IL PARADISO

Catechismo Romano

LA VITA ETERNA

Significato dell'articolo

I santi Apostoli, nostre guide, vollero chiudere il Simbolo, compendio della nostra fede, con l'articolo riguardante la vita eterna, sia perché dopo la resurrezione della carne i fedeli non devono aspettare che il premio della vita eterna; sia perché la felicità perfetta e piena di ogni bene deve essere sempre dinanzi ai nostri occhi, e apprendessimo che la mente e i pensieri nostri devono essere tutti fissi in essa. Perciò i Parroci, istruendo i fedeli, non lasceranno mai di accenderne gli animi col proporre loro i premi della vita eterna. Così tutto quello che essi avranno insegnato, anche se sommamente grave a sopportare per il nome cristiano, lo crederanno leggero e giocondo, e diverranno più pronti e alacri nell'obbedire a Dio.

La vita eterna è una beatitudine perpetua

Sotto queste parole, che qui servono a spiegare la nostra beatitudine, sono nascosti molti misteri. È perciò necessario spiegarli in modo che siano a tutti noti, secondo la capacità di ciascuno. Si deve dunque far notare ai fedeli che la vita eterna significa non tanto la perpetuità della vita, alla quale partecipano anche i demoni e gli uomini cattivi, quanto la perpetuità della beatitudine, capace di soddisfare appieno il desiderio dei beati. Così la intendeva quel dottore della Legge, che nel Vangelo chiese al Signore nostro salvatore che cosa dovesse fare per possedere la vita eterna (Matt. XIX, 16; Marc. X, 17; Luc. XVIII, 18), ossia: Che cosa devo fare per poter giungere a quel luogo dove è dato godere della felicità perfetta? In questo senso le sacre Scritture intendono tali parole, come si può osservare in molti luoghi (Matt. XXV, 46; Giov. III, 15; Rom. VI, 23).

Natura della beatitudine eterna

È stato dato appunto questo appellativo a tale beatitudine, perché non la si credesse consistere in cose materiali e caduche, le quali non possono essere eterne. Infatti questa stessa parola beatitudine non poteva bene esprimere quel che si voleva indicare, soprattutto perché vi sono stati certuni, che, gonfi di fatua sapienza, han posto il sommo bene in quelle cose che si percepiscono coi sensi. Mentre queste periscono e invecchiano, la beatitudine non si può circoscrivere con limiti di tempo; ché anzi le cose terrene sono del tutto aliene dalla vera felicità, dalla quale si allontana moltissimo chi è trasportato dall'amore e dal desiderio del mondo. Sta scritto infatti: Non amate il mondo, né quel che è nel mondo. Se qualcuno ama il mondo, in lui non è la carità del Padre. E poco appresso: Il mondo passa e insieme con esso la sua concupiscenza (I Giov. II, 15, 17). Questo dunque avranno cura i Parroci di fissare nella mente dei fedeli, per persuaderli a disprezzare le cose del mondo e a non credere che si possa ottenere felicità quaggiù, dove non siamo cittadini, ma ospiti (I Pietr. II, 11).

Tuttavia anche in questa vita potremo ben dirci beati per la virtù della speranza, purché, rigettando l'empietà e i desideri mondani, viviamo con sobrietà, con giustizia e con pietà, aspettando che si realizzi la speranza beata e la venuta della gloria del grande Dio e di Gesù Cristo nostro salvatore (Tit. II, 12, 13).

Moltissimi però, i quali credevano di esser sapienti, non avendo compreso queste cose, credettero doversi cercare la felicità in questa vita; divennero stolti e caddero nelle miserie più gravi (Rom. I, 22).

Ma dal significato di questa espressione vita eterna impariamo anche che questa felicità, una volta raggiunta, non può più perdersi, come erroneamente alcuni supposero. Infatti la felicità risulta dall'unione di tutti i beni, senza mescolanza di alcun male: la quale felicità per appagare il desiderio dell'uomo, deve consistere necessariamente nella vita eterna. Non potrebbe infatti il beato non volere che gli sia dato di godere per sempre di quei beni che ha ottenuto. Se dunque tale possesso non fosse stabile e certo, sarebbe tormentato dall'angoscia del timore.

Ineffabilità della beatitudine eterna

Queste stesse parole però, vita beata, mostrano a sufficienza che la grandezza della felicità dei beati nella patria celeste da essi solamente e da nessun altro può esser compresa. Infatti se noi, per significare una cosa, facciamo uso di un nome comune anche a molte altre, è chiaro che per esprimere esattamente quella cosa manca la parola propria. Poiché dunque la felicità viene espressa con voci tali che convengono egualmente ai beati e a tutti coloro che vivono una vita eterna, si può allora capire che essa è una realtà troppo alta e preclara, per poterne esprimere perfettamente la sostanza con una parola propria. Infatti nelle sacre Scritture si danno a questa beatitudine celeste moltissimi altri nomi, come per esempio: regno di Dio, di Cristo, dei cieli, — Paradiso, — Città santa, — nuova Gerusalemme, — casa del Padre (Marc. IX, 46; Att. XIV, 21; I Cor. VI, 9; Efes. V, 5; II Pietr. I, 11; Matt. VII, 21; Luc. XXIII, 43; Apoc. III, 12; XXI, 2, 10). Tuttavia è chiaro che nessuno di essi vale ad esprimerne la grandezza.

La fede nella beatitudine promuove la pietà

I Parroci non si lascino qui sfuggire l'occasione di richiamare i fedeli, con la visuale dei premi tanto grandi racchiusi nel nome di vita eterna, alla pietà, alla giustizia, e a tutti i doveri della religione cristiana. È noto infatti che si suole valutare la vita tra i beni più grandi cui si tende per natura. A ragione quindi la suprema felicità è stata significata mediante l'idea di vita eterna. Che se nulla è più amato, nulla può esservi di più caro o di più giocondo di questa piccola nostra vita piena di affanni, la quale va soggetta a sì numerose e varie miserie, che si dovrebbe con più verità chiamare morte; con quale ardore dell'animo, con quale impegno non dovremo desiderare la vita eterna, che, distrutti tutti i mali, contiene la ragione perfetta ed assoluta di tutti i beni? Poiché, come tramandarono i santi Padri, la felicità della vita eterna si deve definire come liberazione da tutti i mali ed acquisto di tutti i beni.

Circa i mali vi sono chiarissime testimonianze nelle sacre Scritture. È detto infatti nell'Apocalisse: Non avranno più né fame, né sete; né cadrà sopra essi il caldo del sole, né altro ardore (VII, 16). E di nuovo: Asciugherà Iddio dai loro occhi ogni lacrima, e non vi sarà più morte, né lutto, né lamento, né dolore, perché le vecchie cose sparirono (XXI, 4). Invece si avrà per i beati un'immensa gloria, con infinite specie di stabile letizia e di godimento. Ma la grandezza di questa gloria non può essere compresa dall'animo nostro, né può penetrare nel nostro spirito; sicché dovremo necessariamente penetrare in essa, cioè nel gaudio del Signore, affinché da esso circonfusi, sia soddisfatto perfettamente il desiderio del nostro cuore.

Duplice beatitudine: essenziale e accessoria

Quantunque, come scrive sant'Agostino, sembri che possano essere enumerati più facilmente i mali di cui mancheremo, che i beni e i piaceri che godremo (Discorsi, CXXVII, 3), pure si dovrà spiegare brevemente e con chiarezza quanto varrà ad infiammare i fedeli alla brama di conseguire quell'immensa felicità. Ma prima si dovrà notare la distinzione, insegnata dai più autorevoli scrittori di argomenti soprannaturali. Essi infatti stabiliscono che vi sono due generi di beni, di cui uno spetta alla natura della beatitudine, l'altro ne discende. Per ragioni pedagogiche, chiamarono i primi beni essenziali, gli altri, accessori.

Beatitudine essenziale

La beatitudine sostanziale, che con un termine comune può dirsi essenziale, consiste nel vedere Dio e godere della sua bellezza; perché qui è la fonte e il principio di ogni bontà. Questa è la vita eterna, dice Cristo Signore, che conoscano te, solo vero Dio, e Gesù Cristo, che tu hai mandato (Giov. XVII, 3). San Giovanni sembra voglia spiegare codesta frase quando dice: Carissimi, ora siamo figli di Dio; ma ancora non è manifesto quel che saremo; sappiamo però che quando lo sarà, saremo simili a lui, poiché lo vedremo quale è (I Giov. III, 2). Il che vuol dire che la beatitudine consiste in queste due cose: che vedremo Dio come è nella sua natura e nella sua sostanza; e che diverremo come dei. Infatti chi gode di Lui, sebbene ritenga la propria sostanza, riveste tuttavia una forma mirabile e quasi divina, in modo che sembri più un dio che un uomo.

Come poi questo possa avvenire si spiega dal fatto che ciascuna cosa è conosciuta, o per la sua essenza, o per una sua immagine che la rappresenti. Ma poiché non vi è nessuna cosa simile a Dio, per la cui sola somiglianza si possa giungere alla perfetta conoscenza di lui, ne segue che nessuno può vedere la natura ed essenza di lui, se la stessa essenza divina non si congiunge a noi. Questo vogliono significare le parole dell'Apostolo: Ora vediamo attraverso uno specchio, in enimma; allora invece, faccia a faccia (I Cor. XIII, 12). Quando dice in enimma, come spiega sant'Agostino, intende una idea o immagine adatta a far conoscere Dio (La Trin. XV, 9). Lo stesso mostra chiaramente san Dionigi, quando dice che per nessuna sembianza di cose inferiori si possono conoscere quelle superiori (Dei nom. div. cap. I). Infatti con la sembianza di nessuna cosa corporea si può conoscere l'essenza e la sostanza di ciò che non ha corpo, specialmente se consideriamo che le idee o immagini delle cose devono essere meno materiali e più spirituali delle cose stesse, che rappresentano. Lo possiamo facilmente constatare nella conoscenza di tutte le cose. Ma poiché è impossibile che di una cosa creata esista un'idea così pura e spirituale, quale è Dio stesso, da una tale immagine non potremo mai conoscere perfettamente l'essenza divina. Si aggiunga che tutte le cose sono circoscritte da determinati limiti di perfezione; mentre Dio è infinito, e nessuna somiglianza di cosa creata può racchiudere la sua immensità.

Non rimane dunque altro modo per conoscere l'essenza divina, che essa stessa si congiunga a noi, innalzando in una maniera meravigliosa più in alto la nostra intelligenza e così diveniamo idonei a contemplare la bellezza della sua natura. Questo lo otterremo col lume della gloria, quando illuminati dal suo splendore, vedremo nel suo lume il vero lume di Dio; poiché i beati sempre intuiranno Dio presente. Con questo dono, il più grande ed il migliore di tutti, fatti partecipi i beati della essenza divina, godono la vera e permanente beatitudine (II Piet. I, 4). E noi dobbiamo crederlo con tanta certezza, che è perfino definito nel Simbolo dei Padri, doverla noi per benignità divina aspettare con sicura speranza. Vi si dice infatti: Aspetto la risurrezione dei morti e la vita del mondo che verrà.

Queste cose sono del tutto divine, né possono essere spiegate a parole, o comprese col pensiero. Nondimeno possiamo scorgere un'immagine di questa beatitudine anche nelle cose percepite dai sensi. Come il ferro, se accostato al fuoco, assimila il fuoco, e, sebbene la sua sostanza non muti, tuttavia sembra qualche cosa di differente, cioè fuoco; allo stesso modo quelli che sono ammessi alla gloria celeste, infiammati dall'amore di Dio, vengono così trasformati, pur non cessando di essere ciò che sono, da poter dire che differiscono da quelli che sono in questa vita, molto più che il ferro incandescente dal ferro normale (Ans. Lib. delle similit. cap. LVII). Per dirla in breve: la somma e assoluta beatitudine che diciamo essenziale deve porsi nel possesso di Dio. Infatti cosa può mancare per la felicità perfetta a chi possiede Dio ottimo e perfettissimo?

Beatitudine accidentale

Alla beatitudine essenziale s'aggiungono degli abbellimenti comuni a tutti i beati, che, essendo meno lontani dalla ragione umana, sogliono commuovere ed eccitare con maggior forza gli animi nostri. A questo genere appartengono quelli a cui sembra alludere l'Apostolo scrivendo ai Romani: Gloria e onore e pace a ognuno che fa il bene (Rom. II, 10). Infatti i beati non godono solo di quella gloria che mostrammo essere in fondo la beatitudine essenziale di Dio, ovvero congiunta strettissimamente con la sua natura; ma anche di quella che risulta dalla conoscenza chiara e precisa che ciascuno dei beati avrà dell'eccellente e splendida dignità degli altri. Ma pure quanto grande non si dovrà stimare l'onore che Dio loro concede, essendo essi chiamati non più servi, ma amici, fratelli e figli di Dio? Perciò con queste amorosissime e onorevolissime parole il nostro Salvatore inviterà i suoi eletti: Venite benedetti dal Padre mio, prendete possesso del regno preparato per voi (Matt. XXV, 34). Cosicché a buon diritto si può esclamare: I tuoi amici, o Dio, sono stati troppo onorificati (Salm. CXXXVIII, 17). Ma saranno lodati anche da Cristo Signore dinanzi al Padre celeste e ai suoi Angeli.

Inoltre, se è vero che la natura ingenerò in tutti gli uomini il desiderio di essere onorati da quelli che sono illustri per sapienza, ritenendosi che tali attestati di considerazione siano le più efficaci prove del merito, quanto non dovrà credersi grande la gloria dei beati, professando l'uno verso l'altro la stima più profonda.

Sarebbe infinita l'enumerazione di tutti i godimenti di cui sarà ripiena la gloria dei beati; e non possiamo immaginarceli neppure. Tuttavia i fedeli devono persuadersi che di tutto quel che di giocondo può toccarci o desiderarsi in questa vita, sia che si riferisca alla conoscenza dell'intelletto, sia alla perfezione del corpo, di tutto la vita beata dei celesti ridonderà; sebbene in un modo più alto di quel che l'occhio possa vedere, l'orecchio possa udire, o che comunque possa penetrare nel cuore dell'uomo, come afferma l'Apostolo (I Cor. II, 9). Il corpo, che prima era grossolano e materiale, quando nel cielo, tolta la mortalità, sarà diventato tenue e spirituale, non avrà più bisogno di alimenti; l'anima poi si satollerà di quel pascolo eterno di gloria, che sarà offerto a tutti dall'Autore di quel grande convito (Luc. XII, 37).

Chi mai potrà desiderare preziose vesti ovvero ornamenti regali per il corpo lassù dove non si avrà bisogno di tali cose, e tutti saranno coperti di immortalità e di splendore, insigniti della corona della gloria eterna? Ma se è parte della felicità umana anche il possesso di una casa vasta e sontuosa, che cosa si può concepire di più vasto e sontuoso dello stesso cielo, che è illuminato in ogni parte dallo splendore divino? Perciò il Profeta, ponendosi dinanzi agli occhi la bellezza di tale dimora, e ardendo della brama di giungere a quella beata sede, dice: Come sono amabili i tuoi tabernacoli, o Signore delle virtù! Anela e si strugge l'anima mia per il desiderio degli atri del Signore. Il mio cuore e la mia carne esultano nel Dio vivente (Salm. LXXXIII, 1).

Come si acquista sicuramente la beatitudine

I Parroci devono ardentemente desiderare e cercare con ogni studio che questo sia il volere di tutti i fedeli, questa la voce comune di tutti; poiché nella casa del Padre mio, dice il Signore, vi sono molte dimore (Giov. XIV, 2), nelle quali saranno dati premi maggiori e minori, secondo che ognuno avrà meritato. Infatti chi semina con parsimonia, mieterà con parsimonia e chi semina largamente, mieterà pure largamente (II Cor. IX, 6). Perciò non solo spingeranno i fedeli verso la beatitudine, ma li avvertiranno spesso che il modo certo per ottenerla è di istruirsi nella fede e nella carità, perseverando nella preghiera e nella salutare frequenza dei sacramenti, esercitandosi in tutte le opere caritatevoli verso il prossimo. Allora la misericordia di Dio, il quale preparò quella gloria beata a chi lo ama, farà sì che si avveri un giorno il detto del Profeta: Starà il mio popolo nella bellezza della pace, nei tabernacoli della fiducia e nella quiete opulenta (Isa. XXXII, 18).