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L'Ordine Sacro
(San Tommaso d'Aquino, Somma contro i Gentili)
Capitolo 74
Il sacramento dell'Ordine
È chiaro però da quanto abbiamo già detto, che in tutti i sacramenti
di cui abbiamo trattato sopra, viene conferita la grazia sotto
il simbolo di cose visibili. Ora, è certo che ogni azione deve essere
proporzionata alla sua causa agente. Perciò l'amministrazione di codesti sacramenti deve essere compiuta da uomini visibili, in possesso
di una virtù spirituale. L'amministrazione dei sacramenti quindi non
si addice agli angeli, ma a uomini vestiti di una carne visibile.
Infatti l'Apostolo scrive: "Ogni pontefice, preso di mezzo agli
uomini, è incaricato a favore degli uomini per le cose che riguardano Dio"
(Eb 5,1).
La ragione di ciò si può anche desumere da un'altra considerazione.
L'istituzione infatti dei sacramenti deriva da Cristo; poiché,
come dice l'Apostolo in Ef 5,25-26, "Cristo ha amato la Chiesa
e per essa egli ha dato se stesso, al fine di santificarla, mondandola
con il lavacro dell'acqua mediante la parola di vita". È noto inoltre
che Cristo ha istituito il sacramento del suo corpo e del suo sangue nell'ultima Cena,
comandando di ripeterlo. E questi sono i principali sacramenti.
Perciò, siccome Cristo doveva sottrarre alla Chiesa la propria presenza,
era necessario che costituisse altri come suoi ministri,
perché dispensassero ai fedeli i sacramenti, come accennano quelle parole
dell'Apostolo in 1 Cor 4,1: "Ognuno ci consideri come ministri
di Cristo e dispensatori dei misteri di Dio". Per questo egli incaricò
i discepoli di consacrare il suo corpo e il suo sangue, dicendo: "Fate questo in memoria di
me" (Lc 22,19); e conferì
loro il potere di rimettere i peccati: "A coloro cui rimetterete i
peccati, saranno rimessi" (Gv 20,23); inoltre impose loro il
compito di insegnare e di battezzare con quelle parole: "Andate,
ammaestrate tutte le genti, battezzandole" (Mt 28,19).
- Ora, il ministro sta al suo superiore come lo strumento sta all'agente
principale: poiché, come lo strumento è mosso dall'agente per
produrre qualcosa, così il ministro è mosso dal comando del suo
superiore per eseguire qualche mansione. Ebbene, lo strumento
deve essere proporzionato all'agente corrispettivo. Perciò, anche i
ministri di Cristo devono essere conformi a Cristo. Ora, Cristo, in
quanto Signore, ha operato la nostra salvezza con il suo potere e
la sua virtù, essendo egli Dio e uomo: in modo da soffrire in quanto
uomo per la nostra redenzione; e da rendere salvifica per noi la
sua sofferenza in quanto Dio. Quindi è necessario che anche i ministri
di Cristo siano uomini, e insieme partecipino qualcosa della
divinità di lui mediante un potere spirituale: poiché anche lo strumento
partecipa in qualche modo la virtù dell'agente principale.
A questo potere l'Apostolo accenna in 2 Cor 13,10, dicendo
che "il Signore gli aveva concesso il potere per edificare e non per
distruggere".
Ma non si deve pensare che questo potere sia stato dato da
Cristo ai discepoli in modo da non poter essere da loro trasmesso
ad altri: poiché fu loro concesso "per l'edificazione della Chiesa",
come si esprime l'Apostolo. Perciò questo potere deve perpetuarsi,
fino a che è necessario che venga edificata la Chiesa. Ebbene, questo
dopo la morte dei discepoli di Cristo è necessario fino alla fine del
mondo. Quindi ai discepoli di Cristo tale potere fu dato per essere
trasmesso ad altri. Infatti il Signore si rivolgeva ad essi in rappresentanza
di tutti gli altri fedeli: "Quel che dico a voi, lo dico a tutti" (Mc
13,37). Inoltre il Signore ha detto ai discepoli: "Ecco, io sono con voi fino alla fine del
mondo" (Mt 28,20).
Perciò, siccome questo potere spirituale dei ministri della Chiesa
deriva da Cristo, e d'altra parte gli effetti che in noi derivano da
Cristo vengono compiuti mediante determinati segni sensibili,
com'è evidente da quanto precede, era necessario che anche questo
potere spirituale venisse trasmesso mediante alcuni segni sensibili.
Tali sono appunto determinate formule verbali e determinati atti,
quali l'imposizione delle mani, l'unzione, la consegna del libro e
del calice, o altre cose del genere, che si riferiscono all'esercizio di
un potere spirituale. Ma quando qualcosa di spirituale viene consegnato
con un segno corporale si parla di sacramento. Perciò è evidente
che nel conferimento di un potere spirituale si compie un
sacramento, il quale è denominato sacramento dell'Ordine.
È conforme però alla liberalità divina, che a colui che riceve il
potere per compiere una data cosa, venga conferito pure quanto è
richiesto per esercitare convenientemente codeste sue funzioni. Ora,
l'amministrazione dei sacramenti, cui è ordinato il potere spirituale,
non può esercitarsi in modo conveniente, senza che uno sia aiutato
dalla grazia di Dio. Dunque in questo sacramento viene conferita
la grazia, come negli altri sacramenti.
Ma siccome la potestà di Ordine è ordinata all'amministrazione
dei sacramenti; e d'altra parte tra tutti i sacramenti, come abbiamo
già visto, l'Eucaristia è il più nobile e come il coronamento degli
altri, bisogna che il potere di Ordine sia considerato soprattutto in
rapporto a questo sacramento, poiché "ogni cosa viene denominata
dal fine" (De Anima, II, c. 4).
Evidentemente però spetta alla medesima virtù conferire una
determinata perfezione e preparare la materia a tale conferimento:
il fuoco, p. es., possiede la virtù, sia di trasfondere la sua forma in
un altro soggetto, sia di disporre la materia a ricevere codesta forma.
Perciò, siccome il potere di Ordine si estende a consacrare il corpo
di Cristo e a distribuirlo ai fedeli, è necessario che si estenda pure
a rendere i fedeli adatti a ricevere codesto sacramento. Ma un fedele
è reso capace e adatto alla percezione di questo sacramento col purificarsi
dal peccato: poiché altrimenti non può unirsi spiritualmente
a Cristo, al quale si unisce col ricevere questo sacramento. Dunque
è necessario che il potere di Ordine si stenda alla remissione dei
peccati, mediante l'amministrazione di quei sacramenti che sono
ordinati a tale scopo, quali il Battesimo e la Penitenza, com'è chiaro
dalle cose già dette (cc. 59, 62). Ecco perché il Signore diede ai
suoi discepoli, cui aveva affidato, come abbiamo detto, la consacrazione
del suo corpo, anche il potere di rimettere i peccati. Tale potere
viene indicato dalle "chiavi" che il Signore consegnò a Pietro con
quelle parole: "A te darò le chiavi del regno dei cieli" (Mt 16,19). Infatti per ognuno il cielo si chiude e si apre per il fatto
che egli è soggetto al peccato, oppure viene purificato dal peccato.
Per questo l'esercizio di queste chiavi viene descritto con i termini "legare e sciogliere", appunto in riferimento al peccato. Ma di
codeste chiavi abbiamo già parlato in precedenza (c. 62).
Capitolo
75
Distinzione
dei vari ordini
Si deve notare che un potere ordinato a un effetto principale è
fatto per avere sotto di sé dei poteri inferiori al suo servizio. Il che
appare manifestamente nelle arti: all'arte infatti cui spetta introdurre
una data forma artificiale sono soggette le arti che dispongono la
materia; a sua volta quella che introduce la forma è sottoposta
all'arte cui spetta il fine del manufatto; e quella che è ordinata a
un fine immediato è soggetta a quella cui spetta il fine ultimo.
L'arte, p. es., del tagliaboschi è a servizio dell'arte cantieristica;
questa è a servizio dell'arte nautica; che a sua volta è a servizio
della mercatura o dell'arte militare, o di altre consimili, in quanto
la navigazione può essere ordinata a diversi fini. Ora, siccome la
potestà dell'Ordine è ordinata principalmente a consacrare ed amministrare
il corpo di Cristo, e a purificare i fedeli dai peccati, è necessario
che ci sia un ordine principale il cui potere si estenda a questo
in maniera preminente, e questo è l'Ordine sacerdotale; gli altri ordini
invece che sono ad esso subordinati nel disporre in qualche modo
la materia sono gli ordini dei ministri. E poiché il potere sacerdotale
si estende a due cose, come abbiamo detto (c. 74), cioè a consacrare
il corpo di Cristo e a rendere idonei i fedeli a ricevere l'Eucaristia
con l'assoluzione dei peccati; è necessario che gli ordini inferiori
siano a suo servizio in entrambi codesti compiti, o almeno in uno di
essi. È chiaro poi che tra gli ordini inferiori uno è superiore all'altro
nella misura in cui aiuta l'ordine sacerdotale in compiti, o più numerosi,
o più nobili.
Perciò gli ordini più bassi aiutano l'ordine sacerdotale solo nel
preparare il popolo: gli Ostiari, cioè, nell'allontanare gli increduli
dall'assemblea dei fedeli; i Lettori nell'istruire i catecumeni sui
rudimenti della fede, e per questo è loro assegnato l'ufficio di leggere
la Scrittura del Vecchio Testamento; gli Esorcisti nel purificare
coloro che sono già istruiti, ma che sono in qualche modo impediti
dai demoni di ricevere i sacramenti.
Gli Ordini più alti invece aiutano l'ordine sacerdotale e nella
preparazione del popolo e nella celebrazione del sacramento. Infatti
agli Accoliti è affidato il ministero circa i vasi non sacri in cui si
prepara la materia del sacramento: ecco perché nell'ordinazione
vengono loro consegnate le ampolline. Ai Suddiaconi è invece affidato
il ministero circa i vasi sacri, e circa la disposizione della
materia non ancora consacrata. Finalmente ai Diaconi è affidato
un certo ministero sopra la materia già consacrata, in quanto essi
distribuiscono ai fedeli il sangue di Cristo. Perciò questi tre ordini,
cioè dei sacerdoti, diaconi e suddiaconi, sono detti sacri, perché ricevono
un ministero sopra delle cose sacre. - Inoltre gli ordini più
alti hanno dei compiti anche nella preparazione del popolo. Infatti
ai Diaconi è affidato l'insegnamento del Vangelo; ai Suddiaconi
quello degli Apostoli; e agli accoliti è affidato il compito di curare
quanto richiede la solenne proclamazione dell'uno e dell'altro insegnamento,
ossia portare i candelabri e compiere altre simili cerimonie.
Capitolo
76
Il
potere dei vescovi e quello del Sommo Pontefice
1. Siccome il
conferimento di questi ordini viene effettuato con
un sacramento (cfr. c. 74), e, d'altra parte, siccome i sacramenti
vanno amministrati dai ministri della Chiesa, è necessario che ci sia nella
Chiesa un ministero dal potere più alto, il quale, conferisca il sacramento
dell'Ordine. Tale è appunto il potere episcopale, il quale, sebbene
quanto alla consacrazione del corpo di Cristo non sia superiore al
potere sacerdotale, tuttavia lo supera nelle mansioni relative ai fedeli.
Infatti lo stesso potere sacerdotale deriva da quello episcopale;
cosicché quanto c'è di più sublime nel ministero circa il popolo fedele
viene riservato ai vescovi, dalla cui autorità deriva ai sacerdoti stessi
quanto loro viene demandato. Ecco perché, nelle funzioni che svolgono,
i sacerdoti si servono di cose consacrate dai vescovi: nella
consacrazione dell'Eucarestia, p. es., si servono del calice, dell'altare
e dei corporali consacrati dai vescovi. Perciò è evidente che la guida
suprema del popolo fedele spetta alla dignità episcopale.
2. È chiaro però che sebbene i popoli si distinguano in varie diocesi e stati,
tuttavia, come unica è la Chiesa, così unico deve essere
il popolo cristiano. Perciò come per ogni popolo particolare di una
data Chiesa si richiede un vescovo, che ne sia il capo; così per tutto
il popolo cristiano si richiede uno che sia il capo di tutta la Chiesa.
3. Per l'unità della Chiesa si richiede che tutti i fedeli siano concordi
nella fede; poiché dalla diversità delle sentenze la Chiesa sarebbe divisa,
se non venisse conservata mediante la sentenza di uno solo.
Perciò per conservare l'unità della Chiesa si richiede che ci sia
uno il quale presieda a tutta la Chiesa. Ora, è evidente che Cristo
nelle cose necessarie non ha mancato di provvedere alla Chiesa, che
egli ha amato, e per la quale ha sparso il proprio sangue; poiché già
per la Sinagoga era stato detto dal Signore: "Che cosa dovevo fare
di più per la mia vigna, e io non l'ho fatto?" (Is 5,4). Dunque
non si può dubitare che si debba a una disposizione di Cristo il
governo di tutta la Chiesa da parte di un solo capo.
4. Nessuno può mettere in dubbio che il regime della Chiesa
sia ordinato ottimamente, essendo stato imposto da colui "per il
quale i re regnano e i legislatori fanno leggi giuste" (Prv 8,15). Ora, il miglior governo di un popolo è quello che dipende da
un unico capo: il che si rileva dal fine della società, che è la pace;
poiché la pace e l'unità dei sudditi è il fine di chi governa. Ebbene,
per l'unità è una causa più indicata un capo solo che molti. Perciò
è evidente che il governo della Chiesa deve essere disposto in modo
che sia uno solo a presiedere su tutta la Chiesa.
5. La Chiesa militante è fatta a somiglianza di quella trionfante:
infatti nell'Apocalisse S. Giovanni "vide Gerusalemme che discendeva
dal cielo" (Ap 21,2); e a Mosé fu detto di "fare tutto
secondo il modello che gli era stato mostrato sul monte" (Es 25,40; 26,30). Ora, nella Chiesa trionfante presiede uno solo, il
quale presiede pure a tutto l'universo, cioè Dio; poiché, com'è detto
in Ap 21,3: "Essi saranno suo popolo, e Dio stesso in mezzo
a loro sarà il loro Dio". Dunque, anche nella Chiesa militante ci
dev'essere uno che presiede su tutti.
Ecco perché in Osea
(Os 2,2) si legge: "Si aduneranno i figli
di Giuda e i figli d'Israele e si eleggeranno un unico capo". E il
Signore afferma in Gv 10,16: "Si farà un solo ovile sotto un
solo pastore".
Se uno replicasse che l'unico capo e pastore è Cristo, il quale è
lo sposo dell'unica Chiesa, la sua osservazione non sarebbe adeguata.
È chiaro infatti che è Cristo medesimo a compiere tutti i sacramenti
della Chiesa: è lui che battezza; lui che rimette i peccati; è lui il
vero sacerdote che si è immolato sull'ara della croce, e per la virtù
di lui il suo corpo viene consacrato ogni giorno sull'altare; e tuttavia,
perché corporalmente non doveva rimanere con tutti i fedeli, elesse
dei ministri per dispensare codesti sacramenti ai fedeli, come sopra
abbiamo visto (c. 74). Quindi per lo stesso motivo, cioè perché
stava per sottrarre alla Chiesa la sua presenza corporale, era necessario
che affidasse a qualcuno di aver cura della Chiesa universale in sua vece.
Ecco perché egli disse a Pietro prima della sua ascensione: "Pasci le mie
pecore" (Gv 21,17); e prima della passione
gli aveva detto: "Tu, una volta ravveduto, conferma i tuoi fratelli"
(Lc 22,32); e a lui solo aveva fatto la promessa: "A te darò
le chiavi del regno dei cieli" (Mt 16,19); per mostrare che il
potere delle chiavi doveva derivare agli altri da Pietro, allo scopo di
conservare l'unità della Chiesa.
Né si può dire che, pur avendo egli dato a Pietro questa dignità, essa non sia derivata ai suoi successori. È evidente infatti che
Cristo ha istituito la Chiesa perché durasse fino alla fine del mondo,
secondo la profezia di Isaia 9,6: "Egli siederà sul trono di David,
e possiederà il suo regno per consolidarlo e rafforzarlo nel giudizio
e nella giustizia da ora in poi, per sempre". È chiaro quindi che
Cristo istituì ministri i discepoli suoi contemporanei, affinché il
loro potere si trasmettesse ai posteri per il bene della Chiesa fino
alla fine del mondo; soprattutto tenendo presenti queste sue parole: "Ecco, io sono con voi (tutti i giorni) fino alla fine del
mondo" (Mt 28,20).
Viene così confutato l'errore presuntuoso di certuni, i quali cercarono
di sottrarsi dall'obbedienza e dalla sottomissione a Pietro;
non volendo riconoscere il Romano Pontefice suo successore, quale
pastore della Chiesa universale.
Capitolo
77
I
cattivi ministri non perdono il potere di amministrare i
sacramenti
1. Da quanto precede è evidente che i ministri della Chiesa nel
ricevere l'Ordine ricevono da Dio il potere di amministrare i sacramenti
ai fedeli. Ora, quello che un essere acquista con la consacrazione
rimane in esso per sempre: per questo nessuna cosa consacrata
viene riconsacrata. Dunque il potere di Ordine rimane in perpetuo
nei ministri della Chiesa. Quindi non viene tolto dal peccato. Perciò
i sacramenti della Chiesa possono essere conferiti anche dai peccatori
e dai cattivi, purché abbiano ricevuto l'Ordine.
2. Nessuno ha la capacità di compiere cose che superano le sue
facoltà, se non ne riceve il potere da altri. Ciò è evidente sia nell'ordine
fisico, che nell'ordine civile: poiché l'acqua non può scaldare se
non ne riceve la virtù dal fuoco; e il governatore non può imporsi ai
cittadini se non per i poteri ricevuti dal re. Ora, le funzioni che si
esercitano nei sacramenti sono superiori alla capacità umana, com'è
evidente da ciò che precede (cfr. c. 74). Dunque nessuno può amministrare i sacramenti, per quanto buono egli sia, se non ne ha ricevuto
il potere. Ora, la bontà dell'uomo ha come suo contrario la cattiveria
e il peccato. Perciò, colui che ha ricevuto il potere di amministrare i
sacramenti non può essere impedito dal peccato.
3. Un uomo è detto buono o cattivo in base alla virtù o al vizio,
che sono abiti operativi. Ora, l'abito differisce dalla potenza proprio
in questo, che per la potenza siamo capaci di fare qualche cosa,
mentre per l'abito né riceviamo né perdiamo tale capacità, ma acquistiamo
o perdiamo l'attitudine a far bene o male le cose di cui siamo
capaci. Quindi con gli abiti (buoni o cattivi) non ci viene tolta
nessuna facoltà: ma con l'abito acquistiamo l'attitudine a compiere
qualcosa bene o male. Perciò per il fatto che uno è buono o cattivo,
non acquista e non perde la facoltà di amministrare i sacramenti,
ma è reso idoneo o non idoneo ad amministrarli bene.
4. Chi agisce in virtù di un altro non dà al paziente la somiglianza propria,
ma quella dell'agente principale: la casa, p. es., non
prende la somiglianza degli strumenti di chi la fabbrica, bensì quella
della sua arte. Ora, nei sacramenti i ministri della Chiesa non agiscono
per virtù propria, ma per la virtù di Cristo, di cui sta scritto: "È
lui che battezza" (Gv 1,33). Per questo si dice che i ministri agiscono
come strumenti: poiché il ministro è come "uno strumento animato" (cfr. Polit.,
I, c. 2). Perciò la cattiveria dei ministri non
impedisce che i fedeli ricevano da Cristo la salvezza.
5. Della bontà o cattiveria di un altro uomo nessun uomo può
giudicare: poiché questo è solo di Dio, che scruta i cuori. Quindi se
la cattiveria del ministro potesse impedire l'effetto del sacramento,
l'uomo non potrebbe mai avere la sicurezza della propria salute, e
la sua coscienza non sarebbe mai libera dal peccato. Inoltre non è
ammissibile che uno riponga la speranza della propria salvezza nella
bontà di un puro uomo; poiché sta scritto: "Maledetto l'uomo
che confida nell'uomo" (Ger 17,5). Ora, se uno sperasse di conseguire
la salvezza dai sacramenti, solo se amministrati da un ministro
buono, mostrerebbe di riporre in qualche modo la speranza della
sua salvezza nell'uomo. Perciò, affinché riponiamo la speranza della
nostra salvezza in Cristo, il quale è Dio e uomo, dobbiamo credere
che i sacramenti sono salutari per la virtù di Cristo, sia che vengano
amministrati da buoni o da cattivi ministri.
6. Ciò risulta anche dal fatto che il Signore ci insegna a ubbidire
anche ai cattivi prelati, di cui però non dobbiamo imitare le opere;
si legge infatti in Mt 23,2-3: "Sopra la cattedra di Mosè si
sono assisi gli Scribi e i Farisei. Osservate dunque e fate quanto vi
dicono; non imitate però le opere". Orbene, a coloro che hanno
ricevuto il ministero da Cristo si deve maggiore obbedienza che per
riguardo alla cattedra di Mosè. Quindi si deve sottostare ai cattivi
ministri. Ma questo non sarebbe giustificato, qualora in essi non rimanesse
il potere di Ordine, che esige tale obbedienza. Dunque anche
i cattivi hanno il potere di amministrare i sacramenti.
Viene così confutato l'errore di coloro i quali affermano che tutti
i buoni hanno la facoltà di amministrare i sacramenti, mentre ne
sono privi tutti i cattivi.
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