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Maria
nel Nuovo Testamento
S.
Paolo
Nello studio dei testi mariani del Nuovo Testamento procederemo
secondo l'ordine cronologico. Ora, il primo scritto del Nuovo
Testamento in cui si fa menzione della madre di Gesù è la lettera ai
Galati, scritta da S. Paolo secondo alcuni prima dell'anno 49, secondo
altri invece, più verosimilmente, verso l'anno 54. In ogni modo
qualche anno prima dei Vangeli. Sentiamo le parole dell'Apostolo (Gal 4,4-5):
«Quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio,
nato da donna, nato sotto la legge, per riscattare coloro che erano sotto
la legge, perché ricevessimo l'adozione a figli».
Il testo è variamente interpretato, sotto l'aspetto mariologico.
Alcuni autori cattolici vi vedono espressa la concezione verginale
(nato da donna), ma forse questo è andare oltre la prospettiva di
S. Paolo. Egli sembra esclusivamente voler sottolineare l'abbassamento
del Figlio di Dio, che diventa un uomo nato da donna. Naturalmente
la concezione verginale, anche se non è esplicitamente affermata,
non è però in alcun modo esclusa.
È interessante poi notare la struttura del testo, che è manifestamente
un chiasmo, cioè quella forma letteraria particolare che può
essere così indicata: a b b' a'. Il testo infatti può essere scritto così:
a - Dio mandò il suo Figlio,
b - nato da donna, nato sotto la legge,
b' - per riscattare coloro che erano sotto la legge,
a' - perché ricevessimo l'adozione a figli.
Con la lettera «a» si indica la figliolanza, con la lettera «b» la
legge, per cui il chiasmo può essere così esplicitato:
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a
(figliolanza)
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b'
(legge)
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b
(legge)
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a'
(figliolanza)
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In questa struttura sembra che l'espressione nato da donna sia un
di più, qualcosa che turba la linearità del procedimento. Non si può
allora pensare che se S. Paolo ha inserito questo inciso è perché esso
ha ai suoi occhi un'importanza particolare? Questa donna è Colei
che ha introdotto il Figlio di Dio nel mondo! L'Apostolo quindi,
anche a costo di guastare l'armonia del testo, ha voluto in ogni
modo farne menzione.
Possiamo allora capire le parole di G.
Söll: «Dal punto di vista
dogmatico l'enunciato di Gal 4,4 è il testo mariologicamente più
significativo del Nuovo Testamento, anche se la sua importanza non
fu pienamente avvertita da certi teologi di ieri e di oggi. Con Paolo ha
inizio l'aggancio della mariologia con la cristologia, proprio mediante
l'attestazione della divina maternità di Maria e la prima intuizione di
una considerazione storico-salvifica del suo significato».
S.
Marco
L'Evangelista S. Marco non tratta dei Vangeli dell'infanzia, quindi è
comprensibile che i suoi accenni a Maria siano limitati. Essi
infatti si riconducono a due soli episodi. Uno è riferito al capitolo
terzo (vv. 31-35), e l'altro al capitolo sesto (vv. 1-6).
Nel primo episodio Gesù sta parlando, quando arrivano la madre
e alcuni suoi parenti. L'annuncio del loro arrivo viene dato a Gesù,
il quale risponde che la sua famiglia è più vasta, e che ciò che conta
non è il sangue o la parentela, ma l'obbedienza alla volontà di Dio.
«Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli? Chi fa la volontà
di Dio è mio fratello, e sorella e madre» (vv. 33-35).
È chiaro che qui Gesù non vuole in alcun modo svalutare la grandezza di Maria.
Egli dice soltanto che tale grandezza va al di là dei
legami della carne e del sangue. Infatti la Beata Vergine più di ogni
altro aveva compiuto e compiva la volontà di Dio, e qui stava la sua
grandezza, più che nella maternità puramente biologica. In questo
senso spirituale ella era più veramente e più autenticamente madre.
Nell'altro testo i Nazaretani meravigliati e increduli si chiedono
riguardo a Gesù:
«Non è costui il carpentiere, il figlio di Maria?» (6,3).
(Per l'esattezza bisognerebbe tradurre: il figlio della Maria).
È interessante confrontare questa espressione con quella che
compare negli altri tre vangeli:
«Non è costui il figlio del carpentiere? Sua madre non si chiama
Maria?» (Mt 13,55).
«Non è costui il figlio di Giuseppe?» (Lc 4,22).
«Non è costui Gesù, il figlio di Giuseppe, di cui conosciamo il
padre e la madre?» (Gv 6,42).
La Bibbia di Gerusalemme fa notare: «Il carpentiere, e non
"il figlio del carpentiere"»; l'espressione di S. Marco fa più attenzione
alla nascita verginale di Gesù. Giustamente scrive D. Edwards: «Per il fatto che il suo Vangelo non comportava nessun racconto
dell'infanzia, Marco non poteva menzionare un uomo come padre di
Gesù senza dare l'impressione che questi era nato secondo le vie
ordinarie della natura. Oppure avrebbe dovuto introdurre nel suo
testo, ma con una difficile e maldestra digressione, una spiegazione
che lì sarebbe stata fuori posto».
S.
Matteo
L'Evangelista S. Matteo tratta degli avvenimenti dell'infanzia di
Gesù nei suoi primi due capitoli. Come scrive il Laurentin, l'idea
sottintesa è quella di una nuova creazione, una creazione secondo lo
Spirito, presente al di sopra delle acque in Gen 1,1.
Lo Spirito, prosegue il Laurentin, viene pure su Maria per la
nuova creazione in Mt 1,18 e 20. Questa doppia menzione dello
Spirito Santo su Maria acquista la sua portata in riferimento non
solo a Gen 1,1, ma anche ad altri testi. Tuttavia nei primi due capitoli
di S. Matteo la Vergine non ha nessun rilievo. È Giuseppe il personaggio
di primo piano. È lui che riceve il messaggio. Maria è soltanto
oggetto del concepimento per opera dello Spirito Santo. Matteo
non dice niente della parte attiva che essa ha potuto prendere a
questa manifestazione dello Spirito, né della sua grazia, né delle sue
virtù. Essa è soltanto il luogo del mistero che si riassume nel nome
dato al Messia: Emmanuele, Dio con noi.
Un punto caratteristico del Vangelo di S. Matteo è quello dell'atteggiamento
di Giuseppe di fronte al concepimento di Maria.
Secondo l'interpretazione tradizionale Maria non disse nulla al suo
sposo, affidandosi totalmente a Dio, e questi, appena venne a sapere
della sua gravidanza, si trovò in un grave dubbio su quello che
avrebbe dovuto fare. Ma oggi si fa sempre più consistente un'altra interpretazione. Maria avrebbe subito detto tutto a Giuseppe, e il
dubbio di quest'ultimo non avrebbe avuto per oggetto la natura del
concepimento di Maria, ma la propria idoneità ad accoglierla come
sua sposa. Il Laurentin scrive: «Il senso letterale sarebbe dunque
questo: Giuseppe non ha voluto prendere per moglie colei che era
stata l'oggetto di questo intervento miracoloso di Dio. Per questo
egli è giusto, e non lo sarebbe stato se il suo proposito fosse stato
di sottrarre alla legge una donna adultera. Allo scrupolo di Giuseppe
l'angelo risponde in termini che bisognerebbe tradurre così: "Non aver paura di prendere Maria per sposa... Difatti, sebbene
il bambino che ella ha concepito sia dallo Spinto Santo..., sei tu il chiamato
a dargli il nome di Gesù" (1,20-21)».
S.
Luca
S. Luca è l'evangelista che ci parla più diffusamente di Maria, e i
primi due capitoli del suo Vangelo sono di una straordinaria ricchezza,
soprattutto se vengono esaminati alla luce dei moltissimi riferimenti
all'Antico Testamento e nella prospettiva della storia della salvezza.
Noi siamo costretti a limitarci a un esame sintetico del testo.
Cercherò di mettere in luce i punti che più mi sembrano degni di
un'attenta considerazione.
L'ANNUNCIAZIONE
«Rallegrati piena di grazia: il Signore è con te» (1,28).
È il saluto dell'angelo a Maria, che più letteralmente dovrebbe
essere tradotto: «Rallegrati, o ricolma del favore divino (kecharitoméne),
il Signore è con te».
Queste parole richiamano immediatamente quelle del profeta
Sofonia (3,14-17), rivolte alla Figlia di Sion (simbolo di Israele), alla
quale è annunciata la liberazione, la venuta del Messia:
«Gioisci, figlia di Sion, esulta, Israele, e rallegrati con tutto il cuore,
figlia di Gerusalemme (...). Il Signore è re d'Israele nel tuo seno (...).
Il Signore tuo Dio è nel tuo seno, Salvatore potente».
L'espressione «nel tuo seno», o «nelle tue viscere» (in ebraico
bekirebék) ritornerà ancora nelle parole dell'angelo rivolte poco
dopo a Maria (v. 31):
«Concepirai nel tuo seno un figlio e lo darai alla luce».
Perché l'angelo non si limita a dire: «Concepirai un figlio e lo
darai alla luce», ma aggiunge pleonasticamente «nel tuo seno»?
Appunto per sottolineare il riferimento alla profezia di Sofonia, nella
quale compare per due volte questa espressione. Abbiamo qui un
indizio chiaro che quel bambino che sarà concepito nel seno di Maria
non sarà soltanto il Messia, ma Dio stesso. Torneremo fra poco
su questo punto.
«Allora Maria disse all'angelo:
"Come avverrà questo? Non conosco uomo"» (v. 34).
Queste parole della Vergine Maria, le prime che vengono riportate
nel Vangelo, hanno dato luogo a diverse interpretazioni, e la
discussione continua ancora oggi.
L'interpretazione tradizionale, almeno da S. Agostino in poi, vede
espresso in queste parole un proposito di verginità da parte di
Maria. Infatti Maria era già promessa sposa di Giuseppe. Che senso
allora potrebbe avere la sua risposta: «Non conosco uomo» (cioè
non ho rapporti con uomo) se non quello che non vuole avere in
futuro rapporti con Giuseppe?
Altri autori invece dicono che Maria voleva solo dire che in quel
momento non conosceva ancora Giuseppe, in quanto non era ancora
andata ad abitare con lui. Ma in questo caso le si sarebbe potuto
rispondere: «Non lo conosci adesso, ma lo conoscerai». Infatti l'angelo
dice: «Concepirai», al futuro.
Infine un'altra interpretazione si basa sulla profezia di Is 7,14: «Ecco,
la vergine concepirà». Maria avrebbe dunque inteso dire
così: «Come avverrà questo dal momento che, in base alla profezia
di Isaia, io dovrei rimanere vergine?». I punti deboli di questa interpretazione
sono che essa tira troppo la grammatica, oltre i limiti di
elasticità, e introduce dei presupposti estranei ai dati del testo.
Bisogna poi tenere presente che al tempo di Maria l'interpretazione
di almah nel senso di vergine non era affatto comune.
Il Laurentin conclude a questo punto, rispondendo a quanti ritengono
anacronistico un proposito di verginità da parte di Maria: «La pratica
della verginità era in uso presso gli esseni, e la troviamo
molto diffusa fin dalla prima generazione cristiana. Infine Maria
era spiritualmente in condizione di essere all'avanguardia di questa scoperta».
«Le rispose l'angelo:
"Lo Spirito Santo scenderà su di te e la potenza
dell'Altissimo ti coprirà con la sua ombra. Perciò colui che nascerà
santo sarà chiamato Figlio di Dio"» (v. 35).
Molti studiosi hanno visto nella prima parte di questo versetto
una stretta affinità con Esodo 40,34-35:
«Allora la nube coprì la tenda del convegno e la Gloria del Signore
riempì la dimora. Mosè non poté entrare nella tenda del convegno
perché la nube dimorava su di essa e la Gloria del Signore riempiva
la dimora».
Seguendo da vicino la trattazione di A.
Serra possiamo fare
corrispondere i due testi in questo modo:
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S.
Luca
Lo
Spirito Santo
che
è la Potenza dell'Altissimo
scende
- copre con la sua ombra
Maria.
Perciò
il grembo di lei
darà
vita
a
Uno che sarà chiamato
Santo-Figlio
di Dio.
|
 |
Esodo
La
nube (simbolo
della
presenza di Dio)
copre
- adombra
la
tenda del convegno.
Perciò
la Dimora
è
riempita
dalla
Gloria di Dio.
|
La forza del parallelismo, scrive P. Serra, sta qui: come la nube
che avvolge la tenda del convegno significa che l'interno della
Dimora è riempito dalla Gloria di Jahvé, così la Potenza dello
Spirito che scende e adombra Maria fa sì che il grembo di lei sia
riempito dalla presenza di un Essere che sarà Santo-Figlio di Dio.
L'aspetto più importante degli accostamenti sopra rilevati sta nell'equivalenza
fra «la Gloria di Jahvé» da una parte e gli appellativi
«Santo-Figlio di Dio» dall'altra. Detto in altre parole: il bambino
che dovrà nascere da Maria sarà di natura divina. Pertanto i titoli
«Santo» e «Figlio di Dio» sono da intendere nel loro senso pieno.
Alla fine il P. Serra cita S. Lyonnet: «Questa presenza divina che
aveva per il passato dimorato sul tabernacolo, riempita la dimora
tanto da proibirne a Mosè l'entrata, poi abitato il tempio di
Gerusalemme, o più esattamente la parte più segreta di questo tempio,
il Santo dei Santi, questa presenza che doveva infine consacrare il tempio simbolico dell'era messianica, ecco che l'angelo Gabriele
annuncia a Maria che sta per realizzarsi e quasi attualizzarsi nel suo
seno, trasformando questo seno verginale in un santuario, un Santo
dei Santi vivente; questa presenza divina che ella dalla sua infanzia
aveva imparato a venerare in un solo luogo della terra, là dove solo il
sommo sacerdote entrava una volta all'anno nel gran giorno dell'espiazione,
l'angelo Gabriele le insegna oggi che deve ormai adorarla in se stessa!».
L'ultima parte del versetto 35, nella versione che abbiamo riportato,
offre un fondamento solido alla tesi del P. Ignazio de la Potterie
che vi vede indicata la verginità nel parto. Secondo questo Autore
infatti l'aggettivo «santo» qualifica la nascita. Il «nascere santo»
implica l'assenza di contaminazione e, più in concreto, della contaminazione
dell'effusione del sangue che rende impura la donna (cf. Lv 12,2.5.18-19).
Così quando l'angelo dice che il bambino
«nascerà santo» indica che il parto sarà verginale.
«Ecco la serva del Signore: avvenga di me secondo la tua parola» (v. 38).
Queste parole della Beata Vergine sono commentate con chiarezza
e profondità da Bastero de Eleizalde nel modo seguente. Egli
distingue due parti:
a) «Ecco la serva del Signore». Questa frase costituisce la definizione
che Maria dà di se stessa. È il terzo nome che questa narrazione
attribuisce alla Vergine. Il primo le fu imposto dagli uomini
(Maria), il secondo le fu assegnato da Dio (Piena di grazia), il terzo
fu scelto da lei stessa ed è quello da lei preferito (Serva del Signore).
Questo nome ha un chiaro sapore veterotestamentario: Anna, madre
di Samuele, si denomina «la serva del Signore» (cf. 1 Sam 1,11),
e lo stesso fa Ester (4,17); ugualmente Mosè (cf. Gs 14,7), Giosuè
(cf. Gs 24,29), Davide (cf. 1 Re 8,26) sono tutti «servi del Signore»;
e in un modo collettivo Israele è, per eccellenza, il servo del Signore (cf. Ne 1,6).
Sotto questa forma Maria si associa agli anawim o poveri di Jahvé,
che appartenendo a Lui ricevono la sua protezione e assistenza.
b) «Avvenga di me secondo la tua parola». Maria, la serva del
Signore, accetta la parola di Jahvé, cooperando positivamente e in
una forma immediata all'opera di Dio enunciata dall'angelo. Maria
dice un sì libero e cosciente al concepimento umano del Figlio di
Dio. Qui si radica la grandezza del fiat di Maria, che fu essenzialmente
un atto di fede e di obbedienza, che colloca la Beata Vergine
nel cuore stesso della storia della salvezza.
LA VISITAZIONE
Nell'episodio della Visitazione balza agli occhi l'accostamento
che S. Luca fa tra Maria e l'Arca dell'Alleanza (cf. 2 Sam 6,1-11;
1 Cr 15,3-16). L'Arca e Maria salgono attraverso il paese di
Giuda: nel primo caso c'è la gioia del popolo, nel secondo c'è la
gioia di Elisabetta. Nel primo c'è l'esultanza di Davide, nel secondo
c'è l'esultanza del Battista. Davide esclama: «Come potrà venire a
me l'arca del Signore?» (2 Sam 6,9). Elisabetta esclama: «A che
debbo che la Madre del mio Signore venga a me?» (Lc 2,43). L'arca
del Signore rimase tre mesi in casa di Obed-Edom (2 Sam 6,11).
Maria rimase tre mesi in casa di Elisabetta (Lc 2,56).
Da tutto ciò appare chiaro che S. Luca considera Maria come la
vera Arca dell'Alleanza, poiché ella racchiude nel suo grembo il vero
Figlio di Dio. Si può quindi dire che l'Arca è una prefigurazione di
Maria, secondo il senso tipico.
Di conseguenza, «se l'arca era sede misteriosa di Dio, il grembo
di Maria fu sede fisica del Dio incarnato. Se, per questo, l'arca,
costruita con legno incorruttibile, era degna della massima
venerazione - e bene fece Davide preoccupandosi di portarla in seno al
popolo di Israele nel modo più degno - similmente fu cosa degna
che il corpo di Maria, preservato dalla corruzione, fosse trasferito
nella città celeste, fra il gaudio degli angeli e dei beati». Per questo
nella Messa della Vigilia dell'Assunzione viene presentato il Libro
delle Cronache, citato sopra.
Vediamo adesso di analizzare alcuni punti della narrazione evangelica
della Visitazione. Quando Elisabetta ebbe udito il saluto di
Maria, che la visitava, ripiena di Spirito Santo
«esclamò a gran voce:
"Benedetta tu fra le donne e benedetto il
frutto del tuo grembo!"» (v. 42).
Qui, fra le tante cose che si possono notare, possiamo osservare
col Laurentin che, se non si trattasse di un testo ispirato, potremmo
vedere il cristocentrismo in difetto. La benedizione del Figlio
infatti non dovrebbe venire prima di quella della Madre? E così
pure quando subito dopo Elisabetta si meraviglierà per la visita della
Madre del Signore, non sarebbe stato più ovvio che si meravigliasse
della visita del Signore, più che di quella della Madre? E ancora
quando dirà che il bambino ha esultato nel suo grembo alla voce del
saluto di Maria, non sarebbe stato meglio riferirsi piuttosto all'azione
di Gesù racchiuso nel grembo materno? Questa esaltazione di
Maria, naturalmente sempre nella luce di Gesù, è uno dei motivi
dominanti del primo capitolo di S. Luca.
«A che debbo che la madre del mio Signore venga a me?» (v. 43).
Questo testo è fondamentale per quanto riguarda la base biblica
dell'appellativo «Madre di Dio» dato alla Vergine. Infatti si può
facilmente dimostrare che qui il termine Signore non è soltanto
regale e messianico, ma indica Dio, Jahvé. «Madre del Signore»
è quindi equivalente a «Madre di Dio».
«E beata colei che ha creduto nell'adempimento delle parole del
Signore» (v. 45).
È la prima beatitudine del Vangelo: la beatitudine della fede!
Ed è rivolta a Maria, la prima credente cristiana.
Passiamo adesso a esaminare alcuni aspetti del Magnificat, il cantico
di Maria (vv. 46-55). Scrive S. Zedda, esaminando il cantico nel
suo insieme: «Lo sguardo della fede fa vedere a Maria Dio come
padrone e guida della storia della salvezza; le fa comprendere le linee
del modo in cui Dio dirige gli avvenimenti: egli mette da parte i
potenti della terra e innalza quelli che non contano, l'umile gente,
i poveri, tra cui ella vede se stessa: ha guardato all'umile condizione
della sua serva; grandi cose ha fatto per me l'Onnipotente. Nel
Magnificat c'è veramente la creatura che "si gloria di Dio solo",
secondo l'espressione con cui S. Paolo riassume la spiritualità di fede di
Abramo, dei profeti, dei salmisti e dei credenti del Nuovo Testamento
(cf. Rm 3,27; 4,1-8; 1 Cor 1,29-31; 2 Cor 10,17; Ef 2,9)».
«Ha spiegato la potenza del suo braccio,
ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore;
ha rovesciato i potenti dai troni,
ha innalzato gli umili;
ha ricolmato di beni gli affamati,
ha rimandato i ricchi a mani vuote» (vv. 51-53).
Qual è il senso esatto di queste parole? Se noi ci guardiamo attorno
vediamo che anche oggi nel mondo, il più delle volte, i ricchi
dominano con prepotenza e i poveri e gli umili vengono oppressi.
In che senso dunque la Beata Vergine ha detto che la situazione è capovolta?
Dobbiamo portarci su un piano di fede. Con la venuta in mezzo a
noi del Figlio di Dio ci sono dati dei beni immensurabili sul piano
della grazia. Siamo divenuti ricchi davanti a Dio, anche se siamo poveri
di beni materiali. Anzi, questi doni vengono dati ai poveri: «Beati
voi, che siete poveri, perché vostro è il regno di Dio» (Lc 6,20). I ricchi
invece non accolgono i doni di Dio, e conservano solo le loro ricchezze
materiali. Ma che cosa sono queste ricchezze materiali in confronto
a quelle spirituali? Quasi nulla. Per cui la situazione è capovolta:
i poveri sono diventati ricchi e i ricchi sono diventati poveri.
Concludiamo questo breve esame del Magnificat con le belle parole
di Paolo VI: «Questo canto è la preghiera per eccellenza di Maria, il
canto per eccellenza dei tempi messianici, nel quale confluiscono l'esultanza
dell'Antico e del Nuovo Israele, poiché - come sembra suggerire
Sant'Ireneo - nel cantico di Maria confluì il tripudio di Abramo
che presentiva il Messia (cf. Gv 8,56) e risuonò, profeticamente anticipata,
la voce della Chiesa (...). Infatti il cantico della Vergine, dilatandosi,
è divenuto preghiera di tutta la Chiesa in tutti i tempi».
LA NASCITA DI GESÙ
Dalle pagine di S. Luca (2,1-19) risulta che il ruolo di Maria è
molto attivo. È lei che dà il bambino alla luce. Scrive bene il
Feuillet: «Questo Salvatore, che è la buona novella escatologica,
viene scoperto per la prima volta dagli uomini come legato in qualche
modo a Maria e inseparabile da lei; il ruolo attivo è esercitato da lei:
è Maria che avvolge in panni e adagia in un presepio il Salvatore che
i pastori riconoscono da questo segno; così, dunque, è innanzitutto
per il tramite di Maria che viene offerta al mondo la sorgente della
gioia e della pace».
«Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo
depose in una mangiatoia» (v. 7).
È chiaro che primogenito significa solo che Maria prima non
aveva avuto altri figli (da cui gli obblighi legali relativi al primo
nato). Ma quello che ora più ci interessa è il fatto che molti studiosi
antichi e moderni hanno visto nelle parole di S. Luca un delicato
accenno al parto verginale e miracoloso. È la madre stessa che dà
alla luce il figlio senza l'aiuto di alcuno, è lei che subito lo accudisce,
con la massima naturalezza e semplicità. Come poteva trattarsi di un parto normale?
Dopo la visita dei pastori leggiamo che
«Maria, da parte sua, custodiva tutti
questi fatti, meditandoli nel
suo cuore» (v. 19).
Maria ci appare qui come maestra di contemplazione. Il verbo
«meditare» infatti traduce il verbo greco symballo, che significa mettere
a confronto. La Beata Vergine quindi metteva a confronto le
parole che aveva sentito e le cose che aveva visto, penetrando sempre
più nel mistero da cui era avvolta.
LA PRESENTAZIONE AL TEMPIO
Maria e Giuseppe si recano al tempio per offrire il bambino al
Signore, secondo la prescrizione legale. Qui incontrano un uomo
ripieno di Spirito Santo, Simeone, che si rivolge a Maria dicendo:
«Egli è qui per la rovina e la risurrezione di molti in Israele, e come
segno di contraddizione - e anche a te una spada trafiggerà l'anima - affinché
siano svelati i pensieri di molti cuori» (vv. 34-35).
Simeone si riferisce qui a due soggetti diversi, prima al bambino
e poi alla madre. Il bambino sarà segno di contraddizione poiché
alcuni lo accetteranno e altri lo rifiuteranno. La madre sarà trafitta
dalla spada del dolore, in quanto associata al destino del figlio.
«Simeone contempla come un unico martirio la passione di Gesù e
la compassione della madre. L'annuncio della compassione di Maria
è per Simeone, innanzitutto, una maniera velata di predire la passione del
suo figlio, poiché è evidente che l'oggetto principale di questa
profezia è il destino crudele del Messia».
Paolo VI fa sua questa interpretazione nella Marialis Cultus.
Commentando questo episodio egli chiama Maria «la Vergine offerente»,
e scrive: «Mistero di salvezza, dunque, che nei suoi vari
aspetti orienta l'episodio della presentazione al tempio verso l'evento
salvifico della croce. Ma la Chiesa stessa, soprattutto a partire dai
secoli del Medioevo, ha intuito nel cuore della Vergine, che porta il
Figlio a Gerusalemme per presentarlo al Signore, una volontà oblativa
che superava il senso ordinario del rito. Di tale intuizione abbiamo
testimonianza nell'affettuosa apostrofe di S. Bernardo: "Offri il
tuo Figlio, o Vergine santa, e presenta al Signore il frutto benedetto
del tuo seno. Offri per la riconciliazione di noi tutti la vittima santa,
a Dio gradita"».
IL RITROVAMENTO DI GESÙ FRA I DOTTORI DEL TEMPIO
Durante il pellegrinaggio annuale a Gerusalemme Gesù, all'età di
dodici anni, rimane nel tempio all'insaputa dei genitori, i quali lo
cercano angosciati per tre giorni (2,41 ss.). Alla fine lo trovano fra i
dottori del tempio, mentre li ascoltava e li interrogava, e i dottori
ammiravano la sua intelligenza e le sue risposte.
«Al vederlo rimasero stupiti e sua madre gli disse:
"Figlio, perché
ci hai fatto questo? Ecco, tuo padre e io, angosciati, ti cercavamo".
Ed egli rispose: "Perché mi cercavate? Non sapevate che io debbo stare
presso il Padre mio?". Ma essi non compresero ciò che aveva detto
loro» (vv. 48-49).
L'espressione di Maria: «Figlio, perché ci hai fatto questo?» non
è in alcun modo un rimprovero, ma solo la domanda di una madre
angosciata di fronte a un fatto per lei incomprensibile.
La risposta di Gesù fa presente il suo obbligo di dare una priorità
assoluta al suo «stare presso il Padre», superando i legami della famiglia
terrena. Maria e Giuseppe fanno fatica a entrare in questa nuova
prospettiva di distacco. In questo senso «non comprendono».
«Scese dunque con loro e venne a Nazaret e stava loro sottomesso.
Sua madre custodiva tutti questi fatti nel suo cuore» (v. 51).
L'ultimo accenno a Maria nel Vangelo dell'infanzia di S. Luca è
ancora un riferimento alla sua vita interiore di profonda contemplazione,
come già abbiamo visto esaminando il versetto 19.
L'ELOGIO DELLA DONNA DEL POPOLO
Al di fuori del Vangelo dell'infanzia S. Luca fa riferimento a
Maria soltanto in un episodio della vita pubblica di Gesù:
«Mentre diceva
questo, una donna in mezzo alla folla alzò la voce e
disse: "Beato il grembo che ti ha portato e il seno che ti ha allattato!".
Ma egli disse: "Beati piuttosto coloro che ascoltano la parola di Dio
e la osservano!"» (11,27-28).
Il testo non è per nulla antimariano, poiché Gesù
vuol dire
soltanto che bisogna mettersi al di sopra di una prospettiva puramente
umana e biologica. La grandezza di Maria sta nell'essere stata all'altezza
della sua vocazione, nell'avere ascoltato per prima la parola di
Dio (1,28-38) e nell'averla conservata nel suo cuore (2,19.51).
LA PENTECOSTE
«Entrati in città, salirono al piano superiore del luogo dove si riunivano.
C'erano Pietro e Giovanni, Giacomo e Andrea, Filippo e
Tommaso, Bartolomeo e Matteo, Giacomo figlio di Alfeo, Simone lo
Zelota e Giuda figlio di Giacomo. Tutti questi erano assidui e concordi
nella preghiera, insieme con alcune donne e con Maria, la madre di
Gesù, e con i fratelli di lui» (At 1,13-14).
È questo l'unico accenno a Maria nell'opera lucana degli Atti
degli Apostoli. Maria appare al centro della Chiesa primitiva, «implorante
con le sue preghiere il dono dello Spirito, che l'aveva già adombrata
nell'Annunciazione» (Lumen Gentium 59). Paolo VI parla di
una sua «presenza orante (...) nella Chiesa nascente e nella Chiesa di
ogni tempo». Bellissime poi sono le parole di Giovanni Paolo II a
proposito del terzo mistero glorioso del Rosario, che è appunto la
Pentecoste: «Al centro del percorso di gloria del Figlio e della
Madre il Rosario pone, nel terzo mistero glorioso, la Pentecoste, che
mostra il volto della Chiesa quale famiglia riunita con Maria, ravvivata
dall'effusione dello Spirito, pronta per la missione evangelizzatrice.
La contemplazione di questo, come degli altri misteri gloriosi,
deve portare i credenti a prendere coscienza sempre più viva della
loro esistenza nuova in Cristo, all'interno della realtà della Chiesa,
un'esistenza di cui la Pentecoste costituisce la grande "icona"».
S.
Giovanni
IL PROLOGO
L'evangelista S. Giovanni parla esplicitamente di Maria in due
testi fondamentali, quello delle nozze di Cana e quello di Maria
sotto la croce. Tuttavia si potrebbe aggiungere anche un terzo testo
indirettamente mariano, se si legge Gv 1,13 al singolare. Cominciamo
quindi con l'esame di questo versetto. Letto al singolare il testo suona così:
«A
quanti però lo hanno accolto ha dato il potere di diventare figli
di Dio, a quelli che credono nel suo nome: lui che non da sangue, né
da volere di carne, né da volere di uomo, ma da Dio è stato generato» (vv.
12-13).
Come è ben noto, la traduzione al plurale suona invece: «... a
quelli che credono nel suo nome, i quali non da sangue, né da volere
di carne, né da volere di uomo, ma da Dio sono stati generati».
Dal punto di vista della critica testuale, afferma il P. Serra, la lezione
al plurale è attestata da tutti i manoscritti greci, i più antichi
dei quali però non risalgono a oltre il IV secolo, e da altre testimonianze
del III secolo. Geograficamente tali testimonianze si concentrano
tutte attorno all'area di Alessandria d'Egitto, nella regione del Nilo.
La lezione al singolare, benché goda di una documentazione
assai inferiore per numero, risulta tuttavia essere la più antica e la
più diffusa dal punto di vista geografico. Essa infatti appare negli
scritti patristici del II secolo e degli inizi del III, ed è dislocata in
tutta l'area del Mediterraneo. E si possono anche trovare delle ragioni
assai plausibili del passaggio dalla lettura al singolare a quella al
plurale. Per cui il P. Serra può concludere: «La lettura al singolare di Gv 1,13
ha seri fondamenti nella trasmissione testuale. In aggiunta,
essa trova un riscontro sorprendente in 1 Gv 5,18, dove l'evangelista
afferma: "Sappiamo che chiunque è nato da Dio non pecca più,
ma il Generato da Dio lo custodisce...". Secondo questa lezione
(che ha il conforto dei codici sicuramente più autorevoli), Gesù è "il generato da
Dio": definizione che ben si armonizza con Gv 1,13
nella variante al singolare ("da Dio è stato generato")».
Qualora dunque si legga questo versetto al singolare, una delle
conseguenze più ovvie è che il Verbo prese carne nel grembo di Maria
non dal sangue (letteralmente: dai sangui), né da volere di carne, né
da volere di uomo, ma generato da Dio. Scrive ancora il P. Serra: «Nel processo
dell'incarnazione non ebbe gioco alcun desiderio-istinto
sessuale ("né da volere di carne") da parte dell'uomo ("né da
volere di uomo"). L'unica paternità a riguardo di Gesù fu quella di
Dio ("ma da Dio è stato generato"). Nell'ordine della carne Cristo
ha una madre (cf. v. 14), non un padre terreno. Dio solo è suo
Padre. Egli è "Figlio del Padre" (2 Gv 3), è il suo "Unigenito"
(Gv 1,14.18)». È quindi affermata la concezione verginale.
Consideriamo adesso, sempre nello stesso versetto 1,13 letto
al singolare, l'espressione «non da sangue». Essa letteralmente
dovrebbe essere tradotta «non dai sangui». Perché questo plurale? Il
P. de la Potterie afferma che il plurale «sangui» secondo la tradizione
giudaica indicava la perdita di sangue a cui andava naturalmente
soggetta la donna al momento di partorire. Tale perdita rendeva
impura la donna. Secondo l'evangelista S. Giovanni quindi
Gesù sarebbe nato «non dai sangui» nel senso che Maria avrebbe
dato alla luce il Verbo incarnato con un parto verginale e indolore,
non accompagnato da spargimento di sangue.
LE NOZZE DI CANA
Si ritiene comunemente che S. Luca sia per eccellenza «l'evangelista
di Maria», e senza dubbio vi sono buone ragioni per affermarlo.
Tuttavia, esaminando bene le cose, «si può dire con sicurezza che il
Vangelo di S. Giovanni è ancora più mariano di quello di S. Luca».
È vero che il nome «Maria» non vi si trova neppure una volta (mentre
nel Vangelo di S. Luca appare dodici volte), tuttavia la duplice menzione
della presenza della Madre di Gesù alle nozze di Cana e sotto la
croce è della più grande importanza nella storia della salvezza.
Bisogna tenere presente infatti che Maria non si è limitata a comunicare
a S. Giovanni questo o quel particolare riguardante l'infanzia di
Gesù, come sembra aver fatto con S. Luca (cf. Lc 2,19.51). Vivendo
con Giovanni in una stretta e prolungata intimità (cf. Gv 19,27), ella
ha dovuto esercitare, più col suo silenzio che con le sue parole, un'influenza
profonda sulla maniera di giudicare, di sentire, di scrivere di
Giovanni. Del resto non fa meraviglia che colui che è il teologo dell'incarnazione
sia anche il teologo della Madre del Verbo incarnato.
I Semiti hanno un debole per quel procedimento letterario
denominato «inclusione» (inclusio), che consiste nell'impiegare all'inizio
e alla fine di un periodo la stessa espressione. Così ad esempio il
salmo 8 inizia e si conclude con le parole: «o Signore nostro Dio,
quanto è grande il tuo nome su tutta la terra!». Ora, tutto il Vangelo
di S. Giovanni appare «mariano» a causa di un'amplissima inclusio:
alla Madre di Gesù è assegnato un posto d'onore tanto all'inizio del
ministero pubblico di Gesù (a Cana), quanto alla fine (sul Calvario).
Le due pericopi riguardanti la presenza di Maria alle nozze di Cana
(2,1-11) e sotto la croce del Figlio (19,25-27) formano come la cornice
di questo Vangelo, e gli conferiscono una struttura solida e simmetrica.
Notiamo anche la corrispondenza fra le espressioni «c'era
la madre di Gesù» (2,1) e «stava presso la croce di Gesù sua
madre»; così pure in entrambe le situazioni Gesù chiama la madre
«donna» (2,4 e 19,26); mentre a Cana si ha il primo segno (2,11),
sul Calvario «tutto è compiuto» (19,30).
La pagina evangelica delle nozze di Cana ha dato luogo a svariate
e ricchissime interpretazioni, che trovano nel testo una grande
abbondanza di riferimenti simbolici. Ma è bene non dimenticare
anche il senso storico immediato, che ci permette di conoscere
meglio la figura di Maria. È da questo punto di vista che esamineremo
il nostro brano.
Il senso della pagina evangelica è innanzitutto cristologico, come
risulta dall'affermazione conclusiva: «Questo fu, a Cana di Galilea,
l'inizio dei segni compiuti da Gesù: egli manifestò la sua gloria e i
suoi discepoli credettero in lui» (2,11). Tuttavia il ruolo di Maria è
fondamentale. Essa è menzionata prima di Gesù (2,1), e con tutta
probabilità Gesù venne invitato con i suoi discepoli proprio perché
c'era sua madre, verosimilmente amica della famiglia degli sposi.
S. Tommaso pensa persino che fu chiesto a Maria se bisognava invitare Gesù.
A un certo punto viene a mancare il vino, e Maria dice rivolta a
Gesù: «Non hanno vino». Si noti l'espressione: la Beata Vergine non
dice: «Non c'è vino», ma: «Non hanno vino». Ciò che la preoccupa
non è il fatto che la festa venga rovinata, ma che gli sposi vedano
guastato quello che dovrebbe essere il più bel giorno della loro vita.
Scrive il P. Spicq: «S. Giovanni in questo modo rivela non solo il
dono di osservanza della madre di Gesù, la sua attenzione ai dettagli
materiali, ma soprattutto la delicatezza del suo cuore e la sua innata
compassione (...). Mentre secondo i Vangeli sinottici la maggior
parte dei miracoli di Gesù sono provocati dalla sua pietà per gli infelici,
per cui il Maestro è "commosso nelle viscere", qui si potrebbe
dire che egli impara da sua Madre a commuoversi; in ogni caso è la
compassione di Maria che è stata all'origine del primo fra tutti i "segni" di Gesù».
A proposito poi della richiesta di un miracolo implicita nelle
parole di Maria il P. Spicq continua: «Questa sicurezza nel domandare
un'azione prodigiosa presuppone che Maria sappia ciò che suo
Figlio può fare. Ciò implica tutto quello che noi conosciamo attraverso
i Vangeli dell'infanzia di Matteo e Luca. C'è, nel cuore della
Madre, al tempo stesso il risveglio dei ricordi di quei fatti meravigliosi
che accompagnarono il concepimento e la nascita del suo
Figlio - "conservando queste cose nel suo cuore e meditandole"
(Lc 2,19.51) non era nell'ignoranza del mistero dell'incarnazione - e
la costatazione del fatto che i primi discepoli si erano raggruppati
intorno a Gesù, che l'aveva lasciata per cominciare il suo ministero
pubblico. La sua opera è dunque inaugurata. Non è forse venuta
l'ora per mettere in opera il suo credito divino, e precisamente per
aiutare delle persone care, di condizioni modeste, che stanno per
essere sommerse dalla confusione per questo imprevisto incidente
che comprometteva la loro ospitalità?».
«Gesù le rispose:
"Donna, che vuoi da me? Non è ancora giunta
la mia ora"» (v. 4).
Questa nuova traduzione della CEI della risposta di Gesù è
molto pertinente, e rende bene il senso. Il Signore vuol dire che non
è ancora giunto il momento di manifestarsi come taumaturgo e Re-Messia,
e per questo sembra declinare l'invito fattogli dalla Madre.
Tuttavia la Beata Vergine non si dà per vinta, e dice ai servitori:
«Qualsiasi
cosa vi dirà, fatela» (v. 5).
Sentiamo ancora il P. Spicq: «Se la risposa di Gesù fosse stata un
rifiuto, la Santa Vergine avrebbe compreso e obbedito (...). Ma ella
sembra contare sul miracolo. È una madre che conosce il cuore di
suo figlio. Più attenta forse al suono della sua voce, allo sguardo,
all'accento delle parole che al loro senso materiale, ella è persuasa
che egli saprà conciliare il suo dovere col desiderio di piacerle (...).
Sembra facile ricostruire qui la psicologia della Vergine. Ella ha e
conserva la confidenza anche quando ha ben compreso le obiezioni
di suo Figlio. Ma dice dentro di sé: "Che la tua ora non sia ancora
giunta è possibile; ma per il mio umile intervento e la mia preghiera
al Padre sono sicura che sta per arrivare". C'è la sicurezza straordinaria
della Madre di Dio nel suo intervento personale capace di
modificare l'ordine previsto dal piano divino (...). O meglio: l'intercessione
di Maria è prevista dal Padre che ne tiene conto nella determinazione
dei tempi favorevoli e delle epoche della salvezza (...).
Così Maria vince la sua causa e ottiene per Gesù il permesso di operare
il miracolo». E il miracolo clamoroso provoca la fede dei
discepoli, i quali «credettero in lui» che aveva così «manifestato la
sua gloria» (2,11). Si tratta della «gloria come dell'Unigenito dal
Padre, pieno di grazia e di verità» (1,14). Questa gloria del Verbo
incarnato fu manifestata per la prima volta grazie all'intervento di
sua Madre.
MARIA SOTTO LA CROCE
«Stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre,
Maria di Cleofa e Maria di Magdala. Gesù allora, vedendo la madre e
accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: "Donna,
ecco tuo figlio!". Poi disse al discepolo: "Ecco tua madre!".
E da quell'ora il discepolo la prese con sé» (19,25-27).
È questo l'altro grande testo mariano
del Vangelo di S. Giovanni.
La presenza di Maria sotto la croce rappresenta il punto culminante
della sua associazione alla missione salvifica di Cristo, nel modo
descritto dalla Lumen Gentium (n. 58), secondo cui Maria fu presente
sotto la croce non senza un disegno divino, «soffrendo profondamente
col suo Unigenito e associandosi con animo materno al
sacrificio di Lui, amorosamente consenziente all'immolazione della
vittima da lei generata». La passione di Gesù diventa in Maria una
com-passione. Commentando questi versetti la Bibbia di Gerusalemme
si colloca nella prospettiva giusta. Leggiamo infatti: «Il contesto
scritturistico (vv. 24, 28, 36, 37) e il carattere singolare dell'appellativo
"donna"
sembrano indicare che l'evangelista vede qui un
atto che supera la semplice pietà filiale: la proclamazione della
maternità spirituale di Maria, nuova Eva, ai credenti rappresentati
dal discepolo prediletto (cf. 15,10-15)».
Innanzitutto ci colpisce l'appellativo «donna» con cui Gesù si
rivolge alla Madre. Esso indica che Maria è chiamata a svolgere un
ruolo che supera il semplice rapporto privato madre-figlio, e che si
colloca nel cuore della storia della salvezza. La parola, già usata da
Gesù alle nozze di Cana (2,4), richiama la donna di Genesi 3,15,
che schiaccerà la testa al serpente, e richiama anche la donna del
capitolo 12 dell'Apocalisse, che lotta contro il serpente antico (v. 9).
Così possiamo notare che questa donna misteriosa compare, secondo
una grandiosa «inclusione», all'inizio e alla fine della Bibbia, e
all'inizio e alla fine del Vangelo di S. Giovanni, l'ultimo e il più spirituale
dei Vangeli.
Possiamo contemplare la scena. Sul Calvario è presente Gesù,
nuovo Adamo, e Maria, nuova Eva. In mezzo sta la nuova Umanità,
rappresentata da Giovanni. Gesù si rivolge a Maria e le dice: «Donna,
ecco tuo figlio». Possiamo immaginare che Maria abbia manifestato
il suo assenso, con uno sguardo o con un cenno del capo. Allora
Gesù, dopo l'assenso di Maria, si rivolge a Giovanni e gli dice:
«Ecco tua madre». Abbiamo qui qualcosa di simile alla scena dell'Annunciazione,
dove ci fu la proposta dell'angelo, il consenso di
Maria, il risultato: «e il Verbo si fece carne». Sul Calvario abbiamo la
proposta di Gesù, il consenso di Maria, il risultato: «la dichiarata
maternità spirituale di Maria verso Giovanni, che rappresenta tutti i
credenti». «E da quell'ora il discepolo la prese con sé», cioè non
soltanto la prese nella sua casa, ma anche la fece entrare nella sua
vita. In questo momento nascono il culto e la devozione mariana.
Cioè contemporaneamente alla Chiesa, sul Calvario.
LA DONNA DELL'APOCALISSE
Il Nuovo Testamento si conclude con il misterioso libro dell'Apocalisse,
nel quale si torna a parlare della donna di Gen 3,15.
Infatti il testo di S. Giovanni richiama sotto molti aspetti questa
donna e la sua lotta con il serpente (cf. Ap 12,9: «Il grande drago, il serpente antico»).
L'interpretazione di questa pagina giovannea non trova concordi
gli studiosi. Chi è la donna di cui si parla? Le risposte sono così riassunte
da Bastero de Eleizalde:
1. Alcuni ammettono un doppio senso letterale nel testo. Per costoro
tanto Maria quanto la Chiesa rientrano in questo senso.
2. Altri sostengono che Maria è indicata secondo il senso letterale,
e la Chiesa in senso tipico.
3. Alcuni affermano che la donna è la Chiesa in senso letterale
primario e Maria in senso letterale secondario.
4. Altri ancora dicono che si tratta della Chiesa in senso esplicito
e di Maria in senso implicito.
Forse, mi pare, la soluzione migliore sta nel dire che nell'immagine
della donna si sovrappongono in realtà tre figure - ciò può accadere
in una visione, come è quella dell'Apocalisse -.
Le tre figure sono quelle di Eva, di Maria e della Chiesa (soprattutto
la Chiesa dell'Antico Testamento).
Alcuni tratti dell'immagine della donna si adattano a una figura
ma non a un'altra, come ad esempio le doglie e il travaglio del parto
non si addicono al parto di Betlemme.
Scrive A. George: «Abbiamo dunque tre immagini sovrapposte:
Eva, Maria, la Chiesa. La Chiesa, Popolo di Dio, è in primo piano.
Però, dal punto di vista mariano, ciò significa che si vede in Maria
colei che incarna e che rappresenta per eccellenza il Popolo di Dio,
la fraternità di tutti i discepoli di Gesù».
Possiamo dunque vedere, come fa la Liturgia nella festa dell'Assunzione,
nella «donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi e
sul capo una corona di dodici stelle», la Vergine Maria, la Donna già
profeticamente adombrata all'inizio della Sacra Scrittura (Gen 3,15).
Conclusione
Penso che possiamo concludere facendo nostre alcune affermazioni
del P. A. Serra nella sua ampia e dotta trattazione alla voce
«Bibbia» del Nuovo Dizionario di Mariologia: «Se guardiamo alla
quantità, sono relativamente poco numerosi i brani che parlano di
Maria. Ma il "poco" della quantità cede al "molto" della qualità.
Frasi apparentemente scarne e asciutte, versetti o incisi che uno giudicherebbe
del tutto marginali a prima vista, convogliano invece tradizioni
plurime. Esse allungano le radici nell'Antico Testamento;
passano quindi attraverso l'area del giudaismo chiamato "intertestamentario"
assumendo non di rado sensi parzialmente nuovi; sfociano
infine nel Nuovo Testamento, secondo angolazioni proprie alla
prospettiva teologica di ciascun autore».
«Si giunge, per questa via, a una gioiosa costatazione. Le pericopi
mariane, con le rispettive unità che le compongono, appaiono come
tessere di un mosaico più vasto. Fin dall'Antico Testamento la figura
e la missione di Maria sono avvolte dalla penombra degli oracoli
profetici e delle istituzioni di Israele. Alle soglie del Nuovo Testamento
ella sorge all'orizzonte della storia salvifica come sintesi ideale
dell'antico Popolo di Dio (cf. l'immagine della Figlia di Sion) e
come madre del Cristo Messia. Poi, a mano a mano che Cristo, "sole
di giustizia" (cf. Ml 3,20), avanza sul firmamento dell'alleanza
nuova, Maria ne segue la traiettoria come serva e discepola del suo
Signore, in un crescendo di fede. Al punto culminante, che è il
mistero pasquale, Cristo fa di sua madre la "madre" di tutti i suoi
discepoli di ogni tempo. Da quell'"ora" la Chiesa apprende che
Maria appartiene ai valori costitutivi del proprio Credo».
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