Il Santo Rosario
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Questione 107

La locuzione degli angeli

Consideriamo adesso la locuzione degli angeli.
Esamineremo cinque punti: 1. Se un angelo parli con l'altro; 2. Se l'angelo inferiore parli a quello superiore; 3. Se l'angelo parli a Dio; 4. Se la distanza locale influisca sul parlare degli angeli; 5. Se il parlare di un angelo con l'altro sia conosciuto da tutti.

ARTICOLO 1

Se un angelo parli con l'altro

SEMBRA che un angelo non parli con l'altro. Infatti:
1. Dice S. Gregorio che nello stato di resurrezione "la corporeità delle membra non nasconde la mente dell'uno agli occhi dell'altro". Molto meno dunque la mente d'un angelo può essere nascosta all'altro. Ma il parlare ha lo scopo di manifestare agli altri quel che è nascosto nella mente. Non v'è dunque bisogno che un angelo parli all'altro.
2. Si parla in due modi: interiormente, con se stessi; esteriormente, con gli altri. Questo secondo modo si compie, o per mezzo di segni sensibili, quali la voce e il gesto, o per mezzo di organi corporei, quali la lingua e le dita: tutte cose che gli angeli non possono avere. Quindi un angelo non parla con l'altro.
3. Chi sta per parlare, eccita prima l'attenzione di chi deve ascoltare. Ma non si vede con quale mezzo un angelo potrebbe eccitare l'attenzione d'un altro angelo: giacché questo, tra noi uomini, si fa mediante segni sensibili. Quindi un angelo non parla con l'altro.

IN CONTRARIO: Sta scritto: "Se parlassi le lingue degli uomini e degli angeli".

RISPONDO: Esiste una locuzione negli angeli; "è necessario però", come osserva S. Gregorio, "che la mente nostra si elevi al di sopra delle condizioni del parlare materiale e consideri i sublimi e occulti modi del parlare interiore". Per capire dunque in che modo un angelo parli all'altro, bisogna ricordare, come abbiamo detto precedentemente, trattando degli atti e delle potenze dell'anima, che è la volontà a muovere l'intelletto alla sua operazione. Ora l'oggetto intelligibile si trova nell'intelletto in tre modi: primo, sotto forma di abito, cioè come oggetto della memoria, conforme all'insegnamento di S. Agostino; secondo, come oggetto del pensiero attuale; terzo, come riferito ad altro. È chiaro poi che il passaggio dell'oggetto dal primo modo al secondo si compie dietro il comando della volontà: tanto è vero che nella definizione dell'abito si dice: "del quale uno usa quando vuole". Sempre per mezzo della volontà si compie il passaggio dal secondo modo al terzo: è per mezzo della volontà, infatti, che il concetto della mente viene riferito ad altro, vale a dire, o all'operazione da compiere, o alla manifestazione di esso ad altri. - Ora, quando la mente si applica a considerare quello che possiede in maniera abituale, si dice che uno parla a se stesso: infatti il concetto della mente viene chiamato parola interiore. Quando poi l'idea d'una mente angelica viene ordinata dalla rispettiva volontà ad essere manifestata a un altro, essa viene ad essere conosciuta dall'altro: e così un angelo parla all'altro. Parlare, infatti, è lo stesso che manifestare agli altri i propri pensieri.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. In noi, il concetto interiore della mente è come racchiuso da un doppio ostacolo. Il primo ostacolo è costituito dalla stessa volontà che ha il potere di ritenere internamente quel concetto o di indirizzarlo al di fuori. E sotto questo aspetto, nessuno, ad eccezione di Dio, può vedere la mente di un altro, come scrive S. Paolo: "Nessuno tra gli uomini conosce le cose dell'uomo, tranne lo spirito dell'uomo che è in lui". - Il secondo ostacolo è costituito dalla materialità del corpo. Di qui avviene che, anche quando la volontà ha ordinato il concetto della mente a essere manifestato a un altro, esso non è subito conosciuto dall'altro, ma si richiedono dei segni sensibili. A questo proposito scrive S. Gregorio: "Per gli occhi estranei noi stiamo nel segreto della mente quasi come dietro le pareti del corpo: ma se desideriamo manifestarci, usciamo fuori quasi passando per la porta della lingua, per mostrarci quali siamo internamente". Ora, l'angelo non ha un tale ostacolo. Quindi, appena egli ha determinato di manifestare il suo pensiero, l'altro lo conosce all'istante.
2. Il parlare esteriore, che si effettua mediante la voce, a noi è necessario per superare l'ostacolo del corpo. Esso perciò non conviene all'angelo, ma a lui conviene solo il parlare interiore; e questo si effettua non soltanto col parlare a se stessi pensando, ma anche con l'indirizzare, per mezzo della volontà, il proprio pensiero agli altri. Quindi la lingua degli angeli metaforicamente non è che la virtù dell'angelo con la quale egli manifesta il suo pensiero.
3. Quanto agli angeli buoni, che sempre si vedono reciprocamente nel Verbo, non ci sarebbe bisogno di porre un mezzo per eccitarne l'attenzione: poiché, come l'uno vede sempre l'altro, così in esso vede sempre tutto ciò che a lui rivolge. Ma siccome gli angeli potevano parlarsi anche nello stato di natura, e gli angeli malvagi si parlano tuttora, si deve rispondere che, come il senso è mosso dall'oggetto sensibile, così l'intelletto viene mosso da quello intelligibile. Quindi, come il senso viene eccitato mediante un segno sensibile, così la mente dell'angelo può essere eccitata all'attenzione mediante una qualche virtù intellettiva.

ARTICOLO 2

Se l'angelo inferiore parli a quello superiore

SEMBRA che l'angelo inferiore non parli a quello superiore. Infatti:
1. Sopra quelle parole di S. Paolo, "se io parlassi le lingue degli uomini e degli angeli", la Glossa dice che il parlare degli angeli non è altro che il loro illuminare. Ora, come si è visto, gli angeli inferiori non illuminano mai quelli superiori. Quindi neppure parlano ad essi.
2. Come si è già detto, illuminare non è altro che manifestare agli altri quanto si conosce. Ma parlare significa la stessa cosa. Quindi parlare e illuminare sono la stessa cosa: e così ritorna la difficoltà precedente.
3. Dice S. Gregorio che "Dio parla agli angeli rivelando ai loro cuori i suoi segreti invisibili". Ma ciò è lo stesso che illuminare. Quindi ogni parlare di Dio è un illuminare. Per la medesima ragione, dunque, ogni parlare dell'angelo è anch'esso un'illuminazione. In nessun modo perciò l'angelo inferiore può parlare a quello superiore.

IN CONTRARIO: Stando alla interpretazione di Dionigi, gli angeli inferiori chiesero a quelli superiori: "Chi è questo re della gloria?".

RISPONDO: Gli angeli inferiori possono parlare a quelli superiori. Per comprenderlo, si deve considerare che, negli angeli, illuminare è sempre un parlare, ma parlare non è sempre un illuminare. Si è visto infatti che il parlare di un angelo con l'altro non è che un indirizzare a lui il proprio pensiero dietro il comando della volontà. Ora, i concetti formati dalla mente si possono riferire a due principi: cioè direttamente a Dio che è la verità prima; e alla volontà del conoscente, in forza della quale noi consideriamo attualmente un oggetto. Ma la verità è luce dell'intelligenza, e norma di ogni verità è lo stesso Dio; perciò la manifestazione di un concetto, in quanto dipende dalla prima verità, è insieme un parlare e un illuminare; come quando un uomo insegna all'altro: "Il cielo è stato creato da Dio", oppure: "L'uomo è un animale". Invece, la manifestazione delle cose, che dipendono dalla volontà del conoscente, non può chiamarsi illuminazione, ma locuzione soltanto; come nel caso che uno dicesse a un altro: "Voglio imparare questo", oppure: "Voglio fare questa o quella cosa". E la ragione si è che la volontà creata non è né luce, né norma della verità, ma partecipa soltanto della luce: quindi, comunicare agli altri ciò che procede dalla volontà creata, in quanto tale, non è un illuminare. Infatti, non ha niente a che fare con la perfezione del mio intelletto conoscere ciò che tu vuoi o ciò che tu intendi: ma solo conoscere la sostanza della verità.
È chiaro, d'altra parte, che gli angeli si denominano superiori o inferiori in rapporto a quel principio che è Dio. Perciò, l'illuminazione dipendente da quel principio che è Dio, viene trasmessa solo dagli angeli superiori a quelli inferiori. In rapporto invece all'altro principio che è la volontà, la stessa persona che vuole è prima e suprema. Perciò la manifestazione delle cose che appartengono alla volontà, è fatta dalla stessa persona che vuole, direttamente a chi essa vuole. E sotto questo aspetto gli angeli parlano, reciprocamente, quelli superiori a quelli inferiori, e questi a quelli.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. 2. Si è risposto così anche alla prima e alla seconda difficoltà.
3. Ogni parlare di Dio agli angeli è anche un illuminare: perché, essendo la volontà di Dio norma di verità, anche il sapere quel che Dio vuole appartiene alla perfezione e illuminazione della mente creata. Ma altrettanto non vale per la volontà dell'angelo, come si è detto.

ARTICOLO 3

Se l'angelo parli a Dio

SEMBRA che l'angelo non parli a Dio. Infatti:
1. Si parla per manifestare qualche cosa agli altri. Ma l'angelo non può manifestare niente a Dio, il quale sa tutto. Quindi l'angelo non parla a Dio.
2. Parlare è indirizzare il proprio pensiero ad altri, come si è detto. Ora l'angelo indirizza sempre il proprio pensiero a Dio. Quindi, se egli parlasse a Dio una volta, gli parlerebbe sempre: cosa questa che talora non sembra possibile, poiché qualche volta gli angeli parlano tra di loro. Perciò sembra più verosimile che l'angelo non parli mai a Dio.

IN CONTRARIO: Sta scritto: "Rispose l'angelo del Signore e disse: "Signore degli eserciti, sino a quando continuerai a non avere compassione di Gerusalemme?"". Dunque l'angelo parla a Dio.

RISPONDO: Come abbiamo spiegato, la locuzione angelica si compie indirizzando il pensiero verso un soggetto diverso. Ora una cosa può essere così indirizzata per due scopi. Primo, per essere comunicata all'altro: nel mondo fisico, p. es., il principio attivo è così ordinato al principio passivo, e nella locuzione umana l'insegnante è ordinato all'alunno. E sotto questo aspetto l'angelo non può parlare a Dio in nessun modo, né di quanto appartiene alla verità oggettiva, né di quanto dipende dalla volontà creata: poiché Dio di ogni verità e di ogni volontà è principio e causa. - Secondo, una cosa può essere indirizzata verso un soggetto estraneo, per riceverne qualche cosa: così nel mondo fisico il principio passivo è ordinato al principio attivo, e nella locuzione umana l'alunno si indirizza all'insegnante. Ed è in questo modo che l'angelo parla a Dio, o consultando la volontà divina sul da farsi, o ammirando la di lui eccellenza che egli non può mai comprendere totalmente; cosicché S. Gregorio fa osservare, che "gli angeli parlano a Dio quando, riguardando al di sopra di sé, escono in sentimenti di ammirazione".

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Il parlare non ha sempre lo scopo di manifestare ad altri qualche cosa; ma talora ha lo scopo finale di ricevere una manifestazione; com'e quando l'alunno chiede spiegazioni al suo insegnante.
2. Gli angeli non cessano mai di parlare a Dio con la lode e con l'ammirazione. Ma la locuzione, con la quale essi consultano la divina sapienza sul da farsi, si limita a quelle circostanze in cui devono compiere qualche cosa di nuovo, su cui desiderano essere illuminati.

ARTICOLO 4

Se la distanza locale influisca sulla locuzione degli angeli

SEMBRA che la distanza locale influisca sulla locuzione degli angeli. Infatti:
1. A detta del Damasceno, "l'angelo opera dove si trova". Ora, il parlare è una delle operazioni dell'angelo. Quindi, essendo l'angelo in un luogo determinato, sembra che un angelo possa parlare sino a una distanza di luogo determinata.
2. Chi grida quando parla, lo fa a causa della lontananza di colui che ascolta. Ma leggiamo in Isaia, a proposito dei Serafini, che "l'uno gridava verso l'altro". Dunque la distanza locale influisce sulla locuzione degli angeli.

IN CONTRARIO: Narra il Vangelo che il ricco posto nell'inferno parlava ad Abramo, senza che lo impedisse la distanza di luogo. Molto meno dunque la distanza locale può impedire il parlare di un angelo con l'altro.

RISPONDO: Il parlare dell'angelo consiste, come abbiamo spiegato, in un'operazione intellettiva. Ma l'operazione intellettiva dell'angelo prescinde totalmente dalle condizioni di luogo e di tempo: infatti anche la nostra intellezione prescinde dalle circostanze di luogo e di tempo, e solo ne risente a causa dei fantasmi, che non si trovano negli angeli. Ora, la successione del tempo e la distanza locale non influiscono affatto in ciò che prescinde del tutto dalle condizioni di luogo e di tempo. Quindi la distanza locale non può costituire un impedimento per la locuzione degli angeli.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. La locuzione degli angeli, come si è detto, è una parola interiore, che però viene percepita; essa quindi è nell'angelo che parla e, conseguentemente, anche nel luogo dove l'angelo parla. Ma come la distanza locale non impedisce a un angelo di vedere l'altro; così neppure gli impedisce di percepire in lui quanto l'altro gli rivolge, cioè di percepire la sua parola.
2. Il grido di cui si parla non è il grido materiale, che viene emesso a causa della distanza; ma sta a indicare la grandiosità delle cose che venivano dette, oppure l'intensità grande degli affetti, secondo l'espressione di S. Gregorio: "Tanto meno uno grida, quanto meno desidera".

ARTICOLO 5

Se la locuzione di un angelo con l'altro sia conosciuta da tutti

SEMBRA che la locuzione di un angelo con l'altro sia conosciuta da tutti. Infatti:
1. Il fatto che non tutti odono il parlare di un uomo con un altro dipende dalla distanza di luogo. Ma nel parlare degli angeli la distanza locale non influisce affatto, come abbiamo spiegato. Quindi, quando un angelo parla all'altro, è inteso da tutti.
2. La capacità d'intendere è comune a tutti gli angeli. Se quindi il pensiero di un angelo è capito da quello a cui è indirizzato, sarà capito anche dagli altri.
3. L'illuminazione è una specie di locuzione. Ma quando un angelo illumina l'altro, la sua illuminazione giunge a tutti gli angeli: perché, come dice Dionigi, "ciascuna sostanza celeste comunica alle altre l'intellezione ricevuta". Quindi anche la locuzione di un angelo con l'altro giunge a tutti.

IN CONTRARIO: All'uomo è possibile parlare da solo a un altro. Molto più dunque questo dev'essere possibile all'angelo.

RISPONDO: Il pensiero di un angelo può essere percepito dall'altro, come abbiamo spiegato, per il fatto che il soggetto pensante con la sua volontà lo indirizza a un altro. Ora, può esserci un motivo per cui una cosa deve essere indirizzata a uno e non a un altro. Perciò, il pensiero di un angelo potrà essere conosciuto da uno, e non dagli altri. Cosicché la locuzione di un angelo con un altro non sarà percepita dagli altri, non per colpa della distanza locale, ma perché così determina la volontà.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. 2. Abbiamo così risposto anche alla prima e alla seconda difficoltà.
3. L'illuminazione riguarda le verità che emanano dalla prima regola di verità, la quale è la causa universale di tutti gli angeli: perciò le illuminazioni sono comuni a tutti. La locuzione invece può riguardare cose che si riferiscono direttamente all'esercizio della volontà creata, che è proprio di ciascun angelo: perciò non è necessario che siffatte locuzioni siano rivolte a tutti.