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La
Cooperazione di Maria alla Redenzione
La cooperazione fondamentale
con il Fiat dell'Annunciazione (cooperazione remota)
Dopo aver considerato nei quattro capitoli precedenti i grandi
dogmi mariani secondo il loro ordine storico, passiamo adesso a
considerare un altro dato importante della nostra fede, che però non
ha ancora raggiunto una precisa formulazione dogmatica. Si tratta
della cooperazione di Maria all'opera della salvezza.
Che questa cooperazione sia una realtà appare in modo evidentissimo
dal consenso dato da Maria al momento dell'Annunciazione.
Dal sì di Maria dipendeva la salvezza dell'umanità. È nota la bellissima
pagina di S. Bernardo a questo proposito:
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«Hai udito, o Vergine:
"Concepirai e partorirai un figlio". Hai
udito: non sarà opera di un uomo, ma dello Spirito Santo.
L'angelo attende la tua risposta: è tempo per lui di ritornare a
Dio che l'ha inviato».
«Anche noi, o Regina, attendiamo una parola di misericordia:
noi, miseramente oppressi da una sentenza di condanna. Ecco, ti
viene offerto il prezzo della nostra salvezza: saremo subito liberati
se tu accetti (...). Noi siamo in preda alla morte. Una tua piccola
risposta ci può però ricreare e richiamare alla vita (...).
Su, rispondi presto all'angelo, o meglio - attraverso l'angelo - rispondi
a Dio. Rispondi una parola e ricevi "la Parola"; pronunzia
il tuo verbo e ricevi nel grembo quello di Dio; lascia
uscire la parola che passa e racchiudi in te quella eterna».
«Perché indugi? Perché esiti? Credi, afferma la tua fede, ricevi (...).
Apri, o Vergine Beata, il tuo cuore alla fede, le tue labbra all'accettazione,
il tuo grembo al Creatore. Ecco che il desiderato
di tutte le genti sta alla tua porta e bussa. Oh, se per la tua
esitazione passasse oltre! Se tu dovessi ricominciare, piangendo,
a cercare colui che il tuo cuore ama! Levati, corri, apri.
Levati con la fede, corri con la devozione, aprigli con il tuo sì».
«Ecco - disse - la serva del Signore: si faccia in me secondo la
tua parola (Lc 1,38)».
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Quello che S. Bernardo esprime liricamente con linguaggio poetico
ispirato, S. Tommaso lo espone con la sua essenziale sobrietà
teologica. In un passo famoso della Somma egli scrive:
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«(Era necessaria l'Annunciazione) affinché si mostrasse che vi
era un certo matrimonio tra il Figlio di Dio e l'umana natura.
Per cui attraverso l'Annunciazione si attendeva il consenso
della Vergine a nome di tutta la natura umana» (S. Th., III, q. 30, a. 1).
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Il concetto è straordinariamente profondo, e lo stesso S. Tommaso
non ne ha tratto tutte le conseguenze. Qui per natura umana si
intende l'insieme di tutti gli uomini, l'umanità intera. L'incarnazione
del Verbo è come un matrimonio fra il Verbo e l'intera umanità. Ma
per il matrimonio ci vuole il consenso di entrambe le parti. Ora,
come poteva l'umanità, composta di tanti soggetti distinti e per giunta diffusi lungo il corso dei secoli, esprimere il suo consenso al
matrimonio con il Verbo? L'unica soluzione possibile era che l'umanità
venisse rappresentata da qualcuno. Ora, questo qualcuno fu una
donna, la Vergine Maria. Al suo consenso quindi tutta l'umanità è
debitrice. Non vi è quindi dubbio alcuno che con il suo sì pronunciato
al momento dell'Annunciazione Maria abbia cooperato in
modo decisivo alla redenzione del genere umano.
La cooperazione all'opera stessa della redenzione
(cooperazione prossima)
Oltre alla cooperazione con il sì all'Incarnazione del Verbo, la Vergine
Maria ha anche dato un suo contributo all'opera stessa della redenzione?
In altre parole: oltre alla cooperazione remota c'è stata anche
una cooperazione prossima? La Lumen Gentium dice che Maria
«consacrò totalmente se stessa quale Ancella del Signore alla persona
e all'opera del Figlio suo, servendo al mistero della redenzione».
In che modo vanno intese queste parole? Cerchiamo di esaminare
lo sviluppo storico di questa dottrina.
A) IL FONDAMENTO BIBLICO
È il Concilio stesso che ci ricorda i principali momenti dell'unione
di Maria con il Figlio suo nell'opera della salvezza: la visita a
Sant'Elisabetta, l'incontro con i pastori e i magi ai quali la Vergine
mostra Gesù, la presentazione al tempio, la perdita e il ritrovamento,
l'intervento alle nozze di Cana, e soprattutto la partecipazione alla
passione di Gesù sul Calvario.
B) IL FONDAMENTO NELLA TRADIZIONE
Abbiamo visto a suo tempo l'importanza che ha assunto fin dal
II secolo il parallelismo fra Eva e Maria, sviluppato in modo particolarmente
profondo da S. Ireneo. Riportiamo qui un suo testo particolarmente
illuminante:
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«Il Signore venne dunque visibilmente nella sua proprietà e fu
portato dalla creatura che egli stesso porta; ha ricapitolato, con
la sua obbedienza sul legno (della croce) la disobbedienza che
era stata perpetuata mediante il legno (della scienza del bene e
del male); quella seduzione di cui era stata vittima miserabile
Eva, fidanzata ma ancora vergine, è stata dissipata dall'annunzio
di verità magnificamente annunciato dall'angelo a Maria,
anch'essa vergine fidanzata. Infatti, come quella era stata
sedotta dal discorso di un angelo, tanto da sottrarsi a Dio trasgredendo
la sua parola, così questa fu istruita dalla buona
novella mediante il discorso di un angelo, tanto da portare Dio
(nel suo seno) obbedendo alla sua parola. E come quella era
stata sedotta in modo da disobbedire a Dio, così questa si
lasciò persuadere a obbedire a Dio, affinché la Vergine Maria
divenisse l'avvocata della vergine Eva. E come il genere umano
era stato incatenato alla morte per opera di una vergine, così
ne fu liberato da una vergine, in quanto la disobbedienza di
una vergine fu controbilanciata dall'obbedienza di una vergine.
Il peccato del primo uomo ha ricevuto rimedio mediante la
retta condotta del Primogenito; la prudenza del serpente è
stata vinta dalla semplicità della colomba; e così sono stati
infranti quei vincoli che ci assoggettavano alla morte».
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È stato detto autorevolmente (Jouassard) che in questo passo,
come anche in altri simili, il parallelismo si spinge molto avanti.
È vero che il testo si riferisce di per se stesso al sì dell'Annunciazione,
ma non si deve dimenticare che per Ireneo, come per gli altri Padri,
soprattutto orientali, la redenzione comincia con l'incarnazione, e la croce è la consumazione di Betlemme. Inoltre bisogna notare che nel
testo citato vi è un esplicito riferimento all'albero della croce. Maria è
collocata molto vicino al Redentore, e a tutta la sua opera, come del
resto Eva è stata molto vicina ad Adamo, e a tutto quello che egli ha
fatto (entrambi hanno mangiato dallo stesso albero!).
A questo punto viene spontanea una conclusione: se il parallelismo
Eva-Maria è valido, e noi abbiamo visto che lo è, essendo solidamente
fondato nella Tradizione, dobbiamo dire che come Eva ha
cooperato con Adamo nell'opera della rovina, così Maria ha collaborato
con Gesù nell'opera della restaurazione. E sembra decisamente
troppo poco limitare questa collaborazione al sì dell'Annunciazione.
È con tutta la sua vita che Maria ha adempiuto la sua opera di
Novella-Eva.
c) IL FONDAMENTO NELLO SVILUPPO TEOLOGICO
Sembra che il primo a trarre tutte le conseguenze da questa stretta
associazione di Maria all'opera della redenzione sia stato un
monaco bizantino del X secolo, Giovanni il Geometra. Egli afferma
alla fine del primo millennio ciò che si chiarirà lungo tutto il secondo,
che cioè Maria ha avuto un ruolo unico nella passione, come
preludio della sua mediazione attuale a favore dell'umanità. In una
sua preghiera egli esprime questi concetti:
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«Ti ringrazio per aver sofferto per noi così grandi mali, e per
aver voluto che tua madre soffrisse così grandi mali, per te e
per noi, affinché non solo l'onore di condividere le tue sofferenze
le meritasse la comunanza di gloria, ma anche operasse per noi sempre più la salvezza, con il ricordo dei dolori subiti
per noi e ci conservasse il suo amore non solo a causa della
natura, ma anche a motivo del ricordo di tutto quello che lei
ha fatto per noi durante tutta la sua vita. Noi ti ringraziamo
poiché ti sei dato in riscatto per noi, e perché, dopo di te, hai
dato la madre tua in riscatto ad ogni istante, affinché tu morissi
una volta per noi, e lei morisse migliaia di volte nella sua
volontà, consumata nelle sue viscere, come lo fu per te, nei
riguardi di coloro per cui, proprio come il Padre, ha dato il
Figlio suo, e persino lo ha visto messo a morte. Ringraziamo
anche te, o Sovrana, per le pene e le sofferenze sopportate per
noi fino a quell'ora».
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In questo testo Giovanni il Geometra parla chiaramente della
partecipazione alla passione di Gesù, e insiste sul termine «per noi».
L'intercessione attuale di Maria si collega con il ricordo delle sue
sofferenze di quel tempo. È quanto avremo modo di esaminare più avanti.
Anche in S. Bernardo (1090-1153) è presente l'idea che Maria,
Nuova Eva, ha cooperato alla redenzione offrendo suo Figlio. Il Papa
Paolo VI nella Marialis Cultus cita una sua espressione:
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«Offri il tuo Figlio, o Vergine Santa, e presenta al Signore il
frutto benedetto del tuo seno. Offri per la riconciliazione di
noi tutti la vittima santa, a Dio gradita».
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Questa offerta, avvenuta durante la presentazione al tempio,
orienta già al Calvario, dove Maria «è morta con lui nel suo cuore»,
come afferma sempre S. Bernardo.
Anche in Arnaldo di Chartres († c. 1160), ispirato da S. Bernardo,
troviamo questo concetto dell'offerta della vittima divina fatta dalla
Madre. Pur avendo ben chiara l'idea che Gesù Cristo è l'unico Salvatore,
egli arriva a dire:
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«C'era allora una sola volontà di Cristo e di Maria, e tutti e due
offrivano insieme (pariter offerebant) un solo olocausto: lei nel
sangue del suo cuore, lui nel sangue della sua carne».
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In S. Bonaventura († 1274), a proposito di Maria Nuova Eva, troviamo
questa espressione molto interessante:
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«(Maria fu associata a Cristo) affinché si compisse ciò che era
stato detto profeticamente: "Gli voglio fare un aiuto che gli sia simile" (Gen 2,18)».
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E ancora leggiamo che Maria ha pagato il prezzo della nostra
redenzione:
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«Lo ha pagato come una donna forte e pia, quando Cristo ha
patito sulla croce per pagare questo prezzo, purificare e redimere;
allora la Beata Vergine è stata presente, ha accettato e si
è conformata alla volontà divina. Ha acconsentito che il frutto
del suo seno venisse offerto in croce per noi».
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Questi stessi concetti li esprime anche lo Pseudo-Alberto, nel suo
celebre Mariale di cui abbiamo già parlato, dove Maria viene
presentata come Nuova Eva associata al Nuovo Adamo per «aiutarlo»
proprio nell'opera della redenzione.
Nei secoli seguenti, e soprattutto in quel «secolo d'oro» della
mariologia che fu il XVII, le testimonianze di questa dottrina sono
innumerevoli. Nel secolo seguente tale insegnamento diventa comune
nella Chiesa, grazie soprattutto all'opera dei due grandi teologi mariani
S. Luigi Grignion de Montfort e S. Alfonso Maria de' Liguori.
D) IL FONDAMENTO NEL MAGISTERO DELLA CHIESA
La partecipazione di Maria Santissima all'opera della salvezza diventa
insegnamento comune del Magistero ecclesiastico da Leone XIII
in poi. Ci limitiamo a qualche espressione particolarmente significativa.
Leone XIII chiama la Beata Vergine Maria «compagna di Gesù
nella riparazione del genere umano» e parla dei «meriti singolari
per cui ella partecipò col Figlio Gesù all'opera della redenzione
umana».
Pio X, fra l'altro, afferma che
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«da questa comunione di dolori e di volontà fra Cristo e Maria,
ella meritò di diventare in modo degnissimo la Riparatrice del
mondo perduto».
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Il testo forse più esplicito e forte è quello di Benedetto XV:
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«Ella patì e quasi morì col Figlio paziente e morente, abdicò ai
diritti materni sul Figlio, per la salvezza degli uomini e, per
quanto dipendeva da lei, immolò il Figlio suo per placare la divina
giustizia, dimodoché a ragione si può dire che ella ha redento
il genere umano assieme a Gesù Cristo».
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Pio XI scrive:
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«La Vergine addolorata partecipò, assieme a Gesù Cristo,
all'opera della redenzione».
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E ancora:
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«La benignissima Madre di Dio, avendoci dato Gesù Riparatore,
avendolo nutrito e presso la croce offertolo vittima per noi, per
la mirabile unione che ebbe con lui e per grazia singolarissima
divenne anch'ella e piamente è detta Riparatrice».
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Pio XII afferma nell'Enciclica Mystici Corporis:
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«La Vergine Maria, immune da ogni macchia, sia personale sia
ereditaria, e sempre strettissimamente unita al Figlio suo, lo offrì
all'eterno Padre sul Golgota, facendo olocausto di ogni diritto
materno e del suo materno amore, come novella Eva, per
tutti i figli di Adamo contaminati dalla miseranda prevaricazione
del progenitore».
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Vi sarebbero molti altri testi, ma anche soltanto quelli riportati
testimoniano la significativa convergenza del Magistero pontificio,
per il corso di quasi un secolo, su questo punto dottrinale, e ci aiutano
a intenderlo nel suo giusto significato.
Questa cooperazione di Maria veniva detta «corredenzione».
Questa espressione ebbe sin dall'inizio dei sostenitori e degli oppositori;
dopo il Concilio, dato il suo silenzio a tale riguardo, il numero
degli oppositori crebbe notevolmente.
Ma qui bisognerebbe ricordare due cose. Innanzitutto che il
Concilio ha esplicitamente dichiarato di non avere avuto in animo di
esporre una dottrina esauriente su Maria e di non aver voluto dirimere
questioni non ancora pienamente illustrate dai teologi (cf. Lumen
Gentium 54): per cui, sono le parole testuali, «restano legittime le
sentenze che nelle scuole cattoliche vengono liberamente proposte
circa colei che nella Chiesa santa occupa, dopo Cristo, il posto più
alto e più vicino a noi» (ibid.).
In secondo luogo un'attenta lettura del testo conciliare mostra
come esso rimanga aperto alla dottrina della corredenzione, e quindi
anche al titolo di «corredentrice». Basta considerare, ad esempio,
oltre alla dottrina generale, anche le seguenti espressioni della
Lumen Gentium:
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«Ella è veramente Madre delle membra di Cristo, poiché cooperò
con la carità alla nascita dei fedeli nella Chiesa, i quali di
quel Capo sono le membra». «Per questo la Chiesa cattolica,
edotta dallo Spirito Santo, con affetto di pietà filiale la venera
come Madre amantissima» (n. 53).
«(Maria) è la Madre di Cristo e la Madre degli uomini, specialmente
dei fedeli» (n. 54).
«I libri dell'Antico e del Nuovo Testamento e la veneranda
Tradizione mostrano in modo sempre più chiaro la funzione
della Madre del Salvatore nell'economia della salvezza» (n. 55).
«Maria, figlia di Adamo, acconsentendo alla parola divina,
diventò Madre di Gesù e, abbracciando con tutto l'animo e
senza peso alcuno di peccato la volontà salvifica di Dio, consacrò
totalmente se stessa quale Ancella del Signore alla persona e
all'opera del Figlio suo, servendo al mistero della redenzione
sotto di Lui e con Lui, con la grazia di Dio onnipotente» (n. 56).
«Questa unione della Madre col Figlio nell'opera della redenzione
si manifesta dal momento della concezione verginale di
Cristo fino alla di Lui morte» (n. 57).
«La Beata Vergine avanzò nella peregrinazione della fede e
serbò fedelmente la sua unione col Figlio morente sulla croce,
dove, non senza un disegno divino, se ne stette (cf. Gv 19,25),
soffrendo profondamente col suo Unigenito e associandosi con
animo materno al sacrificio di Lui, amorosamente consenziente
all'immolazione della vittima da lei generata; e finalmente,
dallo stesso Gesù morente in croce, fu data quale madre al
discepolo con queste parole: Donna, ecco tuo figlio (cf. Gv 19,26-27)» (n. 58).
«Col concepire Cristo,
generarlo, nutrirlo, presentarlo al Padre
nel tempio, soffrire col Figlio suo morente in croce, cooperò
in modo tutto speciale all'opera del Salvatore, coll'obbedienza,
la fede, la speranza e l'ardente carità, per restaurare la vita soprannaturale
nelle anime. Per questo fu per noi Madre nell'ordine
della grazia» (n. 61).
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La corredenzione in generale
Date queste premesse, mi sembra che le sentenze teologiche che
parlano di corredenzione mariana siano ancora oggi pienamente
legittime, e che il Concilio non le abbia per nulla esautorate. Vorrei
quindi riproporre un'ipotesi teologica sulla corredenzione mariana
che forse può venire incontro a molte istanze degli oppositori di tale
termine e di tale dottrina.
Innanzitutto occorre ribadire che Gesù Cristo è l'unico Redentore
dell'umanità: questa è una verità centrale della nostra fede cristiana.
Ma come va intesa questa unicità? Non necessariamente in un modo
che escluda una certa quale partecipazione delle creature. Ricordiamo
le profonde parole del Concilio a proposito di Gesù unico Mediatore
(cf. 1 Tm 2,5-6):
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«Nessuna creatura può mai essere posta allo stesso livello del
Verbo Incarnato e Redentore; ma come il sacerdozio di Cristo
è in vari modi partecipato sia dai sacri ministri sia dal popolo
fedele, e come l'unica bontà di Dio è realmente diffusa in vari
modi nelle creature, così anche l'unica mediazione del Redentore
non esclude, ma anzi suscita nelle creature una varia cooperazione
partecipata da un'unica fonte».
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Una volta ribadita dunque la verità indubitabile che Cristo è l'origine
e la fonte di ogni grazia di salvezza per l'umanità, che tutto fa
capo a Lui, bisogna aggiungere che, secondo il piano di Dio, anche le
creature (angeli e uomini) sono chiamate a cooperare attivamente alla
propria e all'altrui salvezza. È celebre l'espressione di S. Agostino:
«Chi ti ha creato senza di te non ti salverà senza di te». Scrive il
Maritain: «Entrare nell'opera di Gesù significa partecipare all'opera
redentrice che Egli ha da solo pienamente compiuto, continuare con
Lui e attraverso di Lui, come essendo una sola cosa con Lui, un
lavoro di corredenzione a cui non sarà messo termine che alla fine
del mondo, e al quale, in un grado o nell'altro, sotto una forma o
un'altra, tutti i cristiani sono chiamati».
La cosa può essere compresa facilmente se teniamo presente la
verità di fede per cui l'uomo, una volta giustificato gratuitamente
per la grazia di Cristo (cf. Rm 3,24), può e deve meritare la sua salvezza
con le buone opere, e anche il fatto che chi si trova in grazia di
Dio, e quindi è amico di Dio, può ottenere con le sue preghiere e
con i suoi meriti, proprio in forza di questa amicizia con Dio, le grazie
di salvezza per i suoi fratelli. Anzi, si può addirittura giungere a
dire che tutta l'opera della redenzione compiuta da Gesù ha proprio
questo scopo: far sì che l'uomo sia reso capace di salvare se stesso e
di cooperare alla salvezza dei fratelli.
Scrive ancora il Maritain: «Più la carità di un santo è grande, più
potente è la sua preghiera. Più particolari e personali sono i suoi
legami con le membra del Corpo mistico e più il suo diritto a essere
esaudito si applica ad esse (...). Gesù Cristo ha il potere di associarsi
il resto del mondo creato come una sorta di prolungamento di se
stesso, e di comunicare ad altri qualcosa della sua pienezza senza
cessare di essere la sorgente e il principio primo».
Questa è la corredenzione, che giustamente il Maritain ritiene
«nozione di importanza capitale e destinata, credo, a illuminare sempre
più e ad aiutare la coscienza cristiana». I cristiani non sono soltanto
salvati, ma anche salvatori: essi «sono lieti delle sofferenze che
sopportano per i loro fratelli, e completano nella loro carne quello
che manca ai patimenti di Cristo (cioè alla loro partecipazione ai patimenti
di Cristo), a favore del suo corpo, che è la Chiesa» (Col 1,24).
La corredenzione mariana
Se tutti i cristiani, tutta la Chiesa, attraverso la preghiera, i meriti,
la volontaria accettazione delle croci quotidiane, sono i soggetti di
questa corredenzione, di certo lo sarà anche la Vergine Maria. Ma il
punto preciso e qualificante della dottrina della corredenzione mariana
sta nel ritenere che la Beata Vergine non solo ha cooperato alla
comunicazione delle grazie di salvezza (è la cosiddetta redenzione
soggettiva) - cosa che in una certa misura è possibile anche a tutti
noi, come si è detto -, ma ha cooperato anche all'acquisto della stessa
salvezza (è la cosiddetta redenzione oggettiva).
Per convincersi della validità di questa affermazione è sufficiente
riflettere attentamente sui seguenti fatti: la Beata Vergine Maria è
stata redenta prima, a parte e in modo più sublime rispetto al resto
dell'umanità, grazie al privilegio dell'Immacolata Concezione; è stata
associata come novella Eva al nuovo Adamo per divenire Madre
della nuova umanità; «ha mantenuto la sua unione col Figlio fin
sotto la croce, dove, non senza un disegno divino, se ne stette
(cf. Gv 19,25), soffrendo intensamente col suo Unigenito, amorosamente
consenziente all'immolazione della vittima da lei generata»
(Lumen Gentium 58).
Giunti a questo punto sembra possibile tentare una formulazione
della dottrina che sia tale da prevenire obiezioni e fraintendimenti.
Si potrebbe dire così:
«Gesù Cristo, dopo aver redento Maria sua Madre preservandola dal
peccato originale, suscita, unisce al proprio sacrificio e offre al Padre,
per la redenzione del resto dell'umanità, la partecipazione della
Vergine Immacolata, che quindi può essere detta "corredentrice"».
Così intesa, la dottrina della corredenzione mariana non presta il
fianco all'accusa di attentare all'unicità della redenzione di Cristo,
ma piuttosto mette in luce come la sorgente di ogni salvezza stia in
Gesù Redentore.
La formulazione proposta mostra anche come la partecipazione di
Maria Santissima (la sua compassione) possa divenire presente nel
Sacrificio Eucaristico della Santa Messa. È vero infatti che le parole
della consacrazione («Questo è il mio corpo, offerto in sacrificio per
voi» e «Questo è il mio sangue, versato per voi») indicano soltanto il
sacrificio di Gesù - per cui verrebbe spontaneo pensare che la compassione
di Maria non sia resa presente -, ma è altrettanto vero che nel
sacrificio di Gesù, secondo la nostra ipotesi, è inclusa tale compassione.
Conseguenze
La dottrina della corredenzione mariana sembra particolarmente
adatta a suscitare nella mente e nel cuore dei fedeli un rinnovato
interesse e un rinnovato amore verso la Beata Vergine Maria: non si
può restare indifferenti nei suoi riguardi o sentirsi a Lei estranei
quando si pensa che siamo stati salvati anche dal suo dolore, dolore
che Ella ha accettato volontariamente per amore nostro.
Alla luce di questa dottrina comprendiamo poi meglio perché,
come dice il Concilio, la Beata Vergine assunta in cielo «non ha depositato
questa funzione di salvezza (...), ma con la sua materna carità si
prende cura dei fratelli del Figlio suo, ancora peregrinanti e posti in
mezzo a pericoli e affanni, finché non siano condotti nella patria
beata». Avendo infatti cooperato all'acquisto della stessa salvezza, è
logico e conveniente che Ella cooperi anche alla comunicazione
di questa salvezza. La dottrina della corredenzione permette dunque
di vedere meglio perché Maria viene spesso chiamata la Mediatrice di
tutte le grazie. Ella, come si è detto, è presente in particolare nel
Sacrificio Eucaristico, che è fonte e culmine della vita della Chiesa, e lo
è anche nell'amministrazione dei sacramenti, quando i fedeli nascono e
crescono in quella vita divina della grazia di cui Ella è Madre.
La Beata Vergine ci appare dunque presente come compagna
inseparabile in ogni attività salvifica del Redentore, sia terrena che
celeste. In tal modo tutta l'opera della redenzione viene, per così
dire, permeata del soave profumo della maternità; così l'amore di
Dio verso di noi si rivela ancora più meraviglioso nella sua condiscendenza
verso la nostra umana debolezza.
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