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Primo
Mistero Gaudioso. L'Annunciazione dell'Angelo a Maria Vergine.
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1. Finalmente si aprono i cieli e discende nel mondo Colui che dai Profeti è chiamato il giusto, il desiderio dei patriarchi, l'aspettato delle genti, l'inviato del Signore. Compiute sono le
settimane di Daniele; avverate le profezie di Giacobbe, poiché lo scettro di Giuda è già
passato in mano di Erode, re straniero. Una fanciulla, restando vergine, deve dare al
mondo un Uomo, che è il Figlio dell'Altissimo.
Anima mia, intendi tu che
vuol dire: il Verbo
si fa uomo?... O bontà e misericordia infinita del Signore! Tanto dunque ti amò questo Dio,
da volere che il suo Figlio Unigenito si fosse "umiliato sino ad assumere la condizione di
servo" (Fil 2,7)?
E ciò, affinché potesse patire e morire su di una croce per riscattarti
dall'inferno e aprirti le porte del paradiso! Per sacrificarsi ogni giorno sugli altari e dimorare
sempre con te, dandosi pure in cibo nella santa Eucaristia!
Santissima Trinità, vi adoro
umilmente, e vi ringrazio di tanto amore. Il Padre dà agli uomini il suo Figlio: il Verbo
consente di farsi Uomo, e lo Spirito Santo si offre di operare questo grande mistero. Qual
è la mia corrispondenza a tanta carità?
Considera, anima mia, da un canto l'altissima
dignità e i sublimi favori della Vergine Beata, dall'altro la perfetta umiltà di Lei. È
un Dio
che crea Immacolata Colei che doveva essergli madre; e dal primo momento della
concezione di lei ne eleva la santità oltre ogni vetta. Ecco le parole del Signore nel Cantico
dei Cantici: "... le fanciulle sono senza numero, ma unica è la mia colomba, la mia perfetta..." (Ct 6,8-9).
E questa fu la madre di Dio eletta per l'umiltà somma che in Lei rifulse.
Nella Cantica Maria è assomigliata al nardo odorifero: perché, dice Sant'Antonino, la
piccola e odorosa pianticina del nardo figura l'umiltà di Maria, il cui odore
salì al cielo, e
trasse nel suo seno verginale il Verbo divino. Poiché, aggiunge lo stesso santo
arcivescovo domenicano, l'umiltà della Vergine fu la disposizione più perfetta e più
prossima ad essere Madre di Dio. San Bernardo conclude: Se Maria piacque a Dio per la
sua verginità, non di meno fu per l'umiltà che concepì il Figlio di
Dio. La Vergine stessa,
apparendo un dì a S. Brigida, disse: Donde io meritai una tal grazia di esser fatta Madre
del mio Signore, se non perché conobbi il mio niente, e mi umiliai? E per attestarla a tutte
le genti Ella lo aveva significato nel suo umilissimo Cantico: "Perché Dio ha guardato
l'umiltà della sua serva... Grandi cose ha fatto in me l'Onnipotente"
(Lc 1,48-49). Gli
occhi umilissimi di Maria come di semplice ed umile colomba, coi quali Ella rimirava
sempre la divina grandezza, non perdevano mai di vista il proprio nulla. E fecero tal
violenza a Dio stesso, che l'Altissimo fu tratto nel seno di Lei: "Come sei bella, amica mia,
come sei bella! Gli occhi tuoi sono colombe" (Ct 6,1).
E dal suo canto il Signore, per
maggiore merito di questa madre, non vuole farsi di lei figlio senza averne prima il
consenso. E le spedisce un messaggero celeste, l'Arcangelo Gabriele, la forza di
Dio, per
rivelarle il grande avvenimento dell'Incarnazione del Verbo nel seno di lei.
O grande, o
santa umiltà di Maria! Tu rendesti questa madre piccola a se stessa, ma grande davanti a
Dio! indegna agli occhi suoi, ma degna agli occhi di quel Signore immenso che non è
compreso dal mondo! E come, o Signora, esclamerò anch'io con San Bernardo, come hai
potuto unire nel tuo cuore un concetto di te stessa così umile, con tanta purità, con tanta
innocenza, con tanta pienezza di grazia che Tu possiedi?
O Regina umilissima, Dio ti
salvi; per te e da te cominciò l'opera della nostra redenzione. Deh! fammi parte della tua
umiltà, e dammi il perfetto amore di te e del tuo Figlio.
2. Anima mia, guarda: l'Angelo non è inviato alle grandi città, ai palazzi dei principi, alle
figlie dei re ornate di oro, ma a Nazaret, piccola città, ad una Vergine, sposa di Giuseppe
l'artigiano. Non è dunque la nascita, né i doni della natura che traggono gli sguardi di Dio;
il vero merito ai suoi occhi è l'umiltà, la modestia, l'innocenza dei costumi, l'amore della
purità.
Viveva Maria
solitaria nella sua povera casetta, come fu rivelato a santa Elisabetta
benedettina; e sospirava e pregava Dio più intensamente che mai perché mandasse al
mondo il Redentore promesso, allorché le apparve l'Arcangelo Gabriele.
Tre titoli le dà
questi di una incomprensibile grandezza.
Il primo riguarda Lei stessa: Ti saluto, o piena
di grazia: cioè Tu sei la più santa fra tutte, Tu sei un tesoro di tutte le grazie e favori di Dio.
Il secondo riguarda Dio: il Signore è con te: cioè Tu sei da Lui protetta, accompagnata,
governata. Il terzo riflette gli uomini: benedetta Tu fra le donne: cioè Tu sei privilegiata,
innalzata sopra tutti... Con quale rispetto indirizziamo noi queste medesime parole a Maria
quando recitiamo il suo Rosario?
E Maria si turba alle parole di un Angelo che le parla di
Dio. Le lodi la molestano, la spaventano: niente Ella appropria a se stessa, ma tutto a Dio.
Ella si turbò, come rivelò a S. Brigida, perché, essendo piena di umiltà, aborriva ogni sua
lode, e desiderava che il solo suo Creatore e Datore di ogni bene fosse lodato e
benedetto.
Qual differenza tra Maria e Lucifero! Lucifero, vedendosi dotato di gran
bellezza, aspirò come dice lsaia, ad esaltare il suo trono sulle stelle e rendersi simile a
Dio. E che avrebbe detto e preteso il superbo, se mai si fosse veduto ornato dei pregi di
Maria? L'umile Verginella non fece così: quanto più si vide esaltata, tanto più si umiliò: e
questa umiltà fu la bellezza onde innamorò il Re dei re. "E si domandava che senso
avesse un tale saluto" (Lc 1,29).
E tu, anima mia, come imiti Maria nelle lodi pericolose,
che ti danno gli uomini? Ohimè! piena di orgoglio, tu credi di meritarle, te ne compiaci, e se
mostri di rigettarle, ciò fai per procurarne altre maggiori! Quante vergognose cadute, effetto
dell'adulazione!...
O Maria, o divina riparatrice di tutti i nostri mali, o degna Madre di Dio,
quanto mi confonde la tua umiltà! Ecco, per questo...
"tutte le generazioni ti chiameranno
beata" (Lc 1,48). Quanto mi dolgo di aver offeso tante volte il mio Dio, con la mia superbia,
e contristato il tuo Cuore dolce ed umile. Ma se mi guardi con l'occhio pietoso di Madre,
presto sarò con Lui riconciliato: se saprò amarti, cesserò di essere infelice. Ma nella tua
mano sono tutte le grazie: Tu puoi salvare chi vuoi. O piena di grazia, salva quest'anima
mia.
3. Finalmente, rassicurata che non perderà la sua verginità, Maria dà il suo consenso
con due parole: "Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai
detto"
(Lc 1,28).
O parole benedette, che hanno consumato il mistero dell'Incarnazione, hanno
compiuto le profezie e riparato la disubbidienza dei nostri primi padri, e le dolorose
conseguenze del triste colloquio di Eva con l'Angelo delle tenebre! Parole ammirabili in cui
risplende la fede più viva, l'umiltà più profonda, l'obbedienza più sommessa, l'amore più
tenero, l'abbandono più perfetto alla volontà divina. Parole, che la Chiesa per
riconoscenza mette tre volte al giorno sulle labbra dei suoi figli. Dille anche tu continuamente,
anima mia, e con i sentimenti medesimi di Maria.
Impara ad essere umile e
rassegnata a ciò che dispone Iddio sopra di te. Confonditi: sei tanto maligna e tanto
dissimile da Maria e, quel che è peggio, non sai piangere, né sai pregare. Comincia
almeno da ora a ravvederti del tuo deplorevole stato, detesta la tua vita disordinata,
comincia a darti all'orazione. E, se ti senti un cuore di macigno, volgiti a Maria, e pregala
che per amore di questa sua Annunciazione voglia scambiare il tuo cuore col Cuore suo
così umile e così puro.
O gran Madre di Dio, mare immenso di grazie e di beatitudine,
beato sarò ancor io, se vivrò sotto la tua protezione. Sì, da questo giorno io non lascerò
mai sino alla morte di salutarti, di amarti, d'invocarti con l'orazione tua prediletta, che Tu
stessa mi hai insegnata, col santo Rosario. Esso ogni dì mi ricorda la tua esimia umiltà, la
tua purità e pienezza di grazia, la tua divina maternità, la mia redenzione e salvezza. Tu,
ai giorni nostri, hai aperto una fonte di grazia tra le rovine della famosa Pompei, presso la
città della morte, per dimostrare ai peccatori che chiudono la morte nell'anima, come da te
verrà la vita a tutti quelli che t'invocano, o Regina del Rosario di Pompei; per rivelare al
mondo che scaccia dal suo seno Gesù, come Tu, o Sovrana della Nuova Pompei,
ridonerai Gesù all'agitata umana famiglia con vita novella di grazia e di fede. Deh, Madre
di misericordia, fa' che Gesù regni nel mio cuore; vi regni da re, da assoluto padrone, da
Signore delle forze e delle potenze mie, sì che dalla vita di Lui io viva e in Lui io mi
consumi, per vivere di Lui e con Lui per l'eternità!
Sii benedetta e amata da tutti i popoli, o
Signora della Valle di Pompei, o nostro rimedio, nostra consolazione, nostra gloria. Amen.
VIRTÙ
- Umiltà
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Secondo
Mistero Gaudioso. La Visita di Maria Vergine a Santa Elisabetta. |
1. La grazia dello Spirito Santo non ammette lungo ritardo: vuole fedele corrispondenza, ed
esige pronta risoluzione. E Maria, docile ai movimenti dello Spirito Santo, corrisponde
subito a Dio.
Non appena concepisce nel suo seno il Redentore degli uomini, è pronta a
soddisfare il desiderio di Lui, di beneficare il genere umano e distruggere il peccato.
Iddio
voleva santificare il Precursore Giovanni, incatenato col peccato originale, manifestare la
gloria e la potenza del suo Figlio fin dai primi momenti della sua Incarnazione e riempire le
due avventurate madri di una nuova allegrezza e di nuove grazie. Maria, tutta piena di
amor di Dio e di carità del prossimo, nonostante il cammino malagevole, le vie difficili, la
sua giovinezza, la delicatezza del suo sesso, il suo presente stato di Madre del Figlio di
Dio, sollecitamente lascia la sua umile dimora di Nazaret in Galilea, e intraprende il lungo
e faticoso viaggio sino ai monti della Giudea.
Quante buone ispirazioni hai soffocate in te,
anima mia, cui forse erano legati disegni particolari di Dio per la gloria sua, per la salvezza
tua, e per il vantaggio del prossimo!...
Guarda: Elisabetta, già inoltrata negli anni, attende
un figlio; ella ha bisogno di una confidente che l'aiuti e la consoli. E l'amorosa Vergine che
vince in amore e in bellezza i Serafini, non è tarda a risolversi, non va lenta nel suo
viaggio, ma con fretta. Le è forte stimolo la carità del prossimo. L'amore di Dio, quando
regna nel cuore, non resta mai ozioso, eccita sempre l'animo al bene del prossimo senza
avere rispetto alle proprie inquietudini; poiché l'amore di Dio e quello del prossimo è uno
stesso amore, il quale ora si rivolge alla causa ed ora agli effetti, ora al Creatore ora alle
creature.
Questa virtù sola guida ed anima Maria, e non l'amore dello svago e del piacere,
non quel desiderio di vedere e di essere veduta, quella curiosità e quell'ostentazione, che
sono, per non dire di più, i frequenti motivi delle visite che noi facciamo. Specchiati, anima
mia, nella vera e fervorosa carità di Maria; umiliati e confessa che non hai il vero amore di
Dio.
O Madre mia divina, Madre di amore, mostra anche a me cotesta tua copiosa carità;
abbi pietà di me infelicissima creatura, che tante volte ha ricalcitrato a Dio. Accendimi del
tuo santo amore, stringimi forte con le tue catene ad amare Dio sopra tutte le cose e il
prossimo come me stesso.
2. Oh, quante virtù in questo viaggio di Maria! La sua profonda umiltà che non le lascia
considerare l'eminenza della sua dignità, l'infinita differenza tra il Figlio ch'Ella porta e
quello di Elisabetta! L'Ancella del Signore non conosce quelle riserve del ceto nobile,
quelle leggi bizzarre che la vanità del mondo vuole osservare con tanto scrupolo, e che
l'amor proprio ha immaginate, introdotte, ed esige con tanta severità.
Considera come
Maria salutò Elisabetta. La vera carità previene gli altrui desideri senza alcun temporale
interesse. Se la carità divina non ci avesse prevenuti, e non ci prevenisse tutti i giorni,
avremmo noi conosciuto Iddio? penseremmo noi a Lui?...
Al saluto di Maria, a quella voce
fatta organo del Verbo di Dio, segue il più grande di tutti i miracoli: Gesù, dal seno di sua
Madre, santifica l'anima di Giovanni che esulta nel seno della propria madre, e riempie
Elisabetta di Spirito Santo. Cristo manifestò la virtù della sua divinità prima per mezzo
della propria Madre e poi per se stesso. Anche la presenza di Gesù Cristo nel Santissimo
Sacramento dell'Altare opera i più ammirabili effetti sui veri fedeli.
Impara, anima mia, che
ciò che aspetti dal Cielo, solo per mezzo di Maria puoi ottenere. La prima grazia
comunicata agli uomini dal Verbo incarnato l'ha fatta dal seno e alla voce di Maria.
O
Madre di grazie, quanto è mai potente la tua voce! Falla sentire al mio cuore, o almeno
falla sentire al tuo Figlio in favore mio! O Vergine Santa, come mai posso degnamente
lodarti e celebrarti? Lo imparerò da Elisabetta, e ad alta voce con lei esclamerò finché
avrò vita: "Benedetta Tu fra le donne, e benedetto il frutto del tuo
grembo" (Lc 1,42).
Come mai l'eresia ardirà biasimare gli onori che rendiamo alla Madre di Dio, onori ispirati
dallo Spirito Santo, ed inseparabili da quelli che dobbiamo rendere al Figlio?
3. Elisabetta continua:
"A che debbo che la Madre del mio Signore venga a
me?" (Lc
1,43).
Elisabetta conosce la grandezza del Figlio di Maria e lo chiama suo Signore...
Abbiamo noi i medesimi sentimenti per Gesù Cristo, quando ci visita? La sua divina
presenza e la sua grazia nel Sacramento adorabile del suo Corpo e del suo Sangue
imprimono in noi i medesimi trasporti di giubilo, di fede e di umiltà?
Elisabetta poi per
lume divino riconosce in Maria la Madre di Dio, e soggiunge: "E beata colei che ha creduto
nell'adempimento delle parole del Signore" (Lc 1,45). Tutto si avvererà a suo tempo.
Fu
allora che Maria, piena di luce e di grazia, di riconoscenza e di amore, con l'animo
veramente umile, fedele alle grazie del suo Dio, penetrata delle sue misericordie, cantò
quel cantico divino di riconoscenza e di amore, di profezia e di lode perfetta degli attributi
di Dio. Ci ammaestra Ella del presente, e profetizza di sé quello che avverrà presso tutte
le generazioni: "L'anima mia magnifica il Signore, e il mio spirito esulta in Dio, mio
salvatore, perché ha guardato l'umiltà della sua serva. D'ora in poi tutte le generazioni mi
chiameranno beata" (Lc 1,46-48). Rimembra il bene che Dio ha fatto nel passato:
"Ha
spiegato la potenza del suo braccio, ha disperso i superbi nei pensieri del loro
cuore" (Lc
1,51).
Predice l'avvenire e la fede nella durata delle promesse al popolo di Dio per tutti i
secoli sino alla fine del mondo: "... di generazione in generazione la sua misericordia si
stende su quelli che lo temono... come aveva promesso ad Abramo e alla sua
discendenza per sempre" (Lc 1,50.55).
Anima mia, quando il falso splendore e
l'illusione delle grandezze umane ti allettano, riconosci Iddio solo grande, e tutto riferisci a
sua gloria. Quando le lusinghe dei piaceri tentano sedurti, pensa che in Dio solo vi è una
certezza soda, piaceri puri e durevoli. Quando il veleno della lode, o i raggiri dell'amor
proprio ti affascinano, rientra nel tuo niente, e richiama al tuo cuore, ciò che non poté far
Maria, la memoria umiliante dei tuoi peccati.
O Maria, da quell'istante Tu ti mostrasti vera
Madre delle grazie, e da questo momento io spero, per la virtù di questo Mistero del tuo
Rosario, che Tu mi dia grazia di amare assai Gesù Cristo e di salvarmi l'anima; giacché Tu
sei la Dispensiera universale delle grazie, e perciò la Speranza di tutti e la Speranza mia.
Ringrazio Dio che mi ha fatto intendere che principalmente per i meriti di Gesù Cristo e poi
per la tua intercessione io mi devo salvare.
O Maria, prega per me, e raccomandami al tuo
Figlio. Le tue preghiere non hanno ripulsa: sono preghiere di Madre presso un Figlio che
tanto ti ama. E Tu meglio di me conosci le miserie e le necessità mie, né so quali grazie
più mi occorrono.
Nelle tue mani mi abbandono, fido in te; Tu mi devi salvare. Amen.
VIRTÙ
- Carità
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Terzo
Mistero Gaudioso. La Nascita di Gesù. |
1. Giunta l'ora in cui il Verbo incarnato doveva nascere da una Vergine e comparire nel
mondo, lo slancio della sua gioia fu sì grande, che il Profeta lo paragona col primo sforzo
che fa un gigante per qualche grande intrapresa: "Saltò, dice egli, come gigante a divorare
sua via". Ecco il racconto che ne fa l'Evangelista San Luca.
"In quei giorni un decreto di
Cesare Augusto ordinò che si facesse il censimento di tutta la terra. Questo primo
censimento fu fatto quando era governatore della Siria Quirinio. Andavano tutti a farsi
registrare, ciascuno nella sua città. Anche Giuseppe, che era della casa e della famiglia di
Davide, dalla città di Nazaret e dalla Galilea salì in Giudea alla città di Davide, chiamata
Betlemme, per farsi registrare insieme con Maria sua sposa, che era incinta" (Lc 2,1-5).
Maria e Giuseppe dunque ubbidiscono anche alle autorità terrene.
Lunga era la via e
disastrosa, e nei rigori dell'inverno. E stanchi dal viaggio, Maria e il santo suo Sposo
entrarono in Betlemme. Quanto non fu grande la loro pazienza, quanto non fu perfetta la
loro rassegnazione nei rifiuti che soffrirono nella città di David! Non una casa, non un
albergo che li accogliesse per qualche notte.
Si inoltrano nella città, ne percorrono le
contrade, tutto è occupato da forestieri. Tornano indietro, pregano, sollecitano: tutto è inutile.
Parenti, amici, persone di conoscenza, tutto è sordo alle loro voci: altro non ricevono che
rifiuti.
O santa povertà! Sei così peregrina da non trovare chi ti accolga in questo misero
mondo? sino a far ripudiare la stessa Madre di Dio che n'era adorna? La povertà è
obbrobriosa e spregevole agli occhi degli uomini, ma è fuor di misura più cara agli occhi di
Dio.
"Ora, mentre si trovavano in quel luogo, si compirono per lei i giorni del
parto" (Lc 2,6). Si accorge Maria dell'imminenza del parto, non per dolori sopraggiunti, come alle altre
donne, ma per l'accrescimento del suo amore e del desiderio che aveva, di mirare con i
suoi occhi e stringere tra le sue braccia il Figlio unico di Dio e suo.
Ma in che stato si trova!
In quale tribolazione si trova Giuseppe! Il freddo, la notte, l'oscurità, il concorso di una folla
di stranieri, il tumulto aumentano la loro pena, il loro imbarazzo, la loro fatica.
Eppure non
sfugge loro una parola di lamento.
Meglio istruiti degli altri uomini dei segreti della condotta
di Dio, ben sanno che quelli che Egli sceglie per le sue più grandi imprese debbono essere
disposti alle più dure prove.
2. Ammira, anima mia, la loro povertà. Esclusi da tutte le case per la moltitudine degli
ospiti, di qua, di là, per vie scoscese, per aspri sentieri raggiungono la campagna, ed unico
asilo ai più grandi personaggi della terra è una stalla! Qui Iddio conduce le due persone
più sante e più care che abbia create, Maria e Giuseppe. Ravvisano essi la mano che li
dirige, la adorano con amore e rassegnazione. Per ricompensare la loro fedeltà, il Signore
li colma dei favori più segnalati, e dà loro la consolazione di essere i primi a vedere il
Verbo di Dio fatto Carne.
In un angolo, dunque, di questo rifugio, ben conveniente alla
nascita di un Bambino destinato a morire un giorno su di una croce, Maria entra in
profonda contemplazione e, restando sempre quale era stata, Vergine e Immacolata,
diviene realmente Madre mettendo al mondo il suo Figlio, Capo, Erede e Primogenito,
secondo la carne, della Casa di Davide.
Il Verbo Incarnato per sua propria virtù divina,
come raggio di sole che entra per la finestra senza romperne il cristallo, entra nel mondo
per mezzo di Maria Vergine in un piccolo corpo, ma bello infinitamente. E chi può ritrarre
parole e sentimenti del cuore di Maria e di Giuseppe in quell'ora! Gli Angeli riconoscono e
adorano il nato Bambino come loro Signore e, chiamati i pastori, cantano: "Gloria a Dio nel
più alto dei Cieli, e pace in terra agli uomini che Egli ama" (Lc 2,14).
Guarda, anima mia,
la Regina del Cielo e della terra. Ella avvolge in poveri panni il Creatore del tutto, e lo pone
a giacere nella mangiatoia, che serve da culla. Chiama il suo vergine Sposo, e con lui gli
rende le prime e le più pure adorazioni che la terra gli abbia mai rese! Rallegriamoci con
questa divina Madre e con S. Giuseppe; alle loro uniamo le nostre lodi! Procuriamo
sopratutto d'imitare la loro povertà, la loro rassegnazione, la loro pazienza, la
sottomissione e la fedeltà ai disegni della Provvidenza Divina.
O santa Divina
Provvidenza, come sei ammirabile nelle tue disposizioni, benché sembrino allo stolto
mondo effetti del caso! L'Imperatore romano che col suo editto compie i disegni di sua
politica e di sua vanità, è occasione perché Maria vada a Betlemme e quivi nasca Gesù
per compiere la profezia, che ivi indica il luogo della sua nascita. Gesù è scritto nei registri
dell'Impero, affinché resti manifesto alle nazioni della terra quali furono il luogo e il tempo
della sua nascita, e com'Egli è il Figlio di Abramo e l'erede di Davide. Gesù nasce in una
stalla, è adagiato in una mangiatoia, per essere il fondatore di un impero eterno che deve
sottomettere tutti alle leggi dell'umiltà e del distacco dalle ricchezze. Agli occhi della carne
tutto appare effetto del caso, perché l'uomo animale non assurge dalle cose visibili alle
invisibili, ignora quindi la ragione ultima delle cose, e non si accorge che è Dio a governare il
mondo.
Signore, io riconosco e adoro la tua adorabile Provvidenza! Gli uomini son ciechi
nei loro giudizi. Io per me in qualunque stato di privazione, di umiliazione, di
contraddizione mi troverò, riconoscerò sempre che da te queste mi vengono o sono
permesse per effetto d'ineffabile provvidenza, la quale tutto riordina a bene mio e a gloria
tua.
3. Ma chi è mai questo Gesù nato in una mangiatoia? Egli è il nostro Dio, ma
"Dio
veramente nascosto", come lo chiamò Isaia: uguale al Padre per la divinità, e simile a me per
l'umanità, tranne il peccato. O vaghissimo Bambino, la fede ti rivela al mio cuore come mio
Salvatore e mio modello! Tu mi ammaestri assai di buon'ora all'ubbidienza, all'umiltà, alla
mortificazione, al distacco, alla santa povertà, al reale disprezzo di tutto ciò che il mondo
stima, e alla vera stima di tutto ciò che il mondo disprezza.
Quanto sono eloquenti le voci
di questa stalla e di questa mangiatoia! O grande Iddio! L'Eterno è fatto bambino di un
giorno! Il Verbo creatore, che disse, e fu fatto, è creatura senza parola! L'Onnipotente è un
debole bambino! Vedi, anima mia, quel tenero corpicciuolo come è offeso dalla durezza
della mangiatoia; le sue delicate membra soffrono già il rigore del freddo; gli si coprono di
lacrime gli occhi amabili, non per piangere i suoi mali, ma per lavare i tuoi peccati! E stimi
tanto le comodità temporali e le cerchi con tanta ansietà? Gesù Cristo ha trattato con tanta
asprezza il suo corpo puro e innocente, e perfettamente sottomesso alla volontà divina, e
tu ricerchi tanta mollezza nel tuo che è un corpo di peccato e nemico della tua felicità!
Volle che il suo corpo, benché santo e delicato, fosse posto in terra su un po' di paglia,
perché conosceva quanto l'amore di nostra carne, e la falsa pace che noi abbiamo con le
sue prave voglie, son pericolose per la salute.
Esse ci fan perdere tutto il frutto delle pene
che il Salvatore ha tollerate per noi, e dei meriti che ci ha acquistati. "Ahimè! gemeva S.
Bernardo, noi non saremo al tutto liberi dell'amor proprio se non nel Cielo". Che se l'amor
proprio senza la debolezza del corpo ha precipitato sì gran numero di Angeli nell'inferno,
che non farà in creature impastate di fango, che si abbandonano alle loro passioni?
Io ti
adoro, o Verbo Incarnato! Io ti adoro, o Figlio di Dio vivente! Io ti adoro, o Dio vero,
rivestito della mia carne e soggetto volontariamente alle mie miserie. Vieni con la tua
grazia nell'anima mia, e sii il mio vero Salvatore. Quanto mi trafiggono quelle tue prime
lacrime che versi alla vista di tutti i peccati del mondo! Io ho già sacrificato alle cure della
terra e del mio corpo una gran parte di mia vita; ciò che me ne resta non è troppo per
meritare il Cielo. Cominci almeno ora, o mio Dio, a servirti! Io sono penetrato dal dolore dei
miei peccati, e desidero sinceramente piangerli insieme con te. Ma tocca a voi, o lacrime
onnipotenti che aprite il Cielo, tocca a voi di aprire i miei occhi per sanare la cecità
dell'anima mia. Lavate, o dolci lacrime, tutte le macchie del mio cuore. O lacrime che
penetrate il cuore dell'Eterno Padre, penetrate anche il mio, e accendetelo dell'amor di
Dio, e dell'odio all'amor profano.
Maria, Giuseppe, io non merito di essere ascoltato; con la
vostra intercessione io spero di conseguire tutto.
VIRTÙ
- Povertà
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Quarto
Mistero Gaudioso. La Presentazione di Gesù al Tempio. |
1. L'amore del sacrificio segna il primo tratto della vita del Redentore e di tutta la vita della
benedetta sua Madre. Quaranta giorni appena sono trascorsi dalla nascita di lui, ed il
Figlio e la Madre hanno compiuto due grandi sacrifici. Gesù, otto giorni dopo, offre a suo
Padre le primizie del suo Sangue nel dì della Circoncisione; e Maria, dopo i quaranta voluti
dalla Legge, offre a Dio il suo Primogenito.
Nel
dì della Circoncisione, al Bambino fu posto
nome Gesù, che vuol dire Salvatore: nome sublime già rivelato dall'Angelo Gabriele prima
ancora che il Verbo scendesse a diventare figlio di Maria. La Circoncisione era una
cerimonia umiliante! Gesù, il Santo dei Santi, è confuso coi peccatori! e riceve su di sé il
segno della fede che in lui ebbe Abramo, a manifestazione della vera umanità sua e ad
esempio di obbedienza, di umiltà, ben opposto al nostro orgoglio. Anima mia, Egli ti ha
obbligato così alla mortificazione spirituale, cioè al taglio di tutti i pensieri cattivi e deliberati
del tuo spirito, di tutti gli affetti sregolati e volontari del tuo cuore, di
quell'avidità di parlare
sempre di te stesso e di criticare il prossimo.
O Gesù, Tu versi il tuo Sangue per salvarmi e
io per la mia salute non voglio soffrire cosa alcuna? Tu hai tanta premura a versarlo, e
differirò io ancora a darti il mio cuore? O Giuseppe! O Maria! Voi soli sulla terra conoscete
il prezzo di questo Sangue divino. Che piaga fu per il vostro Cuore quando lo vedeste
stillare!
O Gesù, nome forte e potente, il solo per cui gli uomini possono essere salvi, alla
cui invocazione Dio concede ogni grazia; nome, che ha aperto il Cielo, chiuso l'inferno,
incatenato il demonio, rovesciato gli idoli e bandito l'idolatria; nome puro e santo, venuto
per mezzo di un Angelo dal Cielo, e imposto da Maria e da Giuseppe, vergini Sposi; o
nome amabile e dolce, addolcisci le mie pene, fortificami nelle disgrazie, e confortami
nell'ora della morte con la speranza del Paradiso. Sia sempre nel mio cuore e sulle mie
labbra il nome dolcissimo di Gesù.
2.
"Quando venne il tempo della loro purificazione secondo la Legge di Mosè, portarono
il bambino a Gerusalemme per offrirlo al Signore, come è scritto nella Legge del Signore:
Ogni maschio primogenito sarà sacro al Signore" (Lc 2,22-23).
Osserva, anima mia,
l'obbedienza di Maria. Ella, Madre di Dio e sempre vergine, non è soggetta a questa legge
umiliante, perché in tutto dissimile dalle altre madri. Ma Ella in questo Mistero compie
generosamente tre grandi sacrifici.
Primo, il sacrificio del suo onore. Ella sacrifica agli
occhi degli uomini la sua verginità, di cui era stata sì gelosa agli occhi degli Angeli, e
avanti a Dio, pronta a rinunziare piuttosto all'onore di essere Madre di Dio, che cessare di
essere vergine. Ella è santa agli occhi di Dio, è tutta purità: ciò le basta; i giudizi umani
non la inquietano. Oh, quanto noi siamo differenti! Brutti agli occhi di Dio, vogliamo
comparire puri agli occhi degli uomini. Meritevoli dell'inferno, bramiamo che tutti ci onorino,
ci distinguano. Guai a chi osa farci un'ingiuria... vorremmo subito vendicarci.
Secondo
sacrificio, mostrarsi povera. Secondo la legge, la madre doveva offrire un agnello; le
povere presentavano due tortorelle o due colombini. Maria, la Regina del Cielo e della
terra, la Madre del Creatore del mondo, non si vergogna di comparire povera agli occhi del
mondo e nella casa del Signore. Ella sapeva che i poveri sono disprezzati e che tutti gli
uomini e le donne si studiano negli abiti di comparire ricchi, anche quando non sono tali.
Fino nella casa di Dio i ricchi vogliono il migliore posto! In questo santo luogo appunto ben
sovente si fa vedere la nostra vanità con maggiore lusso, con maggiore ostentazione!
Tanta è la vergogna a comparire poveri in mezzo al mondo, che si giunge a tralasciare il
divin Sacrificio della Messa e le altre pubbliche funzioni di obbligo, sol perché non si hanno
vesti convenienti! E quale stretto conto non si renderà a Dio degli scandali che si danno
per abiti sfoggiati, che sono un insulto alla miseria del povero affamato?
Pondera dunque,
anima mia, il peso di questo sacrificio che compì Maria, contro l'altro idolo del mondo che
è la ricchezza.
Terzo sacrificio, è il più grande, ed ineffabile e senza prezzo fu l'offrire
l'Unigenito suo Figlio alla morte per noi peccatori.
E chi può capire a fondo il valore di
sì
alto sacrificio? Maria e Giuseppe sostengono nelle loro braccia questo Bambino per
soddisfare al loro amore e dividere la loro felicità. - Ecco, o Padre, dovette dire allora
Maria, ecco il tuo e mio Figlio; te l'offro in rendimento di grazie, perché l'hai dato a me ed
agli uomini; te l'offro per placare la tua giustizia e renderti propizio a tutto il genere
umano...
Oh! quante grazie ci meritò la divina Madre per mezzo di Gesù Cristo in
quest'offerta suprema! Che spettacolo fu per il Cielo questa santa oblazione! Ricevè allora Iddio
nel suo Tempio un'offerta degna di Sé e a Sé uguale.
Guarda: al prezzo di poche monete
d'argento è riscattato il divin Gesù, Egli che doveva riscattarci dall'inferno al prezzo di tutto
il suo Sangue che doveva grondare dalle cinque Piaghe del suo Corpo innocente!... Anima
mia, presentati innanzi al Padre celeste in compagnia di Maria, offri con Lei e con Gesù
tutti i pensieri della mente e tutti gli affetti del tuo cuore al sommo tuo Creatore.
3. Mira il giusto Simeone quel celeste spettacolo, ed ha fede nella rivelazione dello
Spirito Santo. Vede il Bambino, lo riconosce per vero Dio, e lo adora interiormente. Poi lo
prende tra le braccia, lo stringe al cuore, e manifesta il suo giubilo, la sua riconoscenza
glorificando Dio. Perché non ho io questa fede viva di Simeone, io che avrò la sorte
quest'oggi di abbracciare lo stesso Gesù più intimamente, e di possederlo più
assolutamente nella santa Comunione?
Considera, anima mia, come Simeone benedice
Maria e le profetizza i suoi dolori e la morte di Gesù: "A te una spada trafiggerà
l'anima"
(Lc 2,35). Maria deve vedere il cuore del suo Figlio trapassato da una lancia, e deve
avere il suo cuore trapassato dal dolore... O grande Iddio! Non bastava che Maria fosse
destinata a questo crudele tormento senza farglielo annunciare ancora trentatré anni
prima?
Alleva pure con diligenza questo caro Figlio, o Vergine santa; cresceranno con lui i
tuoi affanni; il tuo martirio durerà tanto, quanto la sua vita; anzi crescerà ogni giorno,
secondo che questo tenero Agnello s'andrà avvicinando al tempo destinato al suo
sacrificio. Egli sta a rovina, a resurrezione di molti, e a segno di contraddizione. Ah!
potesse anche la mia vita insieme con la tua passare nel ritiro, nel dolore, nelle lacrime,
nella memoria delle sofferenze del mio Salvatore! Da oggi ti si conviene il nobile titolo di
Regina dei Martiri, perché tutti li superasti nel sacrificio. Essi offrono la loro vita ma tu
offristi la vita del Figlio Unigenito che amavi e stimavi immensamente più che la vita tua.
Per essi fu momentaneo il sacrificio; per te durò tutta la vita, perché in ogni momento Tu
l'offristi all'Eterno Padre, sempre pensando ai futuri patimenti del tuo Figlio.
La Vergine
rivelò a S. Brigida che questo dolore preannunziato da Simeone mai sparì dal suo cuore
sino alla morte. Da questo giorno, dice San Bernardo, Ella vivendo cominciò a morire col
portar fitto nel cuore un dolore più crudele della morte.
Nondimeno, Ella accettò quel
doloroso annunzio con eroica fortezza perfettamente rassegnata al volere di Dio. Essa
divenne da questo giorno, dice Sant'Agostino, la Riparatrice del genere umano; e,
secondo Sant'Ambrogio, la Madre di tutti i fedeli; e, come la chiama S. Epifanio, la
Redentrice degli schiavi; poiché una era la volontà sua, quella del suo Figlio: salvare noi.
O Regina dei Martiri, oceano di dolori, non mi abbandonare quando, sotto il carico del
patire, sento venir meno la mia forza e mancare la mia virtù. Ottienimi da Dio la forza e la
virtù di soffrire con quella pace, rassegnazione e amore, che merita la sua mano adorata, i
travagli e le pene che Egli permette per me. Fa' che le Piaghe ed il Sangue del tuo
dilettissimo Figlio non siano inutili a quest'anima.
O Madre mia purissima, salvami, e
ottienimi il Paradiso. Dammi la forza che io cominci oggi davvero a rendere a Dio un
sacrificio accetto di tutte le mie parole, di tutti i miei pensieri, desideri, volontà, azioni e
passioni mie.
E l'esempio dei tuoi dolori mi conforti nelle pene della vita; l'esempio del tuo
sacrificio mi animi al sacrificio della mia passione predominante.
O gran santo, Padre
putativo di Gesù e Padre mio, San Giuseppe, anche tu avesti da oggi per tutta la vita
trafitto il cuore: sii particolare mia guida nelle vie di Dio, mio protettore durante la vita, mio
conforto nell'ora della morte. Amen.
VIRTÙ
- Sacrificio
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Quinto
Mistero Gaudioso. Il Ritrovamento di Gesù nel Tempio. |
1. Gesù non ha che dodici anni... ma quante pene ha sostenuto fino a questo giorno! Compiuta
appena la Purificazione, l'Angelo del Signore comanda in sogno a Giuseppe di fuggire in
Egitto per salvare il Bambino e la Madre dalla mano omicida di Erode. Ecco una seconda
prova dell'obbedienza. E di notte tempo fugge la più santa, la più ubbidiente, la più povera,
la più umiliata famiglia del mondo. Vive povera e sconosciuta in Egitto, paese immerso
nella superstizione, nell'idolatria, nel peccato. Gli Innocenti sono stati trucidati da Erode,
che non perdona al proprio figlio, e che in fine muore, roso dai vermi, tra fetore
insopportabile. Le profezie sulla nascita del Messia si sono adempiute. L'esilio ha fine, e
Giuseppe ha l'ordine dall'Angelo di ritornare in Israele. E sempre Giuseppe è il capo. Gesù
e Maria tacciono, e si lasciano guidare, osservando le leggi della più esatta ubbidienza.
Quanti altri stenti in questo secondo viaggio! quali sofferenze e privazioni! O santo
Patriarca Giuseppe, vero modello delle anime interiori, fa' parte all'anima mia del tuo
silenzio interno, della tua pace prodotta dall'ubbidienza perfetta ai comandi di Dio, e della
purezza del cuore e della mente, per eseguire appieno i suoi divini disegni, le sue sante
ispirazioni, e le sue voci che mi vengono dai miei superiori e dai doveri del mio stato.
2.
"Quando egli ebbe dodici anni, vi salirono di nuovo secondo l'usanza; ma trascorsi i
giorni della festa, mentre riprendevano la via del ritorno, il fanciullo Gesù rimase a
Gerusalemme, senza che i genitori se ne accorgessero" (Lc 2,42-43).
Ciò non per colpa,
ma per disegno della divina Sapienza. Gesù rimase, sia per manifestarsi ai dottori giudei,
sia per riaffermare in Giuseppe e in Maria l'idea della sua divinità, sia per rendere l'uno per
l'altra il modello, il rifugio, la consolazione delle anime desolate. Solamente le anime
innamorate di Gesù, le quali più non sentono le dolcezze sensibili della sua presenza e
della devozione, e si vedono immerse nell'oscura notte dei sensi e delle passioni, delle
aridità, delle tentazioni e dell'abbandono... queste anime soltanto possono avere
un'immagine del grave cordoglio che oppresse i cuori santi di Maria e di Giuseppe! Ne
domandano essi, lo cercano; e nessuno l'ha veduto.
O Maria, o Giuseppe, quale fu allora
la vostra sollecitudine? Quale fu l'eccesso del vostro dolore? Come passaste quelle notti
crudeli? Quanti timori! Quanti pensieri! Quanti rimproveri ciascun di Voi non fece a se
stesso! Nulla di simile vi fecero provare i furori di Erode e i pericoli dell'Egitto: allora
avevate con Voi Gesù; ed ora più non lo avete.
Dio mio, Dio mio, quante volte ti ho
perduto senza provarne pena! Quante volte son vissuto senza di te, senza averne inquietudine?
Che sarebbe stato di me, se per tua bontà non mi avessi cercato Tu stesso per primo?
3.
"Dopo tre giorni lo trovarono nel tempio, seduto in mezzo ai dottori, mentre li ascoltava
e li interrogava... Partì dunque con loro e tornò a Nazaret e stava loro
sottomesso" (Lc 2,46-51).
Ecco l'unica parola di San Luca che svela quel che fece Gesù fino al trentesimo
anno di età. E gli altri Evangelisti nulla ne hanno detto, perché Egli ha voluto che, dei suoi
trent'anni di vita, altro non sapessimo se non che "Egli era sottomesso" a quelli che suo
Padre gli aveva dati per superiori.
Questa sottomissione è compendio di tutta la sua vita e
della sua dottrina, e, secondo l'Apostolo S. Paolo, l'origine di tutta la sua gloria.
"Umiliò se
stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce. Per questo Dio l'ha
esaltato e gli ha dato il nome che è al di sopra di ogni altro
nome..." (Fil 2,8-9).
Le prime sue
parole infatti riportate nel Vangelo sono parole di ubbidienza: "Non sapevate, diceva alla
Madre sua quando fu da lei ritrovato nel Tempio, che io devo occuparmi delle cose del
Padre mio?" (Lc 2,49). E nella vita privata , Gesù non appariva agli uomini che un figlio
ubbidiente ai suoi genitori savi e moderati.
Considera qui, anima mia, con quanta pena,
umiltà e perfezione, Maria e Giuseppe comandavano e ricevevano obbedienza da un tal
Figlio... che sapevano essere il loro Creatore. Giuseppe, come capo della famiglia, era
rispettato dalla Madre e dal Figlio di Dio, e questa superiorità lo umiliava infinitamente:
vedere Dio soggetto e ubbidiente ad un semplice falegname. Maria sapeva che,
comandando al Figlio, ubbidiva a Dio che così voleva. Gesù ubbidiva ad ambedue in
silenzio, con rispetto e con gioia, come a coloro che tenevano le veci di Dio suo Padre.
Ecco l'ubbidienza più perfetta che si sia mai praticata sopra la terra. O dolce modello della
vita nascosta! Osservavano esattamente la legge di Dio, e vivevano secondo il loro stato
con la fatica delle loro mani! Alla fine del lavoro si ritiravano a pregare: quale orazione!
quanti doni celesti!
Nella vita pubblica ancora Gesù si manifestò obbediente alla volontà
del Padre suo. Ecco la sua dottrina: Egli era sceso dal cielo per fare la volontà di suo
Padre, e questa era il suo cibo: la sua dottrina non era sua, ma quella di suo Padre; il
calice che doveva bere per noi era quello che suo Padre gli aveva dato.
Tutta l'osservanza
della Legge Egli rinchiuse nella carità; ma tutta la prova della carità si ridusse alla pratica
dell'ubbidienza. "Se mi amate - dice - osserverete i miei comandamenti" (Gv 14,15).
"Chi
non mi ama, non osserva le mie parole" (Gv 14,24).
Nessuno, dunque, piace a Dio se non
ama, e colui che ama ubbidisce.
Ecco, amore e ubbidienza che riconciliano l'animo con
Dio, lo uniscono a lui, gli meritano il paradiso.
Difatti, Egli ubbidì con perfetta sottomissione
a giudici ingiusti, a un preside idolatra, a ministri crudeli, come a superiori che suo Padre
gli dava per quel tempo. Dunque per bene obbedire, noi non dobbiamo guardare in quelli
che ci comandano né l'età, né l'idoneità, né il merito, né l'ingegno, né l'affabilità, neppure
la virtu o la santità; ma solo dobbiamo guardare Colui di cui fanno le veci. Gesù Cristo ha
elevato l'ubbidienza alla sua più alta perfezione. Il Figlio di Dio serviva in una povera casa,
sino a stancare le sue delicatissime membra, senza speranza di ricompensa: anzi sapeva
bene che per ubbidire a suo padre, avrebbe infine perduto il riposo, l'onore, il sangue, la
vita, con una morte ignominiosissima, in mezzo a due ladri.
Ed affinché le ultime sue
parole fossero conformi al principio e al seguito del suo vivere, spirando sulla croce gridò:
"Tutto è compiuto. Padre, nelle tue mani consegno il mio
spirito" (Gv 19,30; Lc
23,46).
La
sapienza del cristiano, dunque, consiste nell'ubbidienza; e per questo Davide domanda
spesso a Dio: "Signore insegnami a compiere il tuo volere, perché tu sei il mio
Dio" (Sal
142,10). "Una cosa ho chiesto al Signore, questa sola io cerco: abitare nella casa del
Signore tutti i giorni della mia vita" (Sal 27,4). Come un servo fedele che sa e fa la volontà
del suo padrone.
O eterna Sapienza incarnata, io ti adoro. A te tutto è sottomesso
naturalmente: gli Angeli e i vermi, i corpi terrestri e quelli celesti. Nondimeno, per
confondere il mio orgoglio, nascondi la tua grandezza, ti assoggetti alle tue creature anche
ingiuste e crudeli. Che bisogno hai Tu della guida di Maria e di Giuseppe per trent'anni,
obbligandoli a comandarti per prestare loro ubbidienza, Tu che sei la vera Luce e l'infinita
Sapienza, che governi quelli che ubbidiscono? Tu vedevi la mia continua ribellione, effetto
della presunzione e dell'amor proprio! Perciò sono sempre inquieto e pieno di mille errori,
di malumore, di contraddizione e di collera.
O Maestro divino, fa' che il mio spirito e la mia
carne ti siano soggetti, e che questo fango mai si opponga alla tua volontà.
Infondi la virtù
dell'ubbidienza nell'anima mia meschina e riformala da tutti gli errori e dalle sue miserevoli
colpe.
O purissima Madre di Dio, o glorioso Patriarca San Giuseppe, i più umili e i più
ubbidienti di tutte le creature, abbiate pietà delle misere cadute del mio orgoglio.
Ottenetemi dal vostro ubbidientissimo Figlio la grazia di far sempre la sua volontà. Amen.
VIRTÙ
- Ubbidienza
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