
si identifica con l'ente in tutta la sua realtà. Mentre il vero che è
nell'intelletto si identifica con l'ente, come l'espressione con la cosa
espressa. Ed infatti, proprio in questo consiste la ragione di vero,
come abbiamo detto sopra. - E si potrebbe pure rispondere che
anche l'ente è nelle cose e nell'intelletto, come il vero; benché il
vero sia principalmente nell'intelletto, e l'ente principalmente nelle cose.
E ciò avviene per il fatto che il vero e l'ente differiscono concettualmente.
2. Il non ente non ha in se stesso onde possa esser conosciuto;
ma è conosciuto perché l'intelletto lo fa intelligibile. Quindi anche
il vero si fonda sull'ente, in quanto il non ente è un ente di ragione,
cioè un ente concepito dalla ragione.
3. La proposizione, l'ente non si può apprendere se non sotto
l'aspetto di vero, si può intendere in due modi. O nel senso che non
si può apprendere l'ente senza che questa apprensione sia accompagnata
dalla nozione di vero. E così l'affermazione è vera. Oppure
nel senso che l'ente non può essere appreso senza che sia conosciuta
la ragione di vero. E questo è falso. Piuttosto è il vero che non si
può conoscere se (prima) non si apprende l'ente, perché l'ente è
incluso nella nozione di vero. È come se noi paragonassimo
l'intelligibile all'ente. Infatti, l'ente non potrebbe mai essere conosciuto
intellettualmente, se non fosse intelligibile: tuttavia, può essere
conosciuto l'ente, prescindendo dalla sua intelligibilità. Così pure
l'ente intellettualmente conosciuto è vero; ma non si conosce (esplicitamente)
il vero conoscendo l'ente.
ARTICOLO
4
Se il bene sia concettualmente prima del vero
SEMBRA che il bene sia concettualmente prima del vero. Infatti:
1. Ciò che è più universale, concettualmente è prima, come insegna Aristotele.
Ora, il bene è più universale del vero, perché il vero è un certo bene,
ossia è il bene dell'intelletto. Dunque il bene concettualmente è prima del vero.
2. Il bene è nelle cose, il vero invece è nel comporre e nel dividere
dell'intelligenza, come si è detto. Ora, ciò che è nella realtà
delle cose è anteriore a ciò che è nell'intelletto. Dunque il bene
concettualmente è prima del vero.
3. Secondo Aristotele, la verità è una virtù. Ma la virtù rientra nel bene:
perché, al dire di S. Agostino, è una buona qualità dell'animo.
Dunque il bene è prima del vero.
IN CONTRARIO: Quello che è più comune, è concettualmente anteriore.
Ora, il vero è in alcune cose nelle quali non si trova il bene,
cioè nelle entità matematiche. Dunque il vero è prima del bene.
RISPONDO: Nonostante che il vero e il bene siano in concreto identici all'ente,
tuttavia differiscono concettualmente. E sotto questo
riguardo il vero, assolutamente parlando, è anteriore al bene, per due
motivi. Primo motivo: perché il vero è più vicino all'ente, il quale
è prima del bene. Infatti, il vero dice rapporto all'essere stesso semplicemente
ed immediatamente, mentre la nozione di bene consegue all'essere,
in quanto l'essere, in certo modo, dice perfezione; infatti
sotto questo aspetto l'essere è appetibile. - Secondo motivo: perché
la conoscenza naturalmente precede l'appetizione. Quindi, siccome
il vero dice rapporto alla cognizione, e il bene alla facoltà appetitiva,
il vero è concettualmente prima del bene.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. La volontà e l'intelletto si includono
a vicenda, perché l'intelletto conosce la volontà, e la volontà muove
l'intelletto a conoscere. Così, dunque, tra le cose che dicono ordine
all'oggetto della volontà, si trovano anche quelle che riguardano
l'intelletto, e viceversa. Quindi, nell'ordine del desiderabile, il bene
ha ragione di universale e il vero ha ragione di particolare; nell'ordine
poi dell'intelligibile è l'inverso. Per il fatto, dunque, che
il vero è un certo bene, ne segue che il bene sia prima nell'ordine
degli appetibili, non però che sia prima assolutamente.
2. Una cosa è concettualmente anteriore, perché considerata per
prima dall'intelletto. L'intelletto innanzi tutto raggiunge l'ente;
in secondo luogo conosce se stesso nell'atto di intendere l'ente; in
terzo luogo conosce se stesso nell'atto di desiderare l'ente. Perciò,
prima abbiamo la nozione di ente, dipoi la nozione di vero, finalmente
la nozione di bene, per quanto il bene sia intrinseco alle cose.
3. La virtù detta verità (o veracità), non è la verità in genere, ma
è quella specie di verità per la quale l'uomo nel dire e nel fare si
palesa quale è. In senso più ristretto parliamo di verità della vita
in quanto l'uomo nella sua vita attua quello a cui è ordinato dalla
divina intelligenza: nel senso in cui, come abbiamo spiegato, la verità è
in tutte le cose. Si dà poi una verità della giustizia quando
l'uomo rispetta gli obblighi che ha verso gli altri secondo le disposizioni
della legge. Ma da queste (accezioni del termine) verità (così)
particolari non si possono fare deduzioni circa la verità in generale.
ARTICOLO
5
Se Dio sia verità
SEMBRA che Dio non sia verità. Infatti:
1. La verita consiste nell'atto del comporre e del dividere compiuto
dall'intelletto. Ma in Dio non c'è composizione e divisione. Dunque non c'è verità.
2. La verità, secondo S. Agostino, è la
"somiglianza delle cose con
il loro principio". Ora, Dio non somiglia a nessun principio.
Dunque in Dio non c'è verità.
3. Tutto quello che si dice di Dio, si dice di lui come della prima
causa di tutte le cose: p. es., l'essere di Dio è causa di ogni essere,
e la sua bontà è causa di ogni bene. Se dunque in Dio vi è verità,
ogni vero proverrà da lui. Ora, è vero che qualcuno pecca.
Dunque Dio dovrebbe esserne la causa. Il che evidentemente è falso.
IN CONTRARIO: Il Signore dice:
"Io sono la via, la verità e la vita".
RISPONDO: Come si è già spiegato, la verità si trova nell'intelletto
quando esso conosce una cosa così come è, e nelle cose in quanto
il loro essere dice rapporto all'intelligenza. Ora, tutto questo si trova
in Dio in sommo grado. Infatti il suo essere non solo è conforme al
suo intelletto, ma è il suo stesso intendere; e il suo atto d'intellezione è
la misura e la causa di ogni altro essere e di ogni altro intelletto;
ed egli stesso è il suo proprio essere e la sua intellezione.
Conseguentemente non soltanto in lui vi è verità, ma egli medesimo
è la stessa somma e prima verità.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Sebbene nella divina intelligenza
non vi sia composizione e divisione, tuttavia Dio con la sua semplice
intelligenza giudica di tutto, e conosce tutte le cose, compresi tutti i giudizi.
E così nel suo intelletto c'è la verità.
2. La verità del nostro intelletto consiste nella conformità al suo principio,
cioè alle cose dalle quali trae le sue cognizioni. Anche la
verità delle cose (ontologica) consiste nella conformità di esse al
loro principio, cioè all'intelletto divino. Ma l'affermazione, propriamente
parlando, si potrebbe applicare alla verità divina soltanto se
si trattasse della verità che si appropria al Figlio, il quale ha un
principio. Non vale però per la verità attributo essenziale di Dio,
a meno che la proposizione affermativa non si voglia risolvere in
negativa, come quando si afferma che il Padre è di per se stesso, per
negare che sia da altri. Si potrebbe anche dire che la verità divina
è "somiglianza col suo principio" per indicare che tra l'essere di
Dio e il suo intelletto non c'è dissomiglianza.
3. Il non ente e le privazioni non hanno verità in se stessi; l'hanno
solamente dalla conoscenza dell'intelletto. Ora, ogni conoscenza
viene da Dio: quindi quanto di verità c'è in questo mio dire: è vero
che costui commette fornicazione, proviene da Dio. Ma se uno ne
conclude: dunque la fornicazione di costui proviene da Dio, si ha
un sofisma di accidente.
ARTICOLO
6
Se vi sia una sola verità, secondo la quale tutte le cose sono vere
SEMBRA che vi sia una sola verità, secondo la quale tutte le cose sono vere.
Infatti:
1. Per S. Agostino niente è più grande della mente umana, tranne Dio.
Ora, la verità è superiore alla mente umana, ché altrimenti
questa giudicherebbe la verità; e invece giudica tutte le cose secondo
la verità e non secondo se stessa. Dunque solo Dio è verità. Dunque
non vi è altra verità che Dio.
2. S. Anselmo dice che come il tempo sta alle cose temporali, così la verità
sta alle cose vere. Ora, il tempo è uno per tutte le cose temporali.
Dunque non vi è che una verità, per la quale tutte le cose sono vere.
IN CONTRARIO: Nei Salmi si legge:
"Le verità son diminuite tra i figli degli uomini".
RISPONDO: In un certo senso esiste un'unica verità, per la quale
tutti gli esseri son veri, mentre non è così in un altro senso. Per chiarire
la cosa, giova riflettere che quando un attributo si afferma di
più cose univocamente, si trova in ciascuna di esse secondo la sua
propria ragione, come animale in ogni specie di animali. Ma quando
un attributo si afferma di più soggetti analogicamente, allora esso
si trova secondo la sua propria ragione in uno solo, dal quale tutti
gli altri si denominano: p. es., sano si dice dell'animale, dell'orina
e della medicina, non che la sanità non sia nel solo
animale, ma dalla sanità dell'animale è denominata sana la medicina,
in quanto è causa di tale sanità, e sana è denominata l'orina,
in quanto ne è il segno. E sebbene la sanità non sia nella medicina
e neppure nell'orina, tuttavia nell'una e nell'altra vi è qualche cosa
per cui l'una produce e l'altra significa la sanità. Ora, sopra si è
detto che la verità primieramente è nell'intelletto, secondariamente
nelle cose in quanto dicono ordine alla intelligenza divina.
Se dunque parliamo della verità in quanto, secondo la propria nozione,
è nell'intelletto, allora, dato che esistono molte intelligenze create, vi
sono anche molte verità; e anche in un solo e medesimo intelletto
vi possono essere più verità, data la pluralità degli oggetti conosciuti.
Per tal motivo la Glossa sulle parole del Salmo, "le verità son diminuite tra i figli degli uomini", fa questo rilievo: come da
un solo volto di uomo risultano più immagini nello specchio, così
dall'unica verità divina risultano più verità. Se poi parliamo della
verità in quanto è nelle cose, allora tutte le cose sono vere in forza
dell'unica prima verità, alla quale ciascuna di esse si conforma nella
misura del proprio essere. E così, sebbene siano molteplici le essenze
o forme delle cose, tuttavia unica è la verità dell'intelletto divino,
secondo la quale tutte le cose si denominano vere.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. L'anima nostra non giudica di
tutte le cose secondo una qualsiasi verità; ma secondo la verità prima,
in quanto essa si riflette nell'anima, attraverso i principi intellettivi,
come in uno specchio. Ne consegue che la verità prima è superiore all'anima.
Tuttavia, anche la verità creata, che è nel nostro intelletto,
è superiore all'anima nostra, non assolutamente, ma relativamente,
in quanto è una sua perfezione: in questo senso anche la scienza
può dirsi superiore all'anima. È vero però che nessun essere
concreto è superiore allo spirito intelligente, all'infuori di Dio.
2. L'affermazione di S. Anselmo è giusta nel senso che le cose si
dicono vere in rapporto alla divina intelligenza.
ARTICOLO
7
Se la verità creata sia eterna
SEMBRA che la verità creata sia eterna. Infatti:
1. Dice S. Agostino che niente è più eterno della nozione del circolo
o dell'affermazione che due più tre fa cinque. Ora, la verità
di tutte queste cose è una verità creata. Dunque la verità creata è eterna.
2. Tutto ciò che è sempre, è eterno. Ora, gli universali sono dovunque e sempre.
Dunque sono eterni. Dunque anche il vero, che è sommamente universale.
3. Ciò che è vero presentemente, fu sempre vero che in futuro sarebbe stato.
Ma come è verita creata la verità di una proposizione al presente,
così lo è la verità di una proposizione al futuro.
Dunque qualche verità creata è eterna.
4. Tutto ciò che è senza principio e senza fine, è eterno. Ora, la
verità degli enunciati è senza cominciamento e senza fine. Poiché se
la verità ha cominciato a essere mentre prima non era, era vero
in quel tempo che la verità non c'era: e sicuramente era vero in
forza di una verità, e così la verità c'era prima di avere inizio. Parimenti,
se si ammette che la verità abbia fine, ne viene che esisterà
dopo di aver cessato di essere, perché sarà vero allora che la verità non c'è.
Dunque la verità è eterna.
IN CONTRARIO: Dio solo è eterno, come abbiamo già dimostrato.
RISPONDO: La verità degli enunciati non è altro che la verità dell'intelletto.
Infatti un enunciato può essere nella mente e nella parola.
Secondo che è nella mente, esso ha di per sé la verità; ma secondo
che è nella parola si dice vero in quanto esprime la verità della mente,
non già per una qualche verità che risieda nella proposizione
come in un soggetto. Così l'orina è detta sana, non per una sanità
che sia in essa, ma per la sanità dell'animale, della quale è segno.
Del resto anche sopra abbiamo spiegato che le cose si denominano
vere dalla verità dell'intelletto. Per cui se non vi fosse nessuna mente eterna,
non vi sarebbe alcuna verità eterna. Ma siccome il solo intelletto
divino è eterno, soltanto in esso la verità trova la sua eternità.
Né per questo si può concludere che vi sia qualche altra cosa di eterno
oltre Dio: perché la verità della divina intelligenza è Dio medesimo,
come già si è dimostrato.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. La nozione del circolo e l'affermazione
che due più tre fa cinque, hanno la loro eternità nella mente di Dio.
2. Che una cosa sia sempre e dovunque, si può intendere in due modi.
O perché ha in sé onde estendersi a ogni tempo e a ogni luogo;
e in tal senso compete a Dio. Oppure nel senso che non ha in sé
un elemento che la determini a un punto dello spazio o del tempo (piuttosto
che a un altro): nella stessa maniera che la materia prima è detta una,
non perché abbia una determinata forma, come l'uomo il quale è uno per l'unità
di una sola forma, ma per l'eliminazione di tutte le forme atte a distinguere.
E in questo senso di ogni universale si dice che è dovunque e sempre,
in quanto gli universali astraggono dallo spazio e dal tempo.
Ma da ciò non segue che essi siano eterni se non nell'intelletto,
dato che ve ne sia uno eterno.
3. Quello che esiste ora, prima di esistere era cosa futura, perché
esisteva una causa capace di produrlo. Quindi, tolta la causa, la
sua produzione non sarebbe stata cosa futura. Ora, soltanto la causa
prima è eterna. Perciò non ne segue che sarebbe stato sempre vero
che le cose attualmente esistenti dovessero essere nel futuro, se non
dipendentemente dalla causa eterna. E tale causa è solo Dio.
4.
Siccome il nostro intelletto non è eterno, neppure è eterna la
verità degli enunciati che noi formiamo, ma ha cominciato a essere
a un dato momento. Prima quindi che tale verità fosse, non
era vera l'affermazione che essa non esisteva se non a causa dell'intelletto
divino, nel quale la verità è eterna. Ma in questo momento è vero
dire che quella verità allora non esisteva. Quest'ultima affermazione
però non è vera se non in forza di quella verità che adesso è nel nostro intelletto,
non già in forza di una verità oggettiva della cosa.
Perché si tratta di una verità che ha per oggetto il non ente:
e il non ente non può esser vero in forza di se stesso,
ma solo in forza dell'intelletto che lo concepisce. Quindi è vero dire
che la verità non esisteva, soltanto perché noi apprendiamo la non esistenza
della medesima come anteriore alla sua esistenza.
ARTICOLO
8
Se la verità sia immutabile
SEMBRA che la verità sia immutabile. Infatti:
1. S. Agostino dice che la verità non è come la mente,
perché altrimenti sarebbe mutabile al pari di essa.
2. Ciò che resta dopo ogni cambiamento è immutabile: come la materia prima,
la quale non si può né generare né corrompere, perché essa permane dopo
tutte le generazioni e le corruzioni.
Ora, la verità rimane dopo ogni mutamento, perché dopo ogni mutazione
è sempre vero il dire: tale cosa è o non è. Dunque la verità è immutabile.
3. Se la verità di una proposizione potesse mutare ciò avverrebbe
specialmente quando cambia la cosa. Ma proprio in questo caso non
si ha mutamento. Infatti, dice S. Anselmo che la verità è una certa
rettitudine (o fedeltà) consistente nella conformità di una cosa con
l'idea corrispondente che è nella mente divina. Ora, questa proposizione,
Socrate siede, riceve dalla mente divina di significare che Socrate siede:
cosa che significherà anche quando Socrate non sarà più seduto.
Dunque la verità della proposizione in nessun modo cambia.
4. Ove una è la causa, avremo anche un identico effetto. Ora, un
solo e identico fatto è causa di queste tre proposizioni: Socrate siede,
sederà, sedette. Per conseguenza la verità di esse è la medesima.
E siccome una delle tre bisogna che sia vera, ne segue che la verità
di queste proposizioni rimane immutabile, e per la stessa ragione
la verità di ogni altra proposizione.
IN CONTRARIO: Nei Salmi si dice:
"Le verità son venute meno tra
i figli degli uomini".
RISPONDO: Come si è detto sopra, la verità propriamente è soltanto
nell'intelletto; mentre le cose si dicono vere in rapporto alla verità
che si trova in un'intelligenza. Quindi la mutabilità del vero va
ricercata in relazione all'intelletto, la cui verità consiste nella
conformità con le cose conosciute. Ora, questa conformità può variare in
due maniere, come ogni altro confronto, cioè per il cambiamento
dell'uno o dell'altro termine. Perciò per parte dell'intelligenza la
verità cambia se, restando la cosa immutata, uno se ne forma un'opinione diversa: varierà egualmente se, restando invariata l'opinione,
cambia la cosa. In ambedue i casi c'è mutamento dal vero al falso.
Se dunque si dà un'intelligenza nella quale non vi sia l'alternarsi
di opinioni, e al cui sguardo non sia cosa che possa sfuggire, la
verità in questa intelligenza è immutabile. Ebbene, tale è la divina
intelligenza, come risulta dagli articoli precedenti. La verità dell'intelletto
divino è dunque immutabile, mentre quella del nostro intelletto è mutabile.
Non che essa sia il soggetto di queste mutazioni, ma (si ha il mutamento)
a motivo del nostro intelletto che passa dalla verità alla falsità;
in questa maniera infatti sono mutabili le forme.
Ma la verità dell'intelletto divino è del tutto immutabile,
perché dipende da essa che le cose create possano dirsi vere.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. In quel passo S. Agostino parla
della verità divina.
2. Il vero e l'ente si identificano. Quindi, come l'ente non viene
generato né si corrompe di per se stesso, ma indirettamente, in
quanto questo o quel soggetto viene distrutto o generato, come dice
Aristotele: così la verità cambia, non perché non resti nessuna verità,
ma perché la verità che prima esisteva, non esiste più.
3. La proposizione non è vera soltanto come sono vere le altre cose,
cioè in quanto attuano quello che per esse è stato ordinato
dalla mente divina; ma è detta vera anche in un suo modo particolare,
in quanto significa la verità dell'intelletto, la quale consiste
nella conformità tra l'intelletto e la cosa. Se scompare questa conformità,
cambia la verità dell'opinione, e per conseguenza la verità
della proposizione. Perciò questa proposizione: Socrate siede, finché
Socrate di fatto siede, è vera doppiamente: vera di verità ontologica,
in quanto è una data espressione verbale; vera per il significato (verità
logica), in quanto esprime una opinione vera. Ma se Socrate si alza,
la prima verità rimane, la seconda invece viene distrutta.
4. Il sedersi di Socrate, che è la causa della verità di questa proposizione,
Socrate siede, non si può considerare allo stesso modo
quando Socrate siede e dopo che è stato seduto e prima che sedesse.
Quindi anche la verità da esso causata presenta aspetti diversi (rispetto
al tempo), e si esprime in diverse maniere nelle tre proposizioni: al presente,
al passato e al futuro. Perciò non ne viene che, restando vera una
delle tre proposizioni, resti invariabile un'unica verità.
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