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Primo
Mistero Doloroso.
L'Agonia di Gesù nell'orto degli ulivi. |
1. Considera, anima mia, come il divin Salvatore, dopo aver lavato i piedi ai suoi Discepoli,
istituito in loro presenza il Sacramento del suo Corpo e del suo Sangue, e dopo aver fatto
loro un discorso il più tenero e sublime, entrò con essi nel consueto orto di Getsemani, sul
monte Oliveto, affinché ivi dai suoi nemici fosse ritrovato più agevolmente.
E disse loro:
"Sedetevi qui mentre io vado là a pregare... Vegliate e pregate per non cadere in
tentazione" (Mt 26,36.41).
Spontaneamente, perché Egli lo aveva voluto, si era offerto al
comando dell'eterno Padre e perciò lo eseguì in modo che la sua Passione soddisfacesse
insieme la giustizia di Lui e spingesse noi ad amarlo. Ecco il fine dei suoi patimenti,
l'amore.
Gesù
"cominciò a provare tristezza ed angoscia" (Mt 26,37).
Questo amoroso
Figlio volle non solo sacrificare tutto il suo corpo, ma anche tutta l'anima con le sue
potenze; anzi da questa parte più nobile della sua Umanità volle cominciare il sacrificio di
Redenzione. Perciò prima che i suoi nemici comparissero, privò la santa Umanità del
sostegno che riceveva dalla Divinità; e scoprendole al tempo stesso tutto ciò che doveva
patire, la ridusse ad una mortale agonia.
Si presentarono allora vivamente all'anima sua
tutti i patimenti che sarebbe per sostenere nel corpo: i flagelli, le spine, i chiodi, la croce, il
fiele e l'aceto; i patimenti nell'anima, il tradimento di Giuda, la fuga vergognosa dei Discepoli,
l'apostasia di Pietro, le calunnie dei sacerdoti, le ingiustizie dei giudici, le efferatezze
dei soldati, le ignominie della sua persona, il disprezzo della sua dottrina e dei miracoli, il
trionfo dei suoi nemici, le bestemmie dei manigoldi, l'abbandono del Padre sulla Croce e la
vista angosciosa della sua addolorata Madre! Subito dunque il timore e la noia, il disgusto
e l'amarezza, l'abbattimento e la tristezza s'impossessarono dell'anima sua sino a
minacciargli la vita. Allora disse loro: "L'anima mia è triste fino alla
morte" (Mt 26,38).
O
Cuore affannato del mio amabile Redentore, come sei tu venuto a tanta desolazione? Chi
ti ha sospinto a provare innanzi tempo gli orrori e le paure della morte? Questo tormento,
che fu il primo di tua Passione, fu anche senza dubbio il più violento, perché valse a
strapparti la preghiera al Padre di allontanare tale calice. "Si prostrò con la faccia a terra e
pregava dicendo: Padre mio, se è possibile, passi da me questo calice!". Ma soggiungesti
subito: "Però non come voglio io, ma come vuoi Tu" (Mt 26,39).
Guarda, anima mia: il tuo
Gesù si rivolge ai Discepoli per conforto, e li trova abbattuti per la sua ambascia.
"Poi
tornò dai discepoli e li trovò che dormivano. E disse a Pietro:
"Così non siete stati capaci di
vegliare un'ora sola con me? Vegliate e pregate, per non cadere in tentazione. Lo spirito è
pronto, ma la carne è debole". E di nuovo, allontanatosi, pregava dicendo:
"Padre, se
questo calice non può passare da me senza che io lo beva, sia fatta la tua
volontà"" (Mt 26,40-42).
E così faceva per la terza volta. E la sua tristezza talmente si accresce, che sembra
più l'agonia di un uomo moribondo, che il dolore ordinario di un uomo che soffre.
"In preda
all'angoscia pregava più intensamente" (Lc 22,44).
Il
contrasto che seguì allora tra la parte
inferiore dell'anima, piena di ripugnanza, e la superiore piena di sottomissione, gli furono
causa di un sudore di sangue così abbondante, che, dopo aver bagnato le sue vesti,
bagnò anche la terra dove pregava.
Così abbandonò se stesso Colui che difende tutti:
così rimase desolato Quegli che consola tutti. E così si avverarono le parole del Profeta
reale: "Ho atteso compassione, ma invano, consolatori, ma non ne ho trovati" (Sal 68,21).
O afflittissimo mio Salvatore, così vuoi conciliarti il mio amore? con l'assumere la stessa
infermità e miseria degli uomini? per renderti vero consolatore e fido compagno degli
afflitti?
Quanti meravigliosi ammaestramenti Tu mi dai in questo Mistero!
2. Anima mia, quattro furono le cause di questa tristezza mortale del tuo Gesù, come
Egli rivelò alla Beata Battista Varani.
1ª
La dannazione d'innumerevoli anime, malgrado l'acerbissima sua morte.
"Considera,
figlia mia, - diceva Gesù alla Beata - che martirio e dolore fu il mio, nel vedere che tante
membra furono da me separate, quante anime si sarebbero dannate! e ogni membro si
separava tante volte, quante un'anima mortalmente pecca".
La grandezza e la quasi
infinita moltitudine dei peccati del mondo erano dunque tutti distintamente presenti al suo
spirito con una chiara visione della Maestà divina offesa da tanti delitti, resi più gravi dal
disprezzo del suo amore. Oltre a ciò ben pochi uomini avrebbero profittato di quel rimedio
preparato dal suo amore per tutti.
Su ciò non trovava altra consolazione, che nella perfetta
uniformità agli immutabili decreti di suo Padre, il quale voleva che Egli soffrisse anche per
quelli, che per nulla profitterebbero dei suoi patimenti.
2ª I peccati e le pene di tutti gli eletti.
"Tutte le membra degli eletti che mortalmente
avrebbero peccato - diceva il benignissimo Gesù - mi afflissero e cruciarono nella loro
separazione da me.
Ancora, io sentii e gustai tutte le loro amarezze, i martirii, le penitenze,
le tentazioni, le infamie della loro vita ed anche le pene del loro Purgatorio, come
altrettante membra del corpo mio".
3ª La SS. Vergine sua Madre, che Egli amava d'amore infinito; i suoi cari e amati discepoli
ed Apostoli, che Egli amava più che un padre i suoi figliuoli; e la discepola Maddalena, la
quale, benché sapesse di Gesù meno di Giovanni, nondimeno più di tutti si addolorò della
Passione e Morte di lui.
4ª L'ingratitudine sia del popolo Giudaico, tanto da Dio beneficato e prediletto con mille
prodigi, come quella del suo amato discepolo, Giuda traditore. Gesù inginocchiato avanti a
questo traditore, gli aveva lavato i piedi, li aveva abbracciati e baciati con massima
tenerezza, dicendogli col cuore parole di ineffabile amore. Finalmente, l'ingratitudine di
tutte le creature, che, peggio di Giuda, l'avrebbero tradito per vili piaceri, per più vili
interessi.
Signore, quanta parte ho avuto io alla tua tristezza! Quale impressione dovettero fare sul tuo
purissimo e innocente cuore i miei peccati, le mie ricadute, le mie infedeltà, le mie pusillanimità?
Sventurato che sono! Non sarò io dunque mai per te un soggetto di gioia e di consolazione? Quanto
è diverso l'oggetto delle mie pene nel mondo da quello che causa la tua mortale tristezza!
O Cuore
amareggiato del mio Dio, Tu volesti con questa tristezza e sudore di sangue espiare la folle
sicurezza degli empi, e la insensata tranquillità in cui tanti peccatori dormono sul loro peccato senza
temere le sorprese della morte temporale ed eterna. Tu volesti espiare quelle allegrezze, quei gusti,
quei piaceri, quei desideri della vita, quelle speranze alle quali io abbandono il mio cuore anche
quando sono contrarie alla legge tua.
Tu volesti soddisfare per le false contraddizioni del mio cuore
e per le mie confessioni senza dolore interno.
Tu volesti santificare in me e in tutti queste medesime
passioni della tristezza, del timore, della noia, del disgusto e della malinconia che io provo nel
cammino della vita spirituale, e consolarmi quando le soffro, e meritarmi la grazia di sopportarle
con pazienza, con rassegnazione, con gioia.
Tu volesti fortificarmi, come hai fortificato tanti Martiri
a sfidare la morte, ed animarmi alla penitenza così come hai ispirato tanti altri fedeli a esercitarsi in
aspre penitenze. Quanto il tuo amore è soave, buono, pietoso! Cuore dolcissimo di Gesù, quanto ti
ringrazio di aver tanto sofferto!...
3. Il Salvatore, anima mia, volle sentire questa estrema
pena, affinché conoscessi il valore
della penitenza dei sensi, delle umiliazioni e delle contraddizioni dell'amor proprio.
Ancora, per insegnarti che nessuno sarà mai giudicato sull'infermità della sua carne
formata dal fango, ma secondo l'obbedienza della volontà, che tanto piace a Dio.
Egli patì,
per verità, una tristezza mortale, ma fu proporzionata alla sua virtù, per convincerti che
Dio, il quale distribuisce come a Lui piace le miserie di questa vita, non permetterà mai
che queste siano superiori alle tue forze.
Volle farti conoscere in se stesso due opposte
volontà: l'una dell'umana debolezza, che rifugge dal patire e cerca il piacere; l'altra
dell'uniformità alla volontà di Dio; affinché il cristiano non si creda nemico di Dio, perché la
carne si rivolta contro lo spirito e brama i suoi diletti; ma si studi di sottometterla, e si
persuada che la natura non nuoce affatto all'uomo interiore, finché è devoto della legge di
Dio con piena volontà.
Scese l'Angelo dal cielo per consolare Gesù Cristo, non perché a
Lui mancasse la forza necessaria per combattere la debolezza della natura; ma per
insegnare a tutti quelli che soffrono, che la loro consolazione e la loro forza deve venire
dal cielo, e Dio non dimentica nessuno nei patimenti, anzi, ove sono tribolazioni ivi è Dio.
Finalmente il Figlio pregò suo Padre, benché sapesse che non doveva essere dispensato
dalle pene, per insegnarci, anima mia, questa verità tanto necessaria: che il divino
soccorso non consiste già nel liberarti dalle tribolazioni con le quali ti visita, ma nel fartele
soffrire con umile sottomissione e con totale uniformità ai suoi disegni, rimanendo sempre
con Lui unita per amore.
VIRTÙ
- Uniformità
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Secondo
Mistero Doloroso.
La Flagellazione di Gesù alla colonna. |
1. Gesù dinanzi ai tribunali. Percorri, anima mia, le vie dolorose che tenne il Padre tuo,
l'amoroso tuo Gesù in queste ore di atroci suoi patimenti.
Schiaffeggiato nella casa di
Anna, passò in quella di Caifas, dove fu vituperato, dichiarato bestemmiatore, reo di morte.
E chiuso in una prigione, qui, sino all'alba venne lasciato in balia ai disprezzi, agli sputi e
alle percosse della soldatesca insolente.
Fatto giorno, trascinato per le vie, passa da due
tribunali giudei nelle mani di Pilato e di Erode. Da quest'ultimo vien reputato pazzo; e,
come tale, coperto di bianca veste, è posto alla berlina e agli scherni di un popolo sedotto.
Mira, anima mia, il tuo Gesù sempre umile, sempre paziente; si fa condurre come agnello
mansueto dove la perfidia degli uomini e il furore di Satana lo tormentano. Considera
come di fronte alle grida, alle calunnie, ai disprezzi, Egli sta in silenzio. E Gesù taceva, per
insegnarti che quando sei accusata o calunniata, devi abbandonarti a Dio, e per amor suo,
non cercare altra giustificazione che il silenzio. "Era come agnello condotto al macello,
come pecora muta di fronte ai suoi tosatori" (Is 53,7).
Così conseguirai la pace del cuore.
Quanti Santi, quanti solitari, quanti pacifici ha generato questo silenzio di Gesù!
Misericordia, Signore, misericordia! Io son carico di peccati, e Tu sei la stessa innocenza:
ciò nonostante, Tu ami quelli che ti trattano così indegnamente, sino a morire per essi, ed
io conservo i sentimenti di asprezza e di animosità per le più piccole ingiurie? Tu permetti
che tutti ti giudichino, ed io non voglio essere giudicato da nessuno? Quando vedrò io
cambiato il mio cuore, o infinita bontà? Confesso innanzi a te, mio Dio, mio Salvatore, mio
Maestro, la mia ingratitudine, il mio orgoglio e la mia presunzione: desidero, con la grazia
tua imitarti e soffrire in silenzio ogni sorta di pene e di ingiurie che mi verranno fatte.
Perdono di tutto cuore a quelli che mi hanno offeso, e che mi offenderanno: li dispenso per
amor tuo dal restituirmi l'onore che mi avranno tolto, e non voglio averne altro, che quello
di servire te e amare te. Distruggi in me ogni sentimento di asprezza e di vendetta, dilata il
cuore mio con la tua carità, affinché io ami te senza riserva, ed ami in te tutti quelli che mi
perseguitano, "lieto di essere stato oltraggiato per amore del nome di
Gesù" (At 5,41).
2. Tratto Gesù di prigione, trascinato con ignominia per le strade di Gerusalemme, allo
scopo di renderlo odioso e spregevole al popolo, che suole dalle apparenze giudicare le
cose, trattato da maledetto, da seduttore, da pazzo, fu dato in mano ai carnefici, e,
insultato e schernito, fu condotto, attraverso Gerusalemme, alla casa di Pilato. Per la
strada gli si fanno mille oltraggi e mille violenze. Non udiva che bestemmie; tirato con funi,
sospinto da lance, senza riposo, forzato a camminare, sfinito dalla stanchezza e dalle
sofferenze di un'intera notte, se cadeva, veniva caricato di colpi e di ingiurie come il più
spregevole di tutti gli uomini. Così lo vide il Profeta reale: "Io sono un verme, non un uomo,
infamia degli uomini e rifiuto del mio popolo" (Sal 22,7).
Ed a questo modo dall'orto al
Calvario, in men di dodici ore, gli fecero compiere sei viaggi, e in tutti il dolce Maestro
lasciò le tracce della sua inalterabile pazienza, della sua profonda umiltà, della sua carità
infinita, della sua incredibile penitenza.
Destati, anima mia, esci dalla languidezza e
dal letargo in
cui giaci. Mira quelle donne che con Maria percorrono le vie di Gerusalemme, bagnandole
delle loro lacrime e riempiendo l'aria dei loro sospiri. Riconosci la più bella tra le creature,
la più santa tra le donne, la più afflitta tra le madri, riconosci Maria, la madre di Gesù, la
tua cara madre, che va in cerca del diletto dell'anima sua, e va per le piazze domandando
se qualcuno l'abbia visto.
O mansuetissima Maria, tutta la notte perseverasti in dolorosa
orazione, finché non sapesti che il tuo Figlio era nelle mani dei peccatori. Ma quando fu
preso e chiuso in una prigione, fatto segno alle ingiurie e alle onte dei soldati, e Tu udisti
da Giovanni la notizia dei suoi tormenti e la sua condanna a morte proferita dal Sinedrio,
chi può esprimere le trafitture del tuo cuore? Ma Tu, sempre uniformata a Dio, non ti
lasciasti trasportare a nessuno di quei modi sregolati tanto ordinari alle donne afflitte; e,
benché dentro ti crucciasse un dolore ineffabile, non facesti apparire di fuori che perfetta
sottomissione. "Ecco l'ancella del Signore, ripetevi, si faccia di me secondo la tua volontà".
Non si è ancora levato il sole, e Tu lasci la tua silenziosa dimora per trovare Gesù e
seguirlo sino alla croce.
Ed ecco, alla svolta della via che mena al palazzo di Pilato,
appare come un'onda di popolo agitato. È una calca immensa che trascina tra grida di
scherni e urli di bestemmie un uomo carico di catene, le mani avvinte dietro le spalle, il
viso pesto, i capelli strappati, la faccia deforme per sputi e per sangue, tanto che non lo si
può riconoscere. Ma il palpito veemente del tuo cuore, o Maria, ti addita in mezzo a quei
feroci il tuo innocente Figlio. Tra le maledizioni della plebaglia e il trionfo dei suoi nemici,
sotto quell'abito di ignominia, il Figlio di Dio, mansueto negli oltraggi, tranquillo negli urti,
non mormora, né si lamenta di nulla.
Questo divino Agnello, trovandosi in mezzo ai lupi,
desiderava vedere la sua santa madre; poiché quelli che amano, quando si trovano
nell'afflizione, sogliono sentire più al vivo l'assenza dei loro amici, e ardentemente ne bramano
la presenza, sebbene debba essere per loro un accrescimento di dolore.
Ma tu, Vergine
benedetta, non potesti vedere il tuo Figlio, né Egli ebbe questo conforto. Lascia che io ti
accompagni finché di nuovo potrai vederlo e consolarti con Lui.
3. La flagellazione. Considera, anima mia, come Pilato, avendo dichiarato l'innocenza di
Gesù e pur volendo dar soddisfazione al popolo, condanna l'innocente ad essere flagellato
in pubblico, per sottrarlo alla morte. Quale giustizia! condannare un innocente solo per
accontentare l'odio dei suoi accusatori!
Fatto entrare Gesù Cristo nel Pretorio, lo
spogliarono di tutti i suoi abiti, senza che Egli dicesse una parola, o mostrasse resistenza.
Allora Egli offre all'Eterno Padre con cuore pieno di amore quella Carne innocente che
doveva essere lacerata, e quel Sangue prezioso che da sì lungo tempo desiderava di
spargere per noi. Quindi lo legano ad una colonna e, senza avere riguardo alla legge dei
Giudei che proibiva di dare più di quaranta colpi, seguendo la legge dei romani per cui il
numero non era limitato, ad altro non badavano che a soddisfare il loro furore.
Un'intera
corte di soldati circondano quel luogo, formando un cerchio di ferro: due nerboruti carnefici
che vengono seguiti da altri più robusti e più fieri, dan di piglio a un fascio di verghe e a
flagelli di cuoio e di corde fornite di nodi.
Guarda, anima mia, il tuo Gesù mansueto, come
fosse stato convinto di tutti i delitti imputatigli, in piedi, legato a una colonna.
Chi potrebbe
dire quanto Egli soffriva allora di confusione e dolore?
Fin dai primi colpi quella carne
verginale resta pesta, rotta, solcata; e da ogni parte zampilla il suo sangue. I flagelli
traggono con loro brani di carne; e cadendo i colpi sulle vive piaghe, ne fanno
continuamente delle nuove su quelle che già avevano fatte. Che atroce, che sanguinoso
spettacolo! Lo battono senza misura, ed Egli non si lagna: lo lacerano così crudelmente,
che tutto il suo corpo non è che una piaga.
È questo, o divino Gesù, il tormento così
crudele e così vergognoso che Tu hai voluto soffrire per noi, e a cui ti sei sottomesso per
espiare i nostri rei piaceri? E come posso io ancora offenderti? O mio Dio, con qual titolo
ho potuto meritare che tanto soffrissi per me? Tutto avevi predetto per bocca dei Profeti.
"Sul mio dorso hanno arato gli aratori, hanno fatto lunghi solchi (Sal 129,3)... Dio mi
consegna come preda all'empio, ... mi apre ferita su ferita (Gb 16,11.14)... Dalla pianta dei
piedi alla testa non c'è in esso una parte illesa, ma ferite e lividure e piaghe aperte, che
non sono state ripulite né fasciate, né curate con olio (Is 1,6).
Egli è stato trafitto per i
nostri delitti, schiacciato per le nostre iniquità" (Is 53,5).
O mio Dio, e tutto questo per i
nostri peccati! Come? per scellerati come me, Tu subisci un tale supplizio? Per me, reo di
tanti peccati, Tu soffri dolori così eccessivi? Che cosa farò io, dunque, o mio Salvatore, per
te, e per espiare i miei delitti?
Ecco, anima mia, il modello della penitenza, da cui hanno
appreso tutti i Santi a trattare il loro corpo e assoggettarlo allo spirito. Poiché mentre siamo
in questa vita, l'anima nostra non ha nemico più grande della nostra carne.
Questa,
sempre ribelle, non vuol soffrire né freno, né giogo; segue senza ritegno le sue terrene
inclinazioni che i sensi favoriscono; tende verso gli oggetti che desidera, con tanta violenza,
che lo spirito ne è sovente oppresso, e gli dà essa sola più pena che tutti gli altri suoi
nemici uniti insieme. Ecco, invece, ciò che hanno prodotto le grandi austerità praticate dai
Cristiani dopo la venuta di Gesù Cristo, e sconosciute nei secoli anteriori: i cilizi, le catene
di ferro, le discipline, l'applicazione continua a mortificare i sensi: e tutto ciò per timore di
vedere, di ascoltare, di dire e di gustare qualche cosa che potesse contaminare la purità
del loro cuore.
Bisogna prevenire con la mortificazione del corpo la tentazione e la caduta.
Lo stesso Apostolo Paolo diceva: "Tratto duramente il mio corpo e lo trascino in
schiavitù"
(1Cor 9,27). Che se tutta la santità di Davide e tutta la sapienza di Salomone non hanno
potuto impedire la loro caduta, poiché si lasciarono lusingare dai piaceri dei sensi, quale
sarà la sorte di quelli, la cui vita si occupa tutta nel cercare ciò che può accontentare il
proprio corpo? Appunto per espiare e porre argine a questo disordine così comune tra gli
uomini, ha voluto il Salvatore che la sua carne innocente fosse sì crudelmente lacerata.
VIRTÙ
- Penitenza
 |
Terzo
Mistero Doloroso.
La Coronazione di spine. |
1. Considera, anima mia, come i carnefici, stanchi di battere il Salvatore, lo staccano dalla
colonna tutto bagnato di sangue.
Mira il tuo Gesù ferocemente lacerato, fatto di tutto il
corpo una piaga, andare attorno a cercare le sue vesti, che i soldati per rabbia e per
malizia avevano nello spogliarlo gettate qua e là. È costretto ad attraversare tutto il
Pretorio e soffrire, passando, le beffe e le insolenze di quegli indegni che aggiungevano
l'insulto alla crudeltà. Egli sopporta i loro oltraggi, come aveva sopportato i loro colpi, con
una dolcezza, modestia e pazienza invincibile; e, avendo infine trovato i suoi abiti, se ne
rivestì. Benché fosse in uno stato da muovere a compassione i cuori più duri, non furono
però inteneriti quei lupi spietati: anzi per tormentarlo di nuovo, inventarono un genere di
supplizio, che era fin allora sconosciuto, e che mai più si è riprodotto anche nei
martirii più
barbari.
Ecco l'effetto che produce il peccato nell'anima, la quale lo commette con sfrontatezza
e con piacere. Un peccato commesso lascia dopo di sé il desiderio di commetterne
altri. Anche quando uno è stanco nel peccato, non però ne resta sazio; e benché ne sia
perduto il potere, si conserva la volontà di peccare.
Una delle più grandi illusioni dei
peccatori è di credere che si libereranno dalla tentazione col soddisfarla. Il commettere il
peccato non fa che aumentare in noi l'inclinazione che ci porta ad esso, perché, secondo
l'osservazione di San Gregorio (XXV Moral. 12), il peccato, che non è distrutto dalla
penitenza, ci trascina col suo peso a un altro peccato. L'anima, che, peccando perde la
grazia di Dio, perde anche la forza di resistere alle occasioni del peccato; ed il corpo è
meno capace di essere frenato nelle sue passioni, da che ha gustato il piacere di seguirle.
Quindi quei manigoldi giungono a perdere ogni sentimento di umanità. I Giudei avevano
accusato Gesù Cristo di aver voluto farsi e dirsi re dei Giudei. Ora, battutolo e resolo
infame, lo espongono, come re da burla, ai fischi del popolo.
Entra tu pure, anima mia, in
questo cortile del Pretorio: unisciti a Maria, che, fedele compagna dei dolori e delle
ignominie di Gesù, si trova anch'ella qui in mezzo a questa plebe furibonda, e ne ode le
grida e le bestemmie. Domandale la grazia di comprendere questo profondo mistero e di
profittarne, e addolcisci in parte il suo dolore.
Tolgono dunque a Gesù nuovamente i suoi
abiti già attaccati alle piaghe recenti avute dalla flagellazione; il suo sangue comincia di
nuovo a scorrere da tutte le parti. Le coprono di un lacero manto color di porpora, formano
una corona tessuta di lunghe spine armate di punte dure e acutissime, e gliela pongono
sul capo: e, affinché non gli cada, gliela conficcano a furia di colpi di bastone. Le spine
penetrano da ogni parte, per la fronte e per le tempia, e il sangue si spande per la faccia,
per il collo, per la persona; quelle spine gli cagionano dolori sì acuti, che gli avrebbero dato
la morte, se la virtù divina non lo avesse sostenuto sino alla croce. Ora questi dolori durarono
fin quando Egli non morì. Oh che pena! Se una spina sola si ficcasse a qualcuno nel
capo, di che animo sarebbe egli mai? E certamente, come afferma Sant'Anselmo, il
venerabile capo di Cristo, il più bello e il più delicato tra gli uomini, fu trafitto da mille
punture.
Egli veramente ci ha amato e
"si è caricato delle nostre sofferenze, si è
addossato i nostri dolori" (Is 53,4).
2. Se mai hai sofferto mali violenti di capo, fermati per un momento a considerare quanto
sensibile fu questa pena al tuo Salvatore tra le altre che tollerava. Il solo pensiero fa
inorridire!
E, ciò che avrebbe fatto compassione, ciò che non si sarebbe mai potuto vedere
senza orrore nei più vili animali, non servì ad altro, che ad eccitare le risa insolenti e
gli insulti crudeli di quei barbari cuori. Gesù si lascia condurre, spogliare, coronare, come
volevano, senza dire una parola, senza fare la minima resistenza, con una pazienza
sovrumana; chiudendo gli occhi per l'estremo dolore, tutto offre all' Eterno Padre.
Anche
qui si adempie la parola del Profeta Isaia: "Ho presentato la guancia a coloro che mi
strappavano la barba; e non ho sottratto la faccia agli insulti e agli sputi" (Is 50,6).
Gesù
qui non aveva gli occhi bendati come in casa di Caifa: qui vedeva gli ossequi insultanti che
gli si rendevano, vedeva i colpi che gli si preparavano. Tutto soffriva in profondo silenzio,
con inalterabile pazienza.
"Spogliatolo, gli misero addosso un manto scarlatto e,
intrecciata una corona di spine, gliela posero sul capo, con una canna nella destra; poi
mentre gli si inginocchiavano davanti, lo schernivano: "Salve, re dei
Giudei!".
E
sputandogli addosso, gli tolsero di mano la canna e lo percuotevano sul capo" (Mt 27,28-30).
E perché Cristo sopportava con grandissima pazienza tutte queste cose, si lasciavano
trasportare a tanto furore.
Oh, me superba e vile anima peccatrice, considera quanto siano
enormi i tuoi peccati, espiati con tanta severa correzione e con tale castigo dell'Eterno
Padre! Gesù univa le sue lacrime col suo sangue, che spargeva per te. Così espiava le
delicatezze del tuo corpo, i piaceri della rea carne, il lusso dei tuoi abiti, la vanità che ne
ricavi, e l'orgoglio che essi ti ispirano. Così espiava quel desiderio di dominare che si trova
in tutti i cuori. Così espiava tutti i peccati che si concepiscono e si mantengono nelle
nostre teste prevaricatrici, nella memoria, nell'immaginazione, nello spirito. Così il tuo
Salvatore amoroso espiava le cure idolatre che si prendono tante persone mondane per
ornare la loro testa orgogliosa e peccatrice, vaghe di esporla al pubblico sguardo, e con
esse trarsi dietro adoratori, quando non è che polvere. Ci meritava la grazia della pazienza
e della mortificazione, la grazia del disprezzo del mondo, delle sue vanità e di tutta la sua
gloria. Ci meritava la grazia dell'umiltà, della dolcezza e della pazienza.
Anima mia, nelle
tentazioni, nei progetti di fortuna, di ambizione, di vendetta, nei pensieri o nelle
immaginazioni impure, pensa a Gesù coronato di spine. E quando soffri tu nel capo, pensa
ai peccati che hai commesso; e, per espiarli, unisci il poco che soffri, al molto che Gesù
Cristo medesimo ha sofferto per te.
Oh, mio Salvatore, quanta parte ho io mai avuto a
queste pene che hai sostenute nel Pretorio! Son io che ti ho messo cotesta corona di
spine, che ti ho salutato per derisione, che ti ho sputato in volto, che ti ho percosso il capo,
che ne ho fatto scorrere il sangue, e che ti ho cagionato sì crudeli dolori. E con quale
gratitudine ti rispondo io mai?
3.
"Allora Gesù uscì portando la corona di spine e il mantello di porpora. E Pilato disse
loro: "Ecco l'uomo!". Al vederlo i sommi sacerdoti e le guardie gridarono:
"Crocifiggilo, crocifiggilo" (Gv 19,5-6).
O mio divin Gesù, io non ti voglio più crocifiggere. Io ti adoro
come mio vero Re, ti riconosco mio sovrano Signore in mezzo a tutte queste piaghe, in
mezzo a questi obbrobri dei quali hai voluto essere coperto per rivestire me di gloria. Il
sangue che scorre da tutto il tuo corpo, non bastava, o Salvatore mio, senza spargere
ancora quello del tuo capo?
La testa è la parte dove si distinguono gli uomini, dove si
trovano i lineamenti della persona, dove si riuniscono tutti i sensi e gli organi della vita,
dove si palesa la bellezza, dove appaiono la gioia e la malinconia, la sanità e la malattia, e
tutti insieme i sentimenti dell'anima. Questa parte appunto, o Signore, è quella che hai
lasciato ferire dalle spine e bagnare dal sangue. E con tali contrassegni riconoscerò te, o
amabile Sposo dell'anima mia, "il più bello tra i figli dell'uomo" (Sal 44,3).
E questo è il
volto per cui sospirano gli Angeli e che formava la delizia di Giuseppe e di Maria tua
Madre, divenuta ora l'afflittissima tra le donne? Adoro, o Dio del mio cuore, adoro l'amore
ineffabile che ti ha ridotto in questo stato, e grazie infinite ti rendo di tante misericordie.
Miserabile che sono! Questo ancora non basta per farmi amare la croce, le ingiurie, gli
obbrobri e tutto ciò che mi rende simile a te, o Dio dell'anima mia? Quando sopravvengono
patimenti, io ne sono atterrito; quando durano, ne resto abbattuto; quando me ne vedo
libero, ne godo. Quando distruggerai Tu, o mio Dio, la debolezza della mia carne con la
forza del tuo amore? Tutti i miei pensieri vanno a terminare alla comodità del mio corpo,
alle dolcezze di questa vita, alla vana stima che ho di me stesso, al piacere che prendo
dalle lodi degli uomini. Dimentico allora quanto sono miserabile e spregevole agli occhi
tuoi. Quando odierò me stesso sino a quel segno che merito?
Tu sei coronato di spine, ed
io fuggo tutto ciò che mi dà la minima pena!
O Madre SS. di Dio, imitatrice perfetta del
Salvatore, come sei oppressa dal cordoglio! Se Tuo Figlio innocente è coronato di spine,
che diverrò io che sono tutto orgoglio e delicatezza? Assistimi, o Rifugio dei peccatori, a
imitare i suoi esempi; ottienimi la volontà e la forza di sopportare tutte le pene con le quali
piacerà a Lui di affliggermi, poiché so che io non posso essere tuo senza croce e senza
spine.
Angelo mio custode, e voi Angeli della pace, che vedeste il mio Salvatore così
sfigurato e sanguinante, e che chiaramente vedete il prezzo delle spine del mio Signore,
abbiate pietà di un'anima peccatrice e miserabile, che cerca nel luogo di esilio ciò che si
trova solo nella patria, mentre, per essere coronata con voi di gloria in Cielo, è necessario
che sia coronata di spine in terra! Amen.
VIRTÙ
- Pazienza
 |
Quarto
Mistero Doloroso.
Il Viaggio al Calvario di Gesù carico della Croce. |
1. Gesù condannato a morte. Considera, anima mia, come tre volte Pilato, intimidito, si
studiò di liberare Gesù; e tre volte il popolo ne richiese ad alte grida la morte.
"Via, Via,
crocifiggilo!" (Gv 19,15). Pilato poteva far giustizia; invece, mentre dichiara Gesù
innocente, libera Barabba, e, per vile rispetto umano, abbandona Gesù in balia dei suoi
nemici per farlo crocifiggere.
Un banditore pubblica che, per ordine dell'Imperatore, e
conforme alle leggi romane, Gesù di Nazaret, per aver voluto farsi re dei Giudei, è
condannato a morire in croce tra due ladri, destinati per i loro latrocini allo stesso supplizio.
Anima mia, ecco il momento in cui il tuo Gesù, il tuo Dio, il tuo Creatore, il Salvatore degli
uomini, venne dagli uomini condannato ad essere ucciso per le loro stesse mani su di un
patibolo infame. E chi potrà ascoltare senza orrore questa crudele sentenza di morte? E tu
che fai? Fin dal principio prega Maria che si degni riceverti in sua compagnia nel doloroso
viaggio ch'Ella compie oggi col suo Figlio fino al Calvario.
O Maria, Madre dei
dolori, non
ascolti Tu le grida furibonde di morte contro il tuo Figlio? Chi ti trattiene in mezzo a questa
turba inumana? Come puoi resistere a tanta ferocia? Il tuo Gesù dunque, la vita della tua
vita, il Re del cielo e della terra, il Creatore degli uomini, l'unica speranza dei peccatori, è
condannato a morte! I nemici di lui ricevono questa sentenza con gioia, i suoi amici e
discepoli ne sono costernati; ma questo Agnello innocente, malgrado la ripugnanza della
natura e il dolore per sì grande ingiustizia, accetta anche la morte con
affettuosa
ubbidienza!
Oh, le pene strazianti del tuo Cuore, o Gesù mio! Tu senti l'estrema
ingratitudine di questo popolo che grida: "Non abbiamo altro Re che Cesare" (Gv 19,15).
"Il suo sangue ricada sopra di noi e sopra i nostri
figli" (Mt 27,25). Popolo ingrato!
Qual
terribile ammaestramento è questo per te, anima mia! Quante volte tu hai rigettato sul
demonio e sulla fragilità della carne il peccato che commettevi per tua libera volontà! Così
i Giudei, accecati dal loro odio, riputarono poca cosa il ricaricare sé e i loro figli del Sangue
del Figlio di Dio. Le grida confuse di quel popolo si univano alla voce dei tuoi peccati, che
erano presenti sin d'allora all'Eterno Padre, per domandargli la morte del Salvatore, carico
dei peccati del mondo. Ciò fece dire a S. Paolo, che quelli che peccano, di nuovo lo
crocifiggono, perché rinnovano la causa della sua morte.
Perdonami, mio Dio, perché io
sono più malvagio di questo popolo. Esso non vuole vederti, perché non ti conosce: ed io,
che ti credo, che ti adoro, che ti confesso per quel che sei, quante volte ho distolto gli
occhi, quando a me ti sei presentato per trarmi a te? Rimedia a questo disordine, Signore,
fa' che io non ti perda giammai di vista, e che Tu sia sempre l'oggetto dei miei sguardi,
delle mie brame, del mio amore.
Ascolta, anima peccatrice, la voce del banditore: mira
l'affaccendarsi dei soldati per eseguire la ferale sentenza. In mezzo a questo tumulto
osserva il silenzio, la pace, la mansuetudine e la carità di Gesù, che ode tutto, vede tutto,
soffre tutto, senza lagnarsi e senza dare alcun segno d'impazienza.
O Dio dell'anima mia,
come posso vedere ciò che vedo, e udire ciò che odo? Tu, falso Re? Tu, amico fedele
delle anime nostre, un perfido? Degno di morte Tu, autore della vita? Io sono reo di tali
colpe: ed il reo vive, mentre l'innocente muore? Il Padrone perde la vita per conservarla al
suo schiavo? O divino amore, o amore puro, come non mi consumi con le tue fiamme?
perché non mi assoggetti interamente a te, o Cuore onnipotente che ti sacrifichi per me?
2. Gesù è caricato della Croce. Affinché Gesù Cristo fosse riconosciuto da tutti, gli
strappano quel vecchio manto con violenza, rinnovando così le piaghe, e gli rimettono la
sua tunica. Essendo essa senza cucitura, e non aperta davanti, bisognò toglierla dalla
testa; ma non poté passare senza gran pena, perché s'intrigò con le spine; onde la corona
ne fu aspramente scossa, si rinnovò il dolore delle punture, e il sangue cominciò a
scorrere nuovamente.
Quando fu tutto preparato, il Salvatore uscì dalla casa di Pilato in
mezzo ad una doppia fila di soldati, che tenevano indietro la folla, e, nell'uscire, trovò la
croce che gli era preparata. Questo era il più infame di tutti i supplizi, destinato agli schiavi,
o ai colpevoli soggetti alla pubblica maledizione, sicché nessuno gli si appressava per il
timore dell'infamia. Questa lunga e pesante croce dunque imporranno sulle spalle peste e
lacere di Gesù! E Gesù non restò affatto sgomentato!
Egli considerò sempre la croce
come una sposa a sé cara, come il rifugio dei suoi amici, come la stella che doveva essere
la guida dei suoi eletti tra gli scogli di questo mondo, come il trofeo della sua gloria e
l'eterno monumento dell'amor suo infinito.
Appena condotto il Salvatore avanti alla croce,
vi fissò i suoi occhi e il suo cuore, e le disse non con le parole, ma con la sua anima:
- O
cara amabile croce, che io ho sospirata in tutta la mia vita! tu sì, sei la sposa promessami,
e per ottenerti ho servito trentatré anni. Tu sei la dispensatrice dei miei beni, il trofeo delle
mie vittorie, la gloria e la corona dell'amor mio. Ecco il giorno in cui saremo strettamente
uniti. Tu sarai lo stendardo dei miei eletti, i quali non dovranno giungere alla gloria se non
per la croce. Tu la gloria dei miei servi: chi si glorierà in te, sarà onorato; chi avrà
di te
vergogna, cadrà nell'infamia. Oggi tu mi accoglierai tra le tue braccia, e io ti bagnerò del
mio Sangue, e diverrai la Madre di tutte le nazioni. Vieni dunque, o mia fedele compagna,
andiamo insieme al Calvario, dove io debbo soffrire la morte che strapperà il mio corpo
dalle tue braccia, ma non ti toglierà il mio cuore. Tu sarai il terrore dell'inferno e la gioia del
paradiso. Quelli che cercheranno me e vorranno seguirmi, prenderanno per guida te, e
otterranno per tuo mezzo tutto ciò che da me desidereranno.
Con questi sentimenti di
stima e di affetto per la croce, Egli se ne lasciò caricare; l'abbracciò con tenerezza, e in tal
guisa precedé noi come capo e modello dei predestinati. E poiché non v'era alcuno
superiore alla sua Vergine Madre, diede a Lei il primo posto sotto questo stendardo.
Ella lo
seguì per le strade di Gerusalemme, secondo le vestigia del sangue che trovava per terra,
com'Ella stessa rivelò a S. Brigida. E mentre Gesù portava sulle spalle questa pesante
croce, Lei ne portava una nel suo cuore non meno dolorosa.
Così volle insegnare a noi
queste tre verità: prima, che è un favore segnalato portare la croce dietro a Gesù Cristo;
seconda, quanto debba riputarsi lontano da questi due modelli di perfezione, che sono
Gesù e Maria, colui che è senza croce; terza, quanto è grande l'accecamento di chi non
desidera e non comprende questa fortuna.
Gesù volle anch'Egli essere veduto carico della
sua croce in pieno mezzogiorno, coi propri abiti in presenza di tutto un popolo, per le
strade più frequentate di Gerusalemme, dalla casa di Pilato fino al Calvario, per affermare
col suo esempio ciò che aveva insegnato con la dottrina, che chi non porta dopo Lui la sua
croce, non è degno di essere suo discepolo.
3. Gesù porta la Croce. Considera, anima mia, il tuo Salvatore che esce dal Pretorio
curvo sotto sì grave peso, sfinito per il sangue sparso, sicché appena può reggersi in piedi.
In tale stato cammina verso il Calvario preceduto da un araldo e da due ladri, che devono
essere crocifissi con lui, attorniato dai soldati che continuamente lo maltrattano, e seguito
dai Sacerdoti, dai Dottori della Legge, dai Farisei e dai principali Giudei, che lo conducono
essi stessi, né lo lasciano, se non dopo averlo veduto spirare.
Intanto il mansuetissimo
Redentore ansante suda, perde il respiro; e tutte le sue piaghe si riaprono per gli sforzi
che fa. Infine, uscito dalla città, non potendone più, soccombe sotto la croce, e cade
bocconi per terra. I soldati lo caricano di percosse e gli dicono mille ingiurie per farlo
rialzare; ma i Giudei, temendo che morisse prima di aver avuto il barbaro piacere di
crocifiggerlo, incontrato Simone da Cirene, che veniva dalla campagna, lo costrinsero a
prendere la croce di Lui, e portarla sino al Calvario. "Lo seguiva una gran folla di popolo e
di donne che si battevano il petto e facevano lamenti su di lui. Ma Gesù", più occupato dei
nostri mali che dei suoi dolori, "voltandosi verso le donne disse: "Figlie di Gerusalemme,
non piangete su di me, ina piangete su voi stesse e sui vostri figli... Perché se trattano così
il legno verde, che avverrà del legno secco?"" (Lc 23,27-28.31).
Ora Maria,
attraversando una strada più breve, come medita S. Bonaventura, va cercando dove
incontrarsi col Figlio che di là deve passare. Egli giunge, ma ohimè! le ferite, le lividure, il
sangue annerito lo fanno apparire come un lebbroso. Tra l'amore e il timore Maria lo
guarda, e, Gesù, togliendosi un grumo di sangue dagli occhi (come rivelò a S. Brigida),
guardò la Madre. Sguardi di dolore che squarciarono i due Cuori più nobili, più amorosi,
più santi. Figlio mio!... disse l'amareggiata Madre, e più non disse, ché la piena del dolore
era sì veemente, che, divisa a tutte le creature, asserisce S. Bernardino, le avrebbe fatte
morire tutte di amarezza.
E il Profeta aveva detto:
"Voi tutti che passate per la via,
considerate e osservate se c'è un dolore simile al mio dolore" (Lam 1,12). Vorrebbe la
Madre abbracciarlo; ma l'allontanano con ingiurie, e spingono innanzi l'addolorato Signore.
Maria lo segue.
Una delle più acerbe ferite, onde fu gravemente addolorato in questo
viaggio il divin Redentore, fu, come meditano il Venerabile Taulero e San Bernardo, una
piaga che ebbe alla sua spalla: perché essendovi legata la pesante trave della Croce, gli
fu causa d'una grande piaga, facendone una sola di molte che ne aveva. Il dolore gli
penetrava nel pietosissimo Cuore.
O croce santa, consacrata dai sudori e dal sangue del
mio Salvatore, anch'io ti abbraccio.
Tu sarai il mio rifugio, la mia luce, la mia scienza e
tutta la mia sapienza. Non mi abbandonare, non ti allontanare mai da me, benché la mia
carne ti tema e ti fugga. In te si trova la salute, la vita, la vittoria sui maligni Spiriti,
l'allegrezza del cuore, la perfezione delle virtù. Tu hai confermato gli Apostoli, fortificato i
Martiri, sostenuto le Vergini, santificato tutti i Giusti. Tu rallegri gli Angeli, difendi la Chiesa,
riempi il Cielo, e, nel tremendo giorno dell'ultimo Giudizio, tu comparirai con Gesù per la
gloria dei suoi eletti e per confusione eterna dei suoi nemici.
Anima mia miserabile e
peccatrice, che cosa hai trovato quando hai sfuggito la croce?
Qualunque sforzo tu fai per
schivarla, tuo malgrado sempre l'incontri, perché vivi in luogo di esilio e in una valle di
lacrime. Scansandola da una parte, cadi dall'altra in una infinità di altre pene che ti
rattristano, t'inquietano, ti turbano, ti abbattono e non ti lasciano alcuna speranza.
Se ti
abbandoni per cercare le dolcezze del mondo, perdi la pace del cuore, la consolazione
interna, la sapienza celeste: il mondo ti divide, ti angustia, ti trascina dietro a sé. Se la
fuggi per seguire le inclinazioni della carne, ti trovi in una continua incostanza e in una
continua agitazione. Se l'abbandoni per correre dietro alle vanità, rimani vuota, affamata,
sempre bramosa, né mai contenta. intanto i beni dei quali tu facevi gran conto, si
dileguano ad ogni istante: ora perdi la sanità, ora l'onore, indi le ricchezze, infine gli amici.
Ciò che desideri, mai non giunge; e, se talvolta giunge, non dura. Tu non puoi fare nessun
assegnamento sulla vita: la morte è accompagnata da spaventi e da tormenti, giacché
quanto ti sta dintorno ti contamina la coscienza. Ad ogni passo trovi mille disgusti; e di
tante inutili cure non ti rimangono spesso che lacrime amare, un dolore senza conforto,
una perdita senza risorsa.
Ecco, o croce santa, il pericolo in cui mi son trovato per averti
fuggita quando a me ti sei presentata, per non averti abbracciata con tutto il mio cuore.
O
croce santa, luce del paradiso, sicuro asilo degli afflitti, accoglimi tra le tue braccia, e fa'
che per mezzo tuo io sia unito con Colui che sopra di te mi ha salvato. Amen.
VIRTÙ
- Amore alla propria croce
 |
Quinto
Mistero Doloroso.
La Crocifissione e Morte di Gesù. |
1. Gesù, amareggiato di fiele, è spogliato delle sue vesti. Gesù giunge al Calvario, detto
Golgota, che vuol dire luogo del cranio, e non gli si lascia il tempo di respirare! Con
precipitazione si apparecchia tutto ciò che è necessario per crocifiggerlo, poiché si
vuol
togliere quanto prima dal mondo questa vita, odiata dai suoi nemici.
Anima mia, ascolta le
grida, osserva con quale rabbia lo sciolgono e gli strappano di dosso la veste che era
attaccata alle piaghe, e come un'altra volta gli si rinnovano tutti i dolori. Mira quel corpo
tutto insanguinato, tutto squarciato. Penetra fin dentro il suo Cuore; tu lo troverai applicato
alle tue miserie, o fisso in cielo per la tua riconciliazione. Per la gran fatica e per il grave
peso della croce, Gesù è sfinito, e gli danno vino mescolato con la mirra e col fiele. Il
Profeta aveva già annunziato questo fiele. Gesù dunque, appena giunto, comincia
dall'espiare il peccato dei nostri primi Padri, che fu la disubbidienza del frutto proibito.
Questa sola parte del corpo, la gola, gli era rimasta intatta, e anche in questo volle soffrire
per noi.
Quanto è grande oggi il numero di quelli il cui Dio è il ventre, e fanno del tempio
dello Spirito Santo l'albergo del diavolo, perdendo l'anima e il corpo per soddisfare ai diletti
della loro carne!
Noi dobbiamo mostrare obbedienza anche con la nostra gola,
principalmente quando il precetto della Chiesa unisce la nostra penitenza con quella di
tutti i fedeli, con lo schivare la sensualità, e col soffrire senza lamenti i cattivi gusti delle
vivande che ci si preparano.
Anima mia, mettiti innanzi agli occhi il tuo Salvatore, coperto
di sangue, sfigurato tanto miseramente, tutto piaghe. Col cuore affannoso, solleva gli occhi
al cielo, spargendo lacrime ardenti, e si offre nuovamente vittima per noi all'Eterno Padre.
"E fu esaudito per la sua
pietà" (Ebr 5,7).
Di nuovo con incredibile tormento,
gli impongono
sul capo la corona di spine, che gli avevano tolto. Il benedetto capo è così nuovamente
afflitto, e nuovo sangue bagna la terra. Perché, anima mia, dura più che sasso, non ti
prostri ai suoi piedi per bagnarli di lacrime e per ricevere la preziosa rugiada del sangue
che scorre da tutte le parti? Quante grazie vi troverai! Quanti lumi, quante consolazioni!
Gesù mio, Salvatore mio, Amore mio, lascia che io abbracci questi tuoi sacrosanti piedi.
Voglio baciarli prima che vengano inchiodati alla croce; e voglio essere consumato del tuo
amore prima che la morte ti rapisca ai miei occhi. Con queste divine tue mani, prima che
siano trapassate dai chiodi, abbraccia quest'anima peccatrice, per la quale Tu soffri orribili
tormenti; distruggi ogni sua malizia, stringila, povera com'è, al Cuore tuo, sicché mai più si
separi da te.
Io ti vedo, o Signore, spogliato di tutto, delle vesti, della compagnia dei
familiari e degli amici, delle dolcezze della Madre tua, della tua reputazione, del tuo onore.
Quando, Agnello di Dio, mi farai la grazia, che io mi distacchi da tutto quel che mi separa
da te? Il tuo Apostolo Bartolomeo ti imitò sino a disfarsi della propria pelle; e Pietro non
solo volle essere crocifisso, ma capovolto. Agostino per esercitare il perfetto distacco da
ciò che era stato per lui occasione di offenderti, non ammise più alcuna donna nella sua
casa, né più toccò danari per timore d'invischiarsi l'anima. Altri si sono ritirati nei deserti e
nei chiostri; altri hanno dato i loro corpi ai tormenti; e chi era obbligato a vivere nel mondo,
"ne usava come se non ne usasse".
O Amore che ti spogli di tutto, o Amore che trasformi
tutto, muta questo mio cuore, fallo simile al tuo, povero e nudo di tutto, distaccato dalle
creature ed unito intimamente a te. Crocifiggi con te il cuor mio, e consumami del tuo
amore, o mia speranza, o mio riposo, o mia gloria.
Gesù obbedisce sempre con
mansuetudine e con prontezza, perché considera i suoi carnefici esecutori degli ordini
dell'Eterno suo Padre, per insegnarci a conservare la sottomissione e la pace interna negli
avvenimenti più spiacevoli e più penosi della vita.
Quando riceviamo le violenze, le
ingiustizie, i tradimenti e le altre pene, e le riteniamo come ordinate da Dio, il quale a noi le
invia per mezzo dei ministri degli adorabili suoi voleri, noi ci assoggettiamo sinceramente.
Ma perché la natura riguarda sempre con avversione colui che la tormenta, l'uomo
crocifisso con Gesù è chiamato continuamente a sostenere una lotta dentro di sé, per
impedire che il suo cuore non guardi con avversione chi l'offende e lo tormenta, e non si
abbatta per tristezza. Deve allora tenersi vicino a Dio, ricevere in spirito di sottomissione e
di abbandono ciò che gli accade, dilatare il suo cuore con la fede e con una fiducia certa,
che è Gesù che gli manda quella pena, che egli non sarà tentato sopra le sue forze, e che
quella tribolazione, un giorno finirà e si convertirà in eterno gaudio (Cfr.
1Cor 10,13; Gv
16,20).
Considera ora qui, anima mia, con intimo dolore il dolcissimo Redentore tuo: nudo
volle nascere, povero visse, e nudo soffrì senza poter ricoprire le sue onestissime membra;
né ebbe dove riposare il suo sacro capo.
O Maria, la veste inconsutile, tessuta dalle
tue mani, verrà giocata a sorte! E chi penetrerà qui il grave dolore, che oppresse il tuo
Cuore?
2. Gesù è crocifisso. Anima mia, la croce è pronta: ecco l'altare, su cui questo Agnello
divino va ad essere immolato per te. Ecco il letto nuziale su cui Gesù aspetta le anime sue
elette.
Perché, o dolce Gesù mio, non permetti che io sia confitto in croce per te? A me
conviene, non a te, questo patibolo.
Considera, anima mia, con quale mansuetudine e
sottomissione, Egli si stende su questo letto di dolore, non avendo per guanciale che le
spine delle quali è coronato. Alza gli occhi al cielo per aprircene le porte, che sino allora
erano state chiuse; e perché Egli è ad un tempo e Sacerdote che ci riconcilia, e vittima
della nostra riconciliazione, senza proferir parola, si offre all'Eterno Padre, aprendo le
braccia con ardente desiderio di salvare tutti i peccatori.
Egli dice:
"Padre, è giunta l'ora,
glorifica il Figlio tuo" (Gv 17,1).
Aveva le braccia stese per invitare i peccatori,
per abbracciarli e presentarli all'Eterno suo Padre. Egli riconduce a Dio i colpevoli, riunisce
al cielo la terra, e dell'umanità fa una sola famiglia, di cui Dio è Padre. Non vi fu mai, né
mai vi sarà un Sacerdote più accetto a Dio, né un più sacro altare, né una più perfetta
oblazione, né una vittima più santa, giacché questi è
l'"Agnello di Dio che toglie i peccati
del mondo".
Mira, come gli prendono le mani, e gliele forano con grossi chiodi fatti passare
tra i nervi, affinché possano sostenere meglio il peso del corpo. I nervi sono contratti per la
violenza del dolore. Lo stesso si fa ai piedi, e il corpo del Salvatore è in tal guisa tutto
slogato. Ed Egli tace, né si lascia uscire di bocca alcun lamento: ma su quel volto ove è
dipinto il dolore più acerbo, si scopre la sua pazienza più che umana, la sua
rassegnazione più profonda, il suo amore più vivo.
Anima mia, senti, se puoi, i suoi dolori;
e se non puoi, desidera almeno sentirli, e prega Gesù Cristo che t'imprima nel cuore ciò
che Egli sente nel suo sacrosanto corpo.
Intenerisci, o mio Dio, la durezza del mio cuore,
affinché sia sensibile ai tuoi dolori, all'amor tuo e all'odio del peccato, che ti ha ridotto in
tale stato. Non negarmi, Signore, ciò che ti domando, perché non posso sentire i tuoi
dolori, se per tua misericordia non me ne concedi Tu stesso il sentimento. Quivi il tuo
cuore ardente leva le grida a tutto il mondo: "Venite a me, o voi tutti che siete colpevoli, ed
io vi perdonerò: venite a me, voi tutti che siete afflitti, ed io vi consolerò: venite a me tra
queste braccia aperte a ricevervi, o voi tutti che siete smarriti, ed io vi accoglierò".
"Imparate da me che sono mite ed umile di cuore, e troverete il riposo delle vostre
anime"
(Mt 11,29).
O divino Gesù, Pastore pietoso di
quest'anima traviata, eccomi che vengo a
te. Ubbidisco alla tua voce. Ecco una pecora smarrita che torna all'ovile: accoglimi tra le
tue braccia. Concedimi quell'amore, quella mansuetudine, quell'umiltà alla quale m'inviti.
Sottomettimi interamente alla tua volontà. Imprimi nell'anima mia queste divine virtù, che io
ti segua da vicino e non mi allontani mai da te. A lungo sono stato sordo alla tua voce, che
internamente mi sospingeva a venire da te. Apri oggi le mie orecchie, affinché io ti ascolti
e ti segua: e tienimi incessantemente con l'onnipotente tua mano, ché sai con quanta
facilità io ti abbandono. Accoglimi tra quelli che portano dopo Te la croce, e legami ad
essa, affinché io ne tragga i frutti di salvezza e di amore eterno.
3. Gesù muore. Quando la croce, dov'era il Salvatore confitto, fu innalzata e la si lasciò
cadere in quella fossa, chi può comprendere quali dolori recarono questi movimenti,
quante scosse ad un corpo in cui i nervi erano tesi e le membra tutte slogate? Egli
medesimo attesta per mezzo del suo Profeta, che se ne potevano contare tutte le ossa!
"Hanno forato le mie mani e i miei piedi, posso contare tutte le mie
ossa" (Sal 21,17-18).
Grida feroci di gioia e di scherno si levarono al cielo a quella vista dai suoi nemici che
erano soddisfatti, mentre il Salvatore, elevato tra cielo e terra, stendeva le braccia per
accogliere tutti i peccatori e dar loro in possesso il Paradiso, compiendo la sua profezia:
"Quando io sarò elevato da terra, attirerò tutti a
me" (Gv 11,32).
Era l'ora sesta, dense
tenebre coprirono tutta la terra; la luna tingevasi di sanguigno; gli uomini avevano
compiuto il Deicidio!
Bestemmiando sotto la croce, oltraggiavano il Figlio di Dio fra le
imprecazioni di un ladro, i disprezzi dei più vili soldati, e le sfide dei Principi dei Sacerdoti e
degli Scribi.
E Gesù che fino allora era rimasto in silenzio, apre la sua santissima bocca
per pronunciare la parola del perdono, non solo per i suoi carnefici, ma per tutti quelli che
con i loro peccati erano la causa della sua morte, purché sia gli uni che gli altri, non si
ostinassero nella loro malizia, ma si convertissero. E con amore e con gemiti diceva:
"Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno"
(Lc 23,34).
Quale amore! quale
misericordia! Perché non possono i miei occhi diventare due fonti di continue lacrime, e il
mio cuore una fornace di eterno amore? Comunica, Signore, all'anima mia il sentimento
delle tue pene.
Ti adoro, o Figlio di Dio vivente, così innalzato in croce, esposto agli occhi
dell'universo; mi prostro dinanzi a te, ti lodo e ti benedico, ti amo e ti ringrazio, e ti
riconosco Dio del mio cuore, amore dell'anima mia. Qui, sotto questa Croce, riunisci tutti i
tuoi figli sparsi per l'universo, qui laceri la sentenza di morte eterna pronunziata contro il
genere umano; qui santifichi i patimenti, qui ti comunichi alle anime. O eccesso di amore!
Tu nascesti nel segreto e nel silenzio della notte, visitato e adorato solo da alcuni pastori e
da tre Magi; riconosciuto nel Tempio solo da due anime giuste; vissuto nell'oscurità
trent'anni e non ne hai trascorsi che tre in mezzo agli uomini. Dopo la tua Risurrezione ti
manifestasti a pochi eletti, e per poco tempo ed in luoghi appartati. I tuoi soli discepoli
sono stati testimoni della tua Ascensione, e subito una nuvola nascose loro la vista della
tua gloria. Ma nell'esser crocifisso, hai voluto che ciò avvenisse pubblicamente nell'ora di
mezzodì, in tempo di Pasqua (in cui da tutte le parti accorrevano Giudei in Gerusalemme),
in mezzo a due ladri, con le braccia aperte, e col cuore pieno di dolore e di amore.
"Ho
steso le mani verso un popolo disubbidiente e ribelle" (Rom 10,21; Is 65,2).
Sii, o
Signore, benedetto, lodato e glorificato da tutte le creature.
Eccoti, o mio Gesù, al termine
della tua vita: la nostra Redenzione è compiuta. "Tutto è
compiuto": e Tu non sei ancora
staccato dalla Croce! Tu non ti occupi che del pensiero di patire e di amare. Ecco quello
che vuoi che apprendiamo da te modello di tutti gli uomini: non i miracoli, non la gloria, ma
i patimenti e l'amore.
L'unico tesoro che a noi lasci è la tua divina Madre.
"Madre, ecco i
tuoi figli; Figli, ecco la vostra Madre" (Cfr. Gv 19,26-27). Che Tu sia benedetto! È
questo
il maggior tesoro che ci lasci morendo: Maria, la tua propria Madre.
O Maria, Tu hai veduto
le crudeltà e le ignominie che facevano al tuo Figlio; Tu hai udito i colpi di martello con cui
traforavano i piedi e le mani del tuo Diletto; Tu lo hai veduto confitto sulla croce: che fai
ora, Madre desolatissima?
Era là ferma a considerare quell'eccesso di dolori, che tutti per
ordine le rappresentava l'amor suo materno; indebolita per la dolorosa notte passata, per
la mancanza di nutrimento, per le lacrime sparse; e poi era donna, era madre, e Madre di un
Dio, e per conseguenza oltremodo sensibile. Pur non potendo reggere alla smisurata
pena, non cadde svenuta, come ogni altra donna; ma stette impietrita, con l'anima trafitta,
uniformata in tutto ai voleri del Padre.
Disseccatesi le sue lacrime, rimase per qualche
tempo pallida e tremante, sino a che, per segreta virtù comunicatale dal Figlio,
riunite le
sue forze, si levò, si aprì tra la calca la strada con S. Giovanni e con le donne che
l'avevano seguita, e s'inoltrò sino alla croce.
Ivi, stando in piedi, e tenendo fissi gli occhi
sul Salvatore, fece l'ufficio di nostra avvocata, offrendo internamente all'Eterno Padre i
dolori e il sangue del comune loro Figlio con un'ardente brama di salvare tutti gli uomini.
Ella temeva di vederlo morire, e pativa di vederlo vivere tra i tormenti.
Desiderava che
l'eterno Padre mitigasse le pene, tuttavia voleva che gli ordini del cielo si adempissero in
tutta la loro estensione.
Quel divino Agnello e questa innocente pecorella si guardavano e
s'intendevano scambievolmente: l'uno era tormentato dai dolori dell'altra.
I due soli
santissimi Cuori della Madre e del Figlio possono concepire tutto ciò che hanno sofferto;
perché, essendo la misura del loro dolore quella del loro amore, per sapere quanto hanno
patito, bisognerebbe conoscere quanto hanno amato. E chi potrebbe vedere il fondo di
tanto amore?
Ella è santa, innocente, non macchiata di colpa alcuna, fida compagna dei
travagli del Figlio. Quale croce più dura per una madre che è costretta a veder il proprio
figlio spirare tra i tormenti senza potergli recare un sollievo, o dirgli una parola di conforto?... Una croce sì aspra era riservata a Maria soltanto, perché Lei sola era capace di
portarla. L'amore che Lei aveva per Gesù, la straziava più che avessero potuto fare tutti i
carnefici.
Il Salvatore vedeva dalla croce che i suoi dolori trafiggevano il cuore della
santissima sua Madre; e questa vista era un nuovo strazio per il tenero suo cuore.
Ma
l'Eterno suo Padre così aveva ordinato, e questo fu il colmo del sacrificio e dell'ubbidienza
al suo divin Genitore: onde neppure col dolce nome di Madre la confortò; ma, Donna, le
disse, ecco tuo figlio!...
VIRTÙ
- Fortezza
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