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L'Incarnazione
(San
Tommaso d'Aquino, Compendio
di Teologia)
Capitolo
200
La natura umana poteva essere restaurata
solo da Dio e mediante l'Incarnazione
Abbiamo mostrato che la natura umana non poteva essere
reintegrata né mediante Adamo, né mediante un altro uomo che fosse
semplicemente un uomo: sia perché nessun singolo uomo può influire
su tutta la natura umana, sia perché nessun semplice uomo può
essere causa della grazia. E per la stessa ragione non poteva essere
redenta da un angelo, perché neppure un angelo può essere causa
della grazia, e quanto alla beatitudine perfetta alla quale era necessario
riportare l'uomo neppure l'angelo è al sopra dell'uomo, perché in
ciò essi sono alla pari. Resta dunque che soltanto Dio poteva operare
questa redenzione. Ma se Dio avesse redento l'uomo con un atto
della sola sua volontà e potenza non sarebbe stato rispettato l'ordine
della divina giustizia, che esige la soddisfazione per il peccato. In
Dio però non ci può essere soddisfazione, così come non ci può essere
merito, perché ciò è possibile solo in un essere subalterno. Così né
a Dio competeva soddisfare per il peccato di tutta la natura umana,
né lo poteva un uomo puramente uomo, come si è visto. Era dunque
conveniente che Dio si facesse uomo, così che uno solo potesse
nello stesso tempo riparare e soddisfare. Ed è questa la causa della
divina incarnazione che viene indicata dall'Apostolo quando afferma: "Cristo Gesù è venuto in questo mondo per salvare i
peccatori" (1 Tm 1,15).
Capitolo
201
Altre cause dell'Incarnazione del Figlio di Dio
Vi sono tuttavia anche altre ragioni dell'incarnazione divina.
Siccome infatti l'uomo si era allontanato dalle realtà spirituali e si era
dedicato totalmente a quelle materiali, dalle quali con le proprie forze
non poteva ritornare a Dio, di conseguenza la divina sapienza che
aveva creato l'uomo, assumendo una natura corporea, visitò l'uomo
che giaceva immerso nelle realtà corporali, per poterlo richiamare
mediante i misteri del suo corpo alle realtà spirituali.
Era anche necessario per il genere umano che Dio si facesse
uomo per dimostrare la dignità della natura umana, così che l'uomo
non rimanesse soggetto ai demoni e alle realtà corporali.
Al tempo stesso Dio, facendosi uomo, volle chiaramente
dimostrare l'immensità del suo amore verso gli uomini, affinché in
base a ciò gli uomini si assoggettassero a Dio non per il timore della
morte, che il primo uomo disprezzò, ma per amore di carità.
È dato inoltre all'uomo un esempio di quella beata unione
per mezzo della quale l'intelletto creato verrà unito mediante la conoscenza
allo spirito increato. In questo modo infatti che l'intelletto
creato possa essere unito a Dio vedendolo per essenza non rimane
più una realtà incredibile, se Dio ha unito a sé l'uomo assumendo la
sua natura.
Infine (con l'incarnazione) si perfeziona, in un certo modo,
l'opera divina tutta intera in quanto l'uomo, che fu l'ultimo a essere
creato, percorrendo quasi un cerchio mediante l'opera dell'incarnazione
ritorna al suo principio, unito al principio stesso delle cose.
Capitolo
202
Errore di Fotino circa l'Incarnazione del Figlio di Dio
Fotino, da parte sua, ha distrutto il mistero della divina incarnazione.
Infatti, seguendo Ebione, Cerinto e Paolo di Samosata, affermò
che il Signore nostro Gesù Cristo fu un semplice uomo, che non esistette
prima della Vergine Maria, ma che meritò la gloria della divinità
per i meriti di una vita santa e per aver sopportato la morte, così
da essere chiamato Dio non per natura, ma per la grazia dell'adozione.
Non ci sarebbe stata quindi l'unione tra Dio e l'uomo, e Gesù
Cristo sarebbe stato solo un uomo deificato mediante la grazia, che
non è esclusiva di Cristo, ma è comune a tutti i santi, benché in questa
grazia vi siano alcuni più eccellenti di altri.
Ora, questo errore contraddice all'autorità delle divine Scritture.
Si legge infatti in Gv 1,1: "In principio era il Verbo", e subito dopo:
"e il Verbo si fece carne" (Gv 1,14). Fu quindi il Verbo che
"era in principio
presso Dio" ad assumere la carne umana, e non un uomo che già esisteva
e poi fu deificato con la grazia dell'adozione.
Ancora. Il Signore, come leggiamo in Giovanni, afferma:
"Sono disceso
dal cielo non per fare la mia volontà, ma la volontà di
colui che mi ha mandato" (Gv 6,38). Invece secondo l'errore di Fotino non
conveniva che Cristo discendesse dal cielo, ma solo che vi salisse, il
che è contrario a quanto afferma l'Apostolo: "Che significa la
parola ascese, se non che prima era disceso quaggiù sulla terra?" (Ef 4,9). Dal quale
testo appare chiaro che in Cristo non avrebbe avuto luogo
l'ascensione se prima non vi fosse stata la discesa.
Capitolo
203
Errore di Nestorio circa l'Incarnazione e sua confutazione
Volendo evitare questo errore, Nestorio si allontanò in
parte dall'errore di Fotino, in quanto affermò che Cristo è Figlio di
Dio non solo per la grazia dell'adozione, ma anche per la natura divina
nella quale Egli esiste coeterno al Padre; tuttavia concorda in parte
con Fotino dicendo che il Figlio di Dio non si unì all'uomo così da formare una sola persona di Dio e dell'uomo, ma per la sola inabitazione
in lui: e così quell'uomo, come per Fotino, è detto Dio solo per
la grazia, così secondo Nestorio è detto Figlio di Dio non perché lo è
veramente, ma per l'inabitazione del Figlio di Dio in lui che avviene
per la grazia.
Ma anche questo errore è contrario all'autorità della Sacra
Scrittura. Questa unione di Dio e dell'uomo viene infatti chiamata
dall'Apostolo "spogliamento" quando scrive: "Il quale (Cristo
Gesù), pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso
la sua uguaglianza con Dio, ma spogliò se stesso, assumendo la condizione
di servo" (Fil 2,6-7). Ora, abitare per grazia nella creatura razionale non
è uno "svuotamento" da parte di Dio, perché allora si annienterebbero
anche il Padre e lo Spirito Santo, che abitano a loro volta nell'anima
razionale mediante la grazia, secondo quanto dice il Signore di sé
e del Padre: "Verremo a lui e faremo in lui la nostra dimora" (Gv
14,23); e
l'Apostolo afferma dello Spirito Santo: "Lo Spirito di Dio abita in voi"
(1 Cor 3,16).
Ancora. Non sarebbe conveniente per quell'uomo dire parole
divine se non fosse personalmente Dio. In un modo estremamente
presuntuoso avrebbe infatti detto: "Io e il Padre siamo una cosa sola"
(Gv 10,30) o: "Prima che Abramo fosse Io sono"
(Gv 8,58). Infatti "Io" designa
la persona di chi parla, e chi parlava era l'uomo: perciò è la stessa la
Persona di Dio e dell'uomo.
Per escludere dunque questi errori nel Simbolo sia degli Apostoli
che dei Padri, dopo aver parlato della Persona del Figlio si aggiunge: "Che nacque,
patì, morì, fu sepolto e risuscitò". Ora, le cose che
sono dell'uomo non potrebbero essere attribuite al Figlio di Dio se
non fosse la stessa la Persona del Figlio di Dio e dell'uomo, perché
ciò che conviene a una persona non può per ciò stesso essere attribuito
a un'altra: ad es. ciò che conviene a Paolo non può essere attribuito
per ciò stesso a Pietro.
Capitolo
204
Errore di Ario circa l'Incarnazione e sua confutazione
Perciò per confessare l'unità di Dio e dell'uomo alcuni eretici
passarono dalla parte opposta, dicendo di Dio e dell'uomo che non
vi è solo un'unica persona, ma anche un'unica natura. E il principio
di questo errore venne da Ario, il quale sostenendo che quanto è
detto di Cristo nelle Scritture, quando è mostrato inferiore al Padre,
non può essere riferito al Figlio di Dio se non secondo la natura assumente,
affermò che in Cristo non vi è altra anima che il Verbo di Dio,
dicendo che nel corpo di Cristo il Verbo fa le veci dell'anima. Così
quando Gesù dice: "Il Padre è più grande di me" (Gv 14,28), oppure quando
si dice che "ha pregato" o che "ha avuto tristezza", ciò va riferito
alla natura stessa del Figlio di Dio. Ma ciò posto segue che l'unione
del Figlio di Dio con l'uomo non è fatta solo nella persona, ma anche
nella natura: è chiaro infatti che dall'unione dell'anima con il corpo
viene costituita l'unità della natura umana.
La falsità di questa posizione, che afferma che il Figlio è minore
del Padre, è stata affermata sopra, quando abbiamo mostrato che il
Figlio è uguale al Padre. Quanto invece alla falsità dell'affermazione
che il Verbo di Dio in Cristo fa le veci dell'anima, è possibile
mostrarla in base alle premesse. Sopra abbiamo fatto vedere infatti
che l'anima si unisce al corpo come forma. Ma è impossibile che Dio
sia la forma del corpo. E anche se Ario non intendeva dire ciò del
Sommo Dio Padre, la stessa cosa va detta degli angeli, che per la loro
natura non possono essere uniti al corpo come forma, essendo secondo
la loro natura separati dal corpo. Molto meno dunque il Figlio di
Dio, dal quale sono stati creati gli angeli, come Ario stesso ammette,
può essere la forma di un corpo.
Inoltre, anche ammesso che il Figlio di Dio sia una creatura,
come dice Ario mentendo, secondo lo stesso Ario tuttavia egli precede
per la sua beatitudine tutti gli spiriti creati. Ora, la beatitudine
degli angeli è così grande da non poter soffrire alcuna tristezza: non
sarebbe infatti vera e piena felicità se mancasse qualcosa ai loro desideri: è infatti
essenziale alla beatitudine essere un bene perfetto e
finale in cui l'appetito riposa perfettamente. Molto meno dunque il
Figlio di Dio secondo la sua natura può rattristarsi o temere. E invece
si legge che fu triste quando si dice: "Cominciò a sentire paura e
angoscia" (Mc 14,33), e lo stesso Gesù manifestò la sua tristezza dicendo:
"La
mia anima è triste fino alla morte" (Mc 14,34). Ora, è chiaro che la tristezza
non è propria del corpo, ma di una sostanza capace di conoscere: è
quindi necessario porre in Cristo, oltre al Verbo e al corpo, un'altra
sostanza capace di sentire la tristezza, e noi chiamiamo "anima" questa
sostanza.
Ancora. Se Cristo assunse tutto ciò che è nostro per redimerci
dai peccati, era più necessario per noi essere mondati nell'anima,
dalla quale ha avuto origine il peccato e che è il soggetto del peccato.
Il Verbo non ha dunque assunto un corpo senza l'anima, ma principalmente
l'anima, e con l'anima il corpo.
Capitolo
205
Errore di Apollinare circa l'Incarnazione e sua confutazione
Da quanto abbiamo detto viene escluso anche l'errore di
Apollinare, il quale in un primo tempo seguì Ario, non ammettendo
in Cristo un'altra anima se non lo stesso Verbo di Dio. Non condivise
però l'errore di Ario secondo cui il Verbo di Dio sarebbe una
creatura. Ora, siccome si dicono molte cose di Cristo che non possono
essere attribuite al corpo né convenire al Creatore, come la tristezza,
il timore e altre cose del genere, Apollinare si vide costretto ad
ammettere in Cristo una qualche anima che desse la sensibilità al
corpo e potesse essere il soggetto di queste passioni; (un'anima) tuttavia
priva di ragione e di intelletto, mentre lo stesso Verbo avrebbe
tenuto nell'uomo Cristo le veci della ragione e dell'intelletto.
Ora, che tutto ciò sia falso si può mostrarlo in molti modi.
Prima di tutto perché è contro la nozione di natura che un'anima non
razionale sia la forma di un uomo; ora, niente di mostruoso o di innaturale
può essere pensato nell'incarnazione di Cristo. In secondo
luogo perché ciò sarebbe stato contro il fine dell'incarnazione, che è
la riparazione della natura umana, riparazione che inizia principalmente
nella parte intellettiva, suscettibile del peccato: era quindi
molto conveniente che nell'incarnazione fosse assunta la parte intellettiva
dell'uomo. Ancora. Si legge che Gesù manifestava "meraviglia"; ora,
la meraviglia è propria dell'anima razionale, mentre non
può convenire in alcun modo a Dio. Perciò, come la tristezza ci
costringe ad ammettere in Cristo un'anima sensitiva, così la meraviglia
ci obbliga ad ammettere in Cristo la parte intellettiva dell'anima.
Capitolo
206
L'errore di Eutiche che sosteneva l'unione nella natura
Eutiche seguì in qualcosa questi eretici: egli sosteneva
infatti che dopo l'incarnazione non vi era che una sola natura di Dio
e dell'uomo. Tuttavia non affermava che Cristo fosse privo dell'anima
o dell'intelletto o di qualche altra cosa che appartiene all'integrità
della natura umana.
Ma appare chiaramente la falsità anche di questa opinione. Infatti
la natura divina è in se stessa perfetta e immutabile. Ora, una natura
che è perfetta in se stessa non può unirsi a un'altra per formare un'unica
natura: perché o si trasforma nell'altra, come il cibo diventa la
sostanza di chi si nutre, o viceversa come il legno si trasforma nel
fuoco, oppure entrambe si mutano in una terza natura, come gli elementi
si mutano nel corpo misto. Ora, tutto ciò è incompatibile con
l'immutabilità divina: non è infatti immutabile né ciò che si trasforma
in altro, né ciò in cui un'altra cosa può essere trasformata.
Essendo perciò la natura divina perfetta, in nessun modo può essere
unita a un'altra natura per formare insieme un'unica natura.
Inoltre, se uno considera l'ordine delle cose, constata che
l'aggiunta di una maggiore perfezione varia la specie della natura: infatti
ciò che esiste e vive (la pianta) è di un'altra specie rispetto a
ciò che esiste soltanto (la pietra); ciò che esiste, vive e sente, come
l'animale, è di un'altra specie rispetto a ciò che esiste e vive soltanto;
e allo stesso modo chi esiste, vive, sente e pensa come l'uomo, è di
un'altra specie rispetto a ciò che è, vive e sente soltanto, come l'animale
bruto. Se dunque quell'unica natura, che (Eutiche) afferma
essere in Cristo, oltre a tutte queste realtà avesse avuto anche ciò che
è divino, quella natura sarebbe stata di conseguenza di una specie
diversa da quella umana, così come la natura dell'uomo è diversa da
quella del bruto, e Cristo non sarebbe stato un uomo della medesima
specie. Ma che ciò sia falso risulta dal fatto che egli fu generato dagli
uomini secondo la carne, come mostra S. Matteo al principio del suo
Vangelo quando dice: "Libro della generazione di Gesù Cristo, figlio
di Davide, figlio di Abramo" (Mt 1,1).
Capitolo
207
Contro l'errore dei Manichei, i quali dicevano
che Cristo non aveva un corpo vero, ma solo apparente
Come Fotino svuotava il mistero dell'incarnazione escludendo
dal Cristo la natura divina, così Mani(cheo) negando la natura
umana. Sostenendo egli infatti che tutta la natura corporea era stata
creata dal demonio, non era possibile che il Figlio del Dio buono
assumesse una creatura del diavolo. Quindi egli sosteneva che Cristo
non aveva una carne vera, ma solo apparente e che tutto quello che
nel Vangelo è narrato di Cristo riguardo alla sua natura umana non
accadde in verità, ma solo in apparenza.
Ora, questa posizione è manifestamente contraria alla Sacra
Scrittura, la quale afferma che Cristo nacque da una Vergine, fu circonciso,
ebbe fame, mangiò e sopportò altre cose che appartengono
alla natura della carne umana. Sarebbero quindi falsi i Vangeli, che
narrano tutte queste cose di Cristo.
Inoltre, lo stesso Cristo dice di sé:
"Per questo io sono nato e
per questo sono venuto nel mondo: per rendere testimonianza alla verità"
(Gv 18,37). Non sarebbe stato dunque testimone della verità, ma piuttosto
della falsità se avesse mostrato di essere ciò che non era, soprattutto
quando predisse che avrebbe dovuto patire ciò che non sarebbe
stato possibile patire senza una vera carne, cioè essere messo nelle
mani degli uomini che lo avrebbero sputacchiato, flagellato e crocifisso.
Dire perciò che Cristo non ebbe una vera umanità, e non sopportò
tutte queste cose realmente, ma solo in apparenza, significa
attribuire una falsità a Cristo.
Ancora.
Rimuovere dal cuore degli uomini un'opinione vera
è proprio dell'uomo bugiardo. Ma Cristo avrebbe rimosso questa opinione
dal cuore degli apostoli. Quando infatti apparve dopo la resurrezione
ai suoi discepoli, i quali pensavano che fosse uno spirito o un
fantasma, per togliere questo sospetto dai loro cuori disse: "Toccatemi
e guardate: un fantasma non ha carne e ossa come vedete
che io ho" (Lc 24,39); e in un'altra circostanza, mentre camminava sopra il
mare, ai discepoli che credevano si trattasse di un fantasma e per
questo erano stati presi dal timore, il Signore disse: "Sono io, non
temete!" (Mc 6,50). Se dunque questa opinione fosse stata vera, bisogna concludere
che il Signore era un bugiardo. Ma Cristo è la verità, come ha
detto lui stesso. Dunque tale supposizione è falsa.
Capitolo
208
Cristo ebbe un corpo vero, e non un corpo venuto dal cielo,
come dice Valentino
Valentino, pur confessando che Cristo aveva un vero
corpo, diceva tuttavia che non aveva assunto la carne da Maria
Vergine, ma aveva preso un corpo formato nel cielo e che poi era
passato attraverso la Vergine senza assumere niente da lei, così come
l'acqua passa per un canale.
Ma anche questa opinione contraddice alla Scrittura.
Dice infatti l'Apostolo di Cristo, scrivendo ai Romani: "È nato dalla
stirpe di Davide secondo la carne" (Rm 1,3), e ai Galati: "Dio mandò il suo
Figlio nato da donna" (Gal 4,4); Matteo dice inoltre che "Giacobbe generò
Giuseppe, lo sposo di Maria, dalla quale nacque Gesù, chiamato Cristo" (Mt
1,16); e in seguito nomina sua madre soggiungendo:
"Essendo
sua madre Maria promessa sposa di Giuseppe" (Mt 1,18). Ora, tutto questo
non sarebbe vero se Cristo non avesse assunto la carne dalla Vergine: è quindi
falso che abbia assunto un corpo celeste.
Che l'Apostolo scriva
poi ai Corinzi: "Il secondo uomo è celeste, venuto dal cielo" (1 Cor
15,47) deve essere
interpretato nel senso che è disceso dal cielo secondo la divinità,
e non secondo la sostanza del corpo.
Ancora. Non si vede alcuna ragione per cui, dopo aver preso
il corpo nel cielo, il Figlio di Dio sarebbe poi entrato nel grembo
della Vergine senza prendere nulla da lei; piuttosto si dovrebbe vedere
una certa finzione se, uscendo dal grembo della madre, avesse
dimostrato di avere presa da essa una carne che di fatto non aveva
assunta. Perciò, essendo estranea da Cristo ogni falsità, è necessario
confessare in modo assoluto che Egli uscì dal grembo della Vergine
avendo assunta da lei la carne.
Capitolo
209
Quale sia la dottrina della fede a proposito dell'Incarnazione
Dalle premesse fatte possiamo concludere secondo la verità
della fede cattolica che in Cristo vi fu un vero corpo della nostra
natura, una vera anima razionale, e nello stesso tempo anche la perfetta
deità. E queste tre sostanze si sono unite in un'unica persona e
non in un'unica natura.
Nell'esporre questa verità alcuni hanno però seguito vie
erronee. Alcuni infatti, pensando che tutto ciò che si aggiunge a una
cosa dopo il suo essere completo non può essere unito che in modo
accidentale, come il vestito si aggiunge all'uomo, hanno sostenuto
che l'umanità di Cristo fu unita alla divinità nella persona del Figlio
con un'unione accidentale, così che la natura umana assunta si sarebbe
trovata nei confronti della persona del Figlio di Dio come un
vestito nei confronti dell'uomo. E portavano a sostegno di questa
posizione il testo dell'Apostolo Paolo ai Filippesi: "Per l'abito (habitu) apparve
come un uomo" (Fil 2,7: apparve in forma umana).
Inoltre ritenevano che dall'unione dell'anima con il corpo risultasse
un individuo di natura razionale che viene chiamato "persona": perciò
se l'anima di Cristo era unita al corpo non potevano non concludere
che da tale unione veniva costituita una persona. E allora in
Cristo ci sarebbero due persone: la persona assumente e la persona
assunta. Infatti nell'uomo che è vestito non vi sono due persone perché
il vestito non ha ragione di persona; se però il vestito fosse una
persona ne seguirebbe che nell'uomo vestito ci sarebbero due persone.
Per escludere dunque questa possibilità sostennero che non
vi era mai stata in Cristo un'anima unita al suo corpo, ma che il
Figlio di Dio avrebbe assunto separatamente l'anima e il corpo. Ma
questa opinione, mentre cerca di evitare un inconveniente, di fatto ne
provoca un altro maggiore, perché la conseguenza necessaria è che
Cristo non sarebbe stato un vero uomo. La verità della natura umana
richiede infatti l'unione dell'anima con il corpo, dato che l'uomo si
compone di entrambe queste parti. Ne seguirebbe inoltre che la carne
di Cristo non sarebbe stata una vera carne, né alcuno dei suoi membri
sarebbe stato vero: rimossa infatti l'anima non vi è occhio o mano o
carne o bocca se non in modo equivoco, come una cosa che è dipinta
o scolpita. Ne seguirebbe inoltre che Cristo non sarebbe veramente
morto: la morte infatti è la privazione della vita, ed è certo che la vita
della divinità non poté essere tolta dalla morte; d'altra parte il corpo
non poteva essere vivo se l'anima non era congiunta. Ne seguirebbe
inoltre che il corpo di Cristo non avrebbe avuto sensibilità, perché il
corpo non sente se non in quanto è congiunto all'anima.
Ancora. Questa opinione finisce per ricadere nell'errore che
intendeva evitare, cioè nell'errore di Nestorio. Nestorio infatti errò
sostenendo che il Verbo di Dio era unito all'uomo secondo l'inabitazione
della grazia, per cui il Verbo di Dio era presente in quell'uomo
come nel suo tempio. Ora, non c'è differenza nel dire, a questo proposito,
che il Verbo è nell'uomo come in un tempio o che la natura
umana sopravviene al Verbo come la veste a chi è vestito. Solo che
questa opinione è tanto più detestabile in quanto non può sostenere
che Cristo fu un vero uomo. Per questo motivo tale opinione fu condannata.
Ancora. Un uomo vestito non può essere considerato una persona
del vestito o dell'indumento, né può essere in alcun modo considerato
nella specie del vestito. Se dunque il Figlio di Dio avesse assunto
la natura umana come un vestito, non potrebbe in alcun modo essere
detto la persona di una natura umana; né si potrebbe dire che il Figlio
di Dio è della stessa specie degli altri uomini, mentre l'Apostolo dice
di lui: "È divenuto simile agli uomini" (Fil 2,7). Da tutto ciò risulta dunque
che questa opinione deve essere totalmente esclusa.
Capitolo
210
In Cristo non vi sono due ipostasi
Altri, volendo evitare i predetti inconvenienti, sostennero
che in Cristo l'anima fu unita al corpo, e che da tale unione si costituì
un uomo che essi dicono assunto dal Figlio di Dio nell'unità della
persona; e a motivo di questa assunzione affermano che quell'uomo è
il Figlio di Dio e che il Figlio di Dio è quell'uomo. E siccome sostengono
che la predetta assunzione termina all'unità della persona, confessano
che in Cristo vi è una sola persona di Dio e dell'uomo.
Affermando però che questo uomo costituito di anima e di corpo è un
supposito o ipostasi della natura umana, pongono in Cristo due suppositi
e due ipostasi: uno di natura umana creata e temporale, l'altro
di natura divina increata ed eterna.
Ora, questa posizione,
anche se a parole sembra recedere
dall'errore di Nestorio, tuttavia, attentamente considerata, ricade
nello stesso errore. È chiaro infatti che la persona non è altro che una
sostanza individuale di natura razionale; ora, la natura umana è una
natura razionale: per il fatto stesso quindi che si pone in Cristo un'ipostasi
o un supposito temporale e creato della natura umana si pone
in Cristo anche una persona temporale e creata: questo è infatti significato
con il nome di supposito o ipostasi, cioè una sostanza individuale.
Ponendo dunque in Cristo due suppositi o due ipostasi, se
comprendono quello che dicono, devono necessariamente porre in
Cristo due persone.
Ancora. Le realtà che differiscono per il supposito sono tali che
ciò che è proprio di una non può convenire all'altra. Se quindi non è
lo stesso il supposito del Figlio di Dio e del figlio dell'uomo, ne
segue che ciò che è del figlio dell'uomo non può essere attribuito al
Figlio di Dio, e viceversa. Non si potrà dunque dire che Dio è stato
crocifisso, o che è nato dalla Vergine: e ciò è proprio dell'eresia nestoriana.
Se poi qualcuno volesse dire che, benché i suppositi siano
diversi, ciò che è di quell'uomo è attribuito al Figlio di Dio a motivo
dell'unità della persona e viceversa, anche questo non può essere
sostenuto in alcun modo. È infatti evidente che il supposito eterno del
Figlio di Dio non è altro che la sua stessa persona, per cui tutto ciò
che viene detto del Figlio di Dio a motivo della sua persona verrà
detto di lui a motivo del suo supposito. Ma ciò che si dice dell'uomo
non lo si dice di lui a motivo del suo supposito, perché si dice che il
Figlio di Dio e il figlio dell'uomo differiscono per il supposito.
Perciò nemmeno a motivo della persona si potrà dire del Figlio di
Dio ciò che è proprio dell'uomo, ad es. che è nato da una Vergine,
che è morto e cose simili.
Ancora. Se a un qualunque supposito temporale si
attribuisse un nome divino, questa sarebbe una cosa recente e nuova;
ma tutto ciò che è detto "Dio" a modo di cosa recente e nuova non è Dio se
non in quanto è fatto Dio: ma ciò che è fatto Dio non è Dio naturalmente,
ma solo per adozione. Ne seguirebbe dunque che quell'uomo
non fu Dio veramente e naturalmente, ma solo per adozione: e anche
questo appartiene all'errore di Nestorio.
Capitolo
211
In Cristo vi è un solo supposito e una sola persona
È perciò necessario dire che in Cristo non solo vi è una sola
persona, divina e umana, ma anche un solo supposito e una sola ipostasi;
e non una sola natura, ma due. Per averne l'evidenza è necessario
considerare che questi tre nomi: persona, ipostasi e supposito designano
un qualcosa di integro. Non si può infatti dire che la mano o la
carne o qualsiasi altra parte sia una persona o ipostasi o supposito, ma
lo sarà il tutto che è "questo uomo". Quei nomi invece che sono
comuni agli individui delle sostanze o degli accidenti, come "individuale"
e "singolare", possono essere usati per il tutto e per le parti:
infatti le parti hanno qualcosa in comune con gli accidenti, poiché non
esistono per sé, ma in altro, benché in un modo diverso. Quindi si può
dire che la mano di Socrate e di Platone è qualcosa di individuale o di
singolare, benché non sia un'ipostasi o un supposito o una persona.
Bisogna inoltre considerare che l'unione di più cose, considerata
in sé, alle volte costituisce un qualcosa di intero, ma altre
volte, per l'aggiunta di qualche altra cosa, non costituisce un intero:
così nella pietra l'unione dei quattro elementi costituisce qualcosa di
intero, per cui ciò che è costituito dagli elementi in una pietra può
essere detto supposito o ipostasi, cioè "questa pietra", anche se non
può essere chiamato persona, perché non è l'ipostasi di una natura
razionale. La composizione degli elementi nell'animale non costituisce
invece un qualcosa di intero, ma una parte, cioè il corpo, perché è
necessario aggiungere qualche altra cosa per avere l'animale completo,
e cioè l'anima: perciò la composizione degli elementi nell'animale
non costituisce un supposito o un'ipostasi, ma "questo animale"
intero è ipostasi o supposito. Tuttavia non per questo l'unione degli
elementi è meno efficace nell'animale che nella pietra; anzi, lo è
assai di più, perché tale unione è ordinata a una realtà più nobile.
Così dunque negli altri uomini l'unione dell'anima con il
corpo costituisce un'ipostasi e un supposito, perché non viene aggiunto
niente altro al di fuori di queste due parti. Invece nel Signore
nostro Gesù Cristo, oltre all'anima e al corpo, sopraggiunge una terza
sostanza, cioè quella della divinità: per questa ragione non è separato
il supposito o l'ipostasi, e nemmeno la persona (ciò che è costituito
dal corpo e dall'anima), ma il supposito, l'ipostasi o la persona è ciò
che consta di tre sostanze, e cioè del corpo, dell'anima e della divinità:
e così in Cristo, come vi è una sola persona, così vi è una sola
ipostasi e un unico supposito.
Tuttavia l'anima si unisce al corpo in un modo
diverso da come si unisce la divinità a entrambi. Infatti l'anima si unisce al
corpo come la sua forma, per cui dall'unione di queste due realtà
viene costituita una natura che viene chiamata natura umana. La divinità
invece non si unisce al corpo e all'anima come la loro forma o
come una parte, ciò che sarebbe contrario alla perfezione divina. Per
questa ragione dall'unione della divinità con l'anima e il corpo non
viene costituita una nuova natura, ma la stessa natura divina, che è in
se stessa integra e pura, in un modo incomprensibile e ineffabile unì
a sé la natura umana formata dal corpo e dall'anima: e ciò avvenne
grazie alla sua infinita potenza. Noi vediamo infatti che quanto più
grande è la potenza di un agente, tanto meglio esso unisce a sé lo
strumento per compiere una determinata opera.
Essendo dunque la potenza divina infinita e incomprensibile per
la sua infinità, ne viene che il modo con cui Dio ha unito a sé la natura
umana di Cristo come uno strumento scelto per l'umana salvezza
risulta per noi ineffabile, e superiore a ogni altra unione di Dio con la
creatura. E siccome, come abbiamo già detto sopra, la persona, l'ipostasi
e il supposito designano qualcosa di intero, se la natura divina in
Cristo fosse una parte e non un tutto integro, come l'anima nella
composizione dell'uomo, allora l'unica persona di Cristo non esisterebbe
soltanto in forza della natura divina, ma sarebbe qualcosa di
costituito di tre realtà, così come nell'uomo la persona, l'ipostasi e il
supposito sono qualcosa che è costituito dall'anima e dal corpo.
Essendo invece la natura divina qualcosa di integro che ha assunto
con un'unione ineffabile la natura umana, conseguentemente la persona
esiste in forza della natura divina, e similmente l'ipostasi e il
supposito; l'anima invece e il corpo sono attratte alla personalità
della persona divina, e così la persona del Figlio di Dio è anche la
persona del Figlio dell'uomo e l'ipostasi e il supposito.
Si può trovare un esempio che ha qualcosa di simile nelle
creature. Il soggetto infatti e l'accidente non sono uniti così da costituire
una terza realtà, e perciò il soggetto in questa unione non è una
parte, ma è un tutto intero che è la persona, l'ipostasi o il soggetto;
l'accidente, invece, è tratto alla personalità del soggetto, e in questo
modo è la stessa la persona dell'uomo e del bianco, e similmente l'ipostasi
e il supposito. Perciò, secondo una certa similitudine, la persona,
l'ipostasi e il supposito del Figlio di Dio sono la persona, l'ipostasi
e il supposito della natura umana in Cristo. Per questo motivo
alcuni, non discernendo la similitudine dalla verità, giunsero a dire
che la natura umana in Cristo si muta in un accidente, e che è unita
accidentalmente al Figlio di Dio.
È chiaro dunque da queste premesse che in Cristo
non vi è un'altra persona se non quella eterna, che è la persona del Figlio di
Dio, né vi è un'altra ipostasi o un altro supposito. Perciò quando si
dice "questo uomo", parlando di Cristo, si intende parlare del supposito
eterno. Ciò però non significa che la parola "uomo" sia usata in
senso equivoco a proposito di Cristo e degli altri uomini: perché l'equivocità
non viene considerata secondo la diversità della "supposizione",
ma secondo la diversità dei significati; ora, la parola "uomo"
attribuita a Pietro e a Cristo ha lo stesso significato, significa cioè la
natura umana, anche se la "supposizione" del nome non è identica,
perché in un caso ci si riferisce al supposito del Figlio eterno di Dio,
nell'altro invece al supposito creato.
Tuttavia, dal momento che di ogni supposito
di una data natura si possono dire quelle cose che appartengono alla natura di
quel supposito, essendo unico in Cristo il supposito della natura divina
e di quella umana è chiaro che di questo supposito di entrambe le
nature, sia che venga indicato con un nome che si riferisce alla natura
umana, sia che venga indicato con un nome che si riferisce alla natura
o alla persona divina, si può dire indifferentemente ciò che è della
natura divina e della natura umana: così possiamo dire che il Figlio di
Dio è eterno, e che il Figlio di Dio nacque dalla Vergine Maria, e
similmente possiamo dire che "questo uomo" è Dio, e ha creato le
stelle, e che nacque, morì e fu sepolto.
Ma ciò che si predica di un determinato
supposito si predica di esso secondo una determinata natura o forma; e così
Socrate è bianco secondo la bianchezza ed è razionale secondo l'anima. Ora, si
è detto sopra che in Cristo vi sono due nature e un supposito. Se
quindi ci riferiamo al supposito possiamo dire indifferentemente di
Cristo ciò che è umano e ciò che è divino. Bisogna tuttavia distinguere
sotto quale aspetto gli viene attribuita l'una o l'altra cosa, perché
le cose divine sono dette di Lui considerando la natura divina, e le
cose umane considerando la natura umana.
Capitolo
212
Ciò che si può dire in Cristo: ciò che è uno e ciò che è molteplice
Poiché in Cristo una è la persona, ma due sono le nature,
bisogna di conseguenza considerare che cosa in Cristo debba essere
detto uno e che cosa molteplice. Infatti tutto ciò che è moltiplicato
secondo la diversità della natura deve essere riconosciuto in Cristo
come multiplo. E tra queste realtà dobbiamo in primo luogo considerare che,
siccome la natura si acquista mediante la generazione o la
nascita, essendoci in Cristo due nature è necessario che vi siano in
Cristo due generazioni o natività: una eterna, secondo la quale riceve
la natura divina dal Padre, e un'altra temporale, secondo la quale
riceve la natura umana dalla madre. Similmente dobbiamo ammettere
che tutto ciò che riguarda la natura ed è attribuito sia a Dio che
all'uomo va detto in modo molteplice in Cristo. Ora, viene attribuito
a Dio l'intelletto e la volontà e le loro perfezioni, come la scienza e la
sapienza, la carità e la giustizia, che vengono attribuite anche all'uomo
come spettanti alla natura umana: infatti la volontà e l'intelletto
sono parti dell'anima, e le loro perfezioni sono la sapienza, la giustizia
e altre perfezioni del genere. È necessario perciò porre in Cristo
due intelletti, uno divino e l'altro umano, e similmente due volontà, e
anche una duplice scienza e carità e giustizia: creata cioè e increata.
Invece tutto ciò che appartiene al supposito o ipostasi dobbiamo
confessarlo di Cristo come uno. Perciò se l'essere viene considerato
in quanto un unico supposito ha un unico essere, allora è
necessario dire che in Cristo vi è soltanto un essere. È infatti chiaro
che le parti divise hanno il loro proprio essere, ma in quanto sono
considerate nel tutto non hanno più il loro singolo essere, ma esistono
tutte mediante l'essere del tutto. Così, dunque, se consideriamo lo
stesso Cristo come un unico supposito completo di due nature, il suo
essere sarà soltanto uno, così come uno solo è il supposito.
Ora, poiché le azioni
sono dei suppositi, è parso ad alcuni di poter affermare che, essendoci in Cristo
un solo supposito, non vi sarebbe stata in Lui che una sola operazione. Ma costoro non hanno
pensato correttamente: infatti in ogni individuo si hanno molte operazioni
se vi sono più principi di operazione: nello stesso uomo, per es.,
una è l'operazione dell'intelligenza e un'altra è l'operazione del
senso, essendo diversi l'intelletto e il senso. E così anche nel fuoco
una è l'operazione con la quale riscalda e altra è quella con cui sale
verso l'alto, e ciò a motivo della differenza che vi è fra il calore e la
levità del fuoco. Ora, la natura è rispetto all'operazione come il suo
principio. Quindi non vi è in Cristo una sola operazione a motivo dell'unico
supposito, ma vi sono due operazioni a motivo delle due
nature. Al contrario nella Santa Trinità una è l'operazione delle Tre
Persone, a motivo dell'unità della natura divina.
Tuttavia l'operazione dell'umanità
di Cristo partecipa in qualche modo della potenza dell'operazione divina. Infatti fra
tutte le perfezioni che si trovano in un supposito alcune servono come strumento
a ciò che è principale, come le altre parti dell'uomo sono strumenti
dell'intelletto. E così nel Signore Gesù Cristo l'umanità è considerata
quasi uno strumento della divinità. Ora, è chiaro che lo strumento
agisce in virtù dell'agente principale: quindi nell'azione dello
strumento si incontra non solo l'azione propria dello strumento, ma
anche quella dell'agente principale, così come mediante l'azione
della scure viene fatta l'arca in quanto la scure viene diretta dal falegname.
Così dunque l'operazione della natura umana in Cristo aveva
una speciale forza che, al di sopra della potenza umana, gli proveniva
dalla divinità: che infatti Gesù toccasse il lebbroso era un'azione
della sua umanità, ma che quel contatto guarisse la lebbra proveniva
dalla potenza divina. E in questo modo tutte le sue azioni e passioni
umane furono salvifiche a motivo della potenza divina: per questo
motivo Dionigi chiama l'operazione umana di Cristo teandrica,
vale a dire umano-divina, in quanto cioè procedeva dall'umanità
mentre era presente in essa la potenza della divinità.
Alcuni
dubitarono anche riguardo alla filiazione: se cioè in
Cristo essa sia soltanto una a motivo dell'unità del supposito o se
siano due per la duplice nascita. Ora, sembra che le filiazioni siano
due, perché moltiplicata la causa viene moltiplicato l'effetto, e d'altra
parte la causa della filiazione è la nascita, per cui essendo due le
nascite in Cristo sembra di conseguenza che vi siano anche due filiazioni.
Né fa difficoltà il fatto che la filiazione sia una relazione personale,
sia cioè una relazione che costituisce la persona: questo è infatti
vero della filiazione divina, mentre la filiazione umana (in Cristo)
non costituisce la persona, ma si aggiunge alla persona già costituita.
E così pure niente si oppone al fatto che un uomo si riferisca al padre
e alla madre con un'unica filiazione, perché l'uomo nasce da entrambi
i genitori con la medesima nascita. Ora, quando la causa della relazione è una,
la relazione è realmente una, anche se i rapporti rispettivi sono molteplici.
Come infatti niente proibisce a un ente di avere
un rapporto con un altro senza che ne derivi una relazione reale - così come
lo scibile è in rapporto con la scienza senza fondare una relazione in esso -,
così niente proibisce che una sola relazione reale
abbia molteplici rapporti rispettivi. Come infatti la relazione è una
certa realtà ontologica a motivo della sua causa, così anche in base ad
essa è una o molteplice: non essendo dunque per la medesima nascita
che Cristo è nato dal Padre e dalla madre, sembra che vi siano in Lui
due filiazioni reali a motivo delle due nascite.
Al contrario
vi è una ragione per cui non è possibile ammettere in Cristo più filiazioni reali.
Infatti non tutto ciò che nasce da
qualcuno può essere chiamato figlio, ma solo un supposito completo: infatti
la mano di un uomo non viene chiamata figlia, e neppure il
piede viene chiamato figlio, ma il tutto singolare, come Pietro o
Giovanni. Quindi, propriamente parlando, il soggetto della filiazione
è lo stesso supposito. Ora, abbiamo già visto che in Cristo non vi è
altro supposito se non quello increato, al quale non può aggiungersi
nel tempo alcun'altra relazione reale; ma come abbiamo detto,
ogni relazione di Dio alla creatura è soltanto una relazione di ragione.
È quindi necessario affermare che la filiazione per la quale il supposito
eterno del Figlio si riferisce alla Vergine madre non è una relazione reale,
ma soltanto di ragione. Ciò tuttavia non impedisce che
Cristo sia veramente e realmente figlio della Vergine madre, in quanto
realmente nato da lei, così come Dio è veramente e realmente
Signore della creatura avendo la potenza di dominarla; tuttavia questa
relazione di dominio attribuita a Dio è solo secondo la ragione. Se
invece in Cristo vi fossero più suppositi, come alcuni pensarono,
niente proibirebbe di ammettere in Cristo due filiazioni, perché alla
filiazione temporale sarebbe soggiacente il supposito creato.
Capitolo
213
Era necessario che Cristo fosse perfetto
nella grazia e nella sapienza della verità
Poiché, come si è visto, l'umanità di Cristo è considerata
nei confronti della sua divinità quasi come un suo strumento, e la
disposizione e la qualità degli strumenti viene pensata soprattutto in
ordine al fine, e anche alla dignità di chi usa dello strumento, di conseguenza è
necessario considerare secondo questi criteri la qualità
della natura umana assunta dal Verbo di Dio. Ora, il fine per cui la
natura umana è stata assunta dal Verbo di Dio è la salvezza e la riparazione
della natura umana: perciò Cristo secondo la natura umana
doveva essere tale da poter essere in modo conveniente autore della
salvezza umana. Ora, la salvezza umana consiste nella fruizione divina,
per la quale l'uomo diventa beato. Era quindi necessario che
Cristo secondo la natura umana avesse perfettamente la fruizione di
Dio: il principio in ogni genere deve essere infatti perfetto. Ora, la
fruizione divina va considerata sotto due aspetti: secondo la volontà e
secondo l'intelletto; secondo la volontà quando questa è unita perfettamente
a Dio mediante l'amore, e secondo l'intelletto quando questo
conosce perfettamente Dio. Ora, la perfetta unione della volontà con
Dio mediante l'amore è data dalla grazia, dalla quale l'uomo è giustificato,
secondo quanto dice l'Apostolo: "Giustificati gratuitamente
per la sua grazia" (Rm 3,24): l'uomo è infatti reso giusto perché è unito a
Dio attraverso l'amore. La perfetta conoscenza di Dio è ottenuta
invece mediante il lume della sapienza, che è la conoscenza della
verità. Era dunque necessario che il Verbo di Dio incarnato fosse perfetto
nella grazia e nella conoscenza della verità. Per questo S. Giovanni
dice: "Il Verbo si fece carne, e venne ad abitare in mezzo a noi:
e noi abbiamo visto la sua gloria, gloria come dell'Unigenito dal
Padre, pieno di grazia e di verità" (Gv 1,14).
Capitolo
214
La pienezza della grazia di Cristo
Prima di tutto bisogna prendere in considerazione la pienezza
della sua grazia. A questo proposito bisogna sapere che il nome
grazia può avere due accezioni. In un modo indica essere gradito:
noi diciamo infatti di uno che ha la grazia di un altro perché gli è gradito;
in un altro modo invece indica dare gratuitamente: si dice infatti
di uno che fa grazia a un altro quando gli conferisce un qualche
beneficio gratuitamente. Queste due accezioni non sono però del
tutto disgiunte una dall'altra. Infatti uno dà qualcosa gratuitamente a
un altro perché colui al quale uno dà è gradito a colui che dà, o in
modo assoluto o sotto un certo aspetto. In modo assoluto quando chi
riceve il dono è gradito al donatore in modo che questi vuole in qualche
modo unirlo a sé: coloro infatti che consideriamo graditi li attiriamo
a noi nella misura e nel modo secondo cui ci sono graditi.
Sotto un certo aspetto invece quando colui che riceve è gradito al
donatore in quanto riceve quel beneficio da lui, e non invece in quanto è assunto
da lui. È evidente perciò che chiunque ha una grazia ha
qualcosa che gli è stato dato gratuitamente, ma non chiunque ha ricevuto
qualcosa gratuitamente è necessariamente gradito al donatore.
Per questa ragione si suole distinguere una duplice grazia:
una che è solo data gratuitamente (gratis data); un'altra invece che
rende anche gradito colui che la riceve (gratum faciens). Ora, si dice
che una cosa è data gratuitamente quando non è in alcun modo dovuta.
Ma una cosa è dovuta per due ragioni: o perché è richiesta dalla
natura, oppure perché è richiesta dall'operazione. Una cosa è dovuta
secondo la natura quando è richiesta dall'ordine naturale di quella
cosa: come è dovuto all'uomo avere la ragione, la mano o il piede.
Una cosa è dovuta invece secondo l'operazione nel senso in cui la
mercede è dovuta al lavoratore. Perciò sono dati da Dio gratuitamente
all'uomo quei doni che eccedono l'ordine della natura e inoltre
non possono essere acquistati con i meriti, sebbene anche quei doni
che vengono dati da Dio per i meriti non perdano talvolta la ragione
di grazia: sia perché il principio del merito è ancora la grazia, sia perché
vengono dati in modo sovrabbondante rispetto a ciò che i meriti
umani richiedono, come si legge: "La grazia di Dio è la vita eterna"
(Rm 6,23).
Di questi doni poi alcuni eccedono le possibilità della natura
umana e non sono dati per i meriti, e tuttavia l'uomo che ha questi
doni non per questo viene reso gradito a Dio: ad es. il dono della profezia,
la capacità di fare miracoli, i doni della scienza e della dottrina
o altri doni dati da Dio. Mediante questi doni infatti l'uomo non
viene congiunto a Dio se non secondo una qualche similitudine, in
quanto cioè partecipa in qualche maniera della sua bontà, secondo
quel modo in cui tutte le cose sono assimilate a Dio. Altri doni invece
rendono l'uomo gradito a Dio e lo congiungono a Lui; e questi doni
non solo vengono chiamati grazia perché vengono dati gratuitamente,
ma anche perché rendono l'uomo gradito a Dio.
Ora, l'unione dell'uomo con Dio è duplice. La prima unione
avviene mediante l'affettività: e ciò per mezzo della carità, che rende
in qualche modo l'uomo affettivamente unito a Dio, come dice
l'Apostolo: "Chi aderisce a Dio è un unico spirito" (1 Cor 6,17). Inoltre
mediante la carità Dio abita nell'uomo, secondo quanto dice
Giovanni: "Se qualcuno mi ama, osserverà la mia parola, e il Padre
mio lo amerà, e verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui" (Gv
14,23).
La carità, ancora, fa essere l'uomo in Dio, come si legge sempre in
S. Giovanni: "Chi rimane nella carità rimane in Dio e Dio in lui" (1
Gv 4,16).
Perciò colui che ha ricevuto il dono gratuito diventa gradito a Dio, e
diviene mediante l'amore della carità uno spirito con Dio, per cui lui
è in Dio e Dio è in lui: per questo l'Apostolo dice che senza la
carità gli altri doni non servono a nulla, perché se non vi è la carità
questi doni non possono rendere l'uomo gradito a Dio. Questa grazia
poi è comune a tutti i santi, per cui Cristo uomo l'ha impetrata per i
suoi discepoli dicendo: "Che essi siano una cosa sola" (Gv 17,21) in noi, vale
a dire con il vincolo dell'amore, "così come noi siamo una cosa sola".
L'altra unione dell'uomo con Dio non avviene solo mediante l'amore
o l'inabitazione, ma mediante l'unità dell'ipostasi o della persona,
così che una sola e medesima ipostasi o persona sia Dio e uomo.
Questa unione a Dio è propria di Gesù Cristo, e di essa abbiamo già
detto molte cose. Questa è dunque la grazia singolare dell'uomo
Cristo, cioè di essere unito a Dio nell'unità della persona: questo
infatti è un dono dato gratuitamente, perché eccede tutte le capacità
della natura e non è preceduto da alcun merito; ed è un dono che
rende Cristo gratissimo a Dio, così che di lui in modo singolare è
detto: "Questo è il mio Figlio diletto, nel quale mi sono compiaciuto"
(Mt 3,17; Mt 17,5).
Vi è
tuttavia una differenza fra l'una e l'altra grazia. La grazia
per la quale l'uomo è unito a Dio mediante l'amore esiste a modo di
qualità stabile nell'anima: siccome infatti questa unione avviene
mediante un atto di amore, e siccome gli atti perfetti procedono dall'abito
(cioè dalla virtù), di conseguenza, per condurre l'anima a questo
perfettissimo atto di amore mediante il quale essa viene congiunta a
Dio, viene infusa nell'anima una grazia abituale. Invece l'essere
personale o ipostatico non deriva da un qualche abito, ma dalle stesse
nature delle quali sono le ipostasi o persone. Perciò l'unione della
natura umana a Dio nell'unità della persona non avviene mediante una
grazia abituale, ma per la stessa unione delle nature in una persona.
Inoltre, quanto più una creatura si avvicina a Dio, tanto più
partecipa della sua bontà, e per la sua influenza viene colmata di più
abbondanti doni, come il calore aumenta quanto più ci si avvicina al
fuoco. Ora, non ci poteva essere né si poteva escogitare per una creatura
un modo di avvicinarsi a Dio più di chi è a lui congiunto nell'unità
della persona. Di conseguenza, a causa dell'unione della natura
umana con Dio nell'unità della persona, l'anima di Cristo fu ripiena
dei doni anche abituali della grazia, al di sopra di tutte le altre creature;
così che la grazia abituale in Cristo non fu una disposizione all'unione con Dio,
ma bensì l'effetto dell'unione. E ciò appare manifestamente
dallo stesso modo di parlare dell'Evangelista, il quale scrive: "Abbiamo
visto la sua gloria, gloria come di Unigenito dal Padre,
pieno di grazia e di verità" (Gv 1,14). Ora, l'uomo Cristo è l'Unigenito
dal Padre in quanto il Verbo si è fatto carne: dato dunque che il Verbo
si è fatto carne, si ha come effetto che egli è pieno di grazia e di verità.
Ma nelle cose che sono colme di qualche perfezione o bontà,
è più colma di bontà quella che può comunicarla agli altri, così come
brilla più fortemente ciò che può illuminare gli altri. Avendo perciò
ricevuto l'uomo Cristo la somma pienezza di grazia quale Unigenito
dal Padre, anche la grazia ha potuto da lui riversarsi sugli altri, così
che il Figlio di Dio fatto uomo potesse rendere gli uomini dèi e figli
di Dio, secondo quanto dice l'Apostolo: "Dio ha mandato il suo
Figlio nato da donna, perché ricevessimo l'adozione a figli" (Gal 4,4).
Per il fatto dunque che da Cristo deriva agli altri la grazia e la
verità, è conveniente che egli sia il Capo della Chiesa: infatti dal
capo derivano alle altre membra che gli sono conformi per natura le
sensazioni e il moto. E così appunto da Cristo derivano agli altri
uomini la grazia e la verità, per cui dice l'Apostolo: "Lo ha costituito
su tutte le cose a capo della Chiesa, che è il suo corpo" (Ef 1,22). E si può
anche dire che Cristo è capo non solo degli uomini, ma anche degli
angeli quanto all'eccellenza e all'influenza, benché non lo si possa
dire quanto alla conformità della natura secondo la medesima specie.
Per questa ragione dunque prima delle predette parole l'Apostolo
premette che Dio lo ha "costituito alla sua destra nei cieli, al di sopra di
ogni principato e autorità, di ogni potenza e dominazione" (Ef 1,20-21).
Così dunque secondo queste premesse si attribuisce a Cristo
una triplice grazia. La prima è la grazia dell'unione, secondo la quale
la natura umana, senza alcun merito precedente, ha ricevuto il dono
di essere unita al Figlio di Dio nella persona. La seconda è la grazia
singolare, per la quale l'anima di Cristo al di sopra di tutte le altre
creature fu piena di grazia e di verità. La terza è la grazia capitale,
secondo la quale da lui che è il Capo la grazia ridonda negli altri. E
queste tre grazie sono espresse dall'Evangelista con un ordine adeguato.
Infatti quanto alla grazia dell'unione dice "Il Verbo si è fatto carne"
(Gv 1,14); quanto alla grazia singolare dice: "Lo abbiamo visto come
Unigenito dal Padre, pieno di grazia e di verità" (Gv 1,14); quanto alla grazia
del Capo soggiunge: "Dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto"
(Gv 1,16).
Capitolo
215
L'infinità della grazia di Cristo
È proprio di Cristo che la sua grazia sia infinita, perché
secondo la testimonianza di Giovanni Battista Dio non dà con misura
il suo spirito al Cristo-uomo, come leggiamo in S. Giovanni: "Infatti
Colui che Dio ha mandato proferisce le parole di Dio e dà lo Spirito
senza misura" (Gv 3,34); agli altri invece dà lo spirito con misura, secondo
quanto si legge ancora: "A ciascuno è data la grazia secondo la
misura del dono di Cristo" (Ef 4,7). Ora, se ciò si riferisce alla grazia dell'unione
non vi è alcun dubbio su questa affermazione. Infatti agli
altri santi è dato di essere dèi o figli di Dio per partecipazione per
l'influsso di qualche dono che, essendo creato, è necessariamente
finito come le altre creature. A Cristo invece secondo la sua natura
umana è stato dato di essere Figlio di Dio non per partecipazione, ma
per natura. Ora, la divinità è naturalmente infinita: perciò da quella
unione Cristo ha ricevuto un dono infinito, per cui la grazia dell'unione,
senza alcun dubbio, è infinita.
Se invece si parla della grazia abituale può sorgere il dubbio
se fosse infinita. Essendo infatti questa grazia anche un dono creato,
è necessario confessare che ha un'essenza finita. Tuttavia può essere
detta infinita per tre ragioni.
Prima di tutto se si considera chi la riceve. È chiaro infatti che la
capacità di ciascuna creatura creata è finita, per cui pur potendo ricevere
un bene infinito per mezzo della conoscenza, dell'amore e della
fruizione, la creatura tuttavia non può ricevere quel bene in modo
infinito. È perciò proprio di ciascuna natura creata avere secondo la
sua specie e natura una determinata misura nella sua capacità. Il che
tuttavia non impedisce alla divina potenza di fare un'altra creatura
con maggiori capacità, anche se questa creatura non fosse della stessa
natura secondo la specie: come quando si aggiunge al tre un numero
abbiamo un'altra specie di numero. Perciò quando viene donata a una
creatura una partecipazione della bontà divina non secondo tutta la
capacità naturale di quella specie, viene donato a quella creatura
secondo una certa misura. Quando invece tutta la capacità naturale è
riempita, non sembra che sia stato dato a quella creatura con misura,
perché pur essendoci una misura dalla parte di chi riceve, non vi è
tuttavia misura dalla parte del donatore pronto a dare tutto. Come uno
che va con un vaso al fiume trova a disposizione l'acqua preparata
senza misura, anche se ne prende con misura a causa della limitata
capacità del suo vaso. Così dunque la grazia abituale di Cristo è finita
secondo la sua essenza, ma si dice che è data in un modo infinito e
senza misura perché è data secondo quanto può esserne capace la
natura creata.
In secondo luogo dalla parte dello stesso dono ricevuto. Bisogna
infatti considerare che niente proibisce che una cosa sia finita per la
sua essenza, e che tuttavia a motivo di una certa forma particolare sia
infinita. L'infinito infatti secondo la sua essenza è ciò che ha tutta la
pienezza dell'essere; e ciò appartiene solo a Dio, che è lo stesso
Essere. Ora, se ci fosse una certa forma speciale che non esistesse in
un soggetto, ad es. la bianchezza o il calore, questa non avrebbe
un'essenza infinita, perché la sua essenza sarebbe limitata da un
genere o da una specie, ma possiederebbe però tutta la pienezza di
quella specie: perciò secondo la sua ragione specifica sarebbe senza
misura o termine, avendo tutto ciò che può appartenere a quella specie.
Se invece la bianchezza o il calore viene ricevuto in un soggetto,
non ha necessariamente e sempre tutto ciò che appartiene alla nozione
di quella forma, ma lo ha solo quando è posseduta nel modo più
perfetto possibile, così che il modo in cui è avuta adegui la realtà
posseduta. Così dunque la grazia abituale di Cristo fu finita secondo
la sua essenza, ma si dice che fu senza termine e misura perché
Cristo prese tutto ciò che appartiene alla nozione di grazia, mentre gli
altri non ricevono tutto, ma uno in un modo e uno in un altro, secondo
quanto dice l'Apostolo: "Vi sono infatti divisioni di grazie" (1 Cor
12,4).
In terzo luogo dalla parte della causa. Nella causa infatti si ha in
qualche modo l'effetto: perciò chi ha presente in sé una causa di infinita
virtù ha in sé la possibilità di influire senza misura e in un certo
modo infinitamente; se uno avesse ad es. una fonte dalla quale potesse
fluire l'acqua in modo infinito, si direbbe che ha acqua senza
misura e infinitamente. Così dunque l'anima di Cristo ha una grazia
infinita e senza misura per il fatto che ha unito a sé il Verbo, che è il
principio inesauribile e infinito di tutta l'emanazione delle creature.
Dal fatto dunque che la grazia singolare dell'anima di Cristo
è nei modi descritti infinita, ne segue evidentemente che la sua grazia
è infinita anche in quanto Egli è Capo della Chiesa. Per il fatto stesso
che ha, infatti, Cristo effonde: avendo quindi ricevuto i doni dello
spirito senza misura ha anche la capacità di effonderli senza misura, e
ciò appartiene alla grazia del Capo: la sua grazia cioè è sufficiente
non solo per la salvezza di alcuni uomini, ma anche per quella degli
uomini di tutto il mondo, secondo quanto scrive S. Giovanni: "Egli è
la vittima di espiazione per i nostri peccati, e non solo per i nostri,
ma anche per quelli di tutto il mondo" (1 Gv 2,2). E si può aggiungere: e di
tutti i mondi, se ci fossero.
Capitolo
216
La pienezza della sapienza di Cristo
È ora necessario trattare della pienezza della sapienza di
Cristo. E prima di tutto occorre considerare che, essendoci in Cristo
due nature, la divina cioè e l'umana, tutto ciò che appartiene a
entrambe le nature deve necessariamente venire raddoppiato in
Cristo, come si è detto. Ora, la sapienza conviene sia alla natura
divina che a quella umana. Giobbe dice infatti di Dio: "Egli è saggio
nel suo cuore e forte nella sua potenza" (Gb 9,4); ma anche gli uomini
vengono chiamati dalla Scrittura sapienti sia per la sapienza mondana,
secondo il detto di Geremia: "Non si glori il sapiente per la sua sapienza"
(Ger 9,22), sia per la sapienza divina, secondo quanto scrive S.
Matteo: "Ecco, io mando a voi dei sapienti e degli scribi" (Mt 23,34). È dunque
necessario ammettere in Cristo due sapienze secondo le due
nature, la sapienza increata che gli compete in quanto è Dio, e la
sapienza umana che gli appartiene in quanto è uomo. In quanto dunque è Dio
e il Verbo di Dio è la sapienza generata dal Padre, secondo
quanto dice l'Apostolo: "Cristo è potenza di Dio e sapienza di Dio"
(1 Cor 1,24): infatti il verbo interiore di ogni essere intelligente non è altro
che la concezione della sua sapienza. E siccome il Verbo di Dio,
come abbiamo visto, è perfetto e unico, necessariamente il Verbo
di Dio è la perfetta concezione della sapienza di Dio Padre, in modo
che tutto ciò che è contenuto nella sapienza del Padre in modo
ingenerato, è tutto contenuto nel Verbo in modo generato o concepito. Ed
è per questo motivo che si dice che "in Lui", cioè in Cristo, "sono
nascosti tutti i tesori della sapienza e della scienza di Dio" (Col 2,3).
Nell'uomo poi vi è una duplice conoscenza. Una è deiforme,
secondo la quale egli vede Dio nella sua essenza e tutte le altre cose
in Dio, così come Dio pensando se stesso pensa tutte le cose; e per
questa visione lo stesso Dio è beato, come pure ogni creatura razionale
che fruisce perfettamente di Dio. Essendo dunque Cristo, come
abbiamo detto, l'autore dell'umana salvezza, è necessario dire che
questa conoscenza conviene all'anima di Cristo come conviene
all'autore (della salvezza). Ora, il principio deve essere immobile, e
potente al di sopra di tutto. Era quindi necessario che la visione di
Dio, nella quale consiste la beatitudine dell'uomo e la salvezza eterna,
fosse in Cristo in un modo più eccellente che in tutti gli altri, e
come in un principio immobile. Ora, la differenza tra le realtà immobili
e quelle mobili è che le cose mobili in quanto tali non hanno la
loro perfezione all'inizio, ma la raggiungono attraverso la successione
del tempo, mentre le realtà immobili, in quanto tali, hanno la loro
perfezione dal momento in cui cominciano a esistere. Era allora conveniente
che Cristo autore della salvezza umana avesse la piena
visione di Dio fin dal principio della sua incarnazione, e non pervenisse
ad essa nella successione del tempo, come accade per gli altri
santi. Ed era anche conveniente che fra tutte le altre creature quell'anima
che era congiunta a Dio nel modo più intimo fosse maggiormente
beatificata con la divina visione. In questa visione infatti vi
sono diversi gradi, in quanto alcuni vedono più chiaramente di altri
Dio, che è la causa di tutte le cose. Ora, quanto più perfettamente è
conosciuta una causa, tanto meglio può essere intuita la varietà dei
suoi effetti: una causa infatti non viene conosciuta meglio se non è
conosciuta meglio la sua potenza, e d'altra parte la conoscenza della
sua potenza non può aversi se non si conoscono gli effetti: si suole
infatti valutare la potenza di una causa dai suoi effetti. Di conseguenza
fra coloro che vedono l'essenza divina alcuni vedono in Dio più
effetti o più idee delle opere divine che non altri, che vedono meno
chiaramente. E da questo punto di vista gli angeli inferiori vengono
istruiti dagli angeli superiori, come abbiamo già detto sopra. Perciò
l'anima di Cristo, possedendo fra tutte le creature la somma perfezione
della divina visione, intuisce pienamente in Dio tutte le opere divine
e le loro ragioni, qualunque esse siano, furono o saranno, così da
poter illuminare non solo gli uomini, ma anche gli angeli supremi. E
per questo l'Apostolo dice: "in Lui sono nascosti tutti i tesori della
sapienza e della scienza di Dio" (Col 2,3), e "tutte le cose sono nude e aperte
ai suoi occhi" (Eb 4,13).
L'anima di Cristo non può tuttavia raggiungere la comprensione della divinità.
Infatti, come si è detto, la conoscenza comprensiva di una realtà avviene solo quando
la si conosce per quanto essa è conoscibile. Ora, ogni ente è conoscibile nella misura
in cui è ente ed è vero; ma l'essere divino è infinito, e così pure la sua verità:
Dio è perciò infinitamente conoscibile. Ora, nessuna creatura può
conoscere in modo infinito, anche se ciò che conosce è infinito: perciò
nessuna creatura vedendo Dio può avere una conoscenza comprensiva.
Ma l'anima di Cristo è una creatura, e tutto ciò che in
Cristo appartiene alla natura umana è creato: altrimenti in Lui la
natura della sua umanità non sarebbe diversa da quella della divinità,
che sola è increata. Ora, l'ipostasi o Persona del Verbo di Dio è
increata, ed è una in due nature: per cui non diciamo che Cristo è una
creatura, perché assolutamente parlando questo nome si riferisce
all'ipostasi; tuttavia diciamo che l'anima di Cristo o il suo corpo è
una creatura: quindi l'anima di Cristo non ha una conoscenza comprensiva di Dio,
ma Cristo comprende Dio con la sua sapienza
increata. Ed è in questo senso che il Signore dice che "nessuno conosce
il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio" (Mt
11,27), parlando della conoscenza comprensiva.
Bisogna inoltre considerare che è la stessa cosa comprendere
l'essenza di una cosa e la sua potenza: ogni ente infatti può agire in
quanto è in atto. Se dunque l'anima di Cristo non è in grado di avere
una conoscenza comprensiva dell'essenza della divinità, come si è visto, è anche
impossibile che ne comprenda la potenza. Avrebbe
invece una conoscenza comprensiva della potenza divina se conoscesse
tutto quello che Dio può fare, e per quali ragioni può produrre
i suoi effetti. Quindi l'anima di Cristo non conosce tutto ciò che Dio
può fare, o per quali ragioni possa operare.
Ma siccome Cristo anche in quanto uomo è stato
messo da Dio Padre al di sopra di ogni creatura, è conveniente che abbia nella
visione della divina essenza la piena conoscenza di tutto quello che
Dio ha comunque fatto; e da questo punto di vista si dice che l'anima
di Cristo è onnisciente, avendo la piena notizia di tutto ciò che è, è stato e sarà.
Invece le altre creature che vedono Dio godono di una
conoscenza più o meno piena dei predetti effetti nella stessa visione di Dio.
Oltre a questa conoscenza delle cose goduta dall'intelletto creato
nella visione della stessa essenza divina, vi sono poi altri modi di
conoscere per mezzo dei quali le creature hanno la conoscenza delle
cose. Infatti gli angeli, oltre alla conoscenza mattutina per mezzo
della quale conoscono le cose nel Verbo, hanno una conoscenza
vespertina, per mezzo della quale conoscono le cose nelle loro proprie nature.
Questa conoscenza conviene diversamente agli uomini e
agli angeli secondo la loro natura. Infatti gli uomini secondo la condizione
della loro natura, come dice Dionigi, colgono la verità
intelligibile delle cose dai sensi, così che nel loro intelletto le specie
intelligibili vengono astratte dai fantasmi per l'azione dell'intelletto
agente; gli angeli invece acquisiscono la scienza delle cose per l'influsso
della luce divina: come infatti le cose vengono prodotte nell'essere da Dio,
così le loro nozioni o similitudini vengono anche
impresse da Dio nell'intelletto angelico.
In entrambi i casi però, sia negli uomini che negli angeli, al di
sopra della conoscenza delle cose che compete ad essi secondo la
loro natura, vi è una conoscenza soprannaturale dei misteri divini sui
quali gli angeli vengono illuminati da altri angeli, e sui quali anche
gli uomini vengono istruiti mediante la rivelazione profetica.
E siccome
nessuna perfezione data alle creature può essere
negata all'anima di Cristo, che è la più eccellente fra tutte le creature,
oltre alla conoscenza mediante la quale (l'anima di Cristo) vede l'essenza
divina e tutte le cose in essa è conveniente attribuire ad essa
una triplice conoscenza. La prima è quella sperimentale, simile a
quella degli altri uomini, in quanto egli ha conosciuto alcune cose
mediante i sensi, come spetta alla natura umana. La seconda è divinamente
infusa, per far conoscere tutte le altre cose alle quali si può
estendere la conoscenza naturale dell'uomo. Dovendo restaurare tutta
la natura umana era infatti conveniente che la natura umana assunta
dal Verbo di Dio non fosse priva in nessun modo di qualche perfezione.
Ora, prima di essere posto in atto, tutto ciò che è in potenza è
imperfetto; ma l'intelletto umano è in potenza agli intelligibili che
l'uomo può naturalmente conoscere: quindi l'anima di Cristo ricevette da Dio
la scienza di tutte queste cose mediante le specie infuse, per
mezzo delle quali tutta la potenza dell'intelletto umano fu attualizzata.
Siccome poi Cristo nella sua natura umana non fu solo il restauratore
della natura, ma anche il dispensatore della grazia, gli fu aggiunta
una terza conoscenza per mezzo della quale Egli conobbe pienamente
tutto ciò che riguarda i misteri della grazia che eccedono la
conoscenza naturale dell'uomo, ma che sono conosciuti dagli uomini
mediante il dono della sapienza o mediante lo spirito profetico.
L'intelletto umano è infatti in potenza a conoscere anche queste cose,
per quanto attualizzato da un agente superiore: l'intelletto umano
infatti per conoscere le realtà naturali è posto in atto dalla luce dell'intelletto
agente; mentre ottiene la conoscenza di queste ultime cose
mediante il lume divino.
È chiaro dunque,
da tutto quanto è stato detto, che l'anima di
Cristo fra tutte le creature ottenne il sommo grado di conoscenza
quanto alla visione di Dio, per mezzo della quale è vista l'essenza di
Dio e tutte le altre cose in essa. E similmente quanto alla conoscenza
dei misteri della grazia, nonché quanto alla conoscenza di tutte le
cose naturalmente conoscibili: di conseguenza in nessuna di queste
tre conoscenze Cristo poté progredire. È tuttavia chiaro che egli
conobbe sempre di più le realtà sensibili nella successione del tempo
attraverso l'esperienza sensibile, e perciò solo in questa conoscenza
sperimentale Gesù poté progredire, secondo ciò che dice S. Luca: "Il
bambino cresceva in sapienza e in età" (Lc 2,52); benché ciò possa essere
inteso anche in un altro modo: nel senso cioè che il progresso della
sapienza di Cristo significherebbe non che Egli sia diventato più
sapiente, ma che la sua sapienza progrediva negli altri, in quanto gli
altri venivano sempre più istruiti da Lui. E ciò avvenne perché Egli si
mostrasse in tal modo conforme agli altri uomini; diversamente, se
avesse manifestato nella sua fanciullezza una scienza perfetta, il
mistero dell'incarnazione sarebbe potuto sembrare una realtà fantastica.
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