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San Tommaso d'Aquino
Guardando negli scritti dell'Aquinate,
si potrebbe avere l'impressione che il Dottore Angelico non si sia impegnato
molto in fatto di dottrina mariana. Le pagine in cui
tratta della Vergine santa sono relativamente poche, considerata
la mole immensa dei suoi scritti. D'altra parte
però è stato riconosciuto che la sua grandiosa costruzione
teologica, con l'articolazione geniale delle varie componenti,
i suoi metodi di ricerca e l'impostazione stessa
che egli ha dato alla dottrina mariana hanno suggerito
orientamenti fondamentali per i successivi sviluppi della
mariologia e per una sua strutturazione scientifica.
Dottore di Maria
Tommaso nacque a Roccasecca,
dai conti d'Aquino, verso il 1224. Quando era ancora in tenera età, venne inviato
al monastero benedettino di Monte Cassino per esservi
educato e per ricevere una prima iniziazione alla vita
monastica, dal momento che, essendo egli il figlio più giovane,
la pianificazione familiare prevedeva per lui la
carriera ecclesiastica. Ma Tommaso non abbracciò la vita
benedettina. Nel 1239 indossò l'abito domenicano e si
iscrisse allo studio generale dell'ordine a Napoli.
Nel 1245 fu inviato dai superiori a Parigi, dove ebbe come
maestro sant'Alberto Magno, che egli seguì anche a Colonia
nel 1248. Fu egli stesso maestro a Parigi dal 1252 al 1259;
dopo di che rientrò in Italia per insegnare prima ad
Anagni, poi a Orvieto e infine a Roma. Lo troviamo di
nuovo a Parigi dal 1269 al 1272, sempre per motivi di insegnamento.
Nello stesso anno ritornò ad insegnare a Napoli.
Nel 1274, mentre si recava in Francia al fine di partecipare
al Concilio di Lione su mandato del papa Gregorio X,
si ammalò gravemente durante il viaggio e morì
il 7 marzo nell'abbazia di Fossanova.
I suoi biografi hanno sottolineato
la singolare devozione mariana che egli incominciò a nutrire fin da quando
era ancora bambino. Entrato nell'ordine dei frati predicatori,
vi respirò quell'atmosfera di pietà mariana che caratterizzò
l'ordine fin dai suoi inizi; né può essere sottovalutato
l'influsso personale del suo grande maestro Alberto Magno.
Il suo primo biografo, Guglielmo di Tocco, ci ha trasmesso una significativa informazione:
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La Vergine lo nominò suo dottore
e lo arricchì di quella singolarissima scienza e purezza che lo distinse.
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La dottrina mariana
La maggior parte delle pagine mariane
dell'Aquinate appartengono ad opere legate alla sua attività di insegnante,
come la Summa Theologiae, la Summa contra Gentes,
il suo commento ai libri delle Sententiae di Pietro
Lombardo, i vari commenti alla sacra Scrittura. Tra i suoi
scritti troviamo anche un commento all'Ave Maria e pagine mariane nei suoi sermoni.
La dottrina di Tommaso sulla Madre
di Dio è profondamente inserita nella sua cristologia e si sviluppa su basi
teologiche rigorose. Egli considera l'insieme del piano
di Dio, che prevede, dopo l'allontanamento provocato dal peccato,
il nostro ritorno a lui mediante l'incarnazione
del Figlio suo. In questo mistero di salvezza Maria
svolge un ruolo essenziale. Tommaso attinge questa visione
soteriologica dalla Scrittura e conforta le sue tesi con
l'autorità dei concili e dei Padri della Chiesa sia latina che
orientale. Ricorre specialmente ad Ambrogio, Girolamo,
Agostino, Leone Magno, Anselmo, Bernardo, Ugo di San
Vittore, Giovanni Crisostomo, Cirillo di Alessandria,
Giovanni Damasceno. Nella sua grande intelligenza,
Tommaso non rifiuta di ispirarsi anche ai grandi maestri
del suo tempo, come Pietro Lombardo, Alessandro di Hales, Alberto Magno, Bonaventura.
Nuova prospettiva mariologica
Nella terza parte
della Summa Theologiae Tommaso,
partendo dalla centralità del Verbo Incarnato nel mistero
della salvezza, colloca la Vergine Madre nella prospettiva
di colui che fu da lei concepito per opera dello Spirito
Santo. Secondo questa prospettiva, nell'Incarnazione non
osserviamo una dinamica ascensionale, bensì un abbassamento del Figlio di Dio:
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Nel mistero dell'Incarnazione
non ci fu un'ascesa, come se la creatura preesistente (cioè il corpo di Cristo) potesse
elevarsi alla dignità dell'unione (con il Verbo di Dio), opinione
questa dell'eretico Fotino. Va piuttosto considerata
come una discesa, nel senso che il Verbo di Dio, che è perfetto,
prese l'imperfezione della nostra natura, conformemente
al detto del vangelo: «Discesi dal cielo» (Gv 6,38.51).
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L'Aquinate precisa il motivo
principale per cui il concepimento deve dirsi soprannaturale e miracoloso in senso assoluto:
perché suo principio attivo è lo Spirito Santo;
nello stesso tempo può essere considerato naturale secondo
un certo aspetto, vale a dire secondo la materia
concepita, giacché la Madre ha concepito un corpo umano normale.
Maria pertanto non ha concepito
una creatura umana che il Verbo avrebbe dovuto assumere in seguito; ha bensì
concepito quel corpo che fin dal primo istante era il
corpo del Verbo Incarnato e questo spiega perché ella sia
veramente la Madre di Dio. Perciò ella ha contratto una
relazione personale e reale con il Figlio di Dio, relazione
che ha coinvolto quindi non solo l'elemento fisico, ma
l'intera personalità della Vergine. Questa relazione personale
di Madre di Dio supera tutte le relazioni delle creature con il loro Creatore.
Ne consegue che la maternità divina,
nella concezione tomista, rappresenta la ragion d'essere di tutti gli altri privilegi
di Maria e la spiegazione fondamentale della convenienza
per cui questi privilegi le sono stati concessi in misura così generosa dal Signore.
La santificazione della Vergine
In linea con la teologia del suo tempo, Tommaso
sembra rifiutare il privilegio mariano dell'Immacolata Concezione.
Alcuni studiosi ritengono difficile chiarire con
sicurezza la posizione dell'Aquinate su questo punto, perché
non si sarebbe sempre espresso negli stessi termini. Possiamo dire comunque
che almeno nella Summa Theologiae il suo pensiero si presenta con chiarezza: Maria non
poteva essere immune dal peccato originale senza costituire una deroga al dogma della Redenzione.
L'Aquinate tratta l'argomento nei sei articoli della questione 27 della III Pars.
Ponendosi la questione se la beata Vergine sia stata santificata prima
che il suo corpo ricevesse l'animazione, risponde negativamente per due ragioni:
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Non si può comprendere che
la santificazione della beata Vergine sia avvenuta prima dell'animazione per due motivi.
In primo luogo perché la santificazione di cui parliamo consiste
nella purificazione dal peccato originale, essendo la santità
purezza totale, come si esprime Dionigi. Ma la colpa si
può purificare unicamente con la grazia e soggetto della grazia
è solo la creatura razionale. Perciò prima dell'infusione
dell'anima razionale la beata Vergine non fu santificata.
In secondo luogo perché non potendo
la colpa trovarsi che in una creatura razionale, prima dell'infusione dell'anima
la prole concepita non è suscettibile di colpa alcuna.
Quindi, comunque fosse stata santificata la beata Vergine
prima dell'animazione, non avrebbe mai contratto la macchia della colpa originale.
In tal caso non avrebbe avuto bisogno
della redenzione e della salvezza che viene da Cristo, di cui il vangelo dice:
«Egli salverà il suo popolo dai suoi peccati» (Mt 1,21).
Ma non è ammissibile che Cristo non sia, come dice san Paolo, «il salvatore
di tutti gli uomini» (1 Tm 4,10).
Dunque non rimane che porre
la santificazione della beata Vergine dopo la sua animazione.
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Alla base del ragionamento sta la convinzione che
tra il concepimento e l'infusione dell'anima intercorre qualche tempo, durante il quale il feto concepito
non può essere soggetto né di grazia né di colpa.
Comunque il Dottore Angelico nell'articolo
precedente aveva accolto l'opinione secondo la quale Maria è stata
santificata nel seno materno prima della nascita, sebbene
la Scrittura non dica nulla in proposito. Questa specie
di vuoto biblico non costituisce un ostacolo insuperabile.
Un caso simile si verifica per la verità dell'Assunzione
al cielo, che Agostino (in realtà lo pseudo-Agostino)
sostiene e difende pure in assenza di testimonianze scritturistiche esplicite.
Perciò Tommaso conclude:
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...possiamo pensare che sia
stata santificata nel seno materno. Infatti è ragionevole credere che al di sopra di tutti
gli altri abbia ricevuto maggiori privilegi di grazia colei che ha
generato «l'Unigenito del Padre, pieno di grazia e di verità» (Gv 1,14),
così da essere salutata dall'angelo: «Ave, piena di grazia» (Lc 1,28).
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Si tratta di un privilegio
che fu concesso anche ad altri, come a Geremia e a Giovanni Battista. A più forte ragione
conveniva che fosse accordato alla Madre del Signore.
La santificazione non comporta
soltanto la liberazione dalla colpa, ma anche il dono della grazia che Dio fa a
ciascuno secondo il fine per cui è stato eletto. A Maria fu
concessa la pienezza della grazia come conseguenza della sua elezione alla maternità divina:
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...la Vergine Maria ottenne
una pienezza di grazia che la rese vicinissima all'autore della grazia, in modo da accogliere
in sé colui che è pieno di ogni grazia e, generandolo, far
pervenire in qualche modo la grazia a tutti.
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Maria e la salvezza
Tommaso non parla mai di una funzione
mediatrice esercitata da Maria in cielo. Tuttavia il testo appena citato
apre uno spiraglio sul tema della partecipazione di lei
al mistero della salvezza dell'umanità, quantunque a questo
proposito le parole del Dottore Angelico sembrino denunciare un atteggiamento di prudente cautela.
Innanzitutto egli dimostra di concepire
la mediazione della grazia da parte di Maria unicamente in relazione alla
sua partecipazione materna al mistero dell'Incarnazione,
in vista di cui ella ha ricevuto la pienezza della grazia. Egli ragiona nel modo seguente:
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Più si è vicini ad
una causa e più se ne sentono gli effetti... Ora Cristo è il principio
della grazia, giacché, in forza della sua divinità, ne è la causa principale e,
per la sua umanità, ne è la causa strumentale... Ma la beata Vergine era vicinissima
a Cristo attraverso la natura umana che egli prese da lei. Ella dunque dovette ricevere
da Cristo una pienezza di grazia superiore a quella di tutti gli altri.
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Questa pienezza, che Maria ha ricevuto
nella persona divina del Verbo fattosi uomo nel suo seno, non è destinata
esclusivamente a lei, ma attraverso lei viene distribuita
a tutti gli uomini che l'accolgono per essere salvati.
Lo spiega estesamente nel commento all'Ave Maria.
La pienezza di grazia della Vergine può essere considerata da tre punti di vista:
1. In relazione alla sua anima, alla
quale è stata concessa in misura perfetta al fine di aiutarla ad operare il bene e vincere il male.
2. In relazione al suo corpo, che dalla
grazia è stato reso idoneo al concepimento del Figlio di Dio.
3. In relazione alle altre creature umane.
Ogni uomo infatti che possiede la grazia è in grado di influire sul processo
di salvezza di alcuni dei suoi simili. Invece Cristo e Maria
possiedono una pienezza tale di grazia, che è sufficiente
per la salvezza di tutti gli uomini di questo mondo.
A questo punto si comprende
l'espressione "in qualche modo" (quodammodo), usata nel testo sopra citato.
Con essa l'Aquinate vuole significare che egli non intende attribuire a Maria una mediazione in senso proprio
e diretto, ma una specie di mediazione indiretta, che si esprime cioè attraverso la sua
funzione di Madre di Dio.
Inoltre, sempre in rapporto
con il mistero dell'Incarnazione, il Dottore Angelico rileva in Maria una funzione
di rappresentanza per tutta l'umanità:
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L'Annunciazione aveva il compito
di chiedere il consenso della Vergine in nome di tutto il genere umano.
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Nel fiat che Maria ha pronunciato
in risposta al messaggio dell'angelo Gabriele è incluso il consenso di ogni essere umano che decide
di accogliere il disegno di salvezza che Dio ha preparato per lui nel Cristo redentore.
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