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Maria
Sempre Vergine
Premessa
Nelle Litanie Lauretane, dopo l'invocazione Sancta Dei Genetrix,
ora pro nobis (Santa Madre di Dio, prega per noi), segue immediatamente
l'invocazione Sancta Virgo virginum, ora pro nobis (Santa
Vergine delle vergini, prega per noi). Ciò è molto significativo: dopo
il suo titolo fondamentale, che è alla base di tutti gli altri, cioè quello
di Madre di Dio, compare immediatamente il titolo di Vergine delle
vergini. Maria Santissima è innanzitutto la Madre di Dio, e subito
dopo è la Vergine delle vergini. La cosa si è verificata anche storicamente.
Infatti nel primo millennio si consolidarono innanzitutto due
convinzioni: la prima che Maria Santissima è Madre di Dio, la seconda
che è «la Vergine» per eccellenza, la Vergine delle vergini.
Ma che cos'è esattamente la verginità? Intesa in una prospettiva
cristiana essa comporta la consegna totale della persona, anima e
corpo, mente e cuore, a Gesù Cristo. Questa donazione completa
della persona comporta:
a) La verginità del corpo, cioè l'integrità corporea. Questa è,
secondo il linguaggio filosofico-teologico, l'elemento materiale della
verginità. Come tale essa entra nell'essenza della verginità, e non va
considerata come un elemento accessorio e secondario. È invece un
elemento essenziale e imprescindibile.
b) La verginità dell'anima, cioè la decisione cosciente e libera di
appartenere esclusivamente a Dio secondo le esigenze della castità
perfetta. Essa presuppone non solo la totale integrità fisica della
donna, come pura realtà biologica, ma anche la volontà di conservare
sempre tale integrità. Questo consegnarsi a Dio con cuore indiviso
costituisce l'elemento formale e intenzionale della verginità.
Intendendo in questo modo la verginità possiamo capire il senso
di ciò che la Chiesa insegna, a partire almeno dal IV secolo, quando
dice che Maria Santissima fu vergine prima del parto, durante il
parto e dopo il parto. Questa fede fu espressa solennemente, nei
tempi recenti, dal Papa Paolo VI, quando nel Credo del Popolo di Dio
(29-6-1968) proclamò solennemente:
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«Noi crediamo che Maria è la Madre, rimasta sempre vergine,
del Verbo Incarnato, il nostro Dio e Salvatore Gesù Cristo».
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Quindi la Chiesa insegna sulla verginità di Maria le seguenti
verità rivelate:
a) l'assoluta e perpetua integrità corporale della Vergine;
b) la verginità della sua anima, cioè la piena ed esclusiva unione
sponsale della sua anima con il Signore.
Così il dogma della fede cattolica suppone:
1) che Maria concepì miracolosamente e verginalmente per
l'onnipotenza divina, per cui Gesù non ebbe un padre
umano;
2) che diede alla luce il Figlio senza lesione della sua integrità
corporale;
3) che dopo la nascita di Gesù Maria rimase vergine durante
tutta la sua vita terrena.
Il fondamento biblico
Nella parte dedicata alla Sacra Scrittura abbiamo già avuto modo
più volte di parlare della verginità di Maria. Vediamo adesso di raccogliere
i testi che riguardano da vicino il nostro argomento.
a) La profezia di Isaia (7,14) dice che «la vergine concepirà e
darà alla luce un figlio». Come abbiamo visto a suo tempo questo
testo, almeno nel suo senso pieno o profetico, si riferisce alla madre
del Messia. Da esso appare in modo chiaro che questa concepirà
verginalmente, ma secondo molti autori appare anche che partorirà
verginalmente. In questo caso troveremmo qui affermata non solo la
verginità prima del parto, ma anche quella nel parto.
b)
Il testo di S. Matteo (1,22 s.) riprende la profezia di Isaia,
e quindi conferma quanto abbiamo appena detto.
c) Nel racconto dell'Annunciazione di S. Luca si può vedere
chiaramente in filigrana il riferimento alla profezia di Isaia sulla vergine
che concepirà e darà alla luce un figlio a cui porrà il nome di
Emmanuele, secondo Isaia, e di Gesù, secondo S. Luca. Ma soprattutto è
fondamentale in questo testo la domanda di Maria all'Angelo
(le prime parole di Maria!): «Come avverrà questo? Non conosco
uomo» (1,34). Abbiamo già esaminato a suo tempo alcune possibili
interpretazioni di queste parole, ma ancora oggi la maggioranza
degli studiosi sta per l'interpretazione tradizionale (almeno
da S. Agostino in poi) che vede espresso nella domanda di Maria il
proposito (parlare di voto in senso strettamente giuridico sarebbe
probabilmente anacronistico) di verginità. Interpretato così, questo
testo dà il fondamento biblico all'affermazione della verginità di
Maria dopo il parto. Se lo si interpreta in senso diverso si viene a
compromettere questo fondamento, e quindi la verginità di Maria
dopo il parto sarebbe una verità conosciuta soltanto attraverso la
Tradizione, non attraverso la Sacra Scrittura.
Sempre nel testo di S. Luca appare l'espressione: «Colui che
nascerà santo...» (1,35). È questa la traduzione recente della CEI.
Il P. de la Potterie, come abbiamo visto a suo tempo, interpreta
queste parole nel senso che il parto avverrà senza effusione di
sangue. Sarà dunque un parto verginale.
d) Nella narrazione della natività abbiamo un discreto ma eloquente
accenno di S. Luca al parto verginale e miracoloso quando si
dice che la Vergine, con la massima naturalezza e senza alcun aiuto,
«diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo adagiò
in una mangiatoia» (2,7).
e) Se leggiamo Gv 1,13 al singolare vediamo che Gesù è nato
«non da sangui, né da volere di carne, né da volere di uomo».
In questo testo, secondo l'interpretazione del P. de la Potterie, troviamo
espresse la concezione verginale e la nascita miracolosa, senza
effusione di «sangui».
f) In Gv 19,25 ss. vediamo come Gesù dalla croce affida Maria al
discepolo amato, dicendole: «Donna, ecco tuo figlio», e dicendo al
discepolo: «Ecco tua madre». «E da quel momento il discepolo la
prese con sé». I Santi Padri hanno visto in questo affidamento il
segno che Maria non aveva altri figli, e ne deducevano la sua perpetua
verginità.
Difficoltà esegetiche
a) Spesso nei Vangeli, anche di S. Matteo e di S. Luca, Giuseppe
viene chiamato «padre» di Gesù, e Gesù viene detto «figlio» di
Giuseppe. Come risolvere la difficoltà? Bisogna intendere evidentemente
questa paternità come puramente legale, altrimenti i Vangeli
di Matteo e Luca conterrebbero delle contraddizioni, dato che in
essi la concezione verginale è indicata nel modo più chiaro.
b) Si legge in S. Matteo (1,18.25): «Prima che andassero a vivere
insieme», e ancora: «Egli non la conosceva finché non ebbe dato alla
luce il figlio». Qui si deve intendere che l'Evangelista si riferisce al
tempo precedente il concepimento e la nascita, senza dire nulla di
quanto accadde dopo. È questo un modo di esprimersi abbastanza
usuale nella Scrittura.
c) Gesù viene chiamato in due testi figlio «primogenito» (Mt 1,25;
Lc 2,7). Ma anche qui il termine significa che prima Maria non aveva
avuto altri figli, e non implica affatto che ne abbia avuto degli altri
dopo. Infatti la legge dava delle prescrizioni riguardanti tutti i primogeniti,
evidentemente prescindendo dal fatto che poi avessero o non
avessero dei fratelli. Bisogna quindi dire con S. Girolamo: «Omnis
unigenitus est primogenitus (Ogni unigenito è primogenito)».
d) Una difficoltà classica è quella riguardante i «fratelli» di Gesù.
Si risponde dicendo che in ebraico non c'è una parola per designare
i cugini, per cui con il termine di «fratelli» vengono designati tutti i
membri del gruppo familiare. Abramo dice a Lot, che è suo nipote:
«Noi siamo fratelli» (Gen 13,8). «Suo fratello Lot», leggiamo in
Gen 14,14 e 16. Giacobbe si dichiara «fratello di Labano», suo zio,
in Gen 29,12 (cf. 29,15). E così via.
Che i fratelli di Gesù siano effettivamente dei cugini risulta anche
da numerosi indizi. I «fratelli» di Gesù risultano formare un gruppo
piuttosto numeroso. Per esempio in Mt 13,55 s. si parla di quattro
fratelli e di «tutte le sue sorelle». L'espressione «tutte», come fa
notare S. Girolamo, si dice solo di una moltitudine. Inoltre Giacomo
e Giuseppe, «fratelli di Gesù» (Mt 13,55), sono figli di una Maria
discepola di Cristo (cf. Mt 27,56), la quale è designata in modo
significativo come «l'altra Maria» (Mt 28,1).
Ricordiamo ancora che Gesù è indicato come il Figlio di Maria,
con l'articolo (Mc 6,3). Inoltre Maria aveva una sorella, come risulta
da Gv 19,25. Questa sorella sembra avere avuto dei figli, e non c'era
nulla di più normale che denominarli «fratelli di Gesù». Si noti
ancora che nell'episodio del ritrovamento nel tempio non si fa menzione
di altri figli, e del resto Maria non avrebbe intrapreso il pellegrinaggio
se avesse avuto dei bambini più piccoli.
La Tradizione della Chiesa e il Magistero
Su questo argomento abbiamo già visto qualcosa nella parte
dedicata alla storia della mariologia. Adesso però vogliamo fissare
l'attenzione sul punto particolare della verginità, e considerare lo
sviluppo storico che ha portato alla formulazione del dogma.
Nel II e III secolo la verginità di Maria è attaccata dai giudeo-cristiani
Ebioniti, che negavano la divinità di Cristo e la sua nascita dalla
Vergine; dai pagani che, soprattutto con Celso, ritenevano disdicevole
che Dio si incarni nel seno di una donna; dagli gnostici e dai doceti
che, in base alla loro concezione negativa della materia e della corporeità,
ritenevano che l'umanità di Cristo fosse solo apparente. Per alcuni
di questi, come Valentino, Gesù è semplicemente «passato» attraverso
Maria, come attraverso un canale, per cui ella è «una via, ma non
una madre». Marcione poi relega la nascita verginale tra le favole.
Di fronte a questi attacchi la Chiesa si mostra compatta nel reagire
con decisione. La più antica testimonianza che abbiamo è quella
di S. Ignazio di Antiochia († 107), che insiste sulla reale maternità di
Maria (contro gli gnostici) e sul concepimento verginale. Abbiamo
già visto a suo tempo il suo celebre passo sui tre clamorosi
misteri compiuti nel silenzio di Dio, due dei quali sono la verginità
di Maria e il suo parto.
S. Giustino, come abbiamo visto, dice che Maria è «la
Vergine» per eccellenza. Ma sarà S. Ireneo ad approfondire questo
punto nella luce dell'economia della salvezza: «Quanto la vergine
Eva aveva annodato con la sua incredulità, la vergine Maria lo sciolse
con la sua fede». Egli introduce la problematica del parto verginale
con un testo assai noto:
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«Il Figlio di Dio diventa figlio dell'uomo, che, in quanto puro,
puramente aperse il grembo puro, quello appunto che rigenera
gli uomini per Dio e che egli stesso ha reso puro».
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L'espressione «aperiens vulvam» (aprendo il grembo) è interpretata
da alcuni (Galot, Söll) come indicante un parto normale (e in
questo caso bisognerebbe dire che S. Ireneo non aveva ancora chiara
l'idea del parto verginale, il che non deve meravigliare troppo dato
che la Chiesa prende coscienza gradualmente dell'integrità della fede,
come dimostra ad esempio il caso dell'Immacolata Concezione).
Altri però, insistendo sull'avverbio «puramente» e sul fatto che «aprire
il grembo» è un'espressione tecnica per indicare la nascita del primogenito,
o vedono affermato in questo testo il parto verginale,
o almeno non lo vedono escluso (Unger, De Aldama). Quest'ultima
interpretazione è confermata da un altro testo di Ireneo dove si
applica alla Vergine la profezia di Isaia: «Prima che venissero le
doglie del parto diede alla luce un bambino».
In Africa, come abbiamo visto a suo tempo, Tertulliano afferma
la concezione verginale ma nega il parto verginale, e forse anche la
verginità dopo il parto. Si tratta comunque di una voce isolata.
Interessante è il caso di Origene. Anche lui ha un passo che
suona come quello di Ireneo che abbiamo citato (il grembo aperto),
e anche qui vi sono diverse interpretazioni. Quelli che difendono la
tesi del parto verginale in Origene fanno osservare come egli non
ritenga «pura» una vergine violentata (anche se non può dirla «impudica»
nel cuore), e d'altra parte attribuisce al corpo di Gesù i privilegi
propri del corpo risorto: l'apertura del grembo quindi esprimerebbe
soltanto il dare alla luce, senza specificare il come.
A questo punto non si può non parlare dei Vangeli apocrifi,
i quali rispecchiano la mentalità popolare e sono un segno assai eloquente
delle idee che circolavano negli ambienti cristiani. Questi
Vangeli, e in particolare il più importante, il Protovangelo di Giacomo,
sono concordi nell'affermare la verginità di Maria nel concepimento
e nel parto. Il Protovangelo di Giacomo presenta Maria come vergine
intatta, votata al Signore fin dal seno materno. Viene affidata al vedovo S. Giuseppe come «la Vergine del Signore».
Il suo parto è verginale,
come hanno costatato la levatrice e Salomè. Questo fatto è un
«portento» e un «miracolo». Analogo è quanto affermano l'Ascensione
di Isaia e le Odi di Salomone. Scrive a questo punto il De Fiores:
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«Al di là degli elementi accessori è certo che l'intuizione sacra
del popolo, trasmessa dagli apocrifi, riguarda la verginità di
Maria conservata intatta nella nascita di Gesù. Dalla susseguente
storia della mariologia risulta che qui si esprime un
autentico "senso dei fedeli", a cui la teologia e il magistero
apporranno la loro conferma. L'influsso dei racconti apocrifi si
manifesta soprattutto nella devozione e nell'iconografia; e se le
discussioni mariologiche del II-III secolo sono cadute nell'oblio, "la figlia
della comare che accerta la condizione verginale
di Maria ci guarda ancora dai mosaici di Santa Maria Maggiore
in Roma"».
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Guardando ora i simboli della fede, vediamo che nella quasi totalità
essi parlano dell'Incarnazione «dallo Spirito Santo e da Maria
Vergine». La concezione verginale appartiene quindi sin dagli inizi al
deposito della fede. Non si fa cenno invece, nel II e III secolo, alla
verginità perpetua di Maria. Essa entrerà nei Simboli un poco più tardi.
Tornando ai Santi Padri ricordiamo come Epifanio († 403) consideri
Maria «la Vergine» per eccellenza. Anche se la teoria dell'«uterus clausus» sembra
a lui sconosciuta, tuttavia egli parla di un
parto senza dolori e chiama per sedici volte Maria «Vergine perpetua».
Per quanto riguarda la questione specifica del parto verginale,
fuori della costa africana si parla di un evento straordinario e miracoloso.
Una delle spiegazioni più audaci è quella data dal Sermo de
Margarita (Discorso sulla Perla), attribuito a S. Efrem († 373) o a un
autore siro della stessa epoca. In esso leggiamo che «il nato non lese
il sigillo della verginità, né la Vergine soffrì». L'autore però porta l'esempio della conchiglia, che si apre per fare uscire la perla e poi
si richiude. Alcuni interpretano queste parole nel senso di una ricostituzione
per intervento divino del grembo della Santa Vergine.
Ma una simile interpretazione non si accorda con le parole esplicite
del testo, secondo cui Gesù «non lese il sigillo della verginità».
Quindi piuttosto che di ricostituzione si potrebbe pensare, senza
anticipare la dottrina scolastica della compenetrazione dei corpi, a
una dilatazione e a un restringimento senza rottura alcuna del grembo
verginale. Infatti il testo afferma a un certo punto: «Non è forse
Dio più abile degli uomini, se fa allargare e restringere la natura,
senza che venga lesa dal corpo nascente?».
Scrive il De Fiores: «Generalmente i Padri evitano di procedere
su questa via delle precisazioni fisiologiche per spiegare il mistero
del parto verginale. Nei loro scritti si determina un passaggio dall'affermazione
che Cristo "aprì il seno materno" (Origene) o "lo aprì
senza lesione" (De Margarita) alla teoria dell'uterus clausus sostenuta
da Ambrogio († 397), secondo cui "Maria è la porta buona che era
chiusa e non si apriva. Cristo vi è passato attraverso, ma non la aprì". L'integrità corporale di Maria nel parto è espressa con diversi
paragoni: la Vergine è la "porta chiusa" di cui parla Ez 44,1-2
(Efrem, Anfilochio, Teodoto d'Ancira, Esichio...), è il "roveto ardente"
che non si consuma (Gregorio di Nissa), è simile alle "porte chiuse"
del cenacolo (Ilario, Girolamo, Ambrogio, Agostino, Crisologo,
Proclo, Gregorio Magno...) e al "sepolcro" di Cristo rimasto sigillato
(Efrem)».
È chiaro che i Padri di questo periodo sono unanimi nell'affermare
anche la verginità dopo il parto. Valga per tutte la significativa
affermazione di S. Basilio: «Coloro che amano Cristo non sopportano
di sentire che la Theotókos abbia a un certo punto cessato di
essere vergine».
Passiamo ora a considerare il Magistero della Chiesa. Il primo
Concilio ecumenico che parla esplicitamente della perpetua verginità
di Maria è il Concilio Costantinopolitano II (553): «Prese carne
dalla gloriosa Theotókos e sempre vergine Maria» (DS 42).
La definizione dogmatica della perpetua verginità di Maria
appartiene al Concilio Lateranense del 649, convocato da Papa
Martino I. Il terzo canone del Concilio si esprime così:
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«Se qualcuno non confessa secondo i santi Padri che la santa e
sempre vergine e immacolata Maria sia in senso proprio e
secondo verità Madre di Dio, in quanto propriamente e veramente
alla fine dei secoli ha concepito dallo Spirito Santo
senza seme e partorito senza corruzione, permanendo anche
dopo il parto la sua indissolubile verginità, lo stesso Dio
Verbo, nato dal Padre prima di tutti i secoli, sia scomunicato» (DS 503).
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Questa definizione è infallibile e irreformabile, poiché data l'intenzione
espressa dal Papa e l'accettazione universale del Concilio,
questo risulta praticamente ecumenico. La perpetua verginità di
Maria è quindi una verità di fede definita.
Approfondimento teologico
della verginità prima del parto
La prima domanda che può essere posta è la seguente: era necessario
che l'Incarnazione del Verbo avvenisse mediante un concepimento
verginale? A questa domanda alcuni teologi, come ad esempio Von Balthasar, rispondono affermativamente, in quanto un'eventuale
paternità umana nei riguardi di Gesù oscurerebbe il suo
rapporto unico con il Padre celeste. Altri teologi invece, come ad
esempio Ratzinger, ritengono che la dottrina affermante la divinità
di Gesù non verrebbe minimamente inficiata quand'anche Gesù fosse
nato da un normale matrimonio umano, in quanto l'unione ipostatica
fra il Verbo e la natura umana si pone sul piano ontologico.
Bisogna rispondere che dal punto di vista strettamente metafisico
è vera questa seconda opinione, che fu già sostenuta dal grande teologo
gesuita Francesco Suarez († 1617), il quale afferma che «indubbiamente
Dio avrebbe potuto essere concepito e generato dall'unione
di un uomo e di una donna». Della stessa opinione è un teologo
recentemente scomparso che ha scritto un importante libro su Maria
Madre di Dio, il domenicano M. J. Nicolas, il quale scrive appunto
in questo suo libro: «È certo che non vi è alcuna incompatibilità
metafisica fra il mistero dell'Incarnazione e l'unione dei sessi nella
generazione umana. A maggior ragione non sarebbe stato impossibile,
di per sé, che Gesù fosse il primogenito di una famiglia numerosa.
Se è stato diversamente, se Dio ha scelto di nascere da una vergine
sempre vergine, è stato con un'intenzione che è importante cercare
di comprendere».
Per cogliere questa intenzione è molto utile confrontare la nascita
terrena del Verbo di Dio con la sua nascita eterna dal seno del Padre
e con la sua nascita mistica nel cuore dei fedeli.
Dobbiamo dire innanzitutto che il concepimento verginale di
Gesù è un segno se viene considerato in riferimento alle altre due
nascite. Infatti, come fa notare S. Tommaso, esso era conveniente
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«per conservare la dignità del Padre che lo mandava. Essendo
infatti Cristo il vero e naturale Figlio di Dio, non era conveniente
che avesse un altro Padre oltre a Dio: affinché la dignità
di Dio non venisse trasferita a un altro».
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Inoltre, continua S. Tommaso,
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«ciò non era conveniente per le proprietà dello stesso Figlio
che veniva mandato. Il quale è senza dubbio il Verbo di Dio.
Ora, il verbo viene concepito senza alcuna corruzione della
mente: anzi, la corruzione della mente non è compatibile con
la concezione di un verbo perfetto. Poiché dunque la carne
venne assunta per essere la carne del Verbo di Dio, era conveniente
che anch'essa venisse concepita senza corruzione della
madre» (S. Th., III, q. 28, a. 1).
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L'Aquinate aveva già parlato dello stesso argomento in un altro
passo parallelo:
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«Era conveniente che nella stessa generazione umana del
Verbo di Dio risplendesse qualche proprietà della generazione
spirituale del verbo. Il verbo infatti, secondo che procede da
chi lo dice, sia che sia concepito interiormente, sia che sia proferito
esteriormente, non apporta corruzione a chi lo dice, ma
anzi, a motivo del verbo si considera una nuova perfezione nel
dicente. Era dunque conveniente che il Verbo di Dio venisse
concepito e nascesse secondo la generazione umana in modo
che l'integrità della madre non venisse corrotta. - E con ciò è
anche manifesto che il Verbo di Dio, dal quale tutte le cose
furono costituite e dal quale tutte vengono conservate nella loro integrità, conveniva che nascesse in modo da conservare
in tutto l'integrità della madre. Era dunque conveniente che
questa generazione fosse da una vergine».
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Oltre a questi due motivi che si riferiscono alla processione eterna
del Verbo dal Padre, troviamo in S. Tommaso un motivo che si
riferisce alla nascita mistica del Verbo nel cuore dei fedeli:
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«(Ciò era conveniente anche) per lo stesso fine dell'Incarnazione
di Cristo, la quale avvenne affinché gli uomini rinascessero
come figli di Dio "non dalla volontà della carne, né dalla
volontà dell'uomo, ma da Dio" (Gv 1,13), cioè dalla potenza di
Dio. E ciò doveva trasparire nella stessa concezione di Cristo.
Per cui S. Agostino, nel libro sulla Santa Verginità (c. 6), dice
che era necessario che "il nostro Capo, per insigne miracolo,
secondo il corpo nascesse da una vergine, per indicare che le
sue membra sarebbero nate dalla Chiesa vergine"».
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Possiamo trovare anche un altro motivo, molto profondo, che è
espresso in modo particolarmente chiaro da Max Thurian (allora
protestante). Leggendo Gv 1,13 al singolare egli scrive: «Maria è
vergine per precisare che è Dio che ha generato Cristo, che il
Salvatore non è un superuomo, frutto dello sforzo umano verso la
liberazione. Né il sangue, cioè l'eredità umana, né volontà d'uomo,
cioè la decisione di un padre umano, sono all'origine della nostra
salvezza eterna, ma solo Dio nel suo disegno eterno, che ha predestinato
la Vergine Maria per generare in lei e far nascere da lei il suo unico Figlio, Salvatore del mondo. Tutto proviene da lui e per lui in
questo atto primo dell'Incarnazione. La verginità di Maria è dunque
un segno della povertà e dell'incapacità dell'uomo a operare la sua
liberazione, a far apparire l'essere perfetto che potrà salvarlo».
Anche un altro teologo calvinista, irriducibile avversario della
mariologia cattolica, Karl Barth, è sensibile a questa tematica e scrive
significativamente: «L'uomo Gesù Cristo non ha padre. La sua
concezione non deriva dalla legge comune. La sua esistenza comincia
con la libera decisione di Dio stesso, procede dalla libertà che
caratterizza l'unità del Padre e del Figlio legati dall'amore, cioè dallo
Spirito Santo (...). È questo il vasto campo della libertà di Dio, ed è
da questa libertà che procede l'esistenza dell'uomo Gesù». Inoltre
Barth sostiene che il sesso maschile va escluso nel concepimento di
Cristo, poiché la creatura umana in questo caso può solo ricevere,
essere disponibile.
Possiamo comprendere la concezione verginale anche alla luce
dell'escatologia. Scrive lo Schmaus: «Un altro motivo per il carattere
verginale della concezione e nascita di Gesù Cristo viene tratto dall'escatologia.
Tutti gli uomini vanno verso quello stato finale che è
espresso con la frase: più non si sposano e più non sono sposati. Ciò
avviene quando lo stato di pellegrinaggio è giunto al termine e
comincia un nuovo modo di essere. In quello stato gli uomini
vivranno come gli angeli del cielo. Ciò non significa che essi non
sono più strettissimamente uniti fra di loro secondo la realtà corporea, ma significa che l'unione non avviene più nelle forme fisiologiche
che appartengono alla storia. Per opera di Cristo è stato immesso
nella creazione il germe di questa nuova forma di esistenza che
si svilupperà alla fine dei giorni col termine del mondo odierno.
Era perciò logico che egli stesso non entrasse nella storia umana per
via di matrimonio. Nella sua concezione e nascita verginale è ritratta
la trasformazione futura».
Approfondimento teologico della verginità nel parto
Qualcosa su questo argomento già traspariva dalle citazioni di
S. Tommaso fatte nel paragrafo precedente, riguardanti il Verbo
mentale che viene proferito senza corruzione. Ma l'Aquinate dedica
un articolo della Somma (III, q. 28, a. 2) esplicitamente a questo
tema. Riportiamo integralmente il corpo dell'articolo:
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«Senza alcun dubbio dobbiamo affermare che la madre di
Cristo fu vergine anche nel parto, poiché il Profeta (Is 7,14)
non dice solo "Ecco la vergine concepirà", ma aggiunge: "e partorirà un
figlio". E ciò era conveniente per tre motivi.
Primo, perché si addiceva alla proprietà personale del Verbo
di Dio che nasceva. Infatti il verbo mentale non solo viene concepito
senza alterazione della mente, ma anche esce da essa
senza corromperla. Per dimostrare quindi che quel corpo
apparteneva allo stesso Verbo di Dio, era conveniente che
nascesse dal seno incorrotto della Vergine. Così si legge infatti
in proposito in un sermone del Concilio di Efeso (P. III, c. 9): "La donna che dà alla luce una carne comune perde la verginità.
Ma quando nasce nella carne il Verbo, allora Dio custodisce
la verginità, rivelandosi così come Verbo. Come infatti il
nostro verbo mentale non corrompe la mente quando viene
proferito, così neppure il Verbo sostanziale che è Dio, volendo
nascere, viola la verginità"».
«Secondo, ciò era conveniente dalla parte del fine dell'incarnazione
di Cristo. Infatti egli venne a togliere la nostra corruzione.
Non era quindi opportuno che nascendo corrompesse la
verginità della madre. Dice infatti S. Agostino (Serm. 121): "Non era giusto che violasse l'integrità con la sua nascita colui
che veniva a sanare la corruzione"».
«Terzo, era conveniente che colui il quale aveva comandato di
onorare i genitori, nascendo non menomasse l'onore della
madre».
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Rispondendo poi a un'obiezione tratta da un testo di S. Ambrogio
che parla di «apertura del grembo», S. Tommaso così risponde:
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«S. Ambrogio si esprime in quel modo poiché sta commentando
il testo della legge citato dall'Evangelista (Lc 2,23): "Ogni primogenito maschio che apre il seno materno sarà
sacro al Signore". Ora, come spiega S. Beda (In Lc 1), l'Evangelista "usa
l'espressione ordinaria per indicare la nascita,
e non già per dire che il Signore, uscendo da quel sacro seno
che lo aveva ospitato e che egli aveva santificato, ne violasse la verginità". Perciò l'azione di aprire, attribuita al primogenito,
non indica che Cristo abbia lacerato il velo del pudore verginale,
ma indica la sola uscita della prole dal seno materno».
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Alla difficoltà tratta invece dal fatto che un corpo fisico non può
attraversare un altro corpo, l'Aquinate risponde dicendo che
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«Cristo volle dimostrare la realtà del suo corpo in modo da
manifestare insieme la propria divinità. Perciò mescolò insieme
meraviglie e umiliazioni. Per mostrare la verità del suo corpo
nacque da una donna, e per mostrare la sua divinità nacque da
una vergine. Come infatti dice S. Ambrogio (Veni Redemptor
Gentium): "Tale è il parto che si addice a Dio"».
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S. Tommaso infatti ammette che la compenetrazione dei corpi è
possibile per miracolo.
Vorrei concludere questo paragrafo citando le sagge parole del
Laurentin:
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«Il mistero della verginità nel parto ci ricorda delle verità misconosciute
e tuttavia essenziali al mistero cristiano: il corpo è parte
integrante dell'uomo, è salvato da Cristo, associato a tutto il
compimento della salvezza, promesso a un destino eterno. Fin
da quaggiù il corpo è raggiunto dall'opera della grazia, poiché
gli impulsi della nuova creazione sono all'opera (Rm 8,22), e
Dio non ha mancato di manifestare talvolta nel suo corpo dei
segni in forma di miracoli: il camminare sulle acque, la trasfigurazione e,
per finire, la risurrezione. La verginità integrale
della Madre di Dio appartiene all'ordine di questi segni (...)».
«Quanto al parto indolore, che la Tradizione afferma senza
contestazione dal IV secolo, è abbastanza paradossale che si sia
cominciato a contestarlo al momento stesso in cui il progresso
scientifico instaurava "il parto indolore" per tutte le donne.
È strabiliante che certi teologi e predicatori abbiano cominciato
a celebrare le sofferenze "crocifiggenti" di Maria alla nascita
del Salvatore nel momento in cui le cliniche ostetriche si applicano
a denunciare i dolori del parto come un mito alienante e
disumanizzante. Il segno del parto indolore attesta a suo modo
che la verginità è spiritualizzazione dell'ordine della carne e
che Maria è, sotto certi riguardi, donna esemplare, donna
guida, là dove poteva sembrare donna di eccezione».
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Approfondimento teologico della verginità dopo il parto
Sentiamo come si esprime S. Tommaso nell'articolo della Somma
consacrato a questo argomento:
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«Senza alcuna esitazione dobbiamo condannare l'errore di
Elvidio, il quale osò affermare che la madre di Cristo dopo il
parto ebbe rapporti coniugali con Giuseppe e generò altri figli.
Primo, perché ciò deroga alla dignità di Cristo: il quale come
per la natura divina è "l'Unigenito del Padre" (Gv 1,14), quale
suo "figlio assolutamente perfetto", così conveniva che fosse
anche l'unigenito della madre, quale suo frutto perfettissimo».
«Secondo, perché tale errore offende lo Spirito Santo, che nel
seno della Vergine, divenuto suo santuario, formò la carne di
Cristo: per cui non era decoroso che in seguito questo seno
verginale fosse violato da rapporti coniugali».
«Terzo, perché ciò compromette la dignità e la santità della
Madre di Dio: la quale si sarebbe dimostrata sommamente
ingrata se non si fosse accontentata di un Figlio così grande; e
se avesse voluto perdere spontaneamente con dei rapporti
coniugali la verginità che un miracolo le aveva conservata».
«Quarto, perché sarebbe da rimproverare a Giuseppe la massima
presunzione se egli avesse tentato di profanare colei che
aveva concepito Dio per opera dello Spirito Santo, come egli
sapeva per rivelazione angelica».
«Quindi dobbiamo affermare senza alcuna riserva che la
Madre di Dio, come vergine concepì e vergine partorì, così
anche dopo il parto rimase vergine per sempre» (S. Th., III, q. 28, a. 3).
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Dal primo e dal terzo argomento portato da S. Tommaso traspare
ancora una volta il raffronto fra la generazione eterna del Figlio e la
sua generazione temporale. Come l'Eterno Padre ha un unico Figlio,
nel quale esaurisce, per così dire, la sua fecondità, così la Madre
esaurisce, per così dire la sua fecondità dando alla luce Gesù, suo
unico figlio. E sarebbe veramente sconveniente pensare che ella non
si sia «accontentata» di un tale figlio.
Maria quindi è vergine perpetua. E qui viene spontaneo chiedersi
qual è il significato profondo di questa verginità.
Scrive Paolo VI nella Marialis Cultus (n. 37):
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«La scelta dello stato verginale da parte di Maria non fu un
atto di chiusura ad alcuno dei valori dello stato matrimoniale,
ma costituì una scelta coraggiosa, compiuta per consacrarsi
totalmente all'amore di Dio».
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Notiamo innanzitutto che con queste parole Paolo VI sembra
sottintendere che Maria Santissima avesse già scelto lo stato di verginità
prima del matrimonio, secondo l'interpretazione tradizionale
dell'espressione: «Non conosco uomo» (Lc 1,34). Comunque sia,
non vi è dubbio che Maria a un certo momento si è consacrata totalmente
a Dio nella verginità. Scrive ancora lo Schmaus: «Così ella fu
separata dal mondo per il suo compito di Madre del Messia. Ella è
chiamata da Dio a un compito decisivo nella storia della salvezza,
per cui appartiene pienamente a Dio. Come madre del bambino che
attuerà il piano salvifico di Dio, è consacrata a Dio. Ella (...) doveva
essere separata dalle forme mondane dell'esistenza. La sua vita verginale
serve così a esprimere che ella deve compiere una funzione
affidatale direttamente da Dio e che porta a lui. Ella non ha altro
compito nella sua vita (...). Ella è tutta presa e ripiena di questo
unico ufficio, poiché ne è afferrata nella sua parte più intima».
Eppure Maria è sposata. Il suo è stato un vero matrimonio? Senza
dubbio. S. Tommaso nella Somma, dopo avere affermato (III, q. 28, a. 4)
che Maria già prima del matrimonio si era consacrata a Dio nella
verginità, si domanda se fra Maria e Giuseppe ci sia stato un vero
matrimonio (q. 29, a. 2). E risponde così:
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«Il matrimonio o coniugio è detto vero quando raggiunge
la sua perfezione. Ma una cosa può avere due perfezioni.
La prima consiste nella forma che dà alla cosa la sua natura
specifica, la seconda invece consiste nell'operazione per cui la cosa raggiunge il suo fine. Ora, la forma del matrimonio consiste
nell'indivisibile unione degli animi, che obbliga ciascuno
dei coniugi a mantenersi perpetuamente fedele all'altro. Il fine
poi del matrimonio consiste nella generazione e nell'educazione
della prole: la prima mediante l'atto coniugale, la seconda
mediante le altre attività per mezzo delle quali il marito e la
moglie si aiutano a vicenda per nutrire la prole».
«Ora, rispetto alla prima perfezione il matrimonio tra la Vergine
Madre di Dio e S. Giuseppe fu verissimo, poiché ambedue
diedero il consenso all'unione coniugale; non invece espressamente
all'atto coniugale se non sotto la condizione: "Se piacesse
a Dio". Per cui anche l'Angelo chiama Maria sposa di
Giuseppe, dicendo a quest'ultimo (Mt 1,20): "Non temere di
prendere con te Maria, tua sposa". E S. Agostino (De nuptiis et
concup. 1,11) commenta: "Per la fedeltà già promessa nel
fidanzamento viene chiamata sposa la donna che Giuseppe
non aveva e non avrebbe sessualmente conosciuto"».
«Quanto invece alla seconda perfezione, che si ha mediante
l'atto del matrimonio, se ciò si riferisce al rapporto sessuale,
mediante il quale viene generata la prole, allora quel matrimonio
non fu consumato. Per cui osserva S. Ambrogio (in Lc 2,
su 1,26 s.): "Non ti meravigliare se la Scrittura chiama sposa
Maria: non è per toglierle la verginità, ma per attestare il legame
del matrimonio e la celebrazione delle nozze". - Tuttavia
tale matrimonio ebbe anche questa seconda perfezione quanto
all'educazione della prole. Scrive infatti S. Agostino (De nuptiis
et concup. 1, cc. 11, 12): "Tutti i beni del matrimonio si ebbero
nei genitori di Cristo: la prole, la fedeltà, il sacramento.
La prole sappiamo che è lo stesso Signore Gesù; la fedeltà, poiché
non vi fu adulterio; il sacramento, poiché non vi fu divorzio.
Vi mancò soltanto l'unione carnale"».
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A questo punto si presenta spontanea una riflessione. Questo matrimonio
verginale, che è quello che costituisce la Sacra Famiglia, non
può non essere il modello di tutti i matrimoni e di tutte le famiglie.
Non ovviamente nel senso che in tutte le famiglie si debba praticare
la continenza totale, ma certamente nel senso che si deve praticare la
castità coniugale, cioè l'osservanza della legge di Dio.
La verginità di Maria ha quindi molto da dire al nostro tempo:
è un richiamo alla virtù della castità, sia nella forma della consacrazione
verginale, sia nella forma della castità matrimoniale.
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